L’Asilo dei bimbi rotti

«Cecilia aveva la pelle ruvida e una sola mano. Non era nata così, era chiaro che qualcuno aveva preso la sua mano destra e l’aveva portata chissà dove. Aveva una cicatrice che tagliava in obliquo il braccio. Dal polso saliva verso il gomito, così che a mancarle non era solo la mano destra, ma una parte abbastanza considerevole dell’arto…»


IN COPERTINA e nel testo, un’opera di Francesco D’Isa

di Elena Giorgiana Mirabelli

1

Cecilia aveva la pelle ruvida e una sola mano. Non era nata così, era chiaro che qualcuno aveva preso la sua mano destra e l’aveva portata chissà dove. Aveva una cicatrice che tagliava in obliquo il braccio. Dal polso saliva verso il gomito, così che a mancarle non era solo la mano destra, ma una parte abbastanza considerevole dell’arto.

Mi aveva detto che gliel’avevano rubata lì, in quel posto fra i boschi chiamato Asilo. Io le avevo creduto.

È all’Asilo che io e Cecilia ci siamo conosciuti. Era estate e io avevo dieci anni. L’Asilo era un edificio grandissimo e giallo, le nostre stanze erano sullo stesso piano e lungo lo stesso corridoio. Io occupavo la terza, Cecilia la quinta. Ero lì perché il marito di mia madre, il Piemontese, era il direttore.

All’Asilo ci mandavano i bambini malati che per qualche ragione non potevano curarsi altrove. Malaria, febbri, a volte deliri e lacrime.

Mia madre mi aveva mandato lì di nascosto. Non lo aveva detto né a mio nonno né al resto della famiglia. Preferiva dire che ero andato in vacanza con dei cugini lontani di mio padre – che non avevo neanche conosciuti quando lui era vivo. Un medico aveva concluso che stavo dando segnali di melanconia: qualche mese prima avevo iniziato a piangere senza motivo, di fronte a cose sciocche. Una delle cose sciocche era stata il riflesso di un arcobaleno nel Po che mi era parso bellissimo. Avevo pianto e c’ero cascato dentro.

Mia madre, allora, aveva comunicato ai parenti che ero svenuto per il troppo sole. Ma ero solo triste.

Ai bambini tristi come me e a quelli come Cecilia, che raccontano storie a cui nessuno crede, erano assegnate le stanze dell’ala est dell’Asilo, così potevamo vedere il sole sorgere, dicevano, ma gli alberi erano ovunque e il sole filtrava solo fra le fronde. A ovest ci stavano i bambini infettati da batteri, febbri e infezioni. Un grande atrio rotondo pieno di luce era al centro fra le due ali dell’edificio. L’Asilo era costituito da quattro piani e tanti corridoi, che si intersecavano e correvano paralleli al perimetro. Al secondo piano c’ero lo studiolo del Piemontese. Era l’unica stanza dell’Asilo ad avere un piccolo terrazzo; da lì si potevano vedere la scalinata d’accesso, il cortile, la casetta dove il guardiano teneva i suoi attrezzi e le lanterne, i tavolini per le letture e la chiesetta di legno, ma non il bosco.

Quando io e il Piemontese siamo arrivati all’Asilo, erano tutti agitati. Soprattutto la signora Maria, una specie di responsabile dell’Asilo con gli occhiali e un vestito blu lungo fino sotto al ginocchio. La signora Maria stava dietro ai conti, agli stipendi, agli ingressi, alle uscite, e compilava i registri dei bambini, dividendoli in infetti e tristi. Muoveva le dita. Non era ordinata.

Io non capivo il perché di quell’agitazione, nessuno mi diceva nulla. Poi al mio fianco è apparsa Cecilia e mi ha detto «Qualcuno porta le ossa», mi ha preso per mano e abbiamo iniziato a camminare lungo il corridoio. È così che l’ho conosciuta.

I bambini del primo corridoio non mi sembravano malati. Fino a quando ne ho visto uno piccolo piccolo col labbro malformato: si apriva fino al naso lasciando scoperti denti e gengive. Quando l’ho visto, quel giorno, so di aver fatto una smorfia perché Cecilia mi ha chiamato idiota e mi ha portato via.

Mi ha fatto segno di stare zitto, mentre dietro una porta, stava cercando di sentire cosa il Piemontese e la signora Maria si stavano dicendo. Ma le voci arrivavano a malapena e si sentivano il rumore di un colpo, di una sedia sul pavimento e del vetro della finestra chiusa con troppa forza.

È allora che le ho chiesto delle ossa, lei non mi ha risposto.

Io e Cecilia e tutti i bambini dell’ala est potevamo uscire e fare i giri nei boschi. Potevamo diventare amici, andare a sentire messa nella chiesetta di legno nel cortile o andare in giro a raccogliere le fragole. Potevamo camminare per i sentieri ma solo quelli che ci diceva il dottore. Gli altri no. Lui ci diceva che tanti sentieri non erano stati ancora battuti e quindi nessuno sapeva dove portassero. Il sentiero che ci era vietano più degli altri partiva dopo la Terza quercia. La Terza quercia era quella maestosa alle spalle dell’Asilo scelta come confine. Il dottore era convinto che oltre si celassero burroni, pericoli, lupi. I lupi li sentivamo ululare ogni notte, ma non si avvicinavano all’Asilo perché di notte il guardiano accendeva le lanterne. Delle volte vedevo la luce di una di queste lanterne andarsene in giro per il bosco. Mi sembrava che girasse attorno, che disegnasse delle figure, che si avvicinasse e si allontanasse dalla Terza quercia. Dalla finestra della stanza dei giochi quella lanterna sembrava una lucciola bellissima.

Una notte non riuscivo a dormire perché ero terrorizzato dall’idea che uno dei lupi potesse trovare la strada della mia stanza. Mi ero convinto che fosse capace di sentire l’odore della mia paura. Per questo, quando la porta si è aperta, mi sono messo a urlare.

«Sono io» mi ha detto Poi Cecilia mi ha dato uno schiaffo per farmi stare in silenzio. Nel corridoio, passi svelti che si stavano avvicinando. Allora lei si era nascosta nell’armadio poco prima che la luce si accendesse.

Il guardiano era con un’infermiera. Il guardiano aveva la camicia abbottonata male e l’infermiera era tutta rossa rossa e si aggiustava la gonna.

«Era solo un brutto sogno» ho balbettato. Il guardiano ha bestemmiato e ha trascinato via l’infermiera.

Cecilia allora si è infilata nel letto. Aveva i piedi freddissimi e il moncherino sfiorava la mia spalla. Abbiamo sentito un’altra porta nel corridoio aprirsi e chiudersi e nuovi passi. Cecilia allora ha detto che dovevo abituarmi a quei rumori e poi mi ha chiesto se me li ricordavo tutti, i bambini che avevo conosciuto fino a quel momento. Io non capivo e mi ha spiegato che era un gioco. Le avevo detto che era un gioco stupido, perché mica potevo ricordarmeli tutti ma lei subito è partita con le domande «chi ha giocato con noi nella stanza che si affaccia sul bosco?» e «chi ha raccolto con noi le fragole oggi, sul sentiero?» fino a un silenzio strano. Una smorfia, si è stesa a pancia in su

«Cerca di ricordarteli».

2

Di giorno alcune ragazze, grandi e sottili e belle, ci facevano giocare o ci leggevano La storia del bambino di Dovia, dove c’era questo bambino che cresceva e diventava coraggioso e forte, non gli capitava mai nulla di male e picchiava i bambini che non erano come lui Ogni giorno un capitolo. A me non piaceva, non lo capivo. C’era per esempio questa scena di lui che, ormai cresciuto, era stato capace di portare sulle spalle una vacca giù dalla collina. Ma non si capiva bene perché dovesse portare una vacca sulle spalle, non c’era neanche una scena prima che faceva pensare a una scommessa fra gli amici, nulla. La capivo poco la storia ma non lo dicevo perché mi vergognavo. Quel giorno, il giorno del capitolo del bambino con la vacca sulle spalle, Cecilia si è avvicinata alla ragazza sottile e bella e le ha preso il libro dalle mani.

Si è seduta a terra, con una gamba teneva fermo il libro, inumidiva il pollice con la saliva e sfogliava le pagine.

«Ti piace questa storia?»

Cecilia lasciava che la saliva le colasse giù per il mento.

«Se mi passi il libro continuiamo a leggere».

Cecilia annuiva in modo esagerato, si passava il moncherino fra i capelli e con il dorso della mano si puliva il mento. Continuava a sfogliare le pagine, si fermava su una, col dito seguiva la linea della frase, alla fine ha guardato la ragazza sottile e bella. Ha strappato una pagina, se l’è infilata in bocca, masticava e masticava e il mento era di nuovo sporco di saliva, alla fine ha sputato quel bolo di carta e inchiostro.

«Fa schifo! Tu fai schifo».

La signorina allora le ha preso il braccio, l’ha fatta alzare da terra, ha urlato «Chiamate il dottore!».

Il bambino con labbro malformato ha iniziato a battere le mani e a dire che la storia di Cecilia era più bella.

«La storia dei bambini che spariscono! Voglio quella!», ha urlato mentre Cecilia ha morso la mano della signorina e si è messa a correre per la stanza. Noi ridevamo mentre Cecilia sfidava

«La mia storia è più bella. Dove sono i bambini? Dov’è la mia mano?»

E battevo le mani anch’io e ci siamo messi a chiedere «Dove sono i bambini? Dove sono?»

Poi un lampo, un tuono fortissimo e giù di nuovo la pioggia.

Il tuono ha spaventato la signorina, i vetri hanno vibrato e sembrava che potessero frantumarsi. La signorina ha portato la mano sul petto e si è fatta il segno della croce

«Sei cattiva, Cecilia. Tu sei cattiva».

Ma Cecilia guardava fuori, verso il bosco. Le gocce di pioggia scendevano lungo il vetro.

«Ricordatevi degli altri», ha detto mentre il dottore e due infermieri la portavano via.

«Voi in camera – ha ordinato il dottore – a lei date l’olio di ricino».

E Cecilia si è messa a ridere mostrando i denti e la lingua.

Glielo avevano dato già una volta, l’olio di ricino. Chi lo ingoia lorda tutto, vestiti e lenzuola, ma gli altri mi avevano raccontato che quando l’avevano dato a Cecilia, lei aveva riso e si era rigirata nella sua merda. Quella sera Cecilia era diventata il loro capo.

L’unico giorno non dedicato a La storia del bambino di Dovia era il lunedì. Di lunedì il dottore ci faceva disegnare e chiedeva dei nostri sogni. Io, a quei tempi, sognavo sempre i miei denti cadere per moltiplicarsi in bocca. Una volta ho sognato anche di rimettermeli a posto uno a uno, anche lo stesso osso della bocca mi cascava in mano e io dovevo tenerlo su e riattaccarlo alla faccia con i lacci delle scarpe. Un’altra volta avevo sognato che una mano fredda mi teneva la testa ferma sul cuscino e io non riuscivo a svegliarmi né a urlare. Il terzo sogno che ho raccontato, invece, è quello del serpente che mi stringe la gola ma io sono felice perché mi piace la sensazione sulla pelle e non mi fa male. Mi impedisce solo di parlare. Il sogno del serpente l’avevo fatto diverse volte, in realtà, e quella volta che lo stavo raccontando al dottore con me c’era anche Cecilia.

Di solito eravamo soli, io e il dottore, ma Cecilia mi aveva chiesto se poteva sentire e a me stava bene.

«Posso dire cosa sogno anch’io?» il dottore aveva acconsentito ma era infastidito.

Cecilia si trovava nel bosco. C’era odore di terra bagnata e muschio. Aveva abbracciato un albero e aveva sentito qualcosa sulla mano destra. C’erano peli lunghissimi rigidi come gli aghi di pino che usava per i suoi disegni. Sentiva un bambino strillare e passi vischiosi sulle foglie morte. La sua mano era lontana, su un masso, vicino le querce.

Mentre raccontava il sogno Cecilia non riusciva a stare ferma, faceva le smorfie e muoveva la testa. Dopo aver smesso di parlare, ha appoggiato il mento sul moncherino.

Le linee del suo mento e del suo braccio erano così pulite e si incastravano con così tanta grazia che ho iniziato di nuovo a piangere. Senza rumore. Come mi capitava sempre davanti a una cosa bellissima, ma a Cecilia ha dato fastidio perché l’ho abbracciata forte forte, sono cascato come quella volta dell’arcobaleno e non sono riuscito a staccarmi. Lei ha gridato che le stavo facendo male e il dottore ha dovuto calmarmi con una delle sue medicine.

Per l’intera settimana successiva Cecilia non si è fatta vedere. Non veniva nella mia camera, e quando mi vedeva nella stanza dei giochi preferiva non entrare. Allora esploravo i sentieri da solo e raccoglievo le fragole e le foglie. Mi servivano, le foglie, per il quaderno dove appuntavo i sogni e i desideri. Un giorno è venuto con me il guardiano e mi ha spiegato tante cose sulle resine che lacrimano dai tronchi, sulle tracce lasciate dagli animali e sui segni del mondo che non vediamo che sono ovunque, anche nei rametti spezzati.

Il guardiano mi ha spiegato poi come si preparano le lanterne, che tipo di olio usa e mi ha anche avvisato che quella sera ci sarebbe stata la luna piena e quindi, oltre le lanterne, avrebbe preparato delle ciotole con dell’acqua piena di erbe e acceso degli incensi. Le avrebbe messe sia lungo il perimetro dell’Asilo sia nel grande atrio circolare al centro delle due ali.

Mi ha dato un sacchetto pieno di erbe da mettere sotto il cuscino perché quella notte i lupi avrebbero ululato più forte e non solo nei boschi, lo avrebbero fatto anche nelle stanze.

È stato allora che l’ho sentito urlare, Piemontese, che non stava mai né con me né con gli altri bambini. Il guardiano ha cambiato espressione. Non so se quella che si stava formando all’angolo della bocca fosse un sorriso sghembo e cattivo o una di quelle rughe di preoccupazione che scavano il viso.

Sapevo che urlava per quelle ossa che comparivano ai lati del cortile, sui gradini della chiesa, a volte sulla scrivania del Piemontese, una volta la signora Maria se l’è trovate sul letto.

Ho preso il sacchettino profumato, l’ho ficcato nella tasca dei calzoni e sono andato via.

Il cielo stava diventando tutto grigio. Ci sarebbe stata tempesta.

Gli ululati quella sera furono più forti e il vento colpiva gli alberi con così tanta violenza che mi era sembrato quasi di sentire dei lamenti. Stringevo nella mano il sacchettino, occhi e mascella serrati, la coperta fin sopra i capelli. Anche quando ho sentito la porta spalancarsi e dei passi leggeri e veloci sul pavimento, non ho cambiato posizione. Neanche quando Cecilia ha abbracciato la mia schiena, ho aperto gli occhi. L’ho riconosciuta per il suo odore e il suo moncherino.

Quando gli alberi hanno smesso di muoversi e gli ululati sono cessati, mi sono girato per guardarle il mento bellissimo.

Cecilia da quella volta, non si è più allontanata da me. Veniva in stanza per guardare assieme verso il bosco e seguire le scie delle lanterne che se ne andavano in giro. Ma una di queste notti le lanterne erano spente. Fuori era tutto buio. Il bosco sembrava immenso e spaventoso per via della pioggia che scendeva giù senza grande fragore ma fitta fitta, dal mattino.

«Il bosco stanotte fa paura», le ho detto

«Il bosco stanotte fa paura», imitava il mio tono rendendolo più lamentoso. Mi prendeva in giro e sorrideva mostrando i denti.

Gli ululati erano lontani e il vento non era così forte come le altre volte, ma la pioggia creava nel cortile grandi pozzanghere, e immaginavo di essere simile a una di quelle foglie umide che vengono trascinate giù per i sentieri, sui massi, fra gli aghi e gli insetti. Senza riparo. Portato via chissà dove.

Quando immaginavo cose non le dicevo mai a Cecilia. Avevo timore che se avessi parlato e fossi di nuovo cascato, lei mi avrebbe lasciato scivolare via, senza riparo, portato chissà dove.

Guardava in silenzio il bosco. E quel silenzio è durato ore, minuti o attimi. Poi ha detto.

«Disegnerò la mappa».

3

Il pomeriggio successivo l’ho passato in stanza, da solo. Dal finestrone ho visto Cecilia tornare dal sentiero che portava alla Terza quercia. Era arrivata prima la sua ombra, enorme e brutta, quasi simile a quella degli alberi che sembravano giganti senza arti. Si è resa conto che la stavo guardando perché mi ha salutato quando è ridiventata la bambina che era. Mi ha fatto cenno di scendere e dopo poco sono andato fuori, dietro la chiesetta di legno. Con lei c’era il bambino dal labbro malformato e altri due bambini dai quali stavo sempre lontano perché puzzavano.

Cecilia sembrava infiammata e quando era così sentivo che tutto era giusto. Non ero più lì, in quella parte di cortile nascosta a tutti, ma fra le pagine di chissà che storia con chissà che vestiti e poteri.

Ha concluso che la sera era giusta. La pioggia era stata un segno.

L’emozione mi ha reso le guance rosse e i muscoli tesi. Quando ho sentito i passi veloci di Cecilia ho capito: era l’ora.

Fuori la luna era altissima, il silenzio veniva spezzato dalle civette e dai corvi. Giù per le scale lasciavo impronte simili a quelle di un gatto. Abbiamo fatto il giro delle stanze dell’ala est. Li abbiamo slegati. Li abbiamo accuditi. Li abbiamo fatti scendere giù per le scale, senza far rumore.

Cecilia ha sollevato il moncherino e abbiamo capito.

Veloci e scalzi super i sentieri, illuminati dalle lanterne e dalla luce della luna, lasciamo impronte e ci feriamo con gli aghi e i sassi. Io li guido verso la Terza quercia e ritorneremo da Cecilia che ci aspetta.

Non parliamo. Non c’è nessuno che pianga. I nostri respiri sono simili a lamenti. Disegniamo scie di luce che si avvicinano e allontanano dalla Terza quercia. E andiamo lì dove lei ci ha indicato. Ci aveva detto che saremmo stati guidati dal nostro olfatto e che davanti a noi finalmente avremmo visto ciò che aveva sempre raccontato. E quando abbiamo superato la Terza quercia, l’odore ci ha ferito. C’era l’umido della terra e l’acido dei corpi. La pioggia aveva smosso la terra e svelato il segreto.

Capelli che si intrecciavano col terriccio, dita mozzate e ossa prive di carne, ossa piene di denti. I piedi e le mani, c’erano mani, e c’erano teste, e denti, e c’erano denti che sembravano sassi e sassi che erano stati denti. Scaviamo con rami spezzati e sotto le unghie il vischioso del nostro sangue si mischia con quello ormai secco di chi era stato seppellito lì. Scaviamo coprendo il naso per la puzza, io non vomito come fa il bambino con il labbro malformato, non vomito perché devo cercare la mano di Cecilia, e vedo tutte le mani. Ci sporchiamo i vestiti, ci feriamo i piedi e le mani, e annusiamo e scaviamo e vediamo occhi e denti, e mascelle con attaccati i denti, e un cranio, con il terriccio pieno di vermi lì dove c’erano gli occhi. E prendo a immaginare che in quel cranio c’era stata una lingua, che quella lingua se la sono mangiata le formiche e che neanche questo dirò a Cecilia, e continuo a cercare e aiuto gli altri a scavare e comincio a ficcare ossa e dita, e piedi nelle tasche dei calzoni perché dobbiamo portare tutte le ossa che riusciamo a prendere. La terra è umida per la pioggia e i miei piedi camminano sulle ossa, i miei piedi camminano su mille ossa, su un milione di ossa, e l’odore di marcio e viscido e vomito non lo sento più. E poi sono inginocchiato, siamo tutti inginocchiati e i nostri musi cercano gli altri. Mi fermo e mi sollevo, do un respiro ampio e ritorna l’odore, è l’odore del bosco, e chiudo gli occhi per riaprirli e cercare la mano da portare a Cecilia. La vedo, la prendo, non ha carne, non ha unghie, ma è una mano.

E scendiamo dal bosco portando tutte le ossa che riusciamo a portare. Abbiamo i piedi che sanguinano e una montagna di ossa da mostrare al Piemontese. Portiamo ossa, brandelli, denti, storie.

Diventiamo scie di luce che dalla Terza quercia scendono verso Cecilia che è lì, ci aspetta, con i suoi piedi scalzi e il suo vestito bianco.

Mi inginocchio davanti a lei posando le ossa, posando la mano. Vedo il suo moncherino sporco, quando mi avvicino per abbracciarla ho la sensazione che qualcosa mi punga e che sia tutto vischioso.

E quando le chiedo cosa avremmo fatto ora, lei dice solo «adesso noi rimaniamo qui».


Elena Giorgiana Mirabelli, Nata a Cosenza nel 1979, laureata in Filosofia, ha curato volumi per Carocci, Laterza e altri editori. Collabora con la rivista dedicata all’arte e alla letteratura erotica «Queef Magazine». È redattrice della rivista Narrandom e dell’agenzia Arcadia b&s di Cosenza. Ha esordito a febbraio con il romanzo Configurazione Tundra (Tunué)

1 comment on “L’Asilo dei bimbi rotti

  1. Interessante!

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