L’avventura



«L’avventura» è un estratto del primo numero di ČAPEK, nuova rivista diretta dal fumettista Hurricane con Marcello Baraghini, Nicola Feninno, Tommy Gun e altri: una co-edizione tra Puck! , CTRL Magazine, Uomininudichecorrono, AFA e Strade Bianche. ČAPEK può essere richiesta o scaricata in PDF a questo link (il prezzo lo fate voi).


In copertina: illustrazione di ivan -Hurricane- manuppelli

Questo articolo è parte del primo numero di ČAPEK, che verrà presentato il 2 maggio a Milano, presso la LibrOsteria


di Ivan Carozzi

Verso la fine degli anni 80 ogni mattino uscivo presto da casa, da settembre a giugno, spesso quando era ancora buio, e mi mettevo sul ciglio della strada in cerca di un passaggio. L’autobus che portava a scuola gli studenti fermava sempre qualche minuto prima del mio arrivo. La verità è che non avevo voglia di prendere l’autobus.

Più di una volta sono stato caricato in macchina da pervertiti. Un tizio, senza staccare gli occhi dalla strada, mi propose di appartarci. Io avevo quindici, sedici anni, mentre questo signore aveva probabilmente il triplo della mia età. Imbarazzato e impaurito, gli chiesi subito di fermarsi e farmi scendere.

Un altro tizio, con uno sguardo rapace, mi mise le mani su un ginocchio. Per fortuna la macchina fu costretta a rallentare a causa di un incolonnamento, e allora ne approfittai per sgattaiolare via, in mezzo al traffico, mandando in culo questa persona. A distanza di vent’anni, ancora oggi vorrei tornare al 1990, come potrebbe essere concesso a un viaggiatore temporale, per poter sfasciare a calci la carrozzeria di quell’auto.

Un’altra volta feci l’autostop in centro a Bologna, di notte. Si fermò una grande cilindrata elegante, un modello degli anni 70. Il tizio alla guida sembrava il pederasta interpretato da Michel Serrault ne Il vizietto. A un certo punto aprì il cruscotto, illuminato da un dispositivo luminoso interno, e da lì fuoriuscirono un paio di riviste hard. Gli chiesi di accostare, cosa che questo signore fece con grande garbo e senza battere ciglio, fermandosi in mezzo alla strada deserta rischiarata da un lampione. Ricordo il rumore della portiera, dell’auto che sgomma e il silenzio splendido della notte. Alle volte mi caricava un tossicodipendente mezzo addormentato, con la sigaretta Camel accesa, a bordo di un vecchio motorino Ciao. Seduto nella metà posteriore del minuscolo sellino, i capelli mossi e lunghissimi di lui mi frusciavano davanti al naso, sporchi e puzzolenti di tabacco, mentre il motorino spingeva lungo l’asfalto, in salita, e ogni tanto sbandava, a causa dei colpi di sonno del pilota, e io, per non cadere dal sellino monoposto, ero costretto a stringermi con due dita ai fianchi, per l’esattezza alle tasche laterali del giubbotto di jeans, entrando in un’intimità imbarazzante.

Altre volte montavo sull’auto vecchia e trasandata di un tale che conoscevo di fama, per il fatto che si diceva fosse un ex extraparlamentare di destra, un lettore famelico, un intellettuale di provincia eclettico, solitario e scansato da tutti. Era molto alto, completamente calvo, imponente, aveva uno sguardo sorridente e folle. Spesso indossava un paio di occhiali Ray-Ban Aviator a specchio e una vecchia giacca militare verde. Proprio come il personaggio di Travis in Taxi driver. Per campare faceva il bagnino, mentre due o tre mesi in inverno li passava in qualche paese africano, dove forse si accompagnava con più donne. Intuivo che dentro di lui ribolliva il rifiuto del mondo moderno e della città in cui entrambi vivevamo – che, d’altra parte, a sua volta rifiutava lui – e perciò andava in qualche paese dell’Africa per sperimentare il contatto con culture che magari riteneva più vergini della nostra, e in effetti, grazie a questo slancio ingenuo e al denaro guadagnato facendo il bagnino, pare che in Africa riuscisse a incontrare un po’ di amore e provvisoria felicità. Nei miei confronti aveva un atteggiamento aperto, generoso e affabile. Il suo buonumore, tuttavia, sembrava sempre sul punto di degenerare in follia. C’era sempre qualcosa di poco rassicurante nello sguardo, nella boccia del cranio luccicante, nella voce troppo alta e nella salivazione che sembrava intensificarsi all’improvviso, senza motivo, fino a schiumare intorno agli angoli della bocca. Mi parlava spesso dei libri che stava leggendo e fu la prima persona a citarmi il filosofo anarchico Murray Bookchin, quello che poi sarebbe stato citato nelle interviste da Öcalan e ispiratore del confederalismo democratico curdo. Forse per l’entusiasmo che inebria una persona sola quando si trova di fronte a un interlocutore, un giorno mi regalò proprio quel libro di Bookchin, se non erro pubblicato da Eleuthera, dopo averlo tenuto in macchina un po’ di tempo, in attesa di rivedermi lungo la strada in cerca di un passaggio.

Spesso era una donna misteriosa a offrirmi un passaggio, una pendolare che prendeva ogni giorno l’autostrada per venire a lavorare nella mia città. Era una donna matura, affascinante e sensuale. Portava i capelli corti e aveva l’aspetto della donna manager. Somigliava alle donne manager ritratte in copertina su settimanali come Panorama, Amica o l’Espresso. Parlo dell’epoca in cui la gente aveva ancora l’abitudine di sfogliare e leggere le riviste. Io mi sentivo ogni volta rapito dalla presenza di lei e non avevo il coraggio di parlare. Per tutto il tempo del viaggio, avevo la sensazione che fossimo segretamente collegati, respirando l’uno accanto all’altra, quasi l’uno nell’altra, dentro la scatola coccolante e silenziosa della sua piccola auto, riscaldati dal radiatore e immersi nel grigio paesaggio urbano del mattino. La donna misteriosa aveva una guida molto sicura e raramente mi rivolgeva la parola. Teneva un filo di radio in sottofondo. Arrivati al semaforo, approfittando della luce rossa e della coda, la donna si voltava per prendere la borsetta sul sedile posteriore e tirare fuori la trousse col portacipria e il rossetto. Si truccava guardandosi attentamente nello specchietto retrovisore, di fronte a me, o meglio al mio fianco, sbattendo le ciglia e muovendo avanti e indietro le labbra. Faceva tutto come se io non ci fossi, e non esistessi, come se non fossi mai entrato dentro quella macchina. Una volta sceso dalla macchina, chiudevo la portiera e dicevo «arrivederci». Desideravo rincontrarla al solito posto, il giorno dopo, ci pensavo, sognando che prima o poi la solita sequenza si trasformava e il gioco veniva guidato da lei fino a qualcosa d’imprevisto e pornografico.

La mia giovane vita, al contrario dei miei sogni osceni, era intrappolata dentro una brutta scuola, dove un preside bigotto e pelato coordinava il lavoro d’insegnanti depressi, smunti, cinici, che parevano saldati in un’alleanza mortifera con un gruppo d’impersonali e sfiduciati bidelli. Con qualche anno di ritardo, intorno ai vent’anni, ho preso la patente. Ricordo quella fase della storia universale, nella particolare porzione di mondo in cui vivevo, come una stagione depressa, svuotata, risucchiata dentro se stessa in attesa della grande esplosione di fine millennio. Oggi esiste Blablacar, che ha come scopo la condivisione delle spese di viaggio. Oppure nelle grandi città c’è il car sharing. Grazie alla protezione e alle invisibili macchinazioni degli algoritmi, ci muoviamo chiusi in una foresta di somiglianze. In alto, sopra di noi, non vediamo che somiglianze. Se ci allontaniamo lungo un nuovo sentiero, continueremo a vedere altre somiglianze. Ogni cosa somiglia all’altra. Altre somiglianze. Ripetizioni di somiglianze. Somiglianze dopo somiglianze. È una foresta dove non esiste più l’avventura.


Ivan Carozzi è stato caporedattore PER LA RIVISTA LINUS E ha lavorato come autore TV. HA SCRITTO PER DIVERSI QUOTIDIANI E PERIODICI. È AUTORE DI FIGLI DELLE STELLE (BALDINI E CASTOLDI, 2014), MACAO (FELTRINELLI DIGITAL, 2012) E TENERI VIOLENTI (EINAUDI STILE LIBERO, 2016).

0 comments on “L’avventura

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *