Le 5 ragioni (sbagliate) per negare l’eutanasia



Ci sono cinque motivi per impedire l’eutanasia, e sono tutti sbagliati.


In copertina e nel testo: Zhuang Hong Yi, Senza titolo (2011), Asta Pananti in corso

di Francesco D’Isa

[…] Trionfa l’ignominia dell’adattamento, che, per poter sopravvivere nell’orrore del mondo, attribuisce realtà al desiderio e senso al controsenso della costrizione.

Adorno

«Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto.»

Queste parole della diciassettenne Noa Pothoven, morta dopo aver smesso di mangiare e bere (non per eutanasia) il 2 giugno nella sua casa ad Arnhem, Paesi Bassi, esemplificano molte delle contraddizioni del nostro rapporto con la morte altrui. Se allo specchio Noa vedeva anzitutto una tragedia, a riflettersi nei nostri occhi è anche un simbolo, una fatina dal volo sghembo, passata dagli abusi subiti alla depressione fino ad arrivare al suicidio, su cui hanno ulteriormente infierito la disinformazione e la polemica.

Non parlerò qui di una vicenda privata in cui non c’è altro da esprimere se non dispiacere e comprensione, ma userò questa storia come punto di partenza per renderci forse più sensibili a chi vive e vivrà situazioni analoghe. La morte di Noa, infatti,  impone un quesito alla radice di buona parte del male che ci causiamo a vicenda: quand’è che facciamo del bene e quando invece mascheriamo dietro l’altruismo una violenta proiezione del nostro interesse?

È un problema complesso, che si scontra con uno ancor più profondo, quello di trovare un giusto nome per la felicità. Una ricerca di Ethan Kross del 2011 ha dimostrato che il dolore fisico e quello emotivo attivano le medesime aree del cervello: un’aspirina potrebbe aiutare anche contro un cuore infranto. Non sono al corrente di uno studio analogo sulla felicità, ma considerata la grande varietà fenomenica delle esperienze, positive come negative, è lecito supporre che siano figlie di interazioni complesse tra diverse aree del cervello. Anche riguardo alle cause della gioia esistono notevoli ambiguità. L’ideologia dominante nella nostra società, ad esempio, è basata sul precetto che il sommo bene coincida per lo più con l’esaudire i propri desideri, mentre la filosofia buddista e induista suggeriscono che il desiderio si debba estinguere, non soddisfare.

Ma sorvoliamo sull’identità del bene e torniamo al dolore di Noa. Come potevamo aiutarla a porre fine alle sue sofferenze? La risposta più ovvia è che avremmo dovuto guarire la sua depressione. Era possibile? Forse sì, ma questo non implica che eravamo in grado di farlo, o che sarebbe effettivamente accaduto. Né tantomeno che il percorso per realizzare la guarigione valesse il suo prezzo, quanto a tempo e intensità di dolore. «Non posso più aspettare così tanto», diceva Noa, e forse aveva ragione.

Zhuang Hong Yi, Senza titolo (2011), Asta Pananti in corso

Per addentrarci nella questione senza la zavorra di pregiudizi ed emozioni, facciamo un piccolo esperimento mentale. Immagina di incontrare una persona il cui piede è schiacciato da un enorme masso e che questa sostenga di provare un dolore straziante – non con un’educata constatazione, a cui (forse ingiustamente) non crederesti, ma con urla raccapriccianti, gesti plateali e tutto il resto. Probabilmente tenteresti di rimuovere la pietra. È un gesto naturale, la soluzione più ovvia. Immagina però che il masso sia così pesante da non poter essere rimosso in alcun modo, e che il disperato ricorso all’amputazione dell’arto implichi con certezza la morte del malcapitato. Nonostante ciò, il dolore è tale che la sfortunata vittima ti implora di essere uccisa. Sono sicuro che non opereresti l’eutanasia con la stessa facilità con cui sposteresti la pietra. Perché? Cosa rende ragionevole lasciare lo sventurato in balia di un dolore ininterrotto? I casi sono essenzialmente cinque:

1. Non credi al suo dolore.

Il dolore altrui non è una certezza, ma una proiezione. Difficilmente metteresti in dubbio il dolore di un masso su un piede, di un’amputazione o di qualunque altra tortura fisica, perché è facile immaginarti in una situazione analoga.

Più complesso è il caso della malattia mentale – il male invisibile. Siamo sicuri che Noa soffrisse tanto? Non è che magari esagerava un po’? Una volta, mentre viaggiavo in autobus, una signora con una stampella e degli abiti al limite del circense è scivolata dal suo supporto ed è caduta sul pavimento. Nessuno l’ha soccorsa, e, sebbene fossi al lato opposto dell’automezzo, mi sono preso carico della banale cortesia. In seguito ho interrogato un signore che le stava accanto riguardo al mancato soccorso. «Quella non era zoppa», si è giustificato l’uomo, «era matta».

Il male invisibile non è davvero un male, anzi, forse è persino una giusta punizione. Eppure solo in un caso ti è lecito dubitare del dolore altrui: quando hai elementi per sospettare che si tratti di una menzogna. Concorderai con me che difficilmente è il caso di chi implora di morire.

2. Pensi che si debba morire solo di morte naturale.

Hai questa convinzione irremovibile, vuoi per motivi religiosi, etici, personali, o anche solo per capriccio.

È giusto che tu la imponga ad altri? No, perché altrimenti sarebbe lecito anche che gli altri ti imponessero la propria. Bene dunque, non è giusto, ma confidi a tal punto nelle tue opinioni che non te la senti di coadiuvare l’eutanasia. È una scelta comprensibile, ma dimmi, con che diritto vuoi impedire ad altri di farlo – ad esempio a me, che non condivido le tue opinioni? Ne sei così convinto da ostacolare anche chi la pensa diversamente? E se così fosse, non potrei fare altrettanto con te?

3. Credi che la vittima si sbagli o non possa giudicare il proprio dolore.

A differenza di (1), non dubiti che la situazione uomo-schiacciato-da-masso sia dolorosa, ma pensi che il malcapitato non sia in grado di ragionare correttamente, perché il dolore (o altro) gli offusca la mente.

Io stesso so per esperienza che il dolore è talvolta sopravvalutato. Quando ero ragazzo, infatti, un grave incidente automobilistico mi costrinse a una lunga e dolorosa degenza, davanti alla quale espressi – seppur in forma non lucidissima – la chiara volontà di morire. Anche se assecondare la mia volontà fosse stato legale, la richiesta non sarebbe stata esaudita, e a giusta ragione, perché la mia completa guarigione non era una speranza, ma una certezza. Dubito che lo stesso si potesse dire di Noa: se una guarigione non è in alcun modo prevedibile né probabile, con che diritto puoi giudicare sbagliato un dolore altrui? E cosa cambia col caso in cui il masso sia rimovibile? Il fatto che non esista una soluzione certa non implica che il ragionamento della vittima sia peggiore del tuo, anzi, chi vive la situazione in prima persona dovrebbe avere la precedenza.

D’altra parte non si è mai sicuri della volontà altrui, neanche quando ci viene chiesto un caffè. Ma come reagiresti se un barista ti negasse un caffè per la convinzione che in realtà vuoi un succo di frutta? Il dolore può essere giudicato correttamente solo da chi lo prova e se non sappiamo che è destinato a sparire in tempi ragionevoli, bè,  non ci resta che fidarci, come fa il barista.

Più complesso è il caso di persone che non sono in grado di esprimere la propria volontà, come chi è in persistente stato vegetativo. In queste situazioni, indubbiamente più difficili, si dovrebbe partire da una sospensione del giudizio, da modificare in seguito a nuovi elementi, quali il parere dei parenti e degli amici stretti, le indicazioni dei medici, le passate dichiarazioni del malato, l’utilità sociale. Anche in questi casi però, il pregiudizio a favore della vita prende spesso il sopravvento e si presuppone che uno stato di sopravvivenza minima o meccanica sia comunque da preferire (in genere per gli altri). Un’osservazione che si rivela grottesca non appena facciamo uscire dal gioco la temuta variabile “morte”. Nel caso del masso sul piede, ad esempio, se la vittima non si lamentasse, ti sembrerebbe ovvio lasciare il sasso dov’è o proveresti comunque a rimuoverlo?

4. Dalla morte non si torna indietro.

Che la morte sia irrimediabile è forse il miglior argomento tra quelli elencati: una pietra puoi rimetterla sul piede, ma di certo non puoi resuscitare nessuno.

Un’eutanasia non è né può essere una scelta da prendere alla leggera e richiede senz’altro la massima cautela. Va detto però che non si parla mai di eventualità “leggere”, ma di situazioni che presentano dolori persistenti, intensi, costanti, di dubbia o impossibile guarigione. In questo casi, per quanto difficile, accondiscendere alla volontà di chi soffre resta la soluzione più razionale.

Non avrai mai la certezza di aver fatto la scelta giusta, ma su cosa puoi avere una certezza assoluta? Qualunque situazione può capovolgersi. È sensato torturare una persona perché forse in futuro cambierà idea, o perché potrebbe accadere un miracolo? Come reagiresti se il tuo datore di lavoro ti dicesse che questo mese non avrai lo stipendio, perché forse in futuro cambi idea e vuoi lavorare gratis? Ti sembrerà un parallelo ridicolo, ma per chi soffre a tal punto da voler morire l’ovvietà è analoga. No, non cambiano idea.

5. Non vuoi che muoia.

La morte, anche quando si tratta di sconosciuti, non è mai un fatto privato. Se non vuoi che un’altra persona muoia non posso dirti nulla, se non che ti capisco. Sappi però che in certi casi il tuo non è un gesto d’amore, ma di egoismo.

Valentino Ghiglia, Lotto composto, Asta Pananti online

Se questi cinque motivi non reggono, negare l’eutanasia è per lo più una violenza fondata su un’emozione ingiustificata. Una conclusione che forse giudicherai eccessiva, e saresti in buona compagnia: non c’è religione, eccezion fatta per qualche forma di buddismo, induismo e paganesimo, che non consideri il suicidio un grave peccato. Anche la maggior parte delle società laiche prevede il diritto alla vita ma non quello alla morte. Un dato curioso, se consideriamo la leggerezza con cui gestiamo la morte degli animali – ma d’altra parte non c’è da stupirsi, perché la vita ci pone l’inderogabile diktat di perseguire se stessa. Solo i due casi limite dell’illuminazione mistica e dell’estrema sofferenza sono in grado di mettere in dubbio questa legge. Lo ha espresso molto bene David Foster Wallace in Infinite Jest:

La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.

Non è facile dissipare uno dei tabù più grandi della nostra specie, la necessaria menzogna che «nulla è peggiore di morire». Una volta dissolte le nubi di un istinto affrettato però, o posti davanti a una tragica scelta, risulta evidente che esistono dei casi in cui imponiamo ad altri una volontà di vita che va contro il loro desiderio e interesse, com’era forse per Noa, a cui è stata rifiutata l’eutanasia. E se il coraggio dell’introspezione non viene a mancare, potremmo notare che lo facciamo pur di considerare giusta e universale una legge su cui non abbiamo alcuna scelta.

Chi non sa cos’è la morte – e nessuno può dire di saperlo – spesso la reputa spaventosa, mentre a essere terribile è soprattutto la nostra paura. E se non possiamo pretendere, ma solo augurare, che il timore venga superato, possiamo però non imporlo a chi soffre oltre ogni accettabile misura.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

2 comments on “Le 5 ragioni (sbagliate) per negare l’eutanasia

  1. Lucido come sempre.
    Certo la paura della morte é un tabù difficile da superare.

  2. Luciana mangano

    Credo che la paura della morte accomp

    agni.l ‘umanità da eoni e sia quella che ci fa vedere nemici veri o immaginari, che ci fa credere solo alla materia e che accomuna sia religiosi che atei.
    Gli eroi e chi crede fermamente in ideali…affrontano.la morte con apparente spavalderia e dobbiamo spesso al.loro coraggio i cambiamenti epocali…..
    Non mi sento di dare alcun giudizio su questo penoso argomento…diamo la morte ogni giorno ed ogni istante…Non riesco a credere ad alcun giudizio da parte di un creatore che ci ha dato la libertà di fare e disfare….
    In base al sentire di ognuno….ci di comporta nelle situazioni che la vita ci propone e assumerci è fondamentale….per poter vivere è sopravvivere ad un grande dolore come questo..
    Vita e morte esistono e sono aspetti della energia e della coscienza….
    Credo che ci siano aspetti e situazioni per operare scelte che preferiremmo tutti non dover affrontare….
    Ci sono situazioni in cui.prevale l’istinto di sopravvivenza e altre in cui prevale l’istinto di morte.
    Io ho conosciuto la notte buia dell’anima e sono tornata a da un buco nerissimo…
    Ma non tutti ce la fanno..

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