Le città nella giungla

Le foreste, le giungle e i boschi hanno un effetto diretto sulle nostre vite. Spesso, purtroppo, non sappiamo quanto questo sia importante. Eppure è così ampio che ha un effetto anche sulle nostre città. L’urbanistica, infatti, in un certo senso “dipende” dalla vegetazione.


IN COPERTINA: un’opera di Shin Saimdang

Questo testo è tratto da Giungle di Patrick Roberts. Ringraziamo Aboca Editore per la gentile concessione.


di Patrick Roberts

Le visioni di ‘città abbandonate’ nella giungla affliggono l’immaginario occidentale da quando gli europei visitarono per la prima volta i tropici di Asia, Africa e America. 

Dalla Città dimenticata di Z a El Dorado, la sete di trovare, in pericolose foreste tropicali, antiche civiltà e tesori, ha guidato innumerevoli sfortunate spedizioni. 

Questa ossessione per le città della foresta tropicale si è diffusa nelle società occidentali anche nell’immaginario popolare, con imponenti rovine che fanno da sfondo alla paura, alla scoperta e alle sfide pericolose della vita, rappresentate in una serie di videogiochi popolari (la serie Uncharted), film horror (Rovine) e romanzi (Il libro della giungla). In tutte queste immagini serpeggia l’idea pervasiva che le antiche città e gli Stati nelle foreste tropicali fossero destinati al fallimento, e che gli occupanti più determinati e resistenti abitassero in piccoli villaggi di cacciatori-raccoglitori con il dardo avvelenato. La convinzione è che liane avvinghiate alle piante e alberi torreggianti o, come nel caso del Libro della giungla, un chiassoso esercito di scimmie, inevitabilmente, ricacceranno le pretese di conquista e dominio da parte degli umani nel verde pervasivo da cui provengono. Questa convinzione non è stata smorzata da libri best-seller o film apocalittici tipo Collapse che raccontano di società enigmatiche come i Maya del Periodo Classico. In definitiva, i muri di pietra in decadenza, le grandi strutture vuote e le strade deserte presenti tra i resti urbani di queste aree tropicali fungono da tragico monito: il nostro attuale stile di vita, le comunità e le economie in cui siamo inseriti non sono così sicuri come vorremmo sperare. 

La situazione non è tanto differente riguardo alle considerazioni accademiche sul potenziale delle foreste tropicali come sostegno per l’urbanesimo antico. Da un lato si è ipotizzato che l’agricoltura intensiva, considerata necessaria per dare supporto alla crescita delle città e alle potenti élite sociali, fosse impossibile da sviluppare sul suolo umido, acido e povero di nutrienti delle foreste tropicali. Dall’altro lato, dove la presenza di vistose macerie di antiche città non può essere negata, come nei tropici secchi dell’America centrale, dell’Asia del Sud e del Sudest asiatico, si è creduto che il crollo fosse stato inevitabile a seguito di una catastrofe ecologica. La deforestazione attuata per costruire edifici massicci e per ospitare popolazioni in crescita, l’espansione dell’agricoltura su terreni marginali, così come i disastri naturali quali smottamenti, inondazioni e siccità, simili a quelli a cui assistiamo oggi, devono aver reso l’esperimento delle città costruite in aree tropicali, nel migliore dei casi, una grande sfida, oppure, nel peggiore, un azzardo da pazzi. È stato difficile ribaltare questi stereotipi, poiché le grandi esplorazioni sul campo, che durano diversi anni, intraprese di solito nei siti delle città antiche, ad esempio in Mesopotamia o in Egitto, sono sottoposte, nelle aree tropicali, a prove uniche. La fitta vegetazione, le malattie trasmesse dalle zanzare, le piante e gli animali velenosi, nonché le precipitazioni torrenziali hanno reso arduo trovare e raggiungere centri urbani costruiti in passato nelle zone tropicali, per iniziare gli scavi. Se poi per le costruzioni erano stati usati materiali organici al posto della pietra, il compito diventa ancora più impegnativo. Di conseguenza, la ricerca sull’urbanistica tropicale del passato, sulle sue forme, sui modelli economici e l’estensione delle città, ha arrancato un po’, seguendo esplorazioni simili nelle zone semiaride e aride della Mesopotamia, dell’Egitto e nelle ampie valli fluviali dell’Asia orientale.7

Molte società della foresta tropicale avevano trovato strade di grande successo per la produzione alimentare, anche nelle circostanze ambientali più difficili. Sebbene quelli studiati potrebbero non assomigliare ai campi ‘agricoli’ che abbiamo in mente oggi, alla base del sostentamento di città e Stati c’erano antichi metodi comunque in grado di supportare lo sviluppo di popolazioni e strutture sociali di dimensioni impressionanti. Pertanto, ora passeremo ad analizzare alcuni dei più famosi esempi di disastri tropicali presunti – quelli che avrebbero colpito i Maya del Periodo Classico e Postclassico, l’impero Khmer della Cambogia e le città dello Sri Lanka settentrionale – per constatare come, negli ultimi due decenni di intrepida esplorazione archeologica, applicando le più recenti metodologie scientifiche sia sulla terra sia dal cielo, la copertura a baldacchino delle foreste sia stata rimossa per agevolare nuove e più facili valutazioni. Scopriremo che non solo le città tropicali precoloniali avevano prosperato, ma che erano in realtà alcuni dei territori urbani più estesi del mondo preindustriale, superando di gran lunga l’antica Roma, Costantinopoli e le antiche città della Cina. Scopriremo inoltre che anche la regione forestale apparentemente più ‘incontaminata’, il bacino amazzonico, ospitava in realtà milioni di persone distribuite su una rete di insediamenti simili a quelli urbani attuali. 

Le città tropicali antiche potevano essere notevolmente resistenti, a volte sopravvivendo molti secoli in più, in simili ambienti, delle reti urbane del periodo coloniale e industriale. Sebbene si dovessero affrontare ostacoli immensi, e spesso si fosse costretti a rivedere la struttura sociale e la situazione complessiva delle località di insediamento per fronteggiare i climi mutevoli e l’eccessivo sfruttamento del territorio circostante agito dalle stesse comunità che vi abitavano, si erano sviluppate forme di città completamente nuove rispetto a come una città potrebbe, e forse dovrebbe, essere. Estese, intrecciate alla natura, dedite alla produzione alimentare con funzione sociale e politica, queste antiche strutture stanno catturando l’attenzione degli urbanisti del XXI secolo, che cercano di venire a patti con le foreste tropicali, poiché sono siti abitativi di alcune delle popolazioni umane in crescita più rapida nel mondo di oggi. 

Come per l’‘agricoltura’, tendiamo a considerare il concetto di ‘città’ osservando la realtà solo attraverso una lente occidentale, e spesso con i paraocchi. Basandoci sulle nostre esperienze, le immaginiamo come aree compatte e densamente popolate, sede delle élite amministrative e politiche, vibranti di commerci e di varie produzioni, sostenute, dal punto di vista alimentare, da vasti campi agricoli e da mandrie, che spesso si trovano a una certa distanza dai confini della città. Per oltre cinquant’anni, da quando l’archeologo Gordon Childe ha coniato il termine, le ‘rivoluzioni’ agricole e urbane, come se si trattasse di due grandi pietre miliari nella storia dell’umanità, queste valutazioni sono state ampiamente considerate vere dall’archeologia. Gli scavi nel Vicino Oriente di vasti siti di tumuli, i cosiddetti tells, formati da enormi accumuli di mattoni di fango e rifiuti, che rappresentano le prime città risalenti a circa 6 mila anni fa, così come le città del mondo classico e dell’antica Cina, hanno contribuito a creare degli standard, necessari per tracciare le linee guida riguardo alle origini e all’espansione di un modello di insediamento, che in larga misura ancora oggi plasmano la vita di molti di noi. Non sorprende che questo ‘modello’ di complessità sociale sembri un po’ fuori luogo nelle foreste tropicali, dove vasti campi di colture uniformi, animali al pascolo e densi insediamenti abitativi possono condurre a una drastica deforestazione, alla conseguente erosione del suolo e, infine, alla fame e alla disgregazione sociale. Di conseguenza, quando ai tropici sono state scoperte queste città apparentemente ‘compatte’, ad esempio nel caso dei Maya del Periodo Classico, che avevano costruito nel Messico sudorientale, nel Guatemala, nel Belize, nell’Honduras occidentale e in El Salvador, gli scienziati si erano orientati a pensare al peggio, ovvero che queste popolazioni, e il loro concentrarsi su colture agricole chiave, avevano avuto un impatto eccessivo sul territorio della foresta tropicale, portandolo al degrado, fino a un rovesciamento del potere e a un conclusivo abbandono dell’area.

Le forme urbane di epoca Maya avevano cominciato a fare la loro comparsa intorno all’800 a.C., nel cosiddetto periodo Preclassico. Le città, l’architettura monumentale in pietra e la scrittura erano emerse gradualmente in alcuni centri politici cruciali, guidati da re e sostenuti, sotto l’aspetto alimentare, da coltivazioni di mais, fagioli e zucche tipici dell’America settentrionale e centrale. Un nuovo decollo era avvenuto durante il Periodo Classico, specialmente in una regione nota come il bassopiano sudoccidentale (che comprende il Guatemala settentrionale, il Belize e il Messico sudorientale). Tra il 250 e il 900 d.C. la popolazione si era fatta sempre più numerosa, ed erano sorte più città, più monumenti e più iscrizioni murarie. I leader delle famose città di Tikal e Calakmul, con popolazioni che raggiungevano addirittura le 120 mila persone, si erano impegnati in guerre, avevano esteso la loro influenza politica ed erano riusciti a sfruttare anche a distanza risorse prestigiose e di alto valore, seguendo modalità che riempirebbero di orgoglio molte delle nostre attuali farraginose amministrazioni statali. Sebbene molti di questi nodi urbani fossero situati su terreni particolarmente adatti alla fiorente agricoltura del mais, c’era un problema. La variazione annuale delle precipitazioni nella regione poteva raggiungere i 2 mila millimetri (per fare un confronto, la media delle precipitazioni annuali registrate all’Osservatorio di Greenwich a Londra tra il 1981 e il 2010 era di 621 millimetri), e la conformazione geologica spesso rendeva difficile catturare e immagazzinare preziosa acqua durante i mesi della stagione secca. Di conseguenza, i lunghi periodi di siccità, durante il Periodo Classico Terminale, tra l’800 e il 900, testimoniati dai dati raccolti presso i laghi della regione, nelle pianure meridionali, avevano probabilmente messo in ginocchio il sistema. Nessun intervento sull’ambiente era più possibile, dato che i grandi centri e le loro classi dirigenti avevano già esagerato, tagliando gli alberi per realizzare i monumenti, piantando il mais su terreni poveri, e riempiendo all’inverosimile di coltivazioni le regioni più fertili. Avendo gestito in modo precario il mantenimento della popolazione, a causa di un territorio pesantemente modificato, non c’era nulla che potessero fare. La gente aveva perso la fiducia nelle élite, l’edilizia si era fermata, a ciò era seguita la carestia, e la popolazione del Periodo classico si era dispersa sul territorio per guadagnarsi da vivere in un mondo in cui il clima stava facendosi più secco. Alcune centinaia di anni dopo, passando vicino a questi antichi centri, esploratori spagnoli come lo spregiudicato Hernán Cortés non avevano ritenuto degni di nemmeno un commento i resti di questi nuclei abitativi, e quindi i luoghi erano rimasti in attesa di una ‘riscoperta’, che avverrà grazie agli intrepidi archeologi americani del XIX secolo. Questa è la storia che è stata a lungo raccontata sul Periodo Classico dei Maya. Sorprendentemente, però, già settant’anni fa, le indagini sulle città Maya dell’epoca condotte dagli archeologi William Coe e Gordon Wiley avevano messo in discussione una simile interpretazione dell’organizzazione urbana e della disposizione territoriale. Lungi dall’essere compatti, oggi sappiamo che anche i centri Maya più noti, come Copán e Tikal, praticavano quello che altrove è stato chiamato ‘urbanesimo agrario a bassa densità’. Ciò significa che, in effetti, invece di essere concentrata, la popolazione era relativamente distribuita (1-10 persone per ettaro). Invece di avere i campi coltivati all’esterno e l’organizzazione politica all’interno, i campi erano situati lungo tutta l’infrastruttura urbana e tra le residenze. Al contrario delle attuali concentrazioni in un unico punto nevralgico, le città si estendevano per oltre 100 chilometri quadrati. Prendendo Tikal come esempio, dati recenti hanno illustrato la presenza di una rete di fossati, abitazioni, serbatoi e piramidi che si estendevano da un’unica collina fino a 200 chilometri quadrati nel territorio circostante. Metodologie innovative di rilevamento aereo hanno portato a scoperte simili in altre parti del mondo Maya, da Copán a Caracol. In quasi tutti i casi, al posto di isolati urbani gli scienziati hanno trovato vasti territori fatti di piccoli e grandi centri, collegati ad aree agrarie diffuse, zone residenziali, vie di comunicazione, e un complesso sistema interconnesso di dighe, serbatoi, doline, canali e paludi che, anche nelle stagioni più secche, rispondevano ai fabbisogni di popolazioni in crescita. Come dice la professoressa Lisa Lucero, dell’Università dell’Illinois, “essendo insediati lì già da più di un millennio, i Maya del ‘Periodo Classico’ conoscevano l’importanza dell’acqua e dei terreni agricoli fertili, questi ultimi diffusi in nuclei abitativi di varie dimensioni e speculari a insediamenti agricoli sparsi. Questo approccio che ipotizza città a bassa densità abitativa, si è rivelato una soluzione logica e rivoluzionaria”. 

I Maya del “Periodo Classico” avevano anche economie molto diversificate e sofisticate, più di quanto spesso si pensi. Accanto alle colture principali, gli archeobotanici hanno rilevato la presenza di piantagioni di avocado, ananas, girasoli, pomodori e manioca che si abbinavano a insediamenti sparsi e a condizioni di vita differenziate, diversi dai paesaggi fatti di file interminabili di mais che appartengono all’immaginario popolare. Le osservazioni delle foreste moderne che crescono intorno ai centri Maya del Periodo Classico mostrano che gli abitanti di queste reti urbane gestivano attivamente le piante della foresta tropicale per promuovere specie economicamente vantaggiose.19 Non si limitavano alle piante. I Maya del Periodo Classico sono anche noti per aver messo in gabbia, nutrito e ingrassato tacchini e cervi selvatici, in modo da poterli utilizzare come fonti proteiche fondamentali. In generale, invece di campi agricoli coltivati a monocultura, gli scienziati parlano della presenza di vari ‘giardini boschivi’, usati come fonte di sostentamento per le città. Sulla base di studi etnografici e di testimonianze provenienti dalle odierne comunità Maya, questo tipo di coltivazione, chiamata milpa (o kol nella lingua locale Yukatek), implica l’uso di colture multiple e la rotazione dei campi, che permettono a varie parti della foresta di ricrescere e alle porzioni di terreno coltivate di riposare e di riappropriarsi di nutrienti, prima che la semina in una determinata località ricominci. Sappiamo inoltre che invece di piantare indiscriminatamente le colture in terreni di ogni tipo, i Maya del Periodo Classico utilizzavano in realtà ricche vene di terreni particolarmente produttivi, noti come mollisols, conferendo al loro sistema di campi un aspetto sinuoso e serpeggiante lungo i fiumi e sui pendii. Aggiungevano anche piante speciali, come le ninfee, ai bacini idrici. Queste piante sono incredibilmente sensibili alla qualità dell’acqua, e crescono solo in condizioni di estrema pulizia, il che permetteva un monitoraggio continuo in caso di acqua stagnante e consentiva di proteggersi dalle malattie. “In definitiva, il vasto paesaggio in cui vivevano i Maya del ‘Periodo Classico’ può essere immaginato come un mosaico di zone umide stagionali e di foreste ben drenate usate per approvvigionarsi di palme, tinture, frutti, animali e materiali da costruzione, insieme ad aree aperte che ospitavano vari campi (milpas)”, afferma Lisa. 

La difficoltà di gestire la sopravvivenza di popolazioni e complicate strutture sociali e politiche in un territorio tropicale altamente influenzato dalla stagionalità, e dalla consistente richiesta d’acqua, alla fine ha presentato il conto in molte zone delle cosiddette ‘terre del cuore’ dei Maya. Nonostante i ben noti scenari catastrofici, è del tutto improbabile che un singolo, drammatico periodo di siccità abbia condotto alla fine una specifica città. Ciononostante, ricerche dettagliate condotte da scienziati del clima, che lavorando su un numero crescente di dati, relativi alle precipitazioni avvenute in passato e ricostruite mediante l’analisi di sedimenti lacustri e del graduale accumulo di stalagmiti nelle grotte vicine, hanno mostrato una crescente stagionalità delle precipitazioni, un aumento dei periodi di siccità e una graduale tendenza alla diminuzione delle precipitazioni. L’entità della deforestazione precolombiana non trova accordo tra gli scienziati. Tuttavia, i dati ricavati dal polline, provenienti dal carotaggio eseguito su tutto il bassopiano meridionale, indicano vari gradi di deforestazione e di sfruttamento delle foreste in ciascuno delle centinaia di centri Maya, il che, in alcuni casi, potrebbe aver aggravato le condizioni climatiche e la siccità.

Nelle pianure meridionali, dove l’acqua di superficie era nel migliore dei casi difficile da trovare, molte città, compresa Tikal, avevano visto il crollo dei rendimenti agricoli, una crescente malnutrizione e un aumento dello stress. 

Poiché i re rivendicavano un legame molto stretto con gli dei, di fronte alla siccità e al fallimento dei raccolti, la loro fonte di potere politico era stata messa in discussione, soprattutto perché gli atti di violenza tra le città si erano fatti più frequenti. La gente si rifiutava di lavorare alla costruzione dei monumenti, vedendo che la loro presenza non influiva minimamente sul miglioramento della situazione. I centri cerimoniali nelle pianure Maya meridionali erano stati abbandonati e le rovine sono rimaste a disposizione degli scienziati, arrivati in quell’area secoli dopo. Osservando le sequenze dei dati rilevabili in alcuni siti, tutto questo può certamente sembrare un disastro rapido e senza possibilità di compromesso. Ma è stato davvero così? Considerata la solida e duratura conoscenza dei Maya del Periodo Classico riguardo ai loro ecosistemi, compresa l’economia ben calibrata e la sofisticata gestione dell’acqua, elementi che spesso mancano ai sistemi urbani del XXI secolo, è davvero credibile che sia avvenuto un ‘collasso’ rapido e travolgente? 

Di fatto, i centri Maya erano fioriti nel Periodo Postclassico, ovvero 900-1520 (complesso archeologico Chichén Itzá, Uxmal), alcuni avevano continuato a prosperare fino all’arrivo degli spagnoli, semplicemente sfruttando le doline alimentate dalle acque sotterranee o le coste nelle pianure del Nord, vicine ai relativamente pochi laghi e fiumi delle pianure del Sud, e, più tardi, si erano insediati negli altipiani del Guatemala (ad esempio Q’umarkaj/Utatlán). I dati ci dicono che nelle aride pianure meridionali anche i ricchi e i potenti avevano sofferto, ma cosa dire di tutti gli altri? In molte aree, sembra proprio che la vita dei contadini indipendenti, anelli cruciali della catena dei vasti sistemi urbani Maya del Periodo Classico, sia proseguita, anche se le popolazioni avevano raggiunto dimensioni molto ridotte. Nella regione di El Pilar, che circonda il centro cerimoniale di Tikal, i ‘giardini boschivi’ erano gestiti da comunità di agricoltori. Sorprendentemente, questa gestione, e la presenza di un gran numero di agricoltori, è continuata persino durante l’ascesa e la caduta della stessa Tikal. Questa variegata agricoltura milpa persiste tuttora tra le comunità indigene Maya che ancora oggi occupano molte parti della regione. Questi gruppi praticano ancora la produzione agricola tradizionale e si prendono cura del territorio. Gli archeologi urbani, come in generale chi appartiene alla nostra società, tendono a concentrarsi sui resti ‘ricchi’ delle strutture un tempo occupate dalle élite, che possono avere un grande impatto mediatico e lasciare un segno rilevante nell’opinione pubblica. Ma quando una città tropicale si fonda su reti tentacolari costituite da agricoltori e artigiani indipendenti, al di là delle stelle che contribuiscono allo spettacolo più in vista, il rischio è di non valorizzare e trascurare la notevole capacità di resilienza insita nelle fondamenta del sistema. 

La regione della Grande Angkor in Cambogia è un altro importante insieme di rovine che emergono da una giungla. Studenti in vacanza, giramondo, gruppi di anziani e gente del posto interessata all’archeologia affollano l’area dell’importante tempio di Angkor Wat, ricoperto da scimmie, che fu il centro religioso dell’impero Khmer nel XII secolo. Pochi dei visitatori, tuttavia, si rendono conto che questo santuario monumentale è in realtà solo la punta dell’iceberg angkoriano. L’urbanistica aveva cominciato a emergere in questa parte del mondo a partire dal I millennio a.C. Inizialmente si basava su città fortificate che avevano avuto un boom nel I millennio d.C., circondate da fossati di 5-20 chilometri quadrati, dove vigeva un’attenzione particolare per la gestione dell’acqua necessaria a irrigare le risaie che crescevano nella regione durante la severa stagione secca. Dall’VIII secolo d.C., nell’area di Angkor il livello si era innalzato. Nel IX secolo d.C., partendo da due nuclei separati, si era formata Yasodharapura, la nuova capitale dell’Impero Khmer, a quel tempo lo Stato dominante del Sudest asiatico continentale. La capitale era caratterizzata da massicci bacini costruiti in terra, noti come barays, da una serie di palazzi amministrativi in muratura e da templi buddisti e indù che avevano prosperato per oltre mezzo millennio, fino al XIV secolo.

In precedenza, come fanno i turisti oggi, molti archeologi si erano concentrati sui centri ‘cerimoniali’, in apparenza importanti e compatti, come Angkor Thom e Angkor Wat, costruiti dai vari sovrani dell’impero. 

Ma successivamente sono accadute due cose. In primo luogo, l’archeologo francese Christophe Pottier e i suoi collaboratori locali avevano intrapreso un lavoro di indagine sul terreno durato decenni, nonostante si fossero trovati di fronte a problemi di sicurezza dovuti alla presenza degli Khmer Rossi, che negli anni novanta combattevano in zona. Nel corso dei lavori, in tutta la regione della Grande Angkor, erano stati in grado di tracciare la presenza di un gran numero di elementi costruttivi, grandi e piccoli. In secondo luogo, era stato nel frattempo adottato un nuovo metodo: la Light Detection and Ranging (LiDAR), una tecnica di telerilevamento. 

Uno dei maggiori esperti a utilizzare questa metodologia nell’archeologia tropicale è oggi il dottor Damian Evans dell’École française d’Extrême-Orient di Parigi. La fitta vegetazione ha spesso ostacolato l’identificazione di edifici antichi nelle foreste tropicali, in particolare nel Sudest asiatico, dove le abitazioni sono note per essere state spesso costruite con legno o bambù, materiali che hanno lasciato dietro di sé solo deboli tracce, come il colore del suolo o l’altezza dei rilievi sul terreno. Come racconta Damian, “la LiDAR ci permette invece di ‘spogliare’ virtualmente la vegetazione. Usando uno scanner attaccato a un aereo, colpiamo il terreno sotto di noi con impulsi laser, rilevando miliardi di punti. Alcuni vengono rimbalzati dagli alberi, ma altri scivolano attraverso la vegetazione, permettendoci di rilevare e ricostruire un modello di ciò che si trova sotto”. Ciò che hanno trovato ad Angkor è semplicemente sbalorditivo: un’area residenziale urbana di oltre mille chilometri quadrati è emersa accanto a un territorio di 3 mila chilometri quadrati modificato rispetto alle origini. Questo fa della Grande Angkor il più esteso complesso di insediamenti preindustriali sulla faccia della Terra, persino più grande dell’odierna Parigi. La scoperta rivoluziona anche la nostra comprensione del funzionamento della antica megalopoli. Come nel caso dei Maya del Periodo Classico, che occupavano aree in cui la LiDAR ha messo in luce vasti territori urbani stanziali, e non solo compatti centri cerimoniali, Angkor è un altro esempio tentacolare di “urbanistica a bassa densità abitativa basata sull’agricoltura”. In centri cerimoniali come Angkor Thom, la LiDAR ha accertato la presenza, in cortili apparentemente spaziosi, di un nucleo di supporto religioso densamente popolato, in cui si viveva in palafitte di legno circondate da mura di pietra. In siti come Angkor Wat oltre ai punti focali degli insediamenti, sono distribuiti in modo reticolare numerosi tumuli domestici, insieme a santuari di dimensioni ridotte e a risaie, che occupavano pianure e colline fino ai confini. Come nell’America centrale e settentrionale tropicale, la popolazione urbana utilizzava le foreste per ricavare frutti da frutteti coltivati, palme selvatiche e verdure, assicurandosi di conservare una certa copertura forestale. Fiumi e stagni fornivano pesce, mentre gli zooarcheologi hanno dimostrato che maiali, bovini e polli facevano sentire la loro presenza nelle strade affollate. Questa vasta popolazione umana e animale poteva procurarsi sostentamento dalle foreste caratterizzate da stagioni secche, che fiancheggiavano il delta del fiume Siem Reap, solo in virtù della creazione, a opera degli umani, di un vasto sistema di drenaggio dell’acqua. Oltre agli edifici, il precedente lavoro di osservazione e il successivo svolto con la LiDAR, hanno accertato la presenza di una rete dendritica di trasporto e stoccaggio dell’acqua, che andava da serbatoi giganti e fossati intorno al tempio, fino a piccoli canali gestiti a livello locale. L’ingegnosa progettazione e l’applicazione di argilla sabbiosa a parti della rete tentacolare di questa vasta architettura le permisero di affrontare sia la siccità sia le inondazioni, tanto che il leviatano Angkoriano resistette attraversando molte stagioni secche e varie crisi politiche, fino al XIV secolo. 

Non sorprende che questa vasta metropoli urbana abbia messo a dura prova il paesaggio tropicale. La deforestazione e l’erosione del suolo indotte dall’uomo hanno lasciato un chiaro segno nella regione. Tuttavia, la diffusione urbana agraria ha diluito l’impatto sviluppandosi in un bacino ampio, invece di concentrarsi su un’area in particolare. Il tempio di Angkor, tuttavia, è poi crollato. Durante il tardo XIV secolo, le oscillazioni climatiche sempre più estreme, tra siccità e diluvi, hanno danneggiato parti della rete idrica e hanno avuto ripercussioni sui raccolti agricoli. I palazzi e i templi sono stati abbandonati e il territorio urbano si è disgregato, poiché i contadini non avevano trovato alcuna ragione per rimanere all’interno di un sistema disfunzionale, amministrato dallo Stato e da élite in competizione. Ma, ancora una volta, invece del ‘collasso’ completo, il risultato era stato più complesso e interessante. I governanti si erano trasferiti in nuove città più compatte nella zona di Phnom Penh, dove oggi sorge l’attuale capitale della Cambogia. Nel frattempo, i diligenti agricoltori avevano popolato un numero maggiore di cittadine lungo le rive del fiume Mekong e del lago Tonlé Sap, preferendo corsi d’acqua più stabili per le loro future imprese. Come per i Maya del Periodo Classico, quindi, il sistema di governo aveva certamente fallito, in particolare sulla scia delle sfide climatiche, affrontate da una regione soggetta a variazioni stagionali delle precipitazioni. L’abbandono successivo e lo sconvolgimento osservato nella Grande Angkor non è qualcosa che si può ignorare. Tuttavia, la classe dirigente aveva escogitato una nuova strategia e si era trasferita in nuovi siti per l’esercizio del potere. Nel frattempo i contadini, che, fin dall’inizio, avevano alimentato l’espansione della città, erano rimasti su quel territorio che, per un lungo periodo, aveva provveduto a sostentarli, sebbene avessero concentrato i loro sforzi su aree più redditizie per la coltivazione e l’allevamento. Una volta distolto lo sguardo dalle immense mura dei templi, possiamo cominciare a renderci conto di come la Grande Angkor rappresentasse un sistema capace di sviluppare un approccio vasto e un’alta resilienza in merito alla vita urbana nei tropici. 

Uno stato di cose paragonabile si può trovare anche in una delle grandi attrazioni turistiche urbane antiche dell’Asia meridionale, Anuradhapura, che fa parte del ‘Triangolo d’oro’ dell’Unesco in Sri Lanka. Capitale sottoposta al re cingalese Pandukabhaya, la costruzione sembra essere iniziata intorno al 500 a.C. Monumentali templi buddisti (stupa), che comprendono la più grande struttura in mattoni del mondo, monasteri, palazzi e serbatoi d’acqua gestiti dallo Stato e utilizzati per l’agricoltura intensiva del riso, dal III secolo d.C. avevano caratterizzato questo centro. I ‘serbatoi’ d’acqua sono particolarmente impressionanti, specie il più grande, Nuwarawewa, costruito nel I secolo d.C., che raggiunge i 9 chilometri quadrati. Nel IX e X secolo, Anuradhapura dominava il territorio politico dell’isola. In qualsiasi momento, i tre grandi centri monastici della capitale avrebbero potuto sostentare 30 mila fedeli, come documentano le immense vasche di pietra che si sono conservate: avrebbero potuto, a ogni pasto, offrire riso a mille persone. Analogamente, solo mille fedeli sono stati invitati, nel 2020, a pregare nella basilica di Santa Sofia, quando è stata convertita in moschea funzionante. Tuttavia, ancora una volta è stato necessario un intenso lavoro di indagine per riuscire a vedere oltre i colossi di pietra e i mattoni di Anuradhapura, che con un’espansione di 500 chilometri quadrati si estendeva nella vasta campagna, territorio in cui il picco di crescita aveva raggiunto le 250 mila persone. Si tratta di un’area quattro volte più grande della moderna città di Liverpool. Questa espansione era sostenuta da infrastrutture costituite da canali in legno e pietra che collegavano i serbatoi centrali alle costruzioni riservate allo stoccaggio dell’acqua sulle colline, a circa 100 chilometri di distanza. Mentre questi grandi progetti erano diretti dallo Stato, come nella Grande Angkor, i piccoli sistemi – costituiti da serbatoi e deviazioni dei fiumi, gestiti da gruppi di agricoltori locali che abitavano il territorio circostante – funzionavano in modo indipendente rispetto alle grandi costruzioni gestite dallo Stato e soggette agli avvicendamenti che si verificavano nella struttura del potere politico. I contadini avevano realizzato anche dei giardini e spostavano frequentemente le loro coltivazioni per mantenere intatte parti di foresta tropicale secca, oltre che per diversificare la loro dieta e per utilizzare i terreni producendo non solo riso. Le fluttuazioni politiche e climatiche alla lunga avevano segnato la fine dell’antica Anuradhapura, per lungo tempo centro cerimoniale e politico. La capitale cingalese era stata spostata nella vicina Polonnaruwa (XII secolo) prima che i governanti, intorno al XIII secolo, abbandonassero del tutto il Nord più secco e si spostassero a Sud, nelle umide foreste tropicali di Dambadeniya, e infine a Kandy. Questi eventi potrebbero essere stati stimolati dalle fluttuazioni del sistema monsonico dell’Oceano Indiano, che aveva portato un’intensa siccità nelle città del Nord dipendenti dai bacini idrici, una regione che ancora oggi affronta stagioni aride nei mesi estivi. Tuttavia, anche se il sistema statale era stato smantellato a livello locale, mediante la delocalizzazione delle attività era rimasto nel complesso in funzione in tutta l’area. Inoltre, i contadini più indipendenti, ancora una volta, erano riusciti a seguire un proprio percorso, successivo al crollo della struttura politica. Nel tardo XII secolo, dopo che i governanti se ne erano già andati, si evince da alcuni reperti che contadini ostinati avevano occupato di nuovo diverse parti di Anuradhapura e avevano ridato splendore ai monumenti. Inoltre, anche se all’arrivo i burocrati coloniali britannici nel Nord del Paese (XIX secolo) avevano trovato solo rovine, in tutta l’area di Anuradhapura, che, per inciso, come città, esiste ancora, sebbene sia ormai solo il turismo a sostenerne l’economia, alcune coltivazioni di riso su piccola scala erano comunque rimaste attive e anche una gestione efficace dell’acqua. Occupata per circa 1.700 anni come centro urbano, l’antica Anuradhapura, come capitale dello Sri Lanka, ha resistito molto più a lungo rispetto all’attuale città di Colombo, che, pur essendo stata occupata in precedenza da commercianti multietnici, si è veramente affermata come importante centro urbano solo a partire dal XVI secolo, dopo la colonizzazione portoghese, olandese e britannica. Dato che questo periodo è molto più lungo rispetto a quello in cui la maggior parte delle nostre città europee ha resistito alla prova del tempo, l’esempio dello Sri Lanka dovrebbe ancora una volta farci riflettere sui comuni pregiudizi, ad esempio il ritenere le foreste tropicali un luogo inadatto per gli abitanti delle città. 

Le pianure sempreverdi e le foreste pluviali nel bacino dell’Amazzonia rappresentano un’altra sfida per le società urbane rispetto alle foreste tropicali secche e con stagioni aride dell’America centrale e settentrionale, dell’Asia meridionale e del Sudest asiatico. Il calore, l’umidità appiccicosa e il suolo acido, spesso allagato, hanno portato alcuni archeologi e antropologi a supporre che sia la vita nelle città sia l’agricoltura stanziale fossero, dal punto di vista ambientale, condizioni impossibili. La maggior parte delle comunità indigene sopravvissute in queste foreste vivevano in piccoli villaggi e non ci sono evidenze di gerarchia sociale. Oggi, l’espansione delle infrastrutture, lo sviluppo, l’agricoltura di piantagione e l’allevamento provocano indubbiamente danni incalcolabili a questi ambienti. Tuttavia, il Capitolo 7 ci ha già mostrato che strategie per la produzione alimentare, più innovative e attente all’aspetto ecologico, sono state sviluppate in Amazzonia per gran parte dell’Olocene. Infatti, un’indagine riproposta da alcuni team specifici di archeologi, antropologi, scienziati ambientali e comunità indigene, oltre alla drammatica deforestazione che ha eliminato la copertura forestale protettiva, ha rivelato la presenza, in tutta l’Amazzonia, di considerevoli territori occupati da ‘città giardino’ fatte di terrapieni, strutture raggruppate e sentieri ‘simili a strade’. Nel fiume Xingu e nelle sue vicinanze questi insediamenti avevano raggiunto l’apogeo tra il 1250 e il 1650, appena prima dell’arrivo degli europei. Curiosamente mostrano un modello simile ai casi di ‘urbanesimo agrario a bassa densità’ che abbiamo già analizzato in precedenza. In ogni caso, città ben definite e più grandi, dislocate in punti centrali, erano circondate da monumentali mura di legno e fossati, collegate a un certo numero di villaggi satellite mediante sentieri aperti all’interno della foresta. Al contrario di quanto accadeva con la deforestazione di massa, questi insediamenti erano separati da una foresta intatta, utilizzata per la gestione di alberi da frutto, di stagni per l’allevamento di tartarughe d’acqua dolce e pesci, e di campi più esposti al sole, destinati alla coltivazione di manioca e mais.

Molti anni di ricerca hanno documentato l’esistenza di una serie di analoghi insediamenti di tipo urbano sull’isola Marajó, proprio alla foce del Rio delle Amazzoni. Durante il I millennio d.C., i siti che vedono la presenza di tumuli si erano formati a causa dell’esistenza protrattasi sul territorio di grandi residenze domestiche, di aree di sepoltura, di elaborate ceramiche e di rifiuti. Aumentando le dimensioni e la densità della popolazione fino all’inizio del XIV secolo, le stime indicano il raggiungimento di un picco di 100 mila abitanti. Quale che sia la vera dimensione di questi siti – come ad esempio le ‘città giardino’ dello Xingu l’archeobotanica, la zooarcheologia e l’analisi degli isotopi stabili dei resti umani hanno dimostrato che gli abitanti dell’isola di Marajó, in modo simile a quanto era avvenuto nella vicina regione di Maracá, si nutrivano grazie a un sistema misto che prevedeva la raccolta di varie piante, la caccia di animali selvatici e la pesca, abbinata alla conservazione di risorse di acqua dolce all’interno e intorno alla foresta pluviale rimasta intatta, e alla coltivazione di manioca e mais su ipotetici piccoli appezzamenti aggiuntivi a cielo aperto. Uno scenario simile si vede nell’ormai famoso insediamento di Santarem, questa volta alla foce del fiume Tapajos. Qui, una combinazione vitale di manioca e altre colture di tuberi, insieme ai frutti degli alberi e alla pesca, e l’uso occasionale, forse rituale, del mais, aveva ancora una volta guidato al successo una rete interconnessa di insediamenti a più ingente densità abitativa e di villaggi satellite diffusi sul territorio. È interessante notare che, in questo caso, ogni satellite potrebbe aver avuto una propria specializzazione; in alcuni insediamenti è stata rilevata una particolare attenzione per la caccia di animali della foresta pluviale. In definitiva, l’insieme di queste forme di ‘urbanesimo a bassa densità fondato sull’agricoltura’ potrebbe aver consentito, al tempo dell’arrivo degli europei, a popolazioni tra gli 8 e i 20 milioni di individui, di vivere in Amazzonia. Dato che la popolazione di tutta l’Europa nel 1492 è stimata tra i 70 e gli 88 milioni, la situazione dell’Amazzonia indica che il numero di soggetti presenti all’interno di quelli che, senza dubbio, devono essere considerati come rilevanti insediamenti urbani era ingente, sebbene si trattasse di nuclei molto diversi dalla nostra solita idea di città. 

Questi esempi amazzonici sono stati forse trascurati nelle discussioni sull’urbanistica, perché mancano le vistose forme architettoniche in pietra che sono invece visibili nei siti più conosciuti. 

Eppure anche in Amazzonia avevano i loro ‘monumenti’. Abbiamo fatto la conoscenza dei primi coltivatori dei Llanos de Moxos e delle loro ‘isole forestali’ in Bolivia, nel Capitolo 7. Dall’inizio dell’XI secolo, i loro interventi sul territorio, eseguiti per proteggere le colture principali dalle inondazioni, avevano cominciato a espandersi su più su larga scala, con la comparsa di estese zone ricoperte da tumuli, terrapieni e sistemi di fossati. Ulteriori costruzioni cerimoniali realizzate dai cosiddetti ‘costruttori della terra’ sono state trovate nella Bolivia nordorientale, negli altipiani dell’Amazzonia ecuadoregna, nello Stato di Acré, in Brasile, nell’Amazzonia sudoccidentale, e nell’Amazzonia orientale. Forse i ‘monumenti’ più resistenti facenti parte della vita urbana amazzonica sono le ingenti modifiche del suolo, apportate per far fronte all’alimentazione di popolazioni sempre più numerose. Come dice il professor Eduardo Neves, uno dei principali archeologi amazzonici dell’Università di San Paolo, “la terra preta (ora conosciuta come terra scura amazzonica) è forse la più grande eredità del tardo Olocene amazzonico”. Si tratta di strati evidenti di terreni scuri in cui sono state ritrovate ossa carbonizzate e ceramiche, residuo dell’occupazione dell’area che sembrano evidenziare tentativi deliberati di conservare la fertilità del suolo mediante gli incendi controllati appiccati nella foresta e attraverso la miscelazione di prodotti di scarto con effetto di concime. Sono stati probabilmente realizzati da chi si occupava della produzione del cibo all’interno di sistemi urbani più ampi. Gli agricoltori avevano l’abitudine di far ruotare i campi in una sorta di sistema ‘taglia e brucia’, per cercare di mantenere la copertura forestale e al contempo per permettere al terreno di rinnovarsi ogni tanto in specifiche aree. In Amazzonia, il suolo di terra scura si trova quasi sempre nei siti che nel I e nel II millennio d.C. erano stati occupati da insediamenti in crescita. “La loro enorme estensione, ora nota dopo le perlustrazioni dell’Amazzonia orientale e occidentale, testimonia la diffusione della popolazione in questa regione e delle ‘città giardino’”, afferma Eduardo. 

Oltre a rappresentare un ulteriore esempio di urbanizzazione più diffusa e integrata rispetto a quella a cui siamo abituati, questi insediamenti amazzonici sono interessanti per un’altra ragione. Nonostante evidenzino molte delle caratteristiche delle reti urbane (ad esempio la produzione artigianale suddivisa su diversi satelliti dipendenti, con dimensioni significative della popolazione e presenza fisica di monumenti inseriti nell’ecosistema), non esistono quasi del tutto prove dell’esistenza di una classe dirigente. Nei siti di Marajó e lungo il fiume Xingu non ci sono emblematiche residenze di lusso, né evidenze della suddivisione della ‘ricchezza’ in termini di proprietà personale, e neppure segni di accumulo di sofisticati beni funerari da parte di specifici individui. I ‘nobili’ e le ‘milizie’ descritte dai cronisti europei implicano una sorta di controllo centralizzato, sebbene questi resoconti possano essere stati influenzati dalle idee preordinate degli osservatori. In effetti, nel complesso, le immagini arrivate sino a noi e le descrizioni di feste sembrano basarsi più su rituali sciamanici e sull’interazione con gli ambienti della foresta, che su una dimostrazione di potere politico manifesto. Un simile stato di cose è documentato nel Mali subtropicale, per l’esattezza nel sito di Jenné-Jeno, dove, intorno al IX secolo, pare siano apparse notevoli popolazioni, complesse reti di insediamenti satellitari e tumuli fortificati, senza la presenza esplicita di una classe dirigente. Allo stesso modo, i dati archeologici relativi a insediamenti diffusi ma collegati sono rilevabili anche nella media valle del Senegal per tutto il I millennio d.C. L’etnografia applicata nell’Africa occidentale, così come a Bali, nel Sudest asiatico, ha dimostrato la possibilità che lavori complessi, realizzati da un gran numero di persone, possano essere stati coordinati da una ‘eterarchia’. In questi sistemi, il potere era diffuso più orizzontalmente che verticalmente, e le decisioni venivano prese dai rappresentanti di diverse tipologie di artigiani, da esperti di rituali o da famiglie. È possibile che una tale struttura sia esistita negli esemplari archeologici dell’Amazzonia e dell’Africa occidentale. Potrebbe anche aver contribuito al sostentamento e al mantenimento di consistenti e diffuse popolazioni urbane. In ogni caso, i rilevanti esponenti del potere teocratico dei Maya del Periodo Classico, dell’impero Khmer o di Anuradhapura, a oggi, non sono stati rilevati da nessun’altra parte. 

La misura in cui le ‘città giardino’ e le loro simili avevano avuto impatto sugli scenari ambientali dell’Amazzonia non è attualmente chiara. Consistenti lavori di sbancamento, incendi controllati della foresta volti a ottenere terreni modificati e a mantenere spicchi di suolo a cielo aperto adatti per le colture, così come la selezione di certi alberi economicamente utili, devono aver avuto effetti di vasta portata, dato il potenziale numero di persone che intraprendevano queste attività. Tuttavia, non c’è ancora una sintesi univoca dei dati ambientali registrati in tutto il bacino amazzonico. Alcuni scienziati sostengono che, in Bolivia, i ‘costruttori della terra’ avevano utilizzato, poco prima di 2 mila anni fa, terreni da pascolo a cielo aperto, formatisi a causa di climi più secchi. Nel frattempo, più a Sud, gli archivi ambientali sembrano non mostrare evidenze di deforestazione permanente, connessa a interventi paesaggistici, per scopo cerimoniale. Altri, tuttavia, hanno messo in discussione questi risultati e il caso rimane al centro di un acceso dibattito. In generale, la maggior parte dei dati relativi a incendi in Amazzonia durante il periodo delle ‘città giardino’ sembra compatibile con una forma di agricoltura mobile (nota come ‘addebbiatura’). La deforestazione temporanea di particolari zone da adibire per qualche anno a coltivazione, prima di spostare la piantagione in una nuova area, creava paesaggi dinamici a mosaico e non prevede un disboscamento completo. Queste aree non mostrano evidenze di grave erosione del suolo o di collasso ambientale. Quando arrivarono i colonizzatori europei, molte di queste forme urbane erano già in atto da mille anni. Come vedremo nel Capitolo 10, tutto era cambiato proprio con l’arrivo degli europei. Alla fine, ciò che era rimasto erano i piccoli villaggi delle popolazioni indigene, incontrate dagli antropologi nel XX secolo. Supponendo che fossero senza tempo e incontaminate come le case nella foresta, tutte le tracce delle loro antiche glorie urbane sono state cancellate dalla Storia fino agli ultimi tre decenni, in cui ricerca archeologica e metodologie scientifiche, insieme a una più efficace consultazione delle stesse comunità indigene e alla presa d’atto della loro capacità gestionale e della loro preparazione, le hanno fatte riemergere dalla terra, sfidando così le idee sbagliate ampiamente diffuse. 

L’‘urbanizzazione a base agricola e a bassa densità abitativa’ non caratterizza tutte le città antiche dei tropici. Rispetto a forme di città più ‘compatte’, presenti a partire da 6 mila anni fa in Medio Oriente, fino a giungere all’Europa medievale, formatesi anche sulla scia della caduta di alcune di queste immense distese urbane ai tropici, queste ultime erano certamente più rare e, a conti fatti, più inclini a scomparire da una regione. Tuttavia, ‘l’urbanizzazione a base agricola e a bassa densità abitativa’ fornisce un importante spunto per guardare alle antiche città nelle foreste tropicali come a strutture ovviamente possibili e insospettabilmente creative. L’uso diversificato di piante e animali selvatici in aree forestali gestite dall’uomo, la pesca in ambienti ricchi di acqua dolce e l’uso mobile di aree a cielo aperto per le coltivazioni, offrivano strategie percorribili per la produzione alimentare sufficienti a nutrire quelle che erano alcune delle più grandi città del mondo preindustriale. La frammentazione dell’impatto delle popolazioni in crescita mediante lo sviluppo di città satellite ha temperato la perdita della biodiversità tropicale e l’abbassamento della qualità del suolo, causati dalla pressione esercitata da un numero sempre crescente di esseri umani. Avevano certamente affrontato delle sfide, in particolare nelle foreste soggette a stagione secca, nelle quali la deforestazione, predisposta dall’uomo, e il cambiamento climatico potevano far pendere da una parte la bilancia che aveva su un piatto un’esistenza precaria e sull’altro il fallimento. Tuttavia, anche in questi casi, i centri urbani e le classi dirigenti erano rinati altrove. Nel frattempo, i produttori alimentari esperti di ecologia avevano continuato a esistere, spesso in gran numero, nelle aree ancora produttive, sebbene impegnative, che li avevano nutriti per un lungo periodo, anche quando i monumenti avevano iniziato a sgretolarsi intorno a loro. Non solo, ma sebbene molte di queste città fossero cadute in rovina, in realtà la loro solidità può essere valutata sulla base dei lunghi periodi in cui erano esistite, anche più di 500 anni nel caso della Grande Angkor e di alcuni centri urbani del Periodo Classico Maya, e quasi due millenni per Anuradhapura nello Sri Lanka. Questo periodo è molto più lungo di quello in cui sono esistite la maggior parte delle città tropicali industrializzate, così come molte moderne città europee e nordamericane. Il dato fornisce una prospettiva molto diversa rispetto alle nostre ipotesi sul loro inevitabile ‘collasso’. In effetti, la forza senza tempo dell’‘urbanizzazione a base agricola e a bassa densità abitativa’ rimane un modello attraente per i pianificatori urbani di oggi, alla ricerca di modi per realizzare nei tropici del XXI secolo ‘città verdi’ che bilancino le urgenti esigenze ambientali e di tutela, la presenza di infrastrutture politiche e culturali, e la crescente popolazione urbana, argomento su cui torneremo nel Capitolo 13. 

Ci sono numerosissimi altri esempi di città governate da Stati e imperi precoloniali, risalenti al tardo Olocene, riemersi lungo i tropici nel Nord, Centro e Sud America (ad esempio quelli che facevano parte della Triplice Alleanza tra Impero azteco e inca), nel Sudest asiatico continentale e insulare (ad esempio Bagan che è parte del Regno Pagano e Borobudur, tempio buddhista della dinastia Sailendra a Giava), nel Pacifico (ad esempio Tongatapu, al centro dell’Impero Tu’i Tonga) e nell’Africa occidentale e centrale (ad esempio i centri dell’Impero Oyo e del Regno del Benin in Nigeria, l’Impero Ashanti del Ghana, e il Regno Kongo della Repubblica Democratica del Congo), alcuni dei quali incontreremo nei prossimi due capitoli. Un numero significativo di questi nuclei, come gli esempi osservati in Amazzonia e quelli del Periodo Postclassico Maya, erano ancora fiorenti al momento del contatto con gli europei. Spesso erano stati addirittura oggetto di ammirazione da parte dei visitatori provenienti dal Vecchio Continente. Quindi, perché oggi tendiamo a pensare alle foreste tropicali come un luogo ostile per le numerose popolazioni umane che devono procurarsi il cibo per vivere? Perché la nostra immaginazione associa questi ambienti alle rovine e alla presenza di piccole bande isolate di indigeni che si nutrono raccogliendo i frutti della foresta, piuttosto che a strade vivaci e rumorose, zone residenziali e costruzioni monumentali che possano resistere alla prova del tempo? La risposta ha probabilmente a che fare con ciò che era accaduto dopo l’arrivo degli europei. Giunti con le navi da un altro continente, gli europei non avevano portato ai tropici solo i loro quaderni d’appunti. Avevano introdotto nuove malattie, nuove colture, nuovi animali, nuove visioni del mondo naturale e della possibilità di sfruttarlo, nonché un’agenda politica, religiosa e sociale che mirava al ‘progresso’, ovvero al cambiamento rispetto a tutto ciò che era accaduto nel passato. Nel traumatico scontro di prospettive che ne era seguito si possono trovare le origini del nostro mondo globalizzato, e iniquo. È da quel momento che è iniziata la nostra dipendenza economica, politica e climatica dai tropici, quale che sia il luogo del pianeta in cui viviamo.


Patrick Roberts è capo del gruppo di ricerca “W2” al Max Planck Institute for the Science of Human History. È anche esploratore del National Geographic e ha ricevuto numerosi premi per le sue ricerche sull’evoluzione umana, tra cui uno Starting Grant del Consiglio Europeo della Ricerca di 1,5 milioni di euro. Vive a Jena, in Germania.

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