Le cose più belle da leggere, alla fine del 2019

Cosa consiglia di leggere, a Natale, la redazione de L’Indiscreto? Ecco i nostri consigli, uno per ogni autore, alcuni dei tanti che ci hanno accompagnato lungo questo 2019.


IN COPERTINA: illustrazioni dell’artista yuko rai

Diciamoci la verità, leggere è un lusso. Non un obbligo morale (si può essere ottime persone anche se si legge poco o non si legge affatto) e non è nemmeno un obbligo civile, visto che ci sono anche ottimi cittadini che non leggono, o non possono farlo. Leggere è un lusso perché ci vuole tempo, e non basta qualche ora alla fine di un turno lavorativo massacrante. Perché quelle ore, purtroppo, non consentono la lucidità mentale per leggere, che è un’attività che richiede concentrazione, ma bramano solo riposo. A Natale, però a quasi tutti noi è concesso qualche giorno di pausa dal lavoro. E in quei giorni di pausa, si può leggere. Si può fare nei lunghi viaggi in treno, aereo o bus per raggiungere la nostra famiglia, oppure durante le ore passate a sonnecchiare dopo il cenone. Insomma, leggere in generale è un lusso per chi ha il tempo di farlo, ma ora questo lusso è concesso a tutti.

Ecco, ma per una volta che c’è il tempo per farlo cosa dovremmo leggere? Qui c’è un elenco, breve e conciso, di titoli consigliati da noi che lavoriamo a questa rivista. Alcuni sono saggi, altri romanzi, c’è persino un longform da leggere online, gratis. Trovate il link. Ovviamente questo elenco di consigli lo si può anche sfruttare per fare qualche regalo, o mandare a propria volta consigli di lettura ai propri amici. Noi a L’Indiscreto amiamo molto l’idea di open source, di poter cioè usufruire liberamente delle informazioni, comprese le letture, e diffonderle. Questo elenco è pensato, almeno un po’, con questo spirito.

Ah, una cosa importante: buon Natale e buone feste a tutti voi che leggete L’Indiscreto, che interagite con noi e commentate i nostri articoli. Ci regalate così tanti spunti che, anche se non vi conosciamo tutti di persona, ci siamo affezionati.

Francesco Ammannati

Walter Scheidel,La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi (il Mulino, 2019)

La disuguaglianza, nelle sue varie forme e soprattutto quella economica, è negli ultimi anni un tema forte dell’analisi delle società contemporanee (o della rivendicazione politica, il “99% contro l’1%” del movimento Occupy) e anche gli storici di varie sensibilità e formazione hanno iniziato a farne oggetto di ricerca per coglierne le tendenze di lungo periodo e cercare di individuarne cause, interpretazioni e, ottimisticamente, possibili soluzioni. L’esercizio di Scheidel, da storico dell’antichità, è ancora più ardito. La sua ultima fatica, uscita da poco in traduzione (l’originale è del 2017), affresca una storia globale della disuguaglianza economica, globale nello spazio ma anche nel tempo, prendendo le mosse dall’ultima era glaciale, col clima insolitamente stabile dell’Olocene che offrì condizioni favorevoli a una maggiore estrazione di risorse. Da allora, una arrembante scalata che è proseguita, e prosegue, fino ai nostri giorni con poche discontinuità rappresentate dall’azione dei “Quattro cavalieri del livellamento”: guerre di massa, rivoluzioni trasformative, crollo degli stati e pandemie. Solo gli eventi violenti sono in grado, dunque, di tamponare – sempre provvisoriamente – l’inevitabile crescita della disuguaglianza? Non esistono alternative pacifiche? Scheidel ne considera alcune (riforme agrarie, democrazia, istruzione, sviluppo economico), ma la storia dimostra che nessuna di queste ha lo stesso drammatico effetto livellante degli shock violenti. Il libro, con la sua impostazione provocatoriamente pessimistica, non è esente da critiche, ma costituisce un significativo contributo alla riflessione intorno a una questione sempre più al centro dell’agenda politica contemporanea. Forse non la lettura più adatta ad allietare le feste.

Andrea Cassini

Brian Phillips, The Sea of Crisis , (Longform disponibile a questo link.)

Cos’è, o meglio, cos’era Grantland? Nato nel 2011 come blog di ESPN, sotto la supervisione di Bill “The Sports Guy” Simmons, divenne subito chiaro che non si trattasse di un blog come tutti gli altri. Grantland si arrogò la libertà di scrivere di sport come cultura, e come cultura pop in primo luogo, con una schiera di autori formidabili, felicissimi di avventurarsi nella preistoria dei longform sportivi, e un gusto grafico tutt’ora ineguagliato. Parliamo al passato, ed è un obbligo molto doloroso, perché Grantland chiuse nel 2015 ma oggi molti siti e autori ne raccolgono l’eredità. L’Ultimo Uomo, in Italia, ne ha fatto una sorta di bandiera. Tra i meriti di Grantland c’è quello di avere messo in luce la bravura di Brian Phillips, uno dei primi a sdoganare l’idea che si potesse scrivere di sport, musica, cinema, cultura e chissà cos’altro nello stesso pezzo. Phillips è anche un giornalista d’azione, uno che si muove verso le traiettorie del gonzo journalism per sconfinare nella letteratura di viaggio, e ha il passo del romanziere che serve a mettere tutto insieme. Nel 2018 ha pubblicato Impossibile Owls: Essays from the ends of the world, inedito in Italia, una collezione di reportage, alcuni inediti e altri già apparsi su rivista, che ampliano la dimensione della sua attività giornalistica. Racconta di quando ha seguito una delle più importanti corse su slitte trainate da cani in Alaska, ad esempio, oppure del suo immaginifico viaggio in Giappone, che propongo nel link di cui sopra, tra un torneo di sumo, la letteratura nipponica e il fantasma di Yukio Mishima.

Bronze Age Collapse

Svenn Lindqvist, Il Sogno del corpo. Cultura e culturismo, Ponte alle Grazie, Milano 2003

Con questo piccolo libro – da leggere tra una serie e l’altra ‒ Lindqvist (autore svedese deceduto proprio quest’anno, noto per il suo Nei Deserti) si inserisce con spirito di ammirata emulazione nel solco di due fondamentali opere autobiografiche: Sole e Acciaio, di Yukio Mishima, e Arnold: The Education of a Bodybuilder, di Arnold Schwarzenegger, entrambe celebrazioni letterarie della figura del bodybuilder, a tratti addirittura auto-celebrative ‒ ed entrambe divenute, nel tempo, estremamente iconiche, se non veri e propri oggetti di culto. Il punto di partenza è di fatto il medesimo delle opere alle quali si ispira: quello di «una realtà che è stata formata in perfetta corrispondenza con il suo concetto» – dall’idea “statuaria” e deontologica del corpo, alla sua realizzazione sensibile: l’incarnazione. A differire, tuttavia, è l’approccio letterario, che in Lindqvist si fa delicato, sognante e ricco di umiltà – un approccio progressista, più che uno slancio radicale o una vertiginosa ascesa all’Olimpo del culturismo. Ciò che viene preservato è, invece, il grande valore estetico ed esistenziale del bodybuilding, i suoi miti e le sue realtà, il suo spirito di individualità (o, meglio, di individuazione) e ricerca, il costante oltrepassamento dei propri limiti, nonché una lunga storia che dall’antica Grecia giunge ai fasti del classico cinematografico Pumping Iron (documentario incentrato su Arnold e sulla golden age del bodybuilding). Un lettura da accompagnare alla visione di alcuni tra i più recenti anime incentrati sul culto del corpo: le produzioni Netflix Baki e Kengan Ashura, e il bislacco Dumbbell Nan Kilo Moteru? (pressappoco “Quanto pesano i manubri che sollevi?”). Continuiamo a seguire il sogno del corpo. Do you even lift?

Carla Fronteddu

DWF (121-122) Sisters of the Revolution. Letture politiche di fantascienza, 2019, 1-2

“La fantascienza si pone dunque come una pratica- contemporaneamente individuale e collettiva- di analisi e immaginazione, di sperimentazione e responsabilità delle vite che viviamo e che vivremo; apre la possibilità di ridisegnare le mappe del mondo, per costruire nuovi collettivi e alleanze fra donne, specie, macchine, tra ciò che è stato chiamato umano dalla tradizione occidentale e il cosiddetto non umano”. La citazione proviene dall’ultimo numero della rivista DWF,  Sisters of the Revolution. Letture politiche di fantascienza, che è anche il mio consiglio di lettura per le feste e il mio augurio: tenere accesa la capacità di mettere al mondo nuovi immaginari, di aprire nuovi spazi e tessere nuove relazioni.

Federico Di Vita

Daniel Mendelsohn, Un’Odissea (Einaudi)

Nel poco spazio e nel breve tempo concessomi dall’irreprensibile directeur D’Isà (29 minuti: questa la dittatura in cui vivo), mi affretto a consigliarvi un libro uscito ormai quasi un paio di anni fa ma di cui vale la pena parlare ancora. Parlo di “Un’Odissea” di Daniel Mendelsohn (Einaudi), significativamente sottotitolato “Un padre, un figlio e un’epopea”. Il libro, molto ammaliante, ripercorre le avventure di Ulisse in modo singolare, si specchiano in questo caso in un rapporto padre-figlio, che comincia con quello che può essere preso per un ribaltamento: vediamo infatti il padre Jay andare a seguire le lezioni universitarie sull’Odissea del figlio Daniel, per poi, alla fine del corso, convincerlo a partire per una crociera a tema nel Mediterraneo, che toccherà tutti i luoghi narrati nel poema. Nella narrazione, tra le pieghe dell’epopea, prende corpo il racconto della vita familiare, in modo toccante e in un momento critico (che non rivelo), ma un dettaglio per farvi capire la sottigliezza di Mendelsohn devo citarlo. Ospitando il genitore nel giorno delle lezioni, il figlio lo fa dormire su un letto che il vecchio Jay aveva costruito diversi anni prima per il Daniel adolescente, ricavando la struttura del giaciglio dall’intelaiatura di una vecchia porta. Il dettaglio, invisibile senza sollevare il materasso, era noto solo a padre e figlio, analogamente ricorderete che nell’Odissea solo Ulisse e Penelope sanno che il loro talamo custodisce un segreto, quello di essere ricavato dal ceppo di un ulivo secolare. La prosa di Mendelsohn rievoca con questo grado di sottigliezza il poema omerico, se vi piace la materia sappiate che aprire il libro significherà inevitabilmente restarci incollati.

Francesco D’Isa

H. V. Hofmannsthal, Andreas o i riuniti, nuova edizione Del Vecchio

Amo i romanzi incompiuti, così come amo gli appunti e diari di scrittori e filosofi, perché permettono di sbirciare nella mente di chi li scrive. Se ne perde in perfezione, ma si ha il lusso di entrare nel backstage delle idee, per scoprire come ruotano gli ingranaggi che hanno portato a una determinata poetica. Questa nuova edizione del romanzo di Hofmannsthal curata da Landolfi unisce le due cose e presenta il testo in una forma che non è presente neanche in tedesco. Accanto all’opera, infatti, compare una ben curata raccolta di appunti dell’autore, che vanno da schemi, idee e interpretazioni delle dinamiche narrative ad aforismi a sé stanti, talvolta più interessanti del romanzo stesso. Un libro perfetto per chi ai portoni preferisce le porte di servizio.

Ilaria Gaspari


Zia Mame, di Patrick Dennis (Adelphi). Nei giorni in cui di zie, bis-zie, prozie, vostre e/o acquisite, ne vedrete a bizzeffe, e vi toccherà passare i pomeriggi a pulirvi le tracce di rossetto impresse dai baci delle suddette zie sulle vostre guance mentre sostenete articolate conversazioni sulla vostra situazione sentimentale e lavorativa, rinfrancatevi con la zia che non avete ma che potete sognare di avere: zia Mame, eccentrica e folle, disperata e irresistibile. Un antidoto perfetto alla festiva asfissia familiare.

Francesca Matteoni

Selvaggi. Il rewilding della terra, del mare e della vita umana, George Monbiot (Piano B)

Quest’inverno preparatevi a stare all’aperto, pensando forte cosa potrebbe essere la terra dove abitate o cosa è stata, molto prima della nostra memoria di individui e comunità, molto oltre la nostalgia. Un buon inizio è senz’altro suggerito in Selvaggi. Il rewilding della terra, del mare e della vita umana, dello scrittore e attivista inglese, George Monbiot. L’autore viaggia fra le sue esperienze in nature e culture distanti, dagli Yanomami ai Masai, per tornare nel Galles dove abita, pesca, cammina sui monti Cambrici; dove i pascoli prendono il posto del bosco. Ma è sempre stato così? Un tempo in Europa le betulle si difendevano dalle zanne di elefanti, lo immaginate? È possibile un equilibrio tra chi tenta di vivere del lavoro della terra senza sparire nelle leggi dei poteri forti, e chi persegue la foresta, la ricchezza dei fondali marini, i lupi, le balene grigie? E l’umano come impara a ricordare, scordando se stesso? Non vi resta che iniziare a leggere ed esplorare. 

Gregorio Magini 

Leonardo Sciascia, La strega e il capitano (Adelphi, 2019)

Scritto quando Sciascia era già ammalato del mieloma che gli avrebbe portato la morte, già intriso nel midollo dell’umore nero che, due anni più tardi, sarebbe sbocciato in quella efflorescenza di cenere e ossa che è Il cavaliere e la morte, questo longform ante litteram pubblicato sul Corriere della Sera nel 1986 racconta la «vicenda di tragica stupidità, e sordida» del processo per stegoneria, della tortura, della condanna al rogo previo strangolamento e della esecuzione di Caterina Medici, cameriera (cioè serva) del senatore Luigi Melzi, a Milano, sotto il Natale del 1617. La strega e il capitano prende avvio da un episodio marginalissimo dei Promessi sposi per rivangare «l’atroce caso», fra i tanti, di quella guerra contro le donne durata tre secoli che fu in Europa e in America la caccia alle streghe. Sciascia punta a sollecitare orrore non con i particolari macabri, ma con la precisa esposizione dei grotteschi avvenimenti (l’architrave indiziario: che il Melzi aveva le coliche), punteggiata di stringate contro-sentenze: «Terrificante è sempre stata l’amministrazione della giustizia, e dovunque. Specialmente quando fedi, credenze, superstizioni, ragion di Stato o ragion di fazione la dominano o vi si insinuano». Già in catalogo Adelphi dal 1999, ridebutta adesso in economica. Cogliendolo dalla pila fresca di stampa, pare di trovarsi in mano uno scartafaccio gualcito di un’altra epoca, remota quasi altrettanto delle carte processuali che resuscita: quell’ultimo scampolo della stagione novecentesca in cui grandi letterati tentarono, fallendo, di dare una cultura al popolo italiano e soprattutto alla sua parte che ne è più sprovvista: la borghesia. Un fallimento che resta, nella disperazione odierna, un esempio. «Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende».

Enrico Pitzianti

Potrà sembrare controintuitivo in tempi di globalizzazione così affermata e straripante, ma una delle branche del sapere a cui guardare oggi con più interesse (è un’opinione personale, beninteso) è proprio quella geografica. Certo, non sono più tempi per esplorazioni epiche, ma lo sguardo allo spazio, e al suo funzionamento, alla sua interpretazione e ai suoi meccanismi regala grandi visioni. Neogeografia, di Matteo Meschiari, è un libro di geografia, una profonda riflessione sulla natura della disciplina e sull’immaginare la Terra attraverso sei “doppie esplorazioni”. In un libro agile troviamo i viaggi in Canada del Capitano Cartier, l’India di Pasolini e Moravia, la Liguria di Eugenio Montale e la Bretagna di Kenneth White. Questi viaggi, che Meschiari rilegge e racconta nei dettagli, lo portano a un tentativo di rivedere la nostra stessa specie: quella che chiama “Homo geographicus”.

Edoardo Rialti

Per Simone Weil il bello “non si può dire che si tratti di un ordine prospettico. Esso strappa dal punto di vista.” Non saprei trovare una definizione migliore per tentare di spiegare perché le poesie di John Ashbery (Autoritratto in uno specchio convesso, Bompiani, trad. di Damiano Abeni) siano così belle. La loro forza commovente sta proprio nel prenderci così spesso in contropiede, esponendoci ogni volta a una regione interiore che però ha il sentore inesorabile della verità. Forse non sapevamo neppure nominarla, eppure la conosciamo già bene, ci siamo già stati, “la sentiamo con i denti” come dice lui stesso.

Vanni Santoni

Da coordinatore delle Classifiche di Qualità forse dovrei rimandare a esse, ma visto che le ultime si riferiscono ai soli titoli stranieri posso scartare di lato e suggerire un libro italiano (anonimo, ma italiano), incidentalmente perfetto anche per chi vuole spendere poco per i regali, dato che costa soli 3 euro: lo pubblica la minuscola casa editrice Tabor della Val di Susa ed è La guerra delle foreste – diggers: lotte per la terra e utopie comunitarie, un prezioso pamphlet sulla storia dimenticata di coloro che, nell’Inghilterra del Seicento, si opposero alle privatizzazioni occupando terre comunali per «lavorare insieme e insieme spezzare il pane», cercando di resistere – va da sé, invano – a una modernità proto-industriale che per tanta gente avrebbe significato, più che progresso, sradicamento dai territori e perdita dei diritti consuetudinari delle loro comunità. Che si tratti di una vicenda tornata d’un tratto attuale, forse non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo.

Sofia Torre

Cold Spring Harbor non è il libro più divertente che ho letto quest’anno, ma, se assumiamo per vera la necessità di imparare a tollerare con garbo la frustrazione, è sicuramente il più utile. Il fantasma della guerra, allo stesso tempo incubo e speranza, aleggia imperturbabile intorno alle vite dei protagonisti, spargendo un’angoscia polverosa, insopportabile. Evan è il figlio poco promettente di un ex militare, sposato prima con Mary e poi con Rachel. Per entrambe prova prima fascinazione e poi un affetto effimero, totalmente secondario rispetto a qualsiasi stimolo esterno. Richard Yates descrive l’opportunismo e il vuoto che caratterizza la vita sentimentale di chi crede di avere una missione e non vede davvero gli altri con una precisione talmente accurata da essere feroce. Se è scritto che devi spezzarti, suggerisce Cold Spring Harbor, puoi fare lo stronzo quanto vuoi, ma andrai comunque in mille pezzi.

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