Le donne-calcolatrici di Harvard



La storia delle “calcolatrici di Harvard”, quelle donne che in passato erano relegate a mansioni ripetitive nell’ambito della ricerca scientifica, ci porta a rivalutare l’importanza di costanza e pazienza nella ricerca, a discapito della romantica idea del “genio”.


In copertina, artwork per il film Ghost in the Shell (Nick Keller)

 

di Loreta Minutilli

Quando Williamina Fleming bussa alla porta del professor Edward Pickering per prendere servizio come cameriera in casa sua è il 1879, lei ha ventitré anni e ha già vissuto un paio di vite. Nata in Scozia in una famiglia numerosa, appena quattordicenne ha iniziato a lavorare come insegnante, a venti ha sposato un uomo molto più grande di lei, lo ha seguito negli Stati Uniti e poco dopo è stata abbandonata, incinta, senza un soldo e in un Paese straniero. 

A quel tempo Pickering aveva assunto la direzione dell’Harvard College Observatory, ruolo a cui era approdato dopo un’infanzia e una giovinezza agiate, trascorse tra le attenzioni di una famiglia benestante e colta che lo aveva naturalmente instradato alla professione di scienziato. Quando Fleming compare nella sua vita, il lavoro di Pickering è ad un punto di svolta: una nuova tecnica di osservazione inizia a farsi strada tra i corridoi dell’Osservatorio. 

Quando la luce proveniente da una sorgente luminosa passa attraverso un opportuno sistema di lenti e fenditure viene scomposta in una serie di bande con ampiezza e posizione diversa a seconda della lunghezza d’onda, uno spettro le cui caratteristiche sono legate alla natura intrinseca e unica di ogni sorgente. La tecnica di osservazione risultante si chiama spettroscopia ed era già in uso da metà dell’Ottocento per studiare vari oggetti luminosi tra cui il Sole. Alla fine del secolo iniziava ad essere applicata all’osservazione delle stelle grazie al pioneristico contributo dell’astronomo l’astronomo Henry Draper, il cui scopo era creare un catalogo definitivo che mappasse e classificasse l’intero cielo osservabile. 

Alla morte di Draper, nel 1882, sua moglie Mary Ann decide di finanziare il gruppo di ricerca di Pickering perché porti avanti il lavoro del marito. Si tratta di un compito ambizioso e arduo: le immagini delle stelle che vengono ottenute di notte si accumulano rapidamente, mentre l’analisi e l’ispezione diurna delle lastre da parte degli astronomi procede con lentezza. Il lavoro, deleterio per la vista, era ripetitivo e serrato; necessitava di pazienza, precisione e dedizione, doti che, evidentemente, mancavano allo staff di Pickering: parrebbe che, insoddisfatto delle prestazioni dei suoi assistenti, il direttore dell’Osservatorio affermò che persino la sua cameriera scozzese avrebbe eseguito meglio quel compito tanto facile. 

Ci volle poco a passare dall’intenzione alla pratica: Williamina Fleming diventò la prima delle oltre ottanta lavoratrici che avrebbero costituito quello che fu spregiativamente chiamato l’harem di Pickering e che passò alla storia come il gruppo delle Harvard computers, le calcolatrici di Harvard.

Tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento un gruppo di donne di diversissima estrazione sociale, background culturale ed età si riunisce all’Harvard College Observatory per osservare migliaia di spettri stellari, registrarne le caratteristiche e mapparne la posizione. Alcune, come Fleming, non avevano alcuna attinenza con il mondo universitario, altre erano parenti di astronomi di Harvard, altre ancora ambivano a diventare astronome e, in un’epoca in cui l’istruzione universitaria per le donne era un lusso da conquistare con sacrificio, vedevano in quell’impiego una porta di servizio attraverso cui insinuarsi nel mondo della ricerca. In un’epoca in cui la macchina analitica progettata da Charles Babbage e Ada Lovelace era una chimera dimenticata e le prime macchine calcolatrici non erano ancora state assemblate, i computers avevano corpi, voci e menti femminili. 

Dal punto di vista di Pickering, impiegare le donne al posto degli uomini per un lavoro ripetitivo e stancante comportava molteplici vantaggi. Prima di tutto, le risorse economiche dell’Osservatorio non sarebbero mai state sufficienti a stipendiare un egual numero di lavoratori di sesso maschile, laureati e ben consci del valore del proprio lavoro. Le calcolatrici, invece, venivano pagate quanto operai non qualificati. Non immaginavano neanche di poter guadagnare di più: per molte di loro l’onore di lavorare in università era un compenso sufficiente. 

In secondo luogo, le impiegate di Pickering non pretendevano di vedersi riconosciuti i meriti della loro ricerca scientifica. Molte delle Harvard computers hanno approfondito la loro ricerca ad un livello ben superiore rispetto a quello richiesto da Pickering. Henrietta Leavitt mise in evidenza per prima la relazione esistente tra il periodo e la luminosità delle Cefeidi, segnando un punto di svolta nella comprensione delle stelle variabili. Dalla sua scoperta sarebbe scaturita una nuova tecnica per misurare la distanza degli oggetti astronomici. Annie Jump Cannon – che, tra le altre cose, era una suffragetta e attivista per i diritti delle donne – ha messo a punto insieme Pickering un sistema di classificazione stellare in uso ancora oggi. Williamina Fleming scoprì la Nebulosa Testa di Cavallo e osservò la prima nana bianca. In molti casi la comunità scientifica attribuiva le scoperte direttamente a Pickering, solo poche calcolatrici riuscirono a vedersi attribuire la loro ricerca in vita. 

Il terzo e ultimo pregio nell’impiego di risorse femminili per il faticoso lavoro di catalogazione del cielo osservabile fu sottolineato dallo scienziato William Elkin, che nel 1901 dichiarò che le donne, rispetto agli uomini, sono maggiormente portate a non annoiarsi durante un lavoro ripetitivo. Mentre dunque gli uomini sarebbero naturalmente inclini ad avere intuizioni geniali e a gestire la visione globale delle situazioni, le donne darebbero il meglio di loro negli incarichi che richiedono dedizione e poco spirito di iniziativa.  

Elkin probabilmente non intendeva la sua affermazione come un complimento al sesso femminile: la pazienza e la precisione non erano ritenute doti desiderabili o speciali, soprattutto in ambito scientifico. Che un fondamento di verità fosse presente nelle sue parole, però, possiamo ammetterlo anche ai giorni nostri: basti pensare alla tessitura, lavoro alienante eppure prerogativa femminile per eccellenza. La storia ci insegna che, nonostante la ripetitività del compito, le donne di ogni classe sociale hanno sempre tessuto molto più del materiale strettamente necessario a vestire loro stesse e le loro famiglie: a quanto pare, effettivamente, non si annoiavano quando lo facevano. 

La percezione di essere meno brillanti dei coetanei maschi in ambito scientifico è rimasta incollata addosso alle ragazze fino ai giorni nostri. Un recente studio basato su un campione di oltre cinquemila giovani inseriti in un ambiente accademico ha dimostrato che le donne tendono a soffrire di sindrome dell’impostore molto più degli uomini nelle materie in cui si valorizzano il talento allo stato grezzo e l’intuitività, come la matematica e la fisica. Di conseguenza, è meno probabile che le laureate in materie STEM intraprendano un percorso di dottorato rispetto ai loro coetanei maschi. 

Questa situazione si propone anche in Italia, come evidenzia l’ultimo report del Comitato Pari Opportunità della Società Italiana di Fisica. Apparentemente, le donne sarebbero molto più interessate degli uomini a uno sbocco occupazionale immediato dopo la laurea. A un ambito in cui secondo lo stereotipo vigente sarà loro richiesta la capacità di sfornare idee geniali senza sosta preferiscono la sicurezza di un contesto aziendale in cui si sentiranno chiedere di essere puntuali, professionali e magari ben vestite.

Se da un lato questi risultati evidenziano una forte mancanza di fiducia delle ragazze nella propria capacità di essere brillanti e intuitive (e di questo, purtroppo, non ci stupiamo), dall’altro emerge un dato altrettanto interessante: la pazienza e la precisione sono ancora considerate delle qualità trascurabili, sinonimo di debolezza, riservate a chi sa stare in secondo piano e quindi di sicuro non adatte allo stereotipo dello scienziato geniale e pieno di risorse. 

Siamo sicuri tuttavia che nel nostro secolo i mattoni principali della ricerca scientifica siano ancora le idee geniali? Per quanto la creatività rimanga un elemento fondamentale di ogni processo di innovazione scientifica, la ricerca oggi muove dal lavoro di squadra ed è la continua tessitura di una rete che congiunge insieme più elementi. Gran parte del lavoro di chi fa scienza consiste proprio nello svolgimento di compiti ripetitivi, nell’analisi di grafici apparentemente tutti uguali, nella persistenza necessaria a non scoraggiarsi davanti all’assenza di risultati immediati. È, in definitiva, molto più simile al lavoro delle calcolatrici di Harvard che a quello di Albert Einstein. 

Williamina Fleming si spegne nel 1911 dopo una polmonite. Nel corso della sua vita analizza e classifica più di 25.000 spettri stellari. Scrive, revisiona e organizza buona parte del lavoro prodotto dall’Osservatorio, dagli articoli agli Annali. Parla in favore del diritto delle donne di fare scienza e di avere un salario pari a quello degli uomini. È la prima donna a diventare membro onorario della Royal Astronomical Society. Chiama suo figlio Edward Charles Pickering Fleming. 

Era convinta di essere arrivata al suo livello grazie ad un impegno costante e al buon cuore di Pickering, non si sarebbe mai attribuita una mente brillante né un intuito sopra la media. Non avrebbe mai sospettato che era la sua capacità di lavorare duramente a renderla geniale. 


Loreta Minutilli, Astrofisica appassionata di letteratura, arte, lingue nordiche e animali mitologici. Nel tempo che resta scrive per dar voce ai personaggi che le affollano la testa. Col romanzo Elena di Sparta (Baldini+Castoldi, 2019) è stata finalista al Premio Calvino. La sua ultima pubblicazione è Quello che chiamiamo amore (La Nave di Teseo, 2021).

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1 comment on “Le donne-calcolatrici di Harvard

  1. Anna Maria

    Articolo stupendo e geniale! Grazie all’ autrice

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