Le emozioni sono sopravvalutate?

Commuoversi è più facile che pensare, come dimostra l’uso del like nei social network, simbolo del potere sproporzionato che viene oggi attribuito alle emozioni nel determinare il vero e il falso: basta un click e il dibattito è finito, la verità rivelata. E così la società disimpara a pensare collettivamente e perde una dopo l’altra le sue difese immunitarie contro la manipolazione e la credulità.


IN COPERTINA e nel testo: opere di Tyeb Mehta

Questo testo è tratto da “La strategia dell’emozione” di Anne-Cécile Robert. Ringraziamo Eleuthera per la gentile concessione.


di Anne-Cécile Robert

La democrazia è simile alle rane. Se butti una rana in una bacinella piena d’acqua bollente, questa schizza via immediatamente. Ma se la stessa rana la metti in una pentola di acqua fredda appena messa sul fuoco, si lascerà cuocere senza accorgersene. Oggi sono in atto molteplici fenomeni che stanno insidiosamente «cuocendo» le democrazie, forse in modo meno eclatante di un colpo di Stato, con i soldati, i carri armati e le esecuzioni sommarie, ma con la stessa efficacia. E proprio come accade con l’innocente tremolio di un’acqua che si avvia a sobbollire, i danni che provoca non si rivelano se non in una lenta successione che assuefà lo spirito e l’addormenta. La maggior parte dei combustibili che alimentano il fuoco sotto la pentola sono ben noti: restrizione delle libertà civili nel quadro della lotta al terrorismo, dittatura dei mercati, società dello spettacolo, esplosione delle disuguaglianze ecc. Al contrario, ci si è poco soffermati sull’invasione dello spazio sociale da parte delle emozioni e non è stata pienamente compresa la portata del pericolo che questo fenomeno rappresenta per la democrazia.

Per «emozione» qui si intende soprattutto la propensione alle lacrime, motivate dalla tristezza o dalla gioia, che permea gli individui e le società, ma anche i molteplici meccanismi che spingono in questa direzione. Dall’invasione delle notizie di cronaca sui giornali, ai discorsi politici trasformati in sermoni, fino alla vera e propria infatuazione per la figura della vittima, il rapporto con la realtà è sempre più governato da sentimenti come il dolore, la rabbia o la commozione, ma anche la compassione o l’empatia. Questi sentimenti, sollecitati e incoraggiati, si installano nel cuore delle relazioni sociali a scapito di altre modalità di conoscenza, come la riflessione o la ragione. Se è pur vero che, come ha detto Hegel, «nulla di grande può essere realizzato senza passione», il fenomeno attuale, al contrario, fa dell’emozione una condizione limitante che non porta all’azione ma alla passività. Tutto contribuisce a far sì che ci si aggrappi a uno stato emotivo che priva l’individuo del dominio di sé, incoraggiandolo a sentire piuttosto che a pensare, inducendolo a subire piuttosto che ad agire, impedendogli così di comportarsi da cittadino.

Nondimeno, qui non si tratta di fare un processo alle emozioni. Sarebbe tanto inutile quanto sciocco. Si tratta piuttosto di studiare il ruolo che queste svolgono nelle nostre società, o meglio il ruolo che viene loro assegnato, e in tal modo rendere manifesta l’attuale «invasione dello spazio sociale da parte dell’emozione» nelle sue varie manifestazioni. La presenza di affetti e sentimenti nella vita quotidiana, nelle relazioni umane, è non solo naturale ma anche benefica e spesso spontanea. Anzi è il sale di un’esistenza che altrimenti sarebbe cupamente monotona. Può oltretutto rivelarci una parte di noi stessi, fornendoci indicazioni sul nostro stato d’animo in un dato momento. Secondo il consiglio dell’attrice Juliette Binoche, bisogna quindi «lasciare che le proprie emozioni si esprimano, accettando il fatto che non sono necessariamente belle, ed evitando di identificarsi con esse […]. Ci mostrano infatti dove siamo, e poi passano: le emozioni non sono un fine, ma un ausilio, e a un certo punto ci lasciano, non ne abbiamo più bisogno». Lungi da noi quindi volerle sradicare.

D’altro canto, il loro uso improprio solleva molti interrogativi. Come spiegare il fatto che le nostre azioni si realizzano sempre più nella sfera emotiva, o a questa vengono ricondotte e non a un’altra? Di qualunque ambito si tratti, l’emozione viene invocata e valorizzata, determinando anche il giudizio che esprimiamo su una data situazione. Basta per esempio digitare la domanda «che cosa provi quando ti confronti con…» in qualsiasi motore di ricerca per veder comparire domande insolite, se non del tutto stravaganti, spesso accomunate dal fatto che le risposte tendono a essere poco significative: che cosa provi quando ti confronti con la frequenza delle tempeste? con l’indice azionario cac40? con gli attentati di Parigi? con le competenze genitoriali? con un chiosco incendiato? E così via. A volte la domanda sconfina nel campo dell’enigma, e la sua risposta diventa ineffabile: che cosa provi quando ti confronti con il futuro? Gli esempi che rimandano al sentimento anche su argomenti che, come il mercato azionario o la variabilità meteorologica, richiedono soprattutto analisi scientifiche o almeno indicazioni competenti, potrebbero essere infiniti. E chiedere a qualcuno che ha appena perso la casa a causa di un’inondazione che cosa prova davanti alla furia dell’acqua non consente certo di raccogliere informazioni inattese…

Questa crescente predilezione per il registro emotivo è sempre più diffusa nei media, anche nel modo in cui vengono presentate le informazioni. Un rapido sguardo a un qualunque quotidiano o al sommario dei programmi televisivi suscita immediatamente un’esplosione emotiva: fatti di cronaca tragici come la scomparsa di un bambino, lacrime versate da un politico durante una cerimonia, testimonianze scioccanti di una personalità che è stata vittima di un qualche abuso, entusiasmo di una squadra sportiva che ha strappato la vittoria per un pelo ecc. Tutto sembra passare al vaglio dell’emotività, anche quando la cronaca non vi si presterebbe spontaneamente. Nel 2015, i media hanno giustamente descritto le sofferenze del popolo greco di fronte alla crisi economica che stava colpendo il loro paese. In compenso, non ne hanno tratto alcuna conclusione politica, in quanto hanno dato ragione, senza assumere la benché minima distanza critica, agli economisti della «troika» – Commissione Europea, Banca Centrale Europea (bce), Fondo Monetario Internazionale (fmi) – il cui «piano di salvataggio» era di fatto un farmaco letale. I giornali danno anche ampiamente voce alle vittime del conflitto in Siria, grazie alla testimonianza delle associazioni che monitorano la situazione sul campo: una guerra iniziata nel 2011 e segnata da centinaia di migliaia di morti, soprattutto civili, da innumerevoli crimini di guerra e persino da crimini contro l’umanità. Tuttavia, porre l’accento sulla sofferenza delle popolazioni in modo così marcato significa distogliere i media dalla loro missione fondamentale, che non è solo quella di riportare ciò che osservano, ma anche di fornire una chiave interpretativa dei fenomeni, a costo di mettere in discussione i poteri politici, militari o di altro genere. Non è dunque la semplice descrizione della tragedia siriana ciò che permette ai cittadini di comprendere le poste in gioco. A scorrere i giornali, l’impressione prevalente è che la guerra si riduca a uno scontro tra «buoni» e «cattivi», o al fanatismo di un «dittatore» (peraltro ben reale). Nondimeno, come tutti sanno, anche se il regime di Bashar al-Assad è davvero criminale, conflitti di questo genere obbediscono a logiche complesse, si giocano su intrecci di influenze contrapposte, a volte inestricabili. Contrariamente a quanto si crede, trattare un evento nel registro emotivo non garantisce pertinenza e obiettività. Anzi, può persino contribuire a perpetuare l’incomprensione, ovvero la crisi che si cerca di risolvere. Serge Halimi, direttore de «Le Monde diplomatique», lo chiama il «rischio dell’indignazione a oltranza». In particolare, il rischio è di perdere di vista l’essenziale: trovare una via d’uscita dalla guerra siriana è una questione politica più che morale, e il ricorso alle emozioni può rivelarsi un impedimento.

Ora, è chiaro che la nostra analisi deve, per quanto possibile, abbracciare il soggetto in tutte le sue dimensioni e individuarne le contraddizioni. Bisogna riconoscere che spesso emozione e riflessione si mescolano, e che ragione e sentimento si completano e si stimolano a vicenda, a volte in modo sorprendente, per esempio in campo politico. Come ha mostrato il filosofo Frédéric Lordon, il pensiero è necessario all’azione, ma non sufficiente: «Le idee non possono nulla se non hanno una dimensione affettiva. Così, l’idea di povertà da sola non basta a provocare una rivolta contro ciò che la genera. Per ribellarsi, bisogna averla vista con i propri occhi, aver toccato con mano la sofferenza che provoca. È una questione di raffigurazioni forti, perché sono proprio queste immagini, queste visioni, che più di qualsiasi altro discorso astratto sulle cause portano a sposare una causa». Allo stesso modo, l’alleanza tra i due ambiti potrebbe rivelarsi vantaggiosa in campo economico e sociale. I dirigenti aziendali sarebbero così incoraggiati a utilizzare la loro «intelligenza emotiva» come strumento di gestione, mentre i loro dipendenti possono farvi ricorso per ottenere un aumento. I registri non si escludono necessariamente a vicenda: esistono e si sviluppano fianco a fianco, a volte insieme, a volte in contraddizione. Chiunque può toccare una corda per poi passare a un’altra, rimanendo in definitiva sempre se stesso, senza che la propria integrità ne risulti compromessa.

D’altra parte – ed è proprio questo a caratterizzare le nostre società – che cosa significa ricorrere all’emozione in circostanze in cui appare inabituale, se non grottesca? Che significato attribuire alla sua onnipresenza nella vita sociale? Fin dove si sposterà il confine del lacrimevole? Qual è l’origine di questo manifesto squilibrio, anche in ambito politico, a scapito della riflessione e del pensiero? Gli esseri umani hanno a loro disposizione molti strumenti per osservare la realtà, comprenderla, farne parte, trasformarla: il cuore, il cervello, i sensi forniscono informazioni che possono essere messe a frutto per far evolvere e costruire il proprio destino. Fin dall’antichità i filosofi hanno studiato questi strumenti attribuendo loro funzioni precise, in particolare nell’ottica di un’emancipazione del cittadino e della fondazione di una società libera. Si tratta di un equilibrio in cui la ragione gioca un ruolo chiave perché, accomunando ogni essere umano, è l’elemento che collega e mitiga. Di fatto, la ragione tiene a bada le passioni soggettive che, per natura, dividono. Non le nega, anzi le accoglie collocandole in un ambito che permette il dispiegarsi della loro forza creativa, e lascia alla riflessione il compito di ripristinare l’unità del corpo sociale attraverso il ricorso al pensiero e allo spirito critico.

Nelle società contemporanee, le emozioni invadono a tal punto lo spazio sociale da escluderne progressivamente le altre modalità di conoscenza, in particolare la ragione. Per questo la filosofa Catherine Kintzler evoca il pericolo di una «avvilente dittatura dell’affettività», il politologo Michel Richard parla di una «Repubblica compassionevole» e l’avvocato Éric Dupond-Moretti denuncia una «tirannia dell’emozione». Le manifestazioni di questo monumentale capovolgimento abbondano e non riguardano solo i media, ormai propensi più a suonare la fanfara dell’emotività che a stimolare l’intelletto. Gli stessi politici aderiscono al protocollo della compassione, sia nella gestione quotidiana di una nazione o di un’amministrazione locale, sia nella definizione delle politiche estere. In Francia, perfino i giudici chiedono assistenza psicologica per superare le emozioni da cui si sentono pervasi, quando la loro missione richiede invece sangue freddo. Si potrebbe a buon diritto sollevare la questione di come siano stati in grado di svolgere le loro funzioni prima di ricevere un simile sostegno, in particolare quando si trattava di decidere la sorte di un imputato, magari privandolo della vita. A quanto sembra, non siamo più in grado di fare con serenità quello che un tempo facevamo quasi senza pensarci, proprio come «monsieur Jourdain» faceva della prosa senza saperlo. C’è un che di preoccupante nel vedere come le persone alle quali i cittadini affidano le responsabilità più gravose ammettano ormai apertamente di sentirsi tremare le vene nei polsi quando si tratta di agire… Non sarà che il transatlantico della sensibilità, di cui tutti vantano comodità e meriti per la sua capacità di solcare le onde del mare in tempesta, in realtà sia solo un allestimento scenico in questa specie di nuovo teatro sociale nel quale ci troviamo a vivere?

Contrariamente all’idea preconcetta di un’autenticità intrinseca dell’emozione, questa sua espansione non è pienamente spontanea né del tutto innocente. La diffusione del lacrimevole ha ormai acquisito un carattere meccanico che permea ogni interstizio della società con il sostegno dei media, dei leader politici e, in ultima istanza, dell’intero spettro sociale: associazioni, imprenditori, amministratori locali, funzionari, agenzie pubblicitarie, insegnanti ecc. Questa dinamica di sistema, accidentale o intenzionale che sia, cambia il profilo stesso delle nostre democrazie e trasforma le regole della vita civile. Alla «strategia dello shock» analizzata da Naomi Klein, dovremmo forse affiancare una «strategia dell’emozione»? Nel celebre libro Shock Politics, l’attivista canadese sostiene infatti che per le classi dirigenti le crisi e le tragedie sono di fatto un’opportunità per promuovere un programma politico «liberista» attraverso un processo di «radicale privatizzazione di guerre e catastrofi». In questo senso, il bagno di lacrime in cui è immersa la società sarebbe funzionale agli scopi di chi governa, che lo considera uno strumento adatto a soffocare la rabbia che i fallimenti e l’inadeguatezza delle sue politiche potrebbero suscitare nei cittadini. Sembra del resto che invocare l’affettività porti anche a depoliticizzare i dibattiti, mantenendo i cittadini in una posizione di subalternità infantile che li rende non solo incapaci di gestirsi da sé ma anche disposti a cedere il loro libero arbitrio a una dittatura benevola, sempre pronta a dare ascolto alle loro emozioni. Con il fazzoletto in mano, l’individuo si ritrae in se stesso, quasi in posizione fetale, mentre «coloro che sanno», gli «adulti» che detengono il potere, si occupano di mandare avanti il mondo. Ma al di là delle manipolazioni politiche, siamo di fronte a un fenomeno sociologico di massa in cui l’emozione viene sfruttata da chiunque, dominanti e dominati. Si tratta infatti di una nuova modalità di regolazione sociale, forse tipica delle tecnocrazie economiche, che porta con sé una svalutazione delle forme politiche e istituzionali dell’agire. Le tecnocrazie economiche si sbarazzano così delle forme politiche esistenti e delle disposizioni mentali a queste correlate: il conflitto tra le volontà, le riflessioni, le azioni. La gestione delle emozioni da parte della società ha dunque portato a un fenomeno inedito: la gestione della società attraverso le emozioni.

L’intento, qui, non è quello di sondare i misteri della coscienza umana o di provare a sciogliere l’enigma del perché qualcuno discerna chiaramente mentre la mente di qualcun altro appare del tutto ottenebrata, anche se si trova esattamente nella stessa situazione. L’intento è piuttosto quello di decifrare la dinamica infernale che sta facendo regredire, sotto i nostri occhi, la collettività e che sta trasformando gli esseri umani già maltrattati dalla società in carnefici di se stessi, pur concedendo loro il diritto – consolatorio ma paralizzante – di piangere. In questo compatire i miserabili, più che una messa in discussione dell’ordine iniquo e oppressivo che li genera, traspare infatti una sua legittimazione. «Voi non avete fatto nulla, e insisto su questo punto perché il rafforzamento dell’ordine materiale ancora non si basa sul consolidamento dell’ordine morale! Non avete fatto nulla, perché il popolo soffre ancora», esclamava Victor Hugo il 9 luglio 1849 all’Assemblea Nazionale. E il poeta-deputato aggiungeva, come avvertimento premonitore: «Non avete fatto nulla, nulla, nulla, perché ancora, in quest’opera di distruzione e oscurità che continua al riparo della vista, il malvagio trova un fatale collaboratore nell’infelice». Un fatale collaboratore! Sì, perché il sentimentalismo depoliticizzato, il miserabilismo, reifica l’essere umano: le lacrime possono unire vittime e carnefici nel perpetuarsi dell’ingiustizia sociale. In quel giorno del 1849, Hugo traccia una linea di demarcazione tra chi si arma con la volontà e chi preferisce rimanere ai margini come spettatore mentre una calda lacrima gli riga le guance. Come ricorda André Bellon nel suo Ceci n’est pas une dictature, Hugo «prende così le distanze dalla classe dirigente cui era appartenuto. Aveva compiuto, infatti, il passo che separa la commiserazione dalla lotta, affermando che non voleva aiutare i poveri, ma distruggere la miseria». E aggiunge: «Una distinzione che non sembra aver perso la sua attualità».

Nel regno dell’emozione possiamo infatti rintracciare una sorta di disarmo della volontà che è anche una rinuncia dell’uomo a se stesso, rinuncia che vale la pena decodificare e disinnescare. In fin dei conti, emerge qui una precisa idea di civiltà, con le sue ambizioni e le sue viltà, ma anche con il suo misterioso potenziale di slancio.


Anne-Cécile Robert, esperta di istituzioni europee e dell’Africa, è giornalista presso “Le Monde Diplomatique” e professore associato presso l’Università Paris 8.

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