Le giungle sono il cuore di tenebra del mondo



Un viaggio tra Il Cavaliere Verde, Vorrh, Dr. Stone e l’archeologia tropicale, per scoprire la vera natura delle giungle – tutt’altro che “incontaminata”


In copertina: Elk Bath, di John McColgan

di Andrea Cassini

C’è una foto, intitolata Elk Bath e premiata tra i migliori scatti del suo anno dal «Time», che presenta una molteplice serie di inganni. Nell’immagine si vede un fiume dall’acqua bassa, con due wapiti – gli elk, appunto, specie di cervo assai diffusa negli Stati Uniti – che paiono attraversarlo placidamente mentre, sullo sfondo, gli abeti crollano tra le fiamme e l’incendio è tanto violento da inondare l’acqua di una luce rossa. Viene immediatamente da pensare agli incendi che tormentano da qualche anno la California e altre regioni secche del lato ricco del mondo, oppure a quelli che devastarono l’Australia a cavallo fra 2019 e 2020, eventi diventati rapidamente simboli antropocenici e marchi tangibili del cambiamento climatico. Invece, John McColgan scattò quella foto oltre vent’anni fa, nel 2000, all’interno della Bitterroot National Forest, nel Montana, disastro che suscitò un certo clamore nell’America del tempo ma prontamente dimenticato, e ignorato nel resto del mondo. Un albero che brucia nel cuore di una foresta senza che nessuno possa vederlo, verrebbe da chiedersi reinterpretando un famoso paradosso, sta bruciando davvero?

Il secondo inganno è che i due cervi della foto, ovviamente, non stanno facendo il bagno del fiume. La fissità della foto li ha ritratti in quello che sembra un istante di contemplazione, ma è verosimile che stessero fuggendo, o quantomeno osservando con preoccupazione le fiamme. Il modo in cui voltano le spalle all’incendio, come a puntare l’obiettivo della fotocamera e l’occhio di McColgan dietro di essa, sembra però comunicare un messaggio oscuro. Se gli antropocenici incendi californiani richiamano immediatamente il motto popolarizzato da Greta Thunberg e spinto dai nuovi movimenti verdi, our house is burning, cioè “la nostra casa sta bruciando”, il quadro di Elk Bath evoca piuttosto il titolo di una canzone degli Agalloch, gruppo black metal americano con influenze folk, uscita poco tempo dopo, nel 2006: our fortress is burning, “la nostra fortezza sta bruciando”. O meglio: la vostra fortezza sta bruciando, sembrano dire i cervi, perché certo, la foresta di Bitterroot è anche la loro casa, cervi e alberi moriranno, ma dopo l’incendio nasceranno altri cervi e cresceranno altri alberi, mentre la fortezza crollata probabilmente resterà in macerie. La natura è paziente e il verde resterà, mutando forma; l’uomo invece, nella sua fretta, rischia di dimenticare che le foreste sono le radici a cui è avvinghiata la fortezza che ha eretto, le quali esistevano ben prima del suo avvento e sono in grado di sopravvivere senza il suo impero. 

Nello stesso territorio italiano, come nota lo scrittore di montagna Marco Albino Ferrari, la “rinascita” degli alberi nei versanti montani dovuta anche allo spopolamento ci sta restituendo un’immagine quasi medievale, precedente ai disboscamenti dei cistercensi, ma sta soprattutto risanando l’ambiente. 

«Senza i boschi le Alpi sarebbero quasi già sparite. Con le infinite radici di questo popolo vegetale che penetrano nella terra, che si aggrappano come tentacoli, che si ancorano nella profondità del terreno scosceso, artigli bramosi di terra, sono il grande adesivo naturale delle montagne. Fissano i pendii, bloccano la materia instabile che altrimenti l’acqua e il dilavamento presto trascinerebbero verso il basso, fino a riempire i fondi vallivi, fino a colmare i vuoti levigando con crolli in successione gli angoli acuti delle cime. E se le montagne tendono a sgretolarsi e a franare, le grandi foreste agiscono da cemento, trattengono la valanga, la frana, conservano a lungo la neve ai primi caldi sotto l’ombra delle loro fronde, rilasciando lentamente acqua come spugne rigonfie. Prima dei grandi castelli di ghiaccio, prima delle alti pareti cui si tende a pensare non appena si dice “Alpi”, e ancora prima delle cime, bisognerebbe pensare dunque alle foreste, alle grandi e benefiche distese boschive. Le Alpi sono il risultato della presenza delle foreste, immense coltri che limitano l’impermanenza delle cose».

Dove finisce la nostra fortezza, la civiltà, e dove inizia la foresta, il selvatico? È una domanda che può sorgere spontanea, a questo punto, ma è viziata da un punto di vista sbilanciato e scorretto, che non tiene conto di come luoghi e culture si compenetrino, di quanta parte del nostro mondo sia in realtà occupata da floridi ambienti ibridi che crescono intorno a solchi e portali, di come esistano altre società e forme di abitare – umane e non. Per apprezzare tale monito in tutta la sua chiarezza, è sufficiente scorrere le prime pagine di Giungle, libro del giovanissimo archeologo specializzato in ambienti tropicali Patrick Roberts, e recentemente pubblicato in Italia da Aboca. Raccontando delle sue esplorazioni in Amazzonia, Roberts spiega: 

«Una mattina, mentre ci risvegliavamo cullati dal dolce movimento del vecchio traghetto e dal verso dei parrocchetti, Victor, viaggiatore stagionato di nazionalità brasiliana ed esperto di Amazzonia, aveva indicato le cime degli alberi dicendo: “Presto avvisteremo un villaggio”. Avevo cercato di seguire il suo dito, ma non riuscivo a vedere alcuna traccia significativa di persone o case, e neppure una radura che potesse essere indizio di presenza umana, il luogo pareva soltanto selvaggio e verde. Poi Victor aveva indicato una particolare tipologia di vegetazione che in quell’area sembrava all’improvviso dominare le rive del fiume. […] Victor sapeva che quelle piante fungevano da segnale vivente per indicare la presenza di popolazione umana. Come previsto, un villaggio era emerso pian piano dal denso groviglio della vegetazione sulla riva del fiume. […] Gli insediamenti che oggi sorgono sulla riva del fiume sono quasi sempre situati sopra aree preistoriche. In quelle zone, nel corso dei millenni, le antiche comunità umane hanno interferito con l’originaria fertilità della terra e la composizione della vegetazione, tanto che i luoghi attirano ancora oggi i produttori di cibo locali. Se le foreste tropicali amazzoniche erano davvero incontaminate e in gran parte svincolate dalla storia umana, come potevo trovarmi in un luogo che aveva visto insediamenti abitativi ripetersi per migliaia di anni?»

Per chi vi abita e per chi la frequenta, dunque, la foresta perde le sue qualità respingenti, mitiche ed estranee. È quello che accade nel Vorrh, la foresta dell’omonimo romanzo di Brian Catling, in cui significativamente troviamo una città all’esterno e la giungla al fulcro, un centro diffuso che si allarga a spirale, labirintico e sfuggente, che si lascia circumnavigare, forse anche attraversare, ma non perforare. Quando Sidrus giunge infine in soccorso di Williams, che sta smarrendo ogni memoria e identità sotto la coltre degli alberi, questo gli risponde: «Quale foresta? Non intendo offenderti, ma quello che dici non ha alcun senso per me. Qui non c’è niente che si possa chiamare foresta; lo so perché la sto attraversando in cammino da giorni. C’è soltanto un enorme, penoso pantano».

Nel recente Latitudine 0° di Marco Lapenna (66th and 2nd), Carvajal e gli altri personaggi si muovono su coordinate simili a quelle del Vorrh, realizzando un parallelo tra Africa e Sudamerica ed entrando in un circuito di interferenze con le nozioni archeologiche esposte da Roberts: da luogo mitico dove collocare un sogno dorato prettamente occidentale, la foresta tropicale diventa un reame antico e vivo, dove i demoni di ciascuno prendono forma come in un cuore di tenebra dell’umanità intera.

La foresta non perde quindi la sua scorza più dura, la sua anima selvatica, ma è un selvatico con cui si può coabitare, con cui in effetti – mostra efficacemente Roberts – la nostra specie coabita da millenni intrecciando un legame più fitto e duraturo di quello che ci unisce alle città moderne. Se la letteratura e le leggende raccontano di mitiche città sepolte nel cuore della giungla, come l’El Dorado e le sue mille rivisitazioni, l’archeologia dipinge uno scenario diverso. Le foreste tropicali sono state davvero un ombelico del mondo in tempi antichi, fittamente popolate (intorno a quello che è oggi il complesso di Angkor Wat, in Cambogia, sorgeva un’autentica metropoli) ma anche diversamente popolate, con una trama di insediamenti sparsa e capillare, cucita intorno all’ambiente e rispettosa di esso, fondata su profonde conoscenze in materia di agricoltura ma anche, sorprendentemente, di allevamento. Conoscenze che, va da sé, sarebbero oggi più preziose che mai e che stiamo tragicamente perdendo, tra l’estinzione diretta delle comunità locali e l’influenza occidentale, che ha da sempre preferito importare nella foresta fucili, ruspe e chiese anziché esportarne saggezza.

L’aggettivo “incontaminato” che spesso e volentieri associamo ad ambienti come le foreste amazzoniche, sottolinea sempre Roberts, è dunque anch’esso imperfetto. Se lo intendiamo come un ambiente privo di connotazioni umane, non ci potrebbe essere niente di più sbagliato. Le foreste non sono immensi mari verdi che possiamo limitarci a solcare su delle barchette, né distese aride come quelle desertiche o glaciali – ambienti che sono appunto inospitali per ogni forma di vita, e che chiedono misure di adattamento estreme per chi si trova ad abitarli, come gli Inuit dell’Artico, da pagare talvolta a caro prezzo e realizzando comunque, nella maggior parte dei casi, un’esistenza fragile e nomade. Le foreste sono, al contrario, culla della vita e fonte di ricchezza. Se possono apparire impervie, è casomai per via della loro abbondanza, che significa anche abbondanza di pericoli. Si legge ancora in Vorrh: «La fitta vegetazione e gli immensi alberi che ne respiravano l’aria pura offrivano molto agli umani, ma potevano anche divorare migliaia delle loro insignificanti vite in una frazione del loro tempo infinito e imperscrutabile».

Ma si tratta di un groviglio che l’uomo ha da sempre saputo districare e ammaestrare. Per questo anche l’interpretazione di incontaminato nel senso di “puro” non è esatta. E, del resto, tale “purezza” non è un valore assoluto né un obiettivo ideale a cui ambire. In natura, è l’ibridazione che produce ricchezza, che innesca mutamenti favorevoli all’adattamento. Le stesse foreste, che noi immaginiamo come monolitici templi verdi, sono in realtà il risultato di una trasformazione lenta, che sfugge alla nostra rapidissima cognizione del tempo, ma tutt’ora in corso: sono entità dinamiche, flessibili, e da un certo punto di vista le foreste amazzoniche formano un continuum con i boschi di sterpi e rovi che contornano le nostre periferie. Ragionandoci con un misto tra ironia e preoccupazione, Roberts evidenzia come tanti progetti di tutela ambientale, pur nobili, rischino di non centrare il punto quando insistono sul trattare gli ambienti naturali come santuari, tentando di restaurare un ordine aureo che non è mai esistito, a meno di non volerlo rintracciare in ere così antiche che i continenti avevano tutt’altra forma: un paradiso terrestre, forse, ma del tutto privo dell’uomo, e già allora decisamente “contaminato” dalle interazioni fra specie vegetali e animali. Così, ad esempio, si definisce il Vorrh: «Era la madre di tutte le foreste; più antica della lingua stessa, più vecchia di ogni specie conosciuta e, secondo alcuni, propagatrice di tutte, avviluppata da un sistema evolutivo e climatico che solo in essa poteva esistere».

In che momento abbiamo iniziato a pensare che i primi alberi di una foresta fossero un portale verso un altro mondo, che i boschi fossero alternativamente lande fatate, giungle popolate da mostri, terreni di caccia, o polmoni da isolare e salvare? Quando abbiamo iniziato a pensare che il verde fosse il colore opposto della civiltà, al tempo stesso richiamo di un tempo antico e monito di una natura pericolosa e implacabile? 

In Dr. Stone, manga e anime di Riichiro Imagaki, il verde ha funzione di equalizzatore, è una livella che annulla il progresso civile riportando l’umanità alla casella di partenza. È proprio tramite una misteriosa onda o raggio verde che ogni abitante del pianeta si ritrova pietrificato, come criogenizzato in una capsula rocciosa. Quando avvengono i primi risvegli, millenni più tardi, il verde ha ripreso possesso del mondo e le opere umane sono a malapena riconoscibili. Si salvano quelle in pietra, per l’appunto, come una colossale statua del Buddha che tuttavia viene prontamente smembrata per ricavarne materiali utili. Lo stone world in cui si muovono i personaggi, così lo battezza il protagonista Senku, è a tutti gli effetti anche un mondo delle foreste, ma tale foresta non è affatto ostile né estranea. Si pone in veste di alleata e fornisce una cornucopia di elementi preziosi a chi, come Senku, ha conservato le conoscenze scientifiche del passato e tenta di riavviare la macchina del progresso. 

Questo legame, evidenziato dalla vicenda di Dr. Stone, a un certo punto si è spezzato nella nostra percezione, nell’immaginario collettivo, ma non nella concretezza dei fatti. In Giungle, Patrick Roberts mostra come, nella società del capitalismo e della globalizzazione, molti di noi dipendano ormai da secoli, senza accorgersene, da cibi e materiali nati e prodotti nelle foreste tropicali. La prima, grande frattura avvenne all’epoca dell’espansionismo europeo in America, spesso interpretata come il progresso che divora la preistoria anziché, più correttamente, come uno scontro critico fra due idee di civiltà, diverse ma ugualmente avanzate.

La colonizzazione delle Americhe da un lato contribuì a cementare l’attuale visione globale centrata sull’Occidente, dall’altro saccheggiò le nuove terre portando sul mercato europeo, e conseguentemente mondiale, una grande quantità di prodotti che oggi consideriamo indispensabili. Raramente, tuttavia, ci fermiamo a pensare a dove sono nati, o a dove ancora oggi alcuni di essi vengono estratti. Cosa sarebbe la nostra società, ad esempio, senza la gomma? Senza le foreste tropicali, la gomma non esisterebbe – e oggi probabilmente il Congo avrebbe una popolazione maggiore. Nel Congo Free State creato da Leopoldo II del Belgio nell’ambito dell’espansione imperialista del proprio paese a cavallo fra Diciannovesimo e Ventesimo secolo, la popolazione delle locali foreste pluviali veniva costretta in schiavitù proprio per produrre la gomma, con trattamenti atroci e punizioni esemplari. Si stima che, per ogni dieci chilogrammi di gomma esportati dal Congo fra 1880 e 1923, morisse un bambino: è per questo che il professor John Tully l’ha definita “il latte del diavolo”. E questo è solo un esempio all’interno di una lunga lista.

Ancora prima dei Conquistadores o di Leopoldo II, tuttavia, il verde aveva assunto una valenza particolare agli occhi degli occidentali. Perché il cavaliere verde è proprio verde? Questa è la domanda che angustia da sempre chi si occupa dell’omonimo romanzo cavalleresco arturiano, risalente al tardo Quattordicesimo secolo, che vede protagonista Sir Galvano e che ha goduto di una vasta serie di approfondimenti, interpretazioni e adattamenti, non ultimo il film di David Lowery. Nel Nordeuropa medievale, del resto, ricco di ispirazione ma anche irto di pericoli, il verde era già il colore di Brocelandia, la foresta magica del ciclo bretone, e per quanto le avventure degli eroi o le battute di caccia portassero spesso e volentieri gli uomini fra i boschi, nella cultura della cristianità, dei castelli e in seguito delle città si avvertiva un certo distacco, per metà timoroso e per metà orgoglioso, fra le mura fatte dall’uomo e i confini delle foreste, allargatisi a fagocitare i lembi del tessuto urbano con il decadimento delle strutture romane. I boschi erano luoghi popolati da animali, creature fantastiche e maghi, tutte cose da cui la nascente idea di uomo tendeva a smarcarsi, perché simboli di un’energia creatrice violenta, caotica, ammaestrabile dai maghi, appunto, non da cavalieri e sacerdoti. 

Il cavaliere verde del romanzo si presenta, appunto, come una violenta infrazione all’ordine cavalleresco. Irrompe al cospetto della tavola rotonda nel più sacro dei festeggiamenti, quello del Natale, armato di scure, verde nelle vesti e nella pelle, una creatura ferina. Il suo atteggiamento però, e qui nasce l’ambiguità intorno a cui discutono i commentatori, è tutt’altro che selvaggio. Rispettoso delle regole cortesi, invita i presenti a un perfetto gioco cavalleresco. Lo sfidante avrà un colpo a disposizione per tagliare la testa al cavaliere verde, a patto che accetti di ripetere la scena a parti invertite l’anno successivo. Ma Galvano, che si sottopone al cimento, scopre ben presto la natura impari dello stesso. Il cavaliere verde si riattacca la testa mozzata e abbandona il convitto, dando appuntamento a Galvano per il Natale seguente. La natura, ci sembra suggerire la scena, può piegarsi alle leggi cavalleresche, ma non ne è soggetta. La testa del cavaliere verde, pur recisa, si riattacca al collo o meglio rinasce; quella di Galvano, invece, è caduca. Similmente, i personaggi di Dr. Stone colpiti dal raggio verde non diventano dei semplici gargoyle immortalati dalla pietra in attesa che si spezzi la maledizione. Quando si risvegliano, nei loro corpi sono rimaste impresse delle spaccature, i segni del guscio roccioso che li aveva avvolti. E c’è di più: i piccoli frammenti di pietra che restano attaccati dopo la rinascita, come se si trattasse appunto di pulcini che si schiudono da un uovo, conferiscono straordinarie capacità curative. C’è un’idea di agentività dell’inorganico, ma soprattutto di una compartecipazione fra materiali diversi, di una porosità in grado di associare anche noi, uomini di carne, alla corteccia o alla pietra; diventare uomini verdi. In una singolare risonanza con la decapitazione del cavaliere verde, il protagonista Senku viene sopraffatto dal rivale Tsukasa e si consegna a lui stringendo un patto: se Senku si lascerà spezzare il collo, Tsukasa risparmierà i suoi amici. Così avviene, e il cavalleresco Tsukasa mantiene la promessa, ma Senku, grazie a un frammento di pietra che nascondeva sulla nuca, sopravvive, o meglio guarisce dalla decapitazione, e tornerà a tempo debito per restituire il colpo al rivale.

Ancora più significativo è che la seconda, fatidica parte del cimento di Galvano avvenga nella Cappella Verde, lontano dalla tavola rotonda. Invitando Galvano nella sua casa, nel suo mondo, il cavaliere verde si sottrae alla dinamica del gioco e pone la sfida su una diversa scala di importanza. A questo punto, con il viaggio di Galvano e l’incontro con Lord e Lady Bercilak, il racconto acquista il suo pieno sapore morale e religioso: reagendo cortesemente alle allusioni amorose della signora e trattando il signore con la nobile cordialità dell’ospite, Galvano resisterà alle tentazioni, non ultima quella di sfuggire alla morte rompendo il contratto, dimostrandosi un perfetto cristiano e cavaliere, e guadagnandosi il rispetto e la misericordia del rivale. Tutto acquista i connotati di una prova, perfettamente inquadrata nella scacchiera cavalleresca e cucita intorno a Galvano. Il verde e la natura, dunque, paiono rientrare in una delle tante minacce che l’uomo deve affrontare, e che la propria etica gli permette di padroneggiare. 

Se la figura del cavaliere verde prende evidentemente le mosse da un più vago uomo verde, creatura arborea e silvestre di varie tradizioni pagane, è altrettanto chiaro che chi si presenta alla tavola rotonda nel giorno di Natale è un cavaliere, non una bestia. È su questo punto che hanno insistito molti critici, compreso Tolkien nel suo ispirato e celebre commento, per mettere in risalto il nucleo morale, prettamente cristiano del testo. L’elemento verde e selvatico, concludono i più, è un sostrato, percolato nel testo attraverso le maglie della tradizione e perfettamente padroneggiato dall’autore, che lo ha adoperato per il suo valore simbolico senza tuttavia sottintendere interpretazioni esoteriche, già diluitesi nel solco che si era creato fra gli uomini verdi pagani e la cristianità arturiana.

Tuttavia, il fascino e il mistero restano, insieme alle infinite gradazioni del verde e all’altrettanto ampia gamma di suggestioni. La scelta più originale di Lowery nella sua rivisitazione cinematografica della storia è stata quella di rimuovere quasi interamente dalla scena la religione, lasciando lo spettro di un mondo a metà fra il Medioevo storico e la scheletrica scenografia di una commedia arturiana. La giornata di Natale da cui prende il via la vicenda è tutt’altro che un’occasione di festa; svestiti gli abiti del mito, Artù e Ginevra sono due vecchietti smunti, e la tavola rotonda è un convitto cupo, annoiato, in attesa di qualcosa – una storia, più che un vero evento – per ravvivare la giornata, per rievocare o forse inventare da capo i fasti di un tempo. In tutto questo, Galvano è un uomo spaesato, il suo stato d’animo ben reso dallo sguardo spaurito di Dev Patel. È combattuto tra due pulsioni contrastanti: le richieste della carne da un lato, soprattutto amore e alcool, e l’ideale cavalleresco dall’altro. Ma entrambe sono incomplete, quasi irreali, promesse che puzzano d’inganno: Galvano sembra preso in mezzo fra realtà e finzione, unico uomo vero in un film sul fantastico, più che un film fantastico in sé. E il cavaliere verde di Lowery, significativamente, pur non perdendo i modi cavallereschi, è in tutto e per tutto una creatura boschiva, enorme, aliena, indifferente ai tempi e ai bisogni degli uomini, una sorta di Ent fatto di corteccia e rami.

Quando il viaggio di Galvano lo porta fuori dalla capitale, lo scenario acquista tutte le caratteristiche di un mondo in frantumi, che si sta sgretolando intorno al vuoto senza nome lasciato dalla religione. È un mondo deserto, fatti salvi i personaggi necessari ad accompagnare Galvano nella storia, reso ulteriormente onirico dal sovrapporsi di volti (il duplice ruolo interpretato da Alicia Vikander) e immagini passate e future. Da influenza laterale, il sostrato più antico del romanzo sale in primo piano ma si trasforma, si libera da simbolismi acquisiti per diventare un’allegoria aperta, o meglio un esempio di quella credenza secondaria di cui parlava lo stesso Tolkien. La volpe agisce da mentore per Galvano, è una creatura diplomatica a cavallo fra umano e selvatico, ed è solo quando si decide a seguirla che Galvano raggiunge finalmente la meta: il castello di Bercilak, invece, dal suo ruolo originale di roccaforte cristiana e chiave per sciogliere l’avventura, diventa un miraggio ambiguo e traditore, un letale rallentamento. La Cappella Verde dove si consuma la restituzione del colpo è un luogo sconsacrato, disabitato dagli dei cristiani ma abitato, addirittura invaso dal verde.

Nel corso del film, la fotografia racconta anche una storia parallela attraverso i colori. Quello fuori dalla città è un mondo verde, ma non certo un banale verde foresta. Nell’eterno crepuscolo della vicenda, il verde si declina in marrone e nero quando vuole mostrarci la consistenza delle cortecce, il sapore scuro della terra, il fetore della morte e degli scheletri, il buio abisso di uno specchio d’acqua nella notte. Nelle stanze del castello il verde gioca con il rosso e l’oro della lussuria, ma resta comunque sullo sfondo come una tinta ostinata, una muffa. Infine, nel giorno del cimento, il verde si riflette nell’arancione di un sole nascente o al tramonto, che non vediamo, come a dire che, nella foresta, il velo degli alberi è un sufficiente tetto del mondo. Ben lontano dal rappresentare qualcosa di puro, prettamente simbolico o incontaminato, il verde è un colore che ingloba gli altri ed è il risultato della loro trasformazione. Torna in mente che in Vorrh, il colore invisibile della foresta, di questo centro sfuggente del mondo, è il nero più che il verde: nera è la tavoletta su cui il Francese smarrisce la mente e lo sguardo, nero è diventato anche l’uomo verde della mitologia pagana. Eduardo Neves, archeologo amazzonico e collega che Patrick Roberts cita nel suo libro, sostiene che la terra preta, detta anche terra scura amazzonica, è forse la più grande eredità del tardo Olocene amazzonico: consiste in evidenti strati di terreni scuri in cui sono state ritrovate ossa carbonizzate e ceramiche, segni che evidenziano tentativi deliberati di conservare la fertilità del suolo. Il cavaliere verde incarna, più che rappresentare, tutto questo. Una natura immortale, letale e crudele, ma non irragionevole, né maligna né benigna, ma non per questo indifferente, e la sua casa nella foresta è il cuore di tenebra del mondo.

Come dice lo stesso Lowery: «La perdita è qualcosa di meraviglioso; è qualcosa di tremendo e triste, ma anche di necessario. Un giorno, tutti noi perderemo quello che ci è caro. Nel tentativo di scendere a patti con ciò, ho cercato di approcciarmi all’idea di perdita, all’idea della morte, all’idea che tutto ciò che conosciamo un giorno finirà, con un senso di pace e di gratitudine. Cerco di trovare un significato in questa perdita. Cerco di impararne qualcosa. Penso spesso alla morte di questi tempi. Cerco di comprendere quanto di buono ci sia nella morte. Volevo che questo film potesse chiudersi in una sorta di lieto fine. Forse Galvano viene decapitato due secondi dopo i titoli di coda. O forse, vive una lunga vita e muore di vecchiaia come Re Artù. In ogni caso, un giorno morirà e raggiungerà la sua fine. L’importante è essere giunto al punto in cui può affrontare questo fatto inevitabile con cuore sereno».

Morte, fertilità e serenità, dunque, è quello che chiunque può vedere quando guarda il verde, senza bisogno di recarci in una foresta amazzonica. Basta aprire debitamente gli occhi, come Galvano che, imprigionato dai briganti, vede sé stesso in veste di carne viva e di scheletro, entrambi al tempo stesso cibo e frutto del bosco. Quando offriamo la nostra nuca alla scure del cavaliere verde, sicuri che la nostra testa non potrà ricrescere, non dovremmo tentennare come Galvano, ma considerare che persino dal nostro collo reciso potranno germogliare rami diversi. Nello struggente, inquietante monologo che Lowery fa pronunciare a Lady Bercilak, rivolta a Galvano, sta probabilmente il cuore della visione del regista: un verde diverso da quello dell’anonimo poeta trecentesco e forse anche da quello delle sue fonti antiche, ma straordinariamente urgente e attuale.

«Mentre siamo persi a cercare il rosso, il verde avanza. Il rosso è il colore della lussuria, ma il verde è ciò che la lussuria lascia dietro di sé, nel cuore, nel grembo. Il verde è ciò che rimane quando l’ardore svanisce, quando la passione muore e moriamo anche noi. Quando ve ne andrete, le vostre impronte si riempiranno d’erba, il muschio ricoprirà la vostra lapide. Al levar del sole il verde si diffonderà su ogni cosa, in ogni gradazione e sfumatura. Il verderame avrà ragione delle vostre spade, delle monete e dei vostri bastioni e per quanto ci proverete tutto ciò che vi è caro soccomberà. La vostra pelle, le vostre ossa. La vostra virtù». 


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere). “Non tutto il male” (Effequ) è il suo primo romanzo

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