le leggende degli ebrei

Le leggende degli ebrei del rabbino e filosofo Louis Ginzberg è una colossale opera in sei volumi che ruota attorno al concetto di haggadah: una sorta di Uber-Bibbia, che cucendo insieme le leggende ebraiche provenienti tanto dai testi più oscuri della qabbalah, quanto i lacerti perduti di infiniti midrasim, restituisce un racconto nuovo e compiuto della dispersa tradizione ebraica.


In copertina: Concetto Pozzati, Senza titolo (1998) – Tecnica mista su carta – Asta Pananti in corso

di Federico Di Vita

La tradizione affabulatoria del disperso popolo ebraico è nientemeno che leggendaria e, per quanto questa affermazione paghi un lauto tributo alla sua dimensione di cliché, i tanti esempi che affiorano alla mente sono più che sufficienti per corroborarla. Ecco così che il pensiero corre a La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, al Lamento del prepuzio Shalom Auslander, o ancora all’opera di Philip Roth, e pure, in altri ambiti, a quelle di Woody Allen e perfino di Bob Dylan – modelli tra loro diversissimi uniti dal comune amore per il racconto. Ma da dove viene questa attitudine? La risposta, certo, è immediata: dalla Bibbia. Ma non basta; per essere più precisi viene dal racconto mediato della scrittura, spesso – ma non solo – orale. Normalmente riterremmo di fatto impossibile o comunque difficilissimo accedere a questa dimensione narrativa, per lo meno se non si è parte della comunità ebraica, eppure c’è un modo per superare questo ostacolo, ed è costituito da una straordinaria serie di libri: Le leggende degli ebrei del rabbino e filosofo Louis Ginzberg, una colossale opera in sei volumi (sette considerando quello delle note finali), originariamente pubblicata negli Stati Uniti tra il 1909 e il 1938, e portata in Italia da Adelphi (a cura di Elena Loewenthal). Nell’introduzione all’opera è lo stesso autore a darci preziose indicazioni sul corpus, che ruota attorno al concetto di haggadah, ovvero si riferisce a tutto quanto derivi dalla Scrittura e presenti un carattere di narrazione. “L’immaginario del popolo ebraico – dice Ginzberg – guardava al passato riflesso nella Bibbia, e per questo tutte le sue creazioni assumono una ‘tonalità’ biblica”. Per chiarire come si declini di volta in volta questa sterminata messe di racconti non c’è modo migliore che leggere qualche passo, come per esempio la splendida genesi dell’inferno avvenuta durante il secondo giorno della creazione (notevoli gli echi destinati a influenzare millenni di letterature e iconografie):

Il secondo giorno della creazione fu infausto non solo in quanto produsse una divisione là dove non c’era mai stato altro che unione, ma anche perché in esso venne creato l’inferno. Ed è per questo che Dio non poté dire di questo giorno, come degli altri, che Egli «vide ciò che era buono». Pur se necessaria, una divisione non si può definire buona, e l’inferno non merita certo questo attributo. 

L’inferno ha sette regioni, situate una sotto l’altra e chiamate Še’ol, ‘Avaddon, Be’er Šahat, Tit ha-Yawen, Ša’are Mawet, Ša’are Salmawet, e Gehinnam. Per attraversare in lungo e in largo e in profondità ognuna di queste regioni si impiegano trecento anni, e ne occorrerebbero seimila e trecento per percorrere un tratto di territorio pari all’estensione di tutte e sette. 

Ciascuna delle sette regioni è divisa a sua volta in sette zone, in ognuna delle quali vi sono sette fiumi di fuoco e sette di grandine. Ogni fiume è largo mille braccia, profondo altrettanto, e lungo trecento; i loro corsi scaturiscono l’uno dall’altro e su di essi vigilano novantamila angeli della distruzione. In ogni zona vi sono inoltre settemila fenditure e in ogni fenditura settemila scorpioni. Ciascuno scorpione è dotato di trecento anelli e in ogni anello vi sono settemila sacche di tossico, donde escono sette fiumi di veleno mortale. Se un uomo lo tocca si squarcia all’istante, tutte le sue membra si staccano dal corpo, i suoi intestini si lacerano ed egli crolla a terra. Nell’inferno vi sono inoltre cinque diversi generi di fuoco: uno divora e prosciuga, un altro divora e non prosciuga, mentre il terzo prosciuga e non divora, e ve n’è poi uno che non divora né prosciuga e infine un fuoco che divora il fuoco. Vi sono tizzi di carbone grossi come montagne, e altri come colline o come il Mar Morto, oltre a braci che paiono enormi macigni, e fiumi di pece e zolfo che scorrono ribollendo come magma di vulcano.

Concetto Pozzati, Senza titolo (1998) – Tecnica mista su carta – Asta Pananti in corso

Leggendo le Leggende degli ebrei ripercorriamo dunque passo passo il racconto del racconto biblico, stratificato nei secoli dalla mediazione dei maestri della haggadah, coloro che il Talmud definiva i rabbanan d’agdata’ . Non solo semplici studiosi di folclore cui risalire per una esatta riproduzione del materiale leggendario ma, nelle parole dell’autore, “anzitutto omelisti che usavano le leggende per scopi didattici, e il loro intento principale era di istituire un’intima relazione fra la Scrittura e le figurazioni dell’immaginario popolare, fornendo a queste ultime una solida base e garantendo loro una lunga esistenza”. Il lavoro del rabbino ortodosso lituano vissuto negli Stati Uniti, è stato così quello di un attento collettore e ordinatore di un’infinita serie di interpretazioni e leggende, un corpus rigoglioso e disperso, arricchito di tante sfumature quanti sono i commenti succedutisi nei secoli e che solo grazie a Ginzberg hanno avuto modo di trovare un ordine. Sempre ancorate al dettato biblico le fonti – tra cui, oltre alle fondamentali opere della letteratura talmudica e midrasica, trovano posto anche incursioni nella trattatistica sapienziale ellenistica e cristiana – ricostruiscono, arricchendolo, il racconto biblico a partire dalla creazione fino ad arrivare alle storie di Ester, in quello che è il libro conclusivo del canone sacro (nel dettaglio il primo volume va “Dalla creazione al diluvio”, il secondo “Da Abramo a Giacobbe”, il terzo è dedicato a “Giuseppe, i figli di Giacobbe, Giobbe”, il quarto a “Mosè in Egitto, Mosè nel deserto”, il quindi al viaggio “Verso la Terra promessa” e l’ultimo percorre le vicende “Da Giosuè a Ester”). Quello che però colpisce correndo avanti e indietro tra i volumi delle Leggende è la capacità affabulatoria di secondo livello, vale a dire quella dello stesso autore, che opera la sua puntualissima collezione in forma di ulteriore – godibilissimo – racconto. Leggiamone ancora un brano:

Per due anni Sefora allattò il primogenito, nel terzo diede alla luce un altro maschio. Memore dell’accordo preso con il suocero, Mosè capì che Ietro non gli avrebbe mai consentito di circoncidere il neonato e decise pertanto di tornare in Egitto, sì da poterlo crescere come un israelita. Durante il viaggio Satana gli apparve in guisa di un serpente che lo ingoiò fino ai piedi: resasi subito conto che ciò andava ascritto alla mancata circoncisione del loro secondogenito, Sefora provvide immediatamente e quando il sangue della circoncisione schizzò sui piedi di Mosè si udì una voce celeste gridare al serpente: «Sputalo fuori!». E così avvenne. Era la seconda volta che Sefora gli salvava la vita, dopo l’episodio del pozzo. 

La mastodontica impresa di Ginzberg diventa così una sorta di Uber-Bibbia, che cucendo insieme le leggende ebraiche provenienti tanto dai testi più oscuri della qabbalah, quanto i lacerti perduti di infiniti midrasim, restituisce un racconto nuovo e compiuto della dispersa tradizione ebraica. L’impresa nel suo complesso è impossibile, troppi i rivoli da seguire lungo i millenni, tanto che Ginzberg accenna al suo lavoro come a un primo tentativo… tuttavia difficilmente qualcuno riuscirà a fare di meglio. La messe delle leggende sa oltretutto sorprendere continuamente, affiorano qua e là spigolature sorprendenti e favolistiche, dal tratto generalmente allegorico ma non per questo meno sbalorditivo. In una per esempio una enorme rana parlante è in grado di insegnare a un rabbino l’intera Torah:

C’era una volta in Palestina un uomo ricchissimo e pio, il quale aveva un figlio di nome rabbi Hanina’ e sapeva tutta la Torah a memoria. Quando fu in punto di morte fece chiamare il figlio, rabbi Hanina’, e gli disse che in obbedienza alle sue ultime volontà egli doveva studiare la Torah giorno e notte, adempiere ai precetti della legge e mantenersi sempre amico dei poveri. Inoltre gli rivelò che lui e sua moglie, madre di rabbi Hanina’, sarebbero morti nel medesimo giorno, e che i sette giorni di lutto sarebbero terminati alla vigilia della Pasqua. Gli raccomandò di non lasciarsi sopraffare dal dolore ma di andare al mercato quel giorno stesso e di comprarvi la prima merce che gli avessero offerto, qualunque fosse il prezzo richiesto. Se si fosse trattato di un alimento avrebbe dovuto cucinarlo e servirlo con grandi cerimonie; la sua spesa e il suo disturbo sarebbero stati ben ricompensati. Tutto si svolse secondo la predizione: l’uomo e sua moglie morirono il medesimo giorno e la settimana di lutto finì proprio alla vigilia della Pasqua. Allora il figlio obbedì al volere del padre e andò al mercato, dove incontrò un vecchio che gli offrì in vendita un piatto d’argento; il prezzo era esorbitante ma egli lo comprò ugualmente, come gli aveva ordinato il padre. Il piatto fu posto sulla tavola del Seder e quando rabbi Hanina’ lo scoperchiò vi trovò un secondo piatto, in cui c’era una rana viva che saltellava allegramente. Egli le diede da mangiare e da bere, e alla fine della festa la rana era diventata così grossa che rabbi Hanina’ le preparò una gabbia dove mangiava e dormiva. Col passare del tempo la gabbia divenne troppo piccola e rabbi Hanina’ costruì una stanza, vi mise dentro la rana e le diede da mangiare e da bere in quantità. Tutto ciò lo fece per non contravvenire alle ultime volontà del padre; ma la rana continuò a crescere, finché non diede fondo alle sostanze del suo ospite spogliandolo di ogni avere. Allora essa aprì la bocca e prese a parlare. «Non angustiarti, caro rabbi Hanina’!» gli disse. «Poiché mi hai nutrita e cresciuta, puoi chiedermi tutto quello che desideri e ti sarà concesso». «Desidero una sola cosa» le rispose rabbi Hanina’. «Insegnami l’intera Torah». La rana acconsentì e gli insegnò l’intera Torah e per giunta le settanta lingue degli uomini. Il suo metodo consisteva nello scrivere qualche parola su un foglietto e nel farlo inghiottire al suo discepolo, che imparò così non soltanto la Torah e le settanta lingue ma anche il linguaggio degli animali e degli uccelli. Allora la rana disse alla moglie di rabbi Hanina’: «Tu hai avuto molte premure per me e io non ti ho ricompensato in alcun modo, ma prima che vi lasci avrai il tuo premio. Dovrete soltanto accompagnarmi tutti e due nel bosco e là vedrete cosa farò per voi». Andarono dunque nel bosco con la rana e quando vi giunsero essa cominciò a gridare a gran voce facendo accorrere animali e uccelli di ogni specie. Ordinò loro di raccogliere pietre preziose quante ne potevano portare e di dare alla moglie di rabbi Hanina’ erbe e radici, che la rana le insegnò a usare per guarire ogni sorta di malanni. Poi disse ai due sposi di portare tutto a casa, e prima che si allontanassero li salutò con queste parole: «Che il Santo, benedetto sia, sia clemente con voi e vi renda merito di tutti i sacrifici che avete fatto per me senza nemmeno chiedere chi fossi. Ora vi svelerò la mia origine: sono figlio di Adamo, generato durante i centotrent’anni dalla sua separazione da Eva, e ho ricevuto da Dio il potere di assumere la forma o l’aspetto che voglio». Rabbi Hanina’ e sua moglie ritornarono a casa, divennero ricchissimi e meritarono il rispetto e la fiducia del re.

Se scrivo solo ora di questa serie di libri che colleziono da anni è perché Adelphi ha da poco deciso di raccogliere l’intero corpus in due enormi (ma completi e paradossalmente più pratici) volumi, il cui primo raccoglie la messe delle leggende, mentre al secondo è affidata la consultazione delle note e degli indici. Grazie alla nuova edizione è così decisamente più semplice risalire ai racconti relativi a un personaggio o a un episodio biblico che ci interessi in quel momento consultare, certi che grazie alla ricchezza di particolari rimessi insieme da Ginzberg usciremo dalla lettura con prospettive e racconti impensabili, oltre che con l’immenso piacere di esserceli fatti raccontare da un barbuto, acutissimo cantore della New York di inizio Novecento.


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).

0 comments on “le leggende degli ebrei

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *