Le origini storiche del mansplaining

Il mansplaining è un concetto ambiguo, difficile da definire, che possiamo illuminare indagando la sua storia, ad esempio grazie ad opere come il “De re uxoria” di Francesco Barbaro.


in copertina Syndics of the Amsterdam Goldsmiths Guild, Thomas de Keyser (1627)

di Alessia Dulbecco

Se chi legge queste righe è una donna si sarà probabilmente ritrovata nella situazione descritta nel noto articolo di Rebecca Solnit del 2008, in cui la giornalista raccontava con piglio ironico la condizione in cui si era imbattuta molte volte, quella di essere svalutata da interlocutori per lo più maschili che si sentivano in dovere di impartirle una lezione su cose che lei conosceva meglio di loro. Nel libro che è stato pubblicato successivamente e che racchiude questo testo, Solnit racconta di aver scritto il pezzo dopo averne parlato a una cena tra amici. Non era sicura di volerlo pubblicare, ma è stata incoraggiata da un’amica, che l’ha convinta a offrirlo in dono a tutte quelle donne «che dovevano sapere che essere sminuite non è il risultato delle loro segrete mancanze, ma delle solite vecchie guerre di genere». 

L’articolo ha ricevuto molte critiche, per lo più da parte di uomini, che si sono lamentati affermando che si tratta di un fenomeno da cui anche le donne non sono immuni. La loro obiezione risulta per certi versi comprensibile, soprattutto se si ignora la prospettiva di genere soggiacente al discorso di Solnit. La giornalista è la prima a riconoscere che è una pratica in voga anche anche tra le donne, ma quello che fa davvero la differenza sono i rapporti di potere in gioco. Afferma l’autrice: «per la cronaca, sono convinta che anche le donne spieghino le cose in modo altezzoso, anche agli uomini. Questo, però, non è indicativo di un’enorme disparità di potere che assume forme anche molto più sinistre, o del modello diffuso secondo il quale il genere opera nella nostra società». 

Come è facile immaginare il brano di Solnit ha acceso un dibattito fortissimo, che ha portato alla creazione di un neologismo – mansplaining – con cui definire le spiegazioni non richieste e paternalistiche fatte da uomini a donne che non ne hanno bisogno. In molte occasioni gli uomini continuano a negare le competenze possedute dal genere femminile o a rigettarne le esperienze in modo più o meno esplicito, con una pedante saccenteria figlia di quella discriminazione che, per secoli, ha relegato queste ultime in posizione di inferiorità.

Il mansplaining si rivela problematico soprattutto in ambito lavorativo, dove questa operazione può diventare strategia per escludere le donne da posizioni di responsabilità, ignorandone o svalutandone le competenze.  A riguardo, Solnit cita vari episodi che le sono capitati: racconta ad esempio di una festa a Aspen, in cui il suo ospite l’aveva prima esortata a parlare dei suoi “due o tre libri” – ne aveva già scritti otto – pretendendo al contempo di darle lezioni su autori che conosceva benissimo, semplificandoli come se li stesse presentando per la prima volta a una bambina. Forse però il caso più emblematico le era capitato qualche anno prima, sempre in un’occasione professionale. Racconta Solnit: «ebbi da obiettare sul comportamento di un uomo, con l’unico risultato di sentirmi dire che le cose non erano andate affatto come dicevo io, che era la mia opinione soggettiva, che le cose e le immaginavo, che ero nervosa e in malafede: insomma mi comportavo da femmina».

Ma cosa significa “comportarsi da femmina”? Come traspare dalle parole della giornalista, l’interlocutore attribuiva a questa definizione una connotazione negativa. Ancora oggi, è opinione comune ritenere che ci si comporti “da femmine” quando si appare volubili, frivole, irrazionali o irritanti. Del resto, a lungo è stato così. Le donne, come ricorda Adriana Cavarero, per molto tempo non hanno avuto la possibilità di esprimersi, definendo autonomamente le proprie competenze o commentando la propria natura. Come afferma la filosofa, nel corso della storia «la donna non si autorappresenta nel linguaggio ma accoglie con questo le rappresentazioni di lei prodotte dall’uomo. Così si parla e si pensa, ma non a partire da sé». Private della possibilità di auto-determinarsi, le donne si sono ritrovate mute davanti a uomini che, in trattati, saggi e pamphlet, le descrivevano attribuendo a tutti i loro tratti – l’indole, gli istinti, le funzioni biologiche o cognitive – qualità negative.

In un’epoca in cui le donne hanno, seppur con fatica e con notevoli differenze tra un contesto e l’altro, conquistato diritti umani e civili, la pratica del mansplaining potrebbe rappresentare un tentativo più o meno consapevole di alcuni uomini al fine di riportarle alla posizione subalterna a cui per secoli sono state destinate.

Come illustra Paolo Orvieto nel volume Misoginie, è a partire dall’antichità classica che filosofi e uomini di scienza hanno tentato determinare l’identità della donna e conseguentemente la sua inferiorità, giustificando così il controllo e il dominio sul suo corpo. L’epoca classica, a sua volta, assimila l’insegnamento proprio dei testi sacri che rappresentano in un certo senso il “grado zero” da cui si propaga l’immagine della donna come malvagia tentatrice. Nel Genesi (1-27; 3-7) si evince come la vita dell’uomo e della donna sarebbe potuta essere perfetta e paritaria, se solo l’ambizione non avesse portato Eva a cogliere il frutto della conoscenza. Con il suo gesto, ricorda Orvieto, «Eva inventa l’attrazione sessuale, la concupiscenza; il corpo della donna è la causa di ogni perversione e della caduta dell’uomo». Dalla Bibbia in avanti, dunque, la donna diventa un’alterità collocata in posizione inferiore rispetto all’uomo. Gran parte della riflessione filosofica e scientifica fino al secolo scorso ha avuto come obiettivo quello di trovare una giustificazione a questo assunto.

Aristotele è tra i primi a speculare su una base scientifica in grado di spiegare perché le donne siano, ontologicamente, esseri inferiori. Secondo il filosofo, il maschio si genera in virtù di un principio vitale che consente l’elaborazione del sangue in seme; tale condizione si esplicita solo nel corpo maschile, tradizionalmente attivo. La donna, non disponendo di tale facoltà, non è in grado di trasformare il sangue, che pertanto rimane freddo, come quello mestruale. Diversamente dal maschio si caratterizza per la passività e l’impotenza da cui è dominata. Per questo, nella fase della procreazione sarà portatrice della materia passiva, mentre il partner della componente vitale.

Il tentativo di individuare una base scientifica che dimostri l’inferiorità della donna  continua nel corso dei secoli per poi esplodere a ridosso dell’800: favoriti dall’afflato positivista, dalla frenologia e dalle teorie eugenetiche, scienziati, filosofi, antropologi e psichiatri continuano a pontificare sulla vita e l’esistenza delle donne assimilandola a quella degli animali o delle “razze inferiori”.

Eppure, c’è stato un momento storico, intorno al ‘700, in cui studiosi di ogni sorta sembrano impegnarsi a rivalutare le peculiarità femminili. Alcuni autori, come Rousseau  nell’Emilio, ribaltano la concezione comune e attribuiscono alle caratteristiche proprie del femminile – la morigeratezza, la pacatezza, la fedeltà, la propensione alla cura, tutte “qualità” che ne avevano decretato l’inferiorità – una concezione positiva, indispensabile per il buon andamento sociale. Come ci ricorda Sarah Blaffer Hrdy nel suo Istinto materno, sempre negli stessi anni, il medico Linneo aveva dato alle stampe un pamphlet dal titolo “Nutrix noverca” (nutrice maligna) in cui attaccava pubblicamente tutte le donne colpevoli di rinunciare all’allattamento. Dopo secoli in cui l’atto di allattare veniva considerato indegno per le madri e inutile per la prole (mandata a balia per essere nutrita e accudita) esso viene utilizzato come cartina di tornasole per separare le madri degne di ricoprire questo ruolo da quelle malvagie, stabilendo tra loro una gerarchia  morale.

In realtà, come  hanno messo in evidenza molte autrici tra cui Elisabeth Badinter, si tratta di un discorso prettamente utilitaristico. Dopo secoli di guerre e carestie, la popolazione aveva bisogno di essere rinfoltita e si affida alle donne questo compito, sdoganando alcune mansioni (come la cura della prole, indispensabile per garantirle una minima speranza di vita) che fino a quel momento risultavano disdicevoli per le classi più abbienti. L’Illuminismo è un’epoca ancora fortemente misogina, poco propensa a dare risalto alle donne, considerate manchevoli di quelle qualità cognitive e razionali esaltate da questa concezione filosofica. Linneo, perciò, non riesce a allontanarsi dagli aspetti prettamente medici e biologici che qualificano la funzione delle donne. Viene da chiedersi, pertanto, se Rousseau sia stato il primo a muoversi in questo senso, dando risalto non solo agli aspetti fisiologici del corpo femminile ma anche a ciò che lo connota da un punto di vista affettivo e morale.

Per rispondere a questa domanda è necessario cambiare paese e spostarci in Italia: nel 1400, il nobile veneziano Francesco Barbaro da vita a un manuale, il De re uxoria, che, sotto molti aspetti, possiamo considerare il predecessore del discorso roussoniano poiché costituisce la prima indagine socio-politica volta a delineare il ruolo della donna in famiglia e società.

Nella recente pubblicazione curata da Olschki, si apprende che il trattato fu elaborato dal nobile veneziano – ventenne, celibe e senza alcuna esperienza in ambito familiare – nel 1415, in occasione del matrimonio di Lorenzo di Giovanni de’ Medici, fratello di Cosimo il vecchio, con Ginevra Cavalcanti. L’occasione, però, è solo un pretesto: più che rivolgersi all’amico, egli intende prendere posizione su alcune annose questioni che affliggevano la vita della Repubblica veneziana. Come scrive Chiara Kravina nel volume citato, «agli albori del ‘400 il tema del matrimonio è di grande attualità a Venezia». I nobili si trovano a un bivio: da una parte, a causa dell’imponente influsso misogino, sono sempre meno interessati all’idea di prender moglie prediligendo al contrario un ideale di vita ascetica, libera da obblighi, dedita allo studio e alla contemplazione; dall’altro – complice anche l’inflazione degli importi dotali – molti di loro cedono al matrimonio andando a “caccia” della damigella con la dote più ricca, non curandosi del lignaggio.

Secondo Barbaro entrambe sono tendenze pericolose: la prima può portare a una drastica riduzione della popolazione nobile, la seconda «può comportare pericolose inversioni di ruoli nel rapporto di coppia». Il De uxoria rappresenta il tentativo di arginare entrambe le correnti educando sia gli uomini alla scelta della compagna “giusta”, che le donne a coltivare le proprie virtù per risultare appetibili allo sguardo maschile e contribuire degnamente alla discendenza. 

Nella prima parte Barbaro si concentra sulla definizione di matrimonio inteso come vincolo indissolubile, «fusione di obiettivi naturali e morali finalizzati alla procreazione e alla prevenzione della lussuria». Successivamente impartisce le istruzioni ai coetanei patrizi per la scelta della sposa perfetta. Ella deve essere bella ma non troppo, formosa ma non troppo, con una condotta sociale specchiata che possa garantire la buona reputazione del futuro marito. Altre doti indispensabili sono l’oculatezza, la silenziosità, la disponibilità al sacrificio e all’accondiscendenza.

Il De uxoria fissa molti punti di riferimento per i trattati che verranno prodotti nei secoli successivi sul ruolo della figura femminile in famiglia. In esso, le donne vengono descritte e incoraggiate a essere buone madri, attente fin da subito ai bisogni dei figli. Secondo Barbaro è la natura che le ha volute amorevoli verso la prole: diversamente dagli altri animali che hanno le mammelle sul ventre, la posizione dei seni nelle donne le spinge necessariamente a abbracciare e baciare il neonato nell’atto dell’allattamento confermando così una sorta di “istinto” materno che le vorrebbe protettive e accudenti. 

Con Barbaro la figura femminile acquisisce specifici compiti e responsabilità che si esplicano tutte dentro le mura domestiche: oltre a badare ai bambini, ella diviene la principale responsabile dell’andamento familiare, occupandosi di vegliare sulla servitù, garantendo una casa impeccabile, vigilando sulle risorse economiche a sua disposizione per la cura familiare.

Pur rivolgendosi ai coetanei, il nobile veneziano parla indirettamente anche alle donne, che, trattate per secoli come nullità, imparano ad aderire al modello per ottenere riconoscibilità e il compiacimento esterno. Come Badinter metterà in luce, ben lontane da esser “riabilitate socialmente” tali precetti finiscono per porre un ulteriore giogo alla vita delle donne, che possono aspirare solo alla maternità per compiacere gli altri e se stesse. Tutti i trattati volti a definire l’identità femminile, partendo da Barbaro e arrivando fino agli albori del ‘900, non producono un miglioramento della condizione delle donne ma ne riconfermano gli stereotipi, amplificando lo spettro della misoginia che ogni tanto, ancora oggi, ricompare.

Una millenaria tendenza maschile a definire (anzi, “spiegare”) la donna alla donna non scompare dall’oggi al domani e sebbene una pratica come il mansplaining possa risultare trasversale tra i generi, è plausibile che la preponderanza statistica suggerita da Solnit sia reale –  non credo sia un caso che a riconoscersi vittima di queste esperienze siano soprattutto le donne. L’ antidoto a questa pratica, più che una negazione basata su trivialità come il fatto che non la fanno  tutti gli uomini e che è praticata anche dalle donne, può trovarsi nel recupero e l’analisi di fonti come quelle citate, per comprendere una discriminazione che per secoli ha caratterizzato i rapporti tra i generi. E arrivare, auspicabilmente assieme, alla messa in discussione di un sistema che fondava (e spesso ancora fonda) le proprie  “verità” sui desideri della parte più forte.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.

1 comment on “Le origini storiche del mansplaining

  1. Ottimo articolo, informato e molto chiaro.
    Maria

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