Le radici filosofiche della nonviolenza

A dispetto di quel che credono in molti, la nonviolenza è un mezzo efficace e una pratica attualissima. Un rifiuto attivo, che si realizza in una proposta filosofica funzionale al cambiamento sociale, l’affermazione dei diritti, la trasformazione dei rapporti, la distribuzione del potere di tutti.


IN COPERTINA e nel testo: Capacitor, Antony Gormley, 2001

(Questo testo è tratto da “Potere forte”, di Roberta Covelli. Ringraziamo effequ per la gentile concessione)


di Roberta Covelli

C’è una parola antica, che si ritrova nell’induismo quanto nel buddismo: è il termine sanscrito ahimsa. Indica la volontà di non nuocere o meglio l’assenza del desiderio di infliggere male. Ahimsa è una condizione spirituale, un precetto religioso, una disposizione dell’animo che quando si trasforma in azione politica si evolve in satyagraha. Satyagraha è il neologismo coniato in seguito a un concorso indetto dal giovane Gandhi impegnato nella protesta contro la discriminazione degli stranieri (principalmente indiani e cinesi) in Sudafrica; è la parola si compone di due concetti: verità – che implica amore – e fermezza – che genera forza. La nonviolenza politica, per tradurre il neologismo, è la forza proveniente dall’amore, la fermezza nella verità, laddove per ‘verità’ si intende un’entità superiore, quasi divina, l’ordinamento morale del mondo, un valore in sé – per l’appunto l’amore, che talvolta si confonde con il metodo stesso di nonviolenza. Nel teorizzare ed esportare questi concetti, Aldo Capitini ha a suo tempo parlato di nonviolenza come di apertura affettuosa all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere.

In questa complessità sembra risuonare il sintetico comando cristiano “Ama il prossimo tuo”. Sebbene l’assenza del desiderio di infliggere male sia una disposizione d’animo descritta e prescritta nelle filosofie orientali, il messaggio evangelico è una fonte piuttosto importante nella teorizzazione della nonviolenza, anche se con qualche differenza rispetto all’ahimsa: questa nelle scuole di pensiero orientali assume una carica positiva e statica, e rappresenta quindi una condizione più che un’azione, mentre nel cristianesimo, in modo opposto, questi principi si affermano in maniera dinamica, con il principio di non resistenza al male con il male. Non deve quindi stupire l’attenzione dedicata da Gandhi a Il Regno di Dio è in voi di Lev Tolstoj (testo che lo stesso autore definì come sua opera più importante): il libro affronta il messaggio del Nuovo Testamento nella sua genuinità quasi letterale, e il titolo stesso proviene da un passo del vangelo di Luca:

I farisei gli domandarono: «Quando verrà il regno di Dio?». Gesù rispose loro: «il regno di Dio è in mezzo a voi!».

Tolstoj, da laico, affrontava il tema dell’attualizzazione dell’insegnamento cristiano all’interno della società, proponendo esempi di comunità e sottolineando come il principio di non resistenza al male con il male enunciato da Gesù fosse spesso disatteso dalle stesse autorità ecclesiastiche. Basti pensare all’eventualità del ricorso alla pena di morte, reputata accettabile dal Catechismo della Chiesa Cattolica in casi di estrema gravità qualora vi sia certezza del colpevole; tale precetto era contenuto nel paragrafo 2267 ed è stato modificato, con l’esclusione della pena capitale tra le possibili sanzioni dell’autorità, solo nel 2018: eppure il “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” con cui Cristo aveva evitato la lapidazione di una donna adultera sembrava un invito piuttosto chiaro a non servirsi di forme di giustizia umana severe e irreparabili.

Il messaggio evangelico, la buona novella, è nonviolenta. La vita stessa di Cristo ha la forza della contraddizione, è un perenne ossimoro: la forza della debolezza, la beatitudine degli oppressi, il potere degli ultimi; il figlio di Dio che si fa uomo, il re dei re che nasce povero, il capo del popolo sacrificato dal popolo, nato sotto la legge per superare la legge con il comandamento dell’amore. I riferimenti a “pianto e stridore di denti”, alla violenza e alla punizione presenti nel Vangelo non si ritrovano nelle azioni di Gesù, né in comandamenti pratici, ma si leggono solo nelle parabole, in cui la pena è quindi metaforica e, in ogni caso, demandata al futuro e a un’autorità divina. E mentre manca ogni conferma a dettami e cronache a base di proibizioni, guerre sante e vendette che invece affollano l’Antico Testamento, Cristo si affranca dalla legge delle tavole di pietra e dona un comandamento nuovo, che pone il prossimo, l’altro, come misura dell’amore per Dio.

Anche i discorsi e gli insegnamenti cristiani si pongono sulla via dell’ahimsa, in cui l’assenza del desiderio di infliggere il male raggiunge il punto di non reagire al male con il male: se la legge è occhio per occhio, dente per dente, Gesù rivoluziona l’approccio ordinando l’amore per il nemico, il porgere l’altra guancia e lasciare anche la tunica a chi strappa il mantello. Si tratta di raggiungere una pace interiore anche di fronte al male ricevuto, e l’obbiettivo non si esaurisce solo nelle parole: nel momento più tragico, con l’arresto e la consapevolezza del supplizio imminente, Gesù si oppone e rimedia all’azione dell’apostolo Pietro che, sguainata la spada, ha tagliato l’orecchio del servo del sommo sacerdote, credendo di difendere con la violenza il maestro della nonviolenza. Anche in quest’ambito il rifiuto della violenza non significa rassegnazione, né accettazione delle ingiustizie: se “i miti sono beati perché erediteranno la terra”, nulla impedisce a Cristo e a chi lo seguirà di rovesciare i tavoli dei cambiavalute al tempio, là dove un luogo sacro è diventato una “spelonca di ladri”, e la religione un travestimento per truffe ai danni dei più deboli, ingannati a causa della loro devozione.

Il mite non è quindi un rassegnato, così come il nonviolento non è un inerte: c’è anzi un impegno attivo nella costruzione di una società più giusta. Che si basi sull’ahimsa orientale o sulle Beatitudini cristiane, la nonviolenza è comunque una pratica attiva e vivace che parte dalla negazione della violenza per affermare una realtà aperta. E per raggiungere la grandezza dell’utopia universale, inizia dalla finitezza dell’individuo.

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La fermezza nella verità, così come l’eliminazione del desiderio di nuocere, non può che venire dal singolo: non posso pretendere da altri quel che io non metto in pratica. Il punto di partenza dell’azione, allora, sono io, secondo una concezione etica che va da Cartesio a Kant e che ha trovato un’efficace sintesi in Sartre: se l’unica essenza di cui si ha certezza è la propria (il cogito ergo sum cartesiano), solo su di essa si può influire; ed è così che l’individualità diventa metro della massima universale (l’imperativo categorico). Il proprio impegno personale, la propria ricerca del Valore in sé sono elementi indispensabili per poter agire sulla realtà circostante e sul comportamento altrui.

Cerco di migliorare l’altro, iniziando in me la liberazione, spendendo anzitutto me nel bene, vincendo l’altrui male col bene che posso operare io

Ecco però il paradosso: il potere di azione è nell’individuo, ma l’individuo è imperfetto e limitato. E il singolo è normalmente consapevole di questa finitezza, della sua insufficienza: dottrine religiose e ideologie politiche hanno offerto numerose e diverse soluzioni per il superamento di questo limite umano, spesso rifugiandosi però in un individualismo che sublima in un ‘superindividuo’: le confessioni religiose in risposta al bisogno umano di infinito presentano il divino, la divinità; alcune dottrine politiche offrono invece nella patria (o nella tradizione, o nella razza) un elemento di identificazione collettiva. La nonviolenza, al contrario, pur assegnando la centralità alla scelta personale, non si rinchiude nell’individualismo; il superamento del limite individuale si ricerca, viceversa, proprio attraverso l’apertura dell’individuo all’altro da sé, nelle diverse declinazioni della riflessione sulla soggettività e sull’empatia.

L’apertura all’altro, la disposizione dell’animo a comprendere la posizione altrui viene definita da Aldo Capitini l’atto del tu, una collaborazione alla ricerca della verità d’amore, fine e mezzo della nonviolenza.

Siccome i nostri limiti individuali ci impediscono di cogliere questa Verità nella sua pienezza, noi ci avviciniamo ad essa instancabilmente soltanto stando aperti a chi è diverso da noi, mediante l’amore per ogni essere, mediante la nonviolenza, mediante il dialogo, nel quale noi sosteniamo le nostre idee, ma non escludiamo di esser convinti dagli altri.

L’apertura è in questa prospettiva un esercizio ideale, di immaginazione e riconoscimento prima e di empatia e comprensione poi: io riconosco nell’altro un mio simile, un componente dell’unità umana, nei confronti del quale mi applico in uno sforzo di immedesimazione, con la disponibilità sincera ad accettare idee che in principio non sono mie, e nel contempo, con l’esempio e il dialogo, espongo il mio pensiero. Si tratta quindi di una collaborazione tra individui, in cui la comunicazione è insieme impegno a persuadere e disponibilità a essere persuasi.

Ciascuno di noi cerca volta a volta di capire l’altro, cioè di mettersi dal punto di vista da cui l’altro vede le cose, ricostruendo il meglio possibile la sua visione, e di farsi capire dall’altro, cioè di condurre l’altro ad assumere l’angolo visuale suo, a rifare in sé il suo mondo d’esperienza, a vedere come lui […] Il dovere di noi tutti, di rispettare la libertà degli altri comprendendo le loro verità secondo la loro coscienza, è nello stesso tempo la verità suprema, quella che permette a tutti gli uomini di chiamarsi fratelli.

Dunque il riconoscimento dell’altro e l’apertura della soggettività all’alterità, dell’io al tu, allarga ulteriormente l’orizzonte: perché se l’altro è il mio prossimo, ossia un soggetto diverso da me eppure nel quale io riesco a riconoscermi, è anche possibile allargare l’orizzonte dal soggetto alla pluralità, comprendendo non più solo l’altro come singolo individuo, ma riconoscendo e aprendomi all’altro come pluralità di soggetti.

Realmente l’atto del tu va concretato con costanza ed esattezza, va ripreso e rinnovato tutte le singole volte, con la volontà di far quello e non altro. Inoltre bisogna osservare che se la nonviolenza sta nell’attuazione del singolo tu, nella interiorizzazione viva di un individuo, l’orizzonte generale della nonviolenza si intravede quando il tu resta non singolare, ma è la disposizione a rivolgerlo anche ad altri, a molti, possibilmente e progressivamente a tutti. È un tu non di scelta e di preferenza, ma un tu-tutti. La non violenza si presenta molte volte alla coscienza come una legge, un dovere o un orientamento di massima, che trae la sua forza non dalla considerazione delle conseguenze che derivano dall’atto di nonviolenza, quanto invece da un preliminare sentimento della realtà di tutti gli esseri.

L’atto del tu è una pratica talmente importante da costituire non tanto una tecnica nonviolenta, ma un suo presupposto, un orientamento dell’animo necessario all’apertura e all’attuazione del metodo nonviolento.


Roberta Covelli è nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è dottoranda in diritto del lavoro. Scrive per «Fanpage.it» e per «Valigia Blu». Questo è il suo libro d’esordio.

1 comment on “Le radici filosofiche della nonviolenza

  1. Marcello Mazzara

    Come mai non si parla di marco pannella nell’articolo? A parte il fatto che proprio lui presae il termine satyagraha per identificare le sue lotte politiche sull’insegnamento di gandhi, pannella con la nonviolenza ha coontribuito. A inmaniera determinante a battaglie su divorzio aborto obiezione si coscienza coscienza giustizia droga!

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