Le regine dell’abisso

Il rapporto degli esseri umani con le balene è antichissimo ed è mutato molto nel tempo: ecco come.


IN COPERTINA, Whale, 1978 – Jamie Wyeth

Questo testo è tratto da Le regine dell’abisso di Rebecca Giggs. Ringraziamo Aboca edizioni per la gentile concessione.


di Rebecca Giggs

A quali profondità scorre la storia che collega le balene e gli esseri umani? Quando penso a ciò che passa tra balene e persone, a ciò che può immischiarsi tra una balena e il mondo, sento il desiderio di rivolgermi innanzitutto al contorno di una megattera che da molte migliaia di anni si affaccia dal terreno a portata di orecchio dal porto di Sydney, a Balls Head. 

Questa balena è un petroglifo, un graffito realizzato scavando la roccia con pietre più piccole e dure, o punte di conchiglia modellate alla bisogna. È nelle opere d’arte, non nei documenti, che sono custodite le storie più antiche sulle balene; la geologia è la tela più resistente. Queste rappresentazioni risalgono a un’epoca antecedente la scrittura, quando alla massa continentale oggi nota come Australia non era sovrapposto quel nome, anche se in essa pulsavano innumerevoli lingue. I petroglifi sono una specie di pittura rupestre preistorica o, per essere più precisi, una specie di scultura, in quanto sono tridimensionali; Land Art alla profondità di un polpastrello. Frantumare, grattare e accerchiare inaugurarono il disegno; la balena di Balls Head era un lavoro collettivo, completato vicino al punto in cui si potevano avvistare balene vive. Racchiusa nel contorno della megattera, che si estende per sei metri, c’è una figura più piccola: un uomo senza testa. Una terza, sbiadita creatura, un piccolo cavallo o forse un cane, appare vicino al fianco destro. Foglie secche volteggiano sulla scena. Da qualche parte, tintinna una rete metallica. La balena nella roccia è stata l’opera del popolo Cammeraygal, in quella che è la nazione di Eora. 

Per quel che ne sappiamo, rappresentare gli animali è un desiderio che non condividiamo con nessun altro essere vivente. A oggi, non sono mai state dissotterrate statuette di persone modellate da animali non umani; non sono mai state scoperte tane sulle cui pareti appaiano affreschi di noi, in azione. Catturare l’effige di un’altra creatura implica un rapporto immaginario o emotivo che eccede le esigenze della sopravvivenza: l’istinto di temere un predatore o un appetito che insegue una preda. Non possiamo sapere quali emozioni si agitassero in questi artigiani Cammeraygal, dunque chissà se abbassavano gli strumenti per tendere l’orecchio, quando le pinne caudali cozzavano sul mare poco distante? Lame di pietra e punte più sottili, asce e punteruoli: una sequenza di utensili sollevava la polvere della grafite dal piano da lavoro minerale, facendola luccicare e volteggiare intorno a loro. Il petroglifo impiegava mesi a essere tracciato, stagioni di fuoco, poi gelo sferzante. Le stelle erano inchiodate in alte nel cielo, la facciata di pietra ronzava, riscaldandosi per la frizione… era timore reverenziale ciò che paralizzava gli incisori, quando le balene vere passavano accanto alle loro immagini? 

Petroglifi zoomorfi popolano le lastre di arenaria in tutto il bacino di Sydney. Centinaia di disegni – rappresentazioni gestuali di emù, serpenti, canguri, opossum – coprono gli affioramenti nei parchi nazionali, fin sulla costa e dentro la città. Spesso sacri, a volte segreti, tutti i petroglifi hanno una grande importanza culturale nella costruzione del mondo dei popoli indigeni. Le incisioni rupestri che sono pubbliche spuntano sulle cime, nel bush, tra gli edifici suburbani, nei campi da golf, lungo i fiumi e i margini delle strade o sulle spiagge. Le balene, gli animali più grossi rappresentati in uno zoo di petroglifi grande quanto la nazione intera, hanno un ruolo da protagoniste in questa galleria di pietra. 

Le loro controparti viventi – megattere, balene franche, capodogli e orche – avevano una funzione multidimensionale nelle vite degli incisori: come alimento e come parte di uno scambio totemico. È noto che in tutto il mondo antico gli uomini cercavano le balene come sostentamento e materia prima. Fresca o sotto sale, la carne di balena era a volte donata, a volte scambiata con altre merci. Gli Eora raccontano di antenati che sfregavano i piedi sulla sabbia fine per trasformare una duna scricchiolante in un torreggiante amplificatore, capace di emettere suoni simili ai richiami delle balene. Più una trappola che una caccia, e nient’altro che un mezzo per indurre cetacei malati o feriti a spiaggiarsi: ma se imitandone la voce una balena veniva attirata con l’inganno nelle secche o se, per un caso fortuito, veniva trovata sulla costa, era sempre una svolta inattesa e gradita. Non una tragedia, ma una manna: un magazzino di grassi e vitamine che per il resto scarseggiavano durante l’inverno. 

Sia le pratiche di uccisione sia la funzione delle parti della balena variavano da una cultura all’altra. Nella Grande Baia Australiana restano vestigia di costole di balena legate insieme per costruire strutture a forma di alveare, non troppo diverse dai wigwam. Canoe scavate nei tronchi erano usate nelle Isole Salomone per attirare i delfini sulla terraferma; in quei luoghi, i denti di delfino costituivano una dote matrimoniale. I capodogli venivano arpionati al largo di Zanzibar durante un’era di case di fango. Nel Pacifico nordoccidentale – dove la tradizione prevedeva che un cacciatore tribale dovesse sognare la balena prima di poterla avvistare da sveglio – le lance potevano essere potenziate con lame di corna d’alce e gusci seghettati di molluschi; le balene morivano perforate da frammenti di altri animali. Frecce imbevute nel succo della radice letale del fiore del napello uccidevano lentamente le balene franche al largo dell’Isola Kodiak. I Nuu-chah-nulth del Canada, prima di una caccia, facevano voto di castità ed eseguivano bagni propiziatori. Gli antichi balenieri dell’Islanda e della Norvegia eliminavano le balenottere minori usando dödspiler, “frecce della morte” avvolte nel tessuto necrotico di altri animali morti e in via di decomposizione, facendo morire le balene di setticemia. Per ragioni più che altro rituali, gli Aleut tamponavano gli arpioni con sangue mestruale e contavano sul fascino magnetico degli amuleti, con pupille di balena al centro (come facevano anche i Chukchi). Oggi si trovano teschi di cuccioli di balene della Groenlandia nelle rovine artiche di Thule (le loro picche con barbigli di pietra erano in grado di abbattere le balene più piccole, ma non gli esemplari adulti) e, meno di frequente, da lì viene riesumato anche uno scheletro umano, forse un guerriero, sepolto secondo il rituale tra le parentesi di un paio di mascelle di balena. 

Tra le immagini più antiche che raffigurano incontri con le balene, molte sono dimostrazioni di come si uccidono gli animali, e cosa fare in seguito per portarli a riva. Una zanna di tricheco di 3000 anni, trovata nella Čukotka russa, reca incisioni di figurine a bordo di una umiak – una barca in pelle d’animale – che danno inconfondibilmente la caccia a una balena. Gli archeologi hanno osservato che le balene visitano ancora quelle spiagge gelide, nei pressi del punto in cui è stato rinvenuto il manufatto, per sfregarsi via dai fianchi i cirripedi nel fondale di ciottoli (a sua volta una specie di utensile). 

La prima prova incontrovertibile di caccia alla balena – che potrebbe risalire a 8000 anni fa, al tardo Neolitico – viene dalla Corea del Sud, dove, su una facciata di scisto lungo un fiume a Bangudae, nei pressi di Ulsan, contorni di balene sono presi al laccio da figure in piedi su un pontile ricurvo. Altre balene, già morte, sembrano essere tenute a galla da salvagenti artigianali; le loro schiene sono suddivise da linee tratteggiate, come nel diagramma di carne di un macellaio. Le balene hanno spruzzi e pieghe sulla pancia. Con centinaia di animali incisi, le rocce di Bangudae brulicano di vita: branchi di balene sono fiancheggiati da tartarughe e focene; sul perimetro ci sono lupi, cervi, maiali e stagni di pesci. Nonostante la qualità arcaica della rappresentazione, quasi tutte le balene sono identificabili con il tipo che i sudcoreani chiamano “balene fantasma” (gwisin gorae): un nome derivato dalla colorazione degli animali, a metà tra il nero e il bianco. Altrove sono chiamate balene grigie. Le balene grigie sono oggi scomparse dai mari attorno alla penisola coreana, anche se le acque attraverso cui la specie un tempo migrava restano protette come riserva. Un rifugio per fantasmi. Volendo, un rifugio per la speranza. L’ultima balena grigia avvistata dalla Corea del Sud risale al 1977, ma alcune persone considerano un motivo di ottimismo la notizia dei recenti avvistamenti di balene grigie in Namibia e Israele, dove gli animali non erano documentati da almeno 200 anni. 

È probabile che alcuni petroglifi si avvicinino all’era dei graffiti di Bangudae, anche se nessuno illustra in modo esplicito l’attività della caccia. All’epoca in cui vennero realizzate, secondo i conservatori indigeni e gli antropologi, le incisioni rupestri non erano un semplice sfogo della creatività né un’osservazione del mondo fisico così com’era. Un petroglifo denotava un’intenzione di generare, evocare o cambiare. Un petroglifo parlava del futuro. Grandi aggregazioni di incisioni contrassegnavano i “siti di crescita”: luoghi in cui venivano praticati riti di intensificazione animale, attirando prede dai loro nascondigli perché cadessero nelle imboscate – anche se questa è solo una interpretazione superficiale del loro significato, e sopprime l’articolazione interna del dialogo tra l’animale e la persona, o il popolo, che lo evoca. Alcuni petroglifi legavano famiglie a specie animali in rapporti di obbligo o reciprocità. Altri ancora potrebbero essere il rovescio di configurazioni stellari; le costellazioni del cielo notturno rappresentate come forme di animali, ausili alla navigazione per i viaggiatori diurni. Gli autori delle incisioni, le loro comunità e i loro discendenti spesso ricalcavano ripetutamente i solchi, e non è detto che non lo facciano tuttora. 

Che uno specifico petroglifo si riferisca alla caccia alla balena, a un oggetto totemico o a una carta del cielo, la rilevanza di queste antiche incisioni non si limita a un passato sacrale. La balena sul promontorio di Balls Head ha diversi strati simbolici; la storia del graffito si è snodata in parallelo a una più recente storia di contatti tra esseri umani e balene. Fu inciso per la prima volta in una terra chiamata Yerroulbine, poi ribattezzata “Balls Head” (da un tenente della Prima Flotta, Henry Lidgbird Ball). Il petroglifo è rimasto ancorato al fondo del mondo, mentre sacche di cacciatori aborigeni si mescolavano con flotte baleniere agli angoli del globo, e popolazioni costiere di balene cadevano davanti a un esercito di effimeri, zelanti cacciatori. Quando i branchi di balene vicino alla terraferma erano ormai decimati e le flotte marinare si spingevano al largo e negli oceani circumpolari, l’alba splendeva ancora bronzea sulla schiena della balena di Balls Head. Le due figure più piccole che la accompagnano – l’uomo, il cavallo-cane – furono inserite all’interno, e di fianco, in un’epoca in cui venivano consolidati metodi marittimi per smantellare i corpi delle balene, in modo che le navi non avessero più bisogno di tornare al porto per lavorare il loro bottino, e la caccia potesse espandersi e diventare la prima industria estrattiva davvero globalizzata. Il petroglifo fu coperto; fu rivelato; fu rovinato dalla pittura riflettente e poi ripulito. La balena di Balls Head giace oggi sul terreno di una associazione per la eco-sostenibilità, dietro una parete da giardino. Balene vive sono state cacciate con le armi di tutte le ere che la balena di Balls Head ha attraversato; asce fatte a mano fuse con resina di abete, arpioni lanciati con la polvere da sparo, spingarde, piccole bombe devastanti, sonar e lance telecomandate che somministrano scosse elettriche. La balena rupestre è sopravvissuta alle due alte maree della caccia commerciale: la prima, a metà del XIX secolo, e la seconda, un capitolo probabilmente più esiziale, che ha attraversato l’era dei combustibili fossili e la Guerra Fredda, raggiungendo il culmine sulla scia della Seconda guerra mondiale. Se uno volesse infondere nella balena di Balls Head la capacità di testimoniare, essa avrebbe visto – anche se non le hanno disegnato gli occhi – il più grande massacro di un ordine animale mai perpetrato dalla nostra razza. Il mondo si è formato e riformato attorno al petroglifo; e, per quanto immobile, la balena è stata ritoccata, più e più volte, mentre si divideva tra il regno visibile e quello invisibile. 

Già nell’VIII secolo i vichinghi commerciavano ossa di balena, e forse anche i Sami (la prova: una versione nordeuropea degli scacchi, giocati con i frammenti superstiti di uno scheletro di balena), ma furono i balenieri baschi del Cinquecento a cominciare sul serio il commercio di carne conservata e prodotti ricavati dalle balene franche dell’Atlantico Settentrionale. Quel commercio, e le loro incursioni nel Golfo di Biscaglia, industrializzarono la caccia su nave in una scala che abbracciava gli oceani: i baschi sarebbero stati all’avanguardia del settore per un centinaio di anni. 

L’attrezzatura della caccia di sussistenza si trovava nell’ambiente circostante, come attestano i componenti delle armi arcaiche da caccia. Le fiocine venivano ricavate da qualsiasi albero crescesse sulla spiaggia. In assenza di piante intagliabili, come nell’Artico ghiacciato, i balenieri plasmavano i sassi locali in affilate schegge a forma di foglia, e circondavano le barche con il pellame dei mammiferi nativi. Il caso, la strategia e, in misura minore, i tabù, determinavano quali balene fossero cacciate dalle varie comunità: le specie che si spingevano in insenature ed estuari erano comodi bersagli, anche se la decisione che un animale specifico fosse cacciabile doveva tenere conto dei limiti imposti alla stagione della caccia e della esclusione di specie o esemplari in una certa fase della vita, in base ai dettami culturali. Un colpo mortale, lanciato a mano a distanza ravvicinata, doveva essere praticabile solo in caso di focena, beluga e balenottere fino a una certa stazza. Se cetacei più grandi venivano inseguiti lungo la costa – o, più di rado, cacciati da una calotta di ghiaccio – era necessario piantonare gli animali per giorni e notti di fila. I cacciatori in barca miravano alla loro preda dall’alto, usando lance e bastoni, e le balene a volte erano legate a “parafreni”, dispositivi galleggianti che ne rallentavano la fuga e impedivano loro di tuffarsi (una balena può immergersi molto a fondo). Si racconta che gli Inuit abbiano sventrato e gonfiato foche a questo scopo, dopo aver cucito gli occhi e gli orifizi delle creature in modo da fabbricare rudimentali mongolfiere. La loro tecnica di assalto contava sulla stanchezza e le ferite ripetute per indebolire e infine uccidere un animale, per poi impedirgli di affondare legandolo a qualcosa di galleggiante. 

Le abbondanti provviste fornite da una sola balena, la precarietà delle armi coinvolte e la fragilità della tecnica usata nell’inseguimento facevano sì che le balene si ergessero come giganti nelle mitologie e spesso si credeva che avessero un carattere bellicoso o eroico. I loro cacciatori erano nobilitati per essersi addossati il ruolo di sfidare bestie capricciose in un inospitale paesaggio di onde. In questo contesto sarebbe allettante parlare delle balene come animali “soprannaturali”, se questo non perpetuasse l’errore etnocentrico di pensare che queste comunità vedessero una chiara separazione tra naturale e ultraterreno: la balena non poteva essere sovrannaturale in un ambiente in cui la natura e lo spirituale si fecondavano per impollinazione incrociata, al punto che i rispettivi ambiti si distinguevano a malapena. Incaricati di vedere attraverso gli occhi della balena per predirne i movimenti e accelerarne la fine, alcuni cacciatori si dipingevano maschere da balena: il sotterfugio di sovrapporre a un volto animale un altro, una magia potente. C’erano danze per la balene, preghiere per le balene. Gli sciamani delle balene, in alto sulle colline, soffrivano per procura. Tra i codici della caccia, quelli della balena erano particolarmente – anche se non esclusivamente – circondati dal cerimoniale. Ma a mano a mano che le tradizionali culture baleniere si espandevano al largo per collegarsi lungo le rotte migratorie delle loro prede, le loro idiosincrasie cominciavano ad aggregarsi in una serie unificata di utensili, e le distinte forme locali di rappresentazione di cacciatori e balene venivano inglobate in una sola. 

All’inizio del Seicento, la caccia alla balena era diventata una faccenda mercantile. Le balene subirono un passaggio di categoria; da colpo di fortuna in forma di spiaggiamento o temibile preda a merce redditizia. Le specie sfruttate passarono da quelle più vicine e più facili da catturare a quelle che possedevano un più alto valore economico. I balenieri diventarono tecnici: le loro competenze avevano a che fare con la capacità non tanto di sintonizzarsi con i misteriosi umori delle balene quanto di maneggiare con destrezza un nuovo genere di arma metallica. La parola “arpione” viene dalla lingua basca: in origine arpoi, “prendere velocemente”, che non era sempre (anzi, quasi mai) l’effetto dello strumento. I baschi utilizzavano arpioni a doppia punta attrezzati di teste di ferro e legati a una corda intrecciata, avvolta in matasse fiamminghe che potevano essere dipanate con grande rapidità. Una volta che avevano trapassato il grasso, per le balene era quasi impossibile divincolarsi. La forma scampanata dell’arpione, tagliente sulla diagonale come una gigantesca spina di rosa, faceva sì che uno strattone all’indietro penetrasse e rimanesse incastrato. Non avendo la propulsione necessaria a perforare gli organi vitali della balena, l’impatto dell’arpione non era letale, ma il suo effetto era comunque distruttivo: le balene, agganciate alle barche e colpite più volte, morivano per emorragie e ferite, agonizzando in superficie. 

L’industria basca era partita dalla costa. Osservatori installati in torri di guardia in pietra attorno al Golfo di Biscaglia (tra la Spagna del Nord e la Francia del Sud) segnalavano ai barcaioli le balene che affioravano, bruciando paglia o sventolando bandiere colorate. Le torri di guardia – muschiose e glaciali come nelle fiabe – anticipavano le vedette sopra le navi di legno da cui i marinai baschi, nel tempo, avrebbero avvistato i loro bersagli cetacei a mano a mano che la caccia si allontanava da calette e promontori. Fino all’invenzione del sonar nel XX secolo, il punto di osservazione migliore per vedere quello che si muoveva sotto il pelo dell’acqua restò la posizione sopraelevata, sull’albero di una nave. Per affrontare la caccia alla balena pelagica (in mare aperto), i vascelli si fecero più grandi, e gli equipaggi più numerosi. L’incentivo era mercenario: la carne e l’olio di balena erano beni redditizi. L’incentivo era anche la necessità: tra il 1530 e il 1610, i balenieri baschi avevano pescato più di 40.000 balene franche (molte erano femmine gravide che nuotavano lentamente), decimandone le popolazioni vicine alla costa e svuotando le zone di crescita.

Da allora la caccia basca si spinse fino agli angoli più remoti dell’Atlantico Settentrionale, fino alla Norvegia, a Terranova e al Labrador, e puntò verso l’Atlantico Meridionale. Nascoste in attracchi stranieri, i baschi costruirono stazioni per scuoiare le carcasse della balene. Fuori stagione nei loro forni di mattoni crescevano le erbacce; gli strumenti forgiati a mano sibilavano nel vento. La frontiera delle incursioni basche si sfrangiava in cimiteri, relitti e matrimoni. A volte i baschi si lasciavano alle spalle un mozzo, con l’istruzione di apprendere i costumi della terra straniera. Quando incontravano balenieri locali e popoli indigeni, i marinai baschi sceglievano elementi per il loro equipaggio, abbozzavano una lingua franca per il commercio e barattavano merci. Espressioni idiomatiche e battute che oggi non hanno molto senso – Come stai? Non bene quanto i preti! – volavano da orecchio a bocca, da bocca a orecchio, anche, inspiegabilmente, in dialetti in cui “prete” era un concetto estraneo. 

Secondo l’inchiostro gocciolato sul lino, la caccia alla balena si spinse piano piano lungo gli insediamenti portuali e oltre. Raggruppamenti urbani venivano fondati dove le balene apparivano vicino alla terraferma. In luoghi in cui il suolo era impossibile da dissodare e il clima logorante, il profitto della caccia alla balena consentiva di costruire strade e di far sorgere dal terreno case, chiese e mercati. Tutto ciò era poco ortodosso; a parte i tenaci popoli indigeni del Circolo Polare Artico, gli insediamenti permanenti in precedenza avevano richiesto una base di approvvigionamento costante. Con il tempo, salariati baschi trasmisero le loro tecniche a compagnie olandesi, danesi e britanniche, inoltrandosi nell’area ghiacciata della Groenlandia per seguire i cetacei di acqua fredda, le balene della Groenlandia. Alla fine del Settecento, con il progredire della conoscenza del comportamento e dell’anatomia delle balene, le navi arrivarono nelle acque del Sudafrica e della Nuova Zelanda, dove inseguivano megattere e balene franche. 

La caccia alla balena era fiorita nei mari al largo del Nordamerica orientale, per cui all’epoca della Rivoluzione americana le colonie fornivano alla Gran Bretagna quasi quattro volte quello che le flotte inglesi pescavano attorno alla Groenlandia. I Montauk e i Shinnecock che partecipavano alla caccia venivano pagati in stoffe e grasso di balena. Da Nantucket, i balenieri cominciarono a inseguire giganteschi capodogli in alto mare: una specie stupenda, pratica degli abissi, che all’epoca abbondava nelle acque tropicali. La caccia costiera era stata stagionale, mentre quella pelagica faceva la spola tra specie diverse, scegliendo balene in ogni fase della migrazione: l’industria poteva coprire tutta la costa e tutto il calendario (un segno dell’irrequietudine che avrebbe poi caratterizzato tutto il capitalismo nei secoli a venire). I balenieri yankee adottavano armi esplosive (fucili e rampini), aumentando la distanza a cui un cacciatore poteva risultare letale per la balena, e trovarono anche modi di smantellare le balene a bordo, limitando il bisogno di tornare sulla terraferma, per trasformarle in un prodotto commerciabile. Proprio come le balene vive girovagavano per gli oceani, le merci da esse ricavate diventarono beni intrinsecamente mobili: trasportati direttamente dal punto di cattura al migliore offerente in un mercato di importazione. L’arena della caccia alla balena si espanse. 

Nel 1842, Jacob Anderson, un marinaio afroamericano diciannovenne, sbarcò da una nave chiamata Connecticut per arrampicarsi su un crinale della Rosemary Island, nell’arcipelago Dampier (Murujuga) che si estende dall’Australia Occidentale. Usando una punta uncinata o un piccone, Anderson incise il suo nome, la data, il nome del suo capitano, e i dettagli della nave su una roccia di basalto che recava un motivo a griglia, abbozzato in precedenza dal popolo locale dei Yaburara: 

JACOB ANDERSON di New London SULLA NAVE CONNECTICUT 

Ci sono più di 260 esempi di arte rupestre su questa isoletta, all’epoca compresa in quella che ai balenieri era nota come “la zona di pesca della Nuova Olanda”: acque frequentate dalle baleniere americane, britanniche, francesi e coloniali australiane. Alla metà del XIX secolo, la balena era diventata una merce globale, e in questa parte dell’Australia le incisioni dei popoli indigeni furono coperte dai nomi di balenieri e navi nordamericani che venivano da migliaia di chilometri di distanza. A quel punto, la caccia pelagica era la quinta industria più grande d’America, e impiegava circa 70.000 marinai all’anno, con più di 700 vascelli in mare, in viaggi che duravano diversi anni (un fabbro di New Bedford produceva e vendeva in media 1463 arpioni nuovi l’anno). Un baleniere americano su sei era registrato come afroamericano. 

Il Nord dell’Australia Occidentale non era ancora assaltato dai pescatori di perle, allevatori di pecore e poliziotti che, nei decenni a seguire, avrebbero inflitto raccapriccianti violenze al popolo Yaburara: il Massacro di Flying Foam, in cui più di sessanta Yaburara furono uccisi in false rappresaglie dai coloni bianchi, attendeva a una ventina d’anni di distanza nella foschia sollevata dalla calura. I balenieri, con ogni probabilità, furono i primi popoli d’oltremare incontrati dagli Yaburara, anche se non furono i primissimi viaggiatori a vedere la costa australiana dal mare. Non ci sono prove che questi incontri siano stati antagonistici o amichevoli. I balenieri devono aver osservato nottetempo i falò degli Yaburara, e forse notato le canoe di legno che viaggiavano tra le isole durante il giorno. La griglia sopra cui il baleniere Jacob Anderson graffiò il suo nome è fatta di esili linee dritte e parallele: qualcosa di matematico, che ricorda una rete. Il tratteggio incrociato è intenzionalmente simbolico. Geometrico com’è, non poteva essere confuso con un logorio naturale o con i segni accidentali prodotti da una persona che affila una lama. Gli Yaburara, da parte loro, dovevano aver prestato attenzione all’arrivo e alla partenza stagionali delle navi baleniere e, in seguito, notato le iscrizioni degli uomini. 

Proviamo per un attimo a visualizzare: un’alba contemplata da un uccello marino, la nave in partenza che ondeggia nel grigio orizzonte. Qualcuno scorre il pollice sul testo appena rivenuto, i piccoli tratti scavati, la disorientante, sinuosa S di ANDERSON. CONNECT-I-CUT si dipana sotto il loro tocco e loro interrogano quella parola, la sensazione di quel contatto; una trama, una scultura, un’animazione. E così Connecticut approda nel silenzio, travestito dalla sua anglicizzazione, dopo aver varcato un precedente confine dall’algonchino dove un tempo suonava “Quinnehtukqut” (che significa “accanto a un lungo fiume di marea”). Un punto di riferimento, una pista tratteggiata. Quello che pensarono, o dissero, gli Yaburara scoprendo queste incisioni straniere è perduto, non a causa dell’attrito del tempo e della memoria, ma del genocidio e dei traumi generazionali che seguirono. Finché l’analisi microscopica non rivelò un’altra possibilità, i ricercatori sospettavano che la griglia potesse essere un tentativo da parte dei Yaburara di cancellare le parole dei balenieri; che il petroglifo indigeno fosse sovrascritto. Ma forse per gli Yaburara non fu un’epifania scoprire che era successo l’esatto contrario. 

Quando tornò nel suo porto di New London, poco meno di un anno dopo che il suo nome era stato inciso sulle rosse rocce dell’emisfero meridionale, la Connecticut trasportava 1800 barili di olio di balena: un carico molto ricco. Ed era il bottino di una sola nave. Nel corso del secolo, flotte con equipaggi di provenienze assortite solcarono le rotte migratorie degli animali, catturando circa 236.000 balene. Nel 1856, il prezzo dell’olio di balena aveva raggiunto 1,77 dollari a gallone. I balenieri parlavano dei capodogli che viaggiavano per gli oceani in filoni, come l’oro. Una metafora calzante, non solo perché le balene erano una materia preziosa, ma anche perché gli animali si stavano rivelando una risorsa limitata come un giacimento minerale. La caccia su quella scala aveva da tempo superato in velocità la riproduttività degli animali. La loro popolazione, che si muoveva intorno al mondo, si assottigliò. In alcuni punti caldi, le specie sparirono del tutto. 

Per le singole balene trascurate dai balenieri, il diminuire dei loro simili produceva oceani meno socievoli; una minore probabilità di incontrare nuovi venuti e il graduale affievolirsi dei canti lontani. Le balene occupavano regioni sempre più grandi svuotate delle loro specie. Se l’animale lo sapeva, o lo sentiva, doveva essere come precipitare in un abisso, ma senza precipitare affatto. 

Il suono dei martelli riecheggiava nell’aria nel punto in cui giaceva la balena di Balls Head. Le seghe spianavano. A ogni angolo del porto di Sydney, i lavoratori spandevano sudore per irrobustire i ponti delle navi, aggiungendo un secondo strato di assi sopra al primo, per sostenere il peso di calderoni in ghisa in cui il grasso di balena sarebbe stato liquefatto in mare aperto. 

Le persone dell’Ottocento – in un ampio ventaglio di classi, professioni e fasi della vita – si vestivano, dormivano e sognavano con la materia delle balene; grazie a loro cucinavano, giocavano, desideravano e creavano arte, guardavano, curavano, esploravano, erano disciplinate, si disciplinavano e facevano divinazioni. Nel corso normale della vita, erano in contatto quasi costante con prodotti ricavati dalle balene, un po’ come quasi chiunque non si trova oggi mai troppo lontano da un oggetto di plastica. Al contrario di tutto il nostro shopping sbiadito, sparso nell’ambiente della balena, quei nostri predecessori ottocenteschi vivevano in un mondo che dalla balena era arredato. 

I balenieri baschi all’inizio ne commerciavano la carne – un cibo che la Chiesa cattolica romana consentiva al venerdì e durante la Quaresima, quando la carne degli animali terrestri era proibita – ma fu l’olio, ricavato con la bollitura dal grasso, a dimostrarsi l’estratto più redditizio dell’animale. A seconda delle specie e dei metodi di conservazione, l’olio di balena andava da un giallo lino a un rosso tè; manteneva l’odore delle sue origini e puzzava come un conservificio di sardine dopo un incendio. Meno viscoso del moderno olio vegetale, l’olio di balena rispondeva a molti bisogni. Rendeva più fluidi gli ingranaggi meccanici nelle fabbriche tessili e di lavorazione del metallo, contribuiva alla pulizia della lana e alla conciatura della pelle. Accendeva lampioni stradali senza fumo, le luci di negozi e stabilimenti, prolungando nella sera gli orari di vendita e le attività mercantili (così le balene contribuirono a modificare il concetto di spazio pubblico notturno e, secondo alcuni, a ridurre persino la criminalità). La caccia alla balena era il contesto che diede alla produzione industriale e al commercio la sua forma moderna: l’olio di balena avviò l’automazione, accelerò il flusso delle attività ripetitive e allungò la settimana lavorativa; condizionò la trasformazione dell’ambiente naturale da parte di diverse aziende, spinte a orari di produzione più rapidi e completi. In agricoltura, l’olio della megattera fu incluso come ingrediente nei trattamenti insetticidi, coprendo le foglie degli alberi da frutta californiani e delle vigne francesi. Il luccichio di un melone in un dipinto: quel punto brillante potrebbe tradire un pizzico di balena. Le balene restavano fondamentali per la cultura anche in altri modi. Gli inchiostri da stampa erano emulsionati con olio di balena; nelle case signorili, intere biblioteche potevano essere fatte di alfabeti distillati dalle balene. 

I capodogli venivano catturati per un altro tipo di grasso che non si trovava sotto la pelle, ma dentro le teste. Lo spermaceti, una sorta di cera naturale, assomiglia alla crema di cocco solidificata. Una sostanza di alta qualità, a lunga combustione, non corrosiva, apprezzata per l’uso nel materiale industriale (telai, treni, pistole) e soprattutto come fonte luminosa. Le balene, bruciando, evaporavano nel fumo e nel bagliore. Dallo spermaceti si ricavavano candele di tale qualità che New Bedford, l’epicentro della caccia al capodoglio, divenne nota come “la città che aveva illuminato il mondo”. I capodogli, tuttavia, si trovavano nelle acque equatoriali, che ponevano ai balenieri un problema logistico: la carne di una balena della Groenlandia, catturata nell’Artico, aveva poche probabilità di marcire durante il tempo che ci voleva per trasportare la carcassa a una stazione baleniera in Groenlandia: nei climi più caldi, invece, le balene morte tendevano ad andare a male. Per questo motivo, oltre all’incentivo di migliorare la trasportabilità di olio e spermaceti, i balenieri sperimentarono la lavorazione in mare degli animali uccisi. Usando una serie di strutture con bozzelli e paranchi, stufe e calderoni, facevano a pezzi le balene in pieno oceano. 

Decostruire una balena era un lavoro estenuante. Una volta morta, una balena veniva incatenata alla fiancata della nave, e scuoiata ricavando strisce di grasso lunghe più o meno da quattro e mezzo a sei metri, usando lame ricurve tipo falci. Era un compito prestigioso, per cui gli ufficiali della nave si mettevano a cavalcioni del corpo per praticare i primi tagli, anche quando l’acqua sotto era mortalmente gelida e punteggiata di ghiaccio (o peggio ancora, dagli squali). A volte lo scuoiamento si eseguiva a spirale, come per sbucciare un’arancia, girando per gradi la balena contro lo scafo tramite un sistema di paranchi. Coperte da letto” di grasso, pelate via dall’esterno della balena, venivano portate sul ponte usando coltelli da balenieri e uncini; lì, questi pezzi grossi come coperte, pesante una tonnellata l’uno, scivolavano da un lato all’altro insieme al beccheggio della nave, creando uno strato di unto su cui era difficile non scivolare. Portate sottocoperta in una “camera del grasso” con l’ausilio delle vanghe, le coltri venivano tagliate in pezzi più piccoli sopra un “cavalletto da tritatura” in legno – una specie di tavolo da falegname – dopodiché venivano lavorate lunghe grinze, con la pelle verso il basso, senza tagliare completamente il grasso in trasversale, ma creando segmenti più o meno quadrati chiamati “fogli della Bibbia”. Gli uomini, a torso nudo nell’antro fetido della nave, sentivano probabilmente predatori marini urtare la stiva della nave, per racimolare quello che potevano del ventre sgrassato della balena (in mezzo al ghiaccio artico, gli equipaggi temevano che orsi polari caricassero la nave, il che li avrebbe portati a sganciare e abbandonare la carcassa). Nella stanza del grasso, un marinaio, alla fine della catena di montaggio, lavorava con un coltello per tagliare la carne avanzata dal grasso: altrimenti la carne rovinava l’olio, conferendogli una sfumatura torbida. Dopo essere stati sezionati, lavorati e ripuliti della carne, questi pezzi di grasso erano noti come “libri”. 

Musashi on the back of a whale – Utagawa Kuniyoshi

I libri di grasso venivano sollevati con l’argano e fatti penzolare sopra una fila di calderoni in ferro in coperta, in genere circondati su tre lati da costruzioni isolanti in mattoni. I rimasugli inutilizzabili di grasso, pelle e tessuti – che i lavoratori chiamavano “crang” – venivano gettati nelle fiamme sotto ai calderoni, cosicché la balena morta alimentava il suo stesso smantellamento. I fogli di grasso venivano bolliti, mentre alcuni marinai sorvegliavano i calderoni, mescolando per assicurarsi che l’olio non bruciasse mentre si scioglieva. Usando una schiumarola, la pelle increspata della balena (il “fritter”) veniva eliminata dal liquido, dopodiché l’olio veniva sgottato in barili di raffreddamento in rame, e infine travasato in botti di legno per la conservazione. Ci volevano trentasei ore per macellare una balena: un lavoro mefitico e impiastricciante. In media, ogni megattera fruttava 140 litri di olio stabile, ricco di trigliceridi. Bisognava sobbarcarsi la fatica supplementare di scavare le teste dei capodogli per ottenere lo spermaceti liquido, che, una volta esposto all’aria, diventava opaco come per magia. Negli archivi, l’equipaggio è registrato con il termine generico di “balenieri”, ma in pieno oceano essi avevano le diverse mansioni di tagliare, estrarre, pescare, strofinare, bollire il grasso, eviscerare, riparare l’attrezzatura, lavorare il ferro, rotolare e caricare; erano operai nel mattatoio insanguinato dell’animale. 

Mentre una balena veniva scuoiata per ottenere grasso, i fanoni, da specie che comprendevano la megattera, la balena franca, e la balena della Groenlandia, venivano estratti dalla sua bocca per essere smerciati e convertiti in prodotti assortiti. I fanoni sono le ispide lamine che alcune balene hanno al posto dei denti (provate a immaginare di avere i baffi dentro il labbro superiore). Flessibili come unghie quando sono appena estratti da una balena, diventavano rigidi una volta essiccati, e potevano essere divisi o rimodellati dalla cottura a vapore, o dall’immersione in acqua calda. 

Agli esordi della cultura del consumismo, i fanoni finivano soprattutto in abiti femminili e ombrelli, ma anche nelle spazzole per capelli, nelle canne da pesca e nei rocchetti, nei rulli per tagliare la sfoglia; nei calzascarpe, nelle tese dei cappelli e nelle montature degli occhiali; nelle protesi, nei raschietti per lingua, nei tamponi per la gola e nella corda filamentosa usata per le cuciture chirurgiche; diventavano imbottitura per divani, erano attorcigliati nei mobili, usati come molle negli orologi da taschino, nei meccanismi dei giocattoli a carica, intrecciati e piegati per formare gli hula-hoop. I fanoni venivano induriti in manganelli della polizia e nelle sottili bacchette dei maestri che facevano spuntare lividi sui palmi dei bambini cattivi (da qui viene il verbo inglese “whale on” per “picchiare”). I fanoni prendevano la forma di frustini per spronare i pony indolenti, e delle bacchette da rabdomanti che si pensava rilevassero le falde acquifere sotterranee. Standard persistenti di bellezza – lo sconcertante ideale a clessidra per i corpi delle donne – possono essere stati rinforzati dalla costrizione sociale, ma la forma era ottenuta dalla compressione dei fanoni: i bustini che riducevano le gabbie toraciche a un fuscello. Il fatto che abbiamo ancora questa forma corporea come archetipo culturale è un’eredità della caccia alla balena; il vitino strizzato della figura femminile si diffuse al ritmo della sparizione dei cetacei. 

Nei corsetti potevano nascondersi i cosiddetti “busk”, o stecche di balena: una specie di pegno amoroso ricavato da un lungo pezzo di fanone, da allacciare stretto contro il plesso solare della donna. Quando le balene venivano smembrate in mezzo all’oceano, i marinai potevano conservare piccole spatole ripulite di fanoni, che lucidavano e incidevano con messaggi di ardore, brama, impegno o desiderio. Le stecche erano il prodotto delle letargiche ore a bordo: l’erotismo dell’andare per mare. Catene di cuori, vitigni intrecciati, stelle, iniziali accoppiate, motti romantici, figure avvolte in un amplesso, donne (e uomini) nudi e lascivi, tutti delicatamente impressi e colorati con fuliggine o succo di tabacco. Valentini a base di balena. E quando queste donne si spogliavano alla fine della giornata e si liberavano dai costrittivi pilastri della moda, quando si staccavano dalla pelle le stecche che andavano dalla scollatura a sopra l’ombelico: a quel punto vedevano l’impronta rossa di quelle incisioni? Magari le iniziali del loro amante impresse alla rovescia? Una promessa, una proposta arrischiata scritta al contrario, che durava solo fino all’ora di andare a dormire. 

Qualsiasi cosa restasse, i visceri e le ossa meno preziose delle balene, veniva tritato per ottenere mangimi per il bestiame, usato per fertilizzare i campi o, più spesso, gettato fuori bordo. Qualche osso buono poteva essere offerto a una fabbrica di pianoforti per costruire i tasti bianchi (mute nella loro vita postuma, le balene continuavano a risuonare in un accordo maggiore). Verso la fine del secolo diventò possibile estrarre gelatina dalla pelle della balena, che si usava, a volte, nelle pellicole fotografiche, per cui anche nella documentazione visiva della caccia alla balena poteva esserci una traccia dell’animale concreto. 

La balena era preziosa soprattutto come merce di scambio internazionale, ma almeno un insediamento australiano destinò le megattere locali a scopo farmaceutico. Verso la fine del secolo, a Eden, sulla costa meridionale del New South Wales, spuntò una clinica per “terapie a base di balena”. Molti abitanti della regione pensavano che i grassi e i gas di decomposizione dell’animale alleviassero la spossatezza e i reumatismi e curassero le malattie mentali che li accompagnavano. Le persone con dolori e malumore cronici andavano a Eden per passare settimane immersi dentro le balene morte e i prodotti da esse ricavati. 

Una manciata di foto d’archivio in possesso della National Library of Australia illustra il trattamento. In una vecchia immagine, un baleniere siede sereno come il cliente di una spa all’interno di un buio calderone posizionato sulla sponda di un fiume, mentre i suoi fratelli gli rovesciano sulla schiena un secchio di fetida poltiglia. La foto successiva della serie mostra lo stesso gruppo di uomini: uno strofina il trapezio del fratello, sciogliendogli le tensioni nelle spalle e nel collo. Le sue braccia muscolose sono unte di olio. Un collie punta il muso nell’inquadratura, fiutando l’aria satura di grasso. 

Un’altra immagine del portfolio mostra donne in abiti da sera, più rigidamente accomodate nel corpo di una megattera arpionata, destinata ai calderoni nella insenatura di Kiah. Buchi conici sono stati creati sul fianco della creatura riversa, con la carne straziata e in via di putrefazione. Poiché le stampe sono in bianco e nero, il sangue della balena non si distingue bene, ma quanto doveva spiccare il rosso della carne contro il verde e il grigio del bush! Le donne sono immerse nella balena fino alle spalle, e indossano ancora cappelli con i nastri. Le loro espressioni potrebbero essere stoiche o schifate, è difficile dirlo. Dovevano avere un gran caldo nella fumante putrefazione della balena, e senza dubbio l’odore era fetido (“l’effetto collaterale della cura è che i pazienti continuano a emanare un raccapricciante odore di morte per una o due settimane”). Il paziente più celebre della clinica, descritto sul “Pambula Voice”, era un uomo “obbligato a camminare con i bastoni”, che “dopo una seduta del trattamento a base di balena, riscontrò un tale beneficio che fu in grado di tornare a piedi fino a Bega”, senza stampelle: una distanza di circa cinquantatré chilometri. Nel 1896, il “New York Times” raccontò di queste terme australiane nei corpi delle balene: 

Una volta giunta la notizia che una balena è stata catturata, questa viene trasportata a riva con una barca a remi. I balenieri scavano nel corpo una specie di tomba poco profonda, in cui il paziente giace per due ore, come in un bagno turco, mentre il grasso in decomposizione della balena si chiude attorno al suo corpo, agendo come un enorme cataplasma. I balenieri non fanno pagare l’immersione nella balena, e vanno avanti con il loro lavoro su un’altra parte del corpo mentre il paziente si gode il bagno.

Una specie di tomba poco profonda. Il significato di una balena, e il modo in cui se ne scrive, rivela qualcosa, secondo me, del nostro atteggiamento nei confronti del suo mondo. La sua potenzialità, per esempio, di essere una tomba e una cura al tempo stesso. La caduta sottomarina, che è una storia di morte e al tempo stesso scatena una forza vitale. Il modo in cui le balene possono seppellire nei loro corpi la storia del consumo umano, e al tempo stesso rappresentare per noi una fonte di selvaggia meraviglia, e offrire ai pazienti di Eden un’esperienza guaritrice: un’occasione di rinascere in salute. 

Nella letteratura, entrare in una balena è un evento punitivo e moralista; una storia che assurge al livello della teologia. I racconti di esseri divorati dalle balene sono, quasi sempre, apologhi morali. I temi ricorrenti sono la salvezza e la redenzione. Il leviatano dell’Antico Testamento fu prima un rifugio dalla violenta tempesta concepita per ottenere l’obbedienza del profeta Giona, ma in tante rielaborazioni quello stomaco protettivo diventa, di volta in volta, un abisso, una cella, un tribunale, un vizio, una tomba. 

Il protestante Calvino trova un’infermeria dentro la balena, ma nella Bibbia di Re Giacomo la “terapia” di Giona è la sua compressione straziante. Giona è un profeta che rifiuta la profezia e sfugge al suo destino. Gli viene ordinato di predire la rovina di Ninive (una grande città assira, caduta in una famigerata perfidia) ma teme che, dopo aver sentito la predizione, gli abitanti della città si pentiranno e il suo Dio li perdonerà, smentendo così la profezia. Per questo fugge: si imbarca su una nave che salpa nella direzione opposta. A quel punto, Giona e i viaggiatori sono colpiti da una violenta tempesta scatenata dalle forze celesti. Giona viene buttato a mare, dove viene inghiottito da “un grosso pesce”, nella cui pancia sopravvive, pregando per la liberazione anche al costo di essere bollato come falso profeta. Alla fine, quello che lo terrorizza succede davvero: dopo essere stato rilasciato sulla costa dalla balena che rappresenta il suo castigo, Giona pronuncia la sua triste profezia, gli abitanti di Ninive digiunano, pregano, vestono il sacco, siedono nella cenere e vengono così redenti; Giona diventa oggetto di beffe. Il disastro punitivo di Dio non spazza via Ninive. Quelli che facevano il bagno nelle balene erano senza dubbio a conoscenza di questa storia. Forse anche loro pensavano di dover rischiare il ridicolo, di dover soffrire, pur di essere purificati dalle loro malattie. 

Le due figure incise che accompagnano la balena di Balls Head – l’essere umano all’interno, la creatura con le zampe alla sua destra – risalgono a un periodo successivo all’antico graffito, con ogni probabilità al XIX secolo, quando l’olio di balena circolava per i mari e rischiarava innumerevoli fabbriche e case, e mentre i malati di Eden sopportavano il loro internamento terapeutico nel torso delle megattere. Quanto all’animale esterno, c’è un’ambiguità: se è un cavallo, allora l’incisione è stata realizzata dopo l’arrivo dei cavalli, e quindi dopo l’invasione europea, iniziata nel 1788. Ma potrebbe essere anche un dingo, un cane indigeno. 

Che cosa ci fa l’uomo dentro la balena? Perché è senza testa? Ha, come sembrerebbe, un piede equino? E che rapporto ha con il terzo animale: è stato disarcionato dal cavallo, forse ferito? È stato morso dal cane? La sua gamba è consumata dall’infezione? La figura è come un messaggio chiuso in una bottiglia, mentre le foglie verdi fluttuano sopra gli alberi. 

Che il popolo dei Cammeraygal abbia sempre visto la balena di Balls Head come trasparente, o che essa lo sia diventata quando hanno inciso l’uomo al suo interno è un punto controverso. Per gli incisori la balena stava forse diventando spettrale? Poche balene reali passavano vicino al graffito, dopo essere state cacciate con tanta spietatezza. Come se non bastasse, i colonizzatori, in quantità sempre più grandi, stavano spogliando il porto di frutti di mare e vegetazione commestibile che un tempo i Cammeraygal raccoglievano per le loro necessità. Gli antropologi hanno ipotizzato che l’uomo sia stato messo dentro alla balena per evocare potenze che placano una malattia; l’interno della balena sarebbe un luogo di guarigione. Un professore di Ricerca Indigena, Dennis Foley, postula che l’uomo potrebbe non essere dentro la balena, ma sulla sua groppa, cavalcando l’immenso animale fino a riva per farne scorpacciata, in un periodo in cui le tribù Eora avevano cominciato a morire di fame. In entrambe le interpretazioni – balena come ospedale, balena come sollievo dalla fame – l’animale reca con sé la possibilità di un rinnovamento. 

Il filosofo ed esperto di etica australiano Thom Van Dooren ha una teoria che ho sempre trovato affascinante: quando gli animali si estinguono, la relazione culturale ed ecologica che correda la loro esistenza può essere vissuta come una specie di incessante infestazione. Van Dooren si interessa ai tipi di resistenza che accompagnano l’estinzione e il rischio estinzione: come le specie animali vulnerabili (lui si è concentrato in particolare sugli uccelli) non svaniscano così, dal giorno alla notte, ma continuino a rivelarsi dopo la loro scomparsa in diverse varietà di coraggio e compianto, sia nelle società umane sia nelle vite di organismi interdipendenti. Quando una creatura non c’è più, il suo significato può addirittura potenziarsi: è questa la base del suo lavoro sul campo. La mia impressione è che quando parla di “infestazione” Van Dooren voglia riferirsi ai legami concreti e simbolici che persistono dopo la scomparsa degli animali. Il modo, per esempio, in cui la forma elaborata della corolla di un fiore può essersi coevoluta con la lunga lingua di un pipistrello impollinante che da allora è stato sterminato: l’apparente insensatezza e sovrabbondanza di quel fiore potrebbe emanare una specie di estraneità. Finché questa caratteristica non porta il suo proprietario alla co-estinzione (finché altri impollinatori riescono comunque a propagare la pianta), resterà una specie di residuo spettrale: una comunicazione materiale senza un destinatario visibile. Un concetto affascinante: che il “troppo” di un fiore possa rimandare a una mancanza nel mondo. 

Van Dooren studia anche le comunità che hanno attribuito a un animale una qualità simbolica, e come queste narrazioni culturali sopravvivano quando le popolazioni animali declinano, diventano più rare e magari più esotiche, o quando si estinguono del tutto. Prendiamo l’huia (non uno dei soggetti di Van Dooren, ma comunque emblematico): un uccello passeriforme dalle guance rosse apprezzato da cappellai e tassidermisti nella Nuova Zelanda del primo Novecento, e che continua a spuntare nelle registrazioni dei cacciatori Maori molto dopo l’estinzione dell’uccello. L’imitazione del richiamo dell’huia è stata trasmessa di generazione in generazione, all’interno di un rituale di appostamento, nonostante la sparizione del volatile in carne e ossa. Così gli uomini hanno continuato a riempire la foresta della lingua di uccelli ormai svaniti. Un fossile acustico: come il marchio di un prodotto la cui fabbricazione è stata interrotta dopo la nostra infanzia, il richiamo imitativo aumenta il proprio desolato potere in virtù dell’estinzione dell’uccello… anche se nella tradizione Maori non è chiaro se la profondità del verso dell’huia derivi dal ricordo dell’uccello vivo, o se il suo richiamo si sia ormai staccato dal suo progenitore per diventare un rumore in tutto e per tutto umano. Altre lingue tuttora parlate fanno riferimento ai richiami di uccelli scomparsi, per esempio “dodo” in inglese è considerato onomatopeico. Do-do: una imitazione del tubare. La lingua dell’uccello morto, pronunciata dalle nostre bocche.


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