L’errore, il divinare, il divin-errare – Purgatorio XXII

Siamo a un nuovo commento a un canto della Divina Commedia, uno dei cento che L’indiscreto pubblicherà per il progetto “CCC”, il Commento Collettivo alla Commedia curato da Edoardo Rialti. Oggi si parla di errori, di divinare e di errare. Niente di più tipico, se considerate che parliamo di Purgatorio.


IN COPERTINA Un’opera di metà seicento, in pizzo ricamato e perle raffigurante Salomè con la testa di Giovanni Battista con Erode ed Erodiade.

di Enrico Terrinoni


Con il contributo di  


 

 

Il digiuno è amico della sapienza e compagno della visione. 

Nel deserto, Gesù digiuna per quaranta giorni, e le tentazioni di Satana gli giungono come allucinazioni: “il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria” (Matteo 4, 8). 

Nel carcere di Long Kesh a Belfast, nei giorni fatali di sciopero della fame, Bobby Sands vide con consapevolezza la strada della libertà. Ma le sue visioni erano anche altre, come annotò durante il quattordicesimo dei sessantasei giorni di digiuno che lo portarono alla morte: “questa sera col tè hanno portato un tortino e dei fagioli, e anche se la fame può infervorare la mia immaginazione…”. 

Meglio andò forse, secondo Dante, a Giovanni Battista, per il quale la dieta spartana non solo fu fonte di sapienza ma anche di divina profezia: “Mele e locuste furon le vivande / che nodriro il Batista nel deserto; / per ch’elli è glorioso e tanto grande / quanto per lo Vangelio v’è aperto” /vv. 151-154). 

Una capacità, questa, acuita dalla fame, che portò in dono ad altri persino l’interpretazione dei sogni: “e Daniello / dispregiò cibo e acquistò savere” (vv. 146-7). Dante si riferisce qui al primo capitolo del libro di Daniele, in cui assieme ad altri giovani, il futuro profeta rifiutò le vivande prelibate offerte dal re, per cibarsi soltanto di acqua e di legumi. Ricompensa? “Dio concesse a questi quattro giovani di conoscere e comprendere ogni scrittura e ogni sapienza e rese Daniele interprete di visioni e di sogni. “ (Daniele 1, 17). Parliamo di quello stesso Daniele che, in Paradiso IV, fungerà da esempio persino a Beatrice, la quale si comporterà come lui: “Fé sì Beatrice qual fé Daniello, / Nabuccodonosor levando d’ira, / che l’avea fatto ingiustamente fello” (vv. 13-15).

Purgatorio XXII è tante cose, e tra queste anche un racconto di profeti e di indovini; ma i profeti e gli indovini possono sbagliare, possono errare. Come pure Dante, nel collocare la figlia di Tiresia, Manto, prima nella IV Bolgia dell’VIII Cerchio dell’Inferno, salvo poi reinserirla proprio qui, nel canto di Stazio e di Virgilio. 

Non solo. Nel canto Dante pecca anche in termini di traduzione. Quel che racconta Stazio del passo de l’Eneide che fu responsabile del suo pentimento (“Quid non mortalia pectora cogis, / auri sacra fames?”) è reso dal Sommo Poeta: “Per che non reggi tu, o sacra fame / de l’oro, l’appetito de’ mortali?”, (vv. 40-41). L’aggettivo cruciale, sacra, starebbe invece per “esecranda”, ossia l’opposto. Eccola l’interpretazione deviante, errante, (voluta?) di Dante: “vedere” un “giusto desiderio” in quel che era destinato solo a suscitare orrore.

Ma di fraintendimenti vive l’uomo, si dirà, perché l’uomo vive, appunto, “fra intendimenti”, tra intenzioni. E anche Stazio, come tanti, non si mostrò immune a certe sbandate. Di Virgilio egli si fida ciecamente; e fa bene, perché questi si comporta sempre “come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte” (vv. 67-69). Fu proprio Virgilio, infatti, la fonte della sua conversione, poiché nella famosa IV Egloga delle Bucoliche aveva profetizzato un totale rinnovamento del mondo. L’Egloga, dedicata in realtà al futuro figlio di Asinio Pollione, era stata tradizionalmente interpretata come una visione dell’avvento di Cristo e del Cristianesimo. E qui casca Stazio. 

Però, va detto, l’errore di Virgilio avrebbe portato a un errare fruttuoso: l’allontanarsi di Stazio dal paganesimo per abbracciare il nuovo credo cristiano. Infatti, se il testo mai erra, dacché un testo è anche (ma non solo) quello che ne facciamo, ogni profezia riuscirà sempre a farli tornare, i conti.

Leggere Purgatorio XXII, per quel che anche e ancora ne possiamo fare, ci mostra che l’errore è produttivo e per certi versi è il motore del mondo – il che rimanda a quanto dice Franco Nasi riguardo a quella che chiama “l’energia dell’errore” (Tradurre l’errore, Quodlibet, 2021). 

L’errore sta alla base della scrittura come creazione, e anche della scrittura come profezia. Ed è pure alle fondamenta della Creazione, se è vero che un immaginario dialogo tra Dio e Adamo nel giardino dell’Eden, può esser ricostruito come segue: “Adamo, tu hai errato, e ora io ti condanno a errare!”. (Lo sapeva bene Joyce, che inserì la radice –err nel suo dantesco incipit del Finnegans Wake: “riverrun”).

Ma anche Dante, di questa energia dell’errore/errare era consapevole, come era consapevole dell’oscurità i cui velami strani sanno sempre continuamente velare, rivelare, per poi finire a ri-velare: “Veramente più volte appaion cose / che danno a dubitar falsa matera / per le vere ragion che son nascose” (vv 28-30). 

È un terreno su cui più tardi l’avrebbe seguito persino Shakespeare: “There are more things in heaven and earth, Horatio, / Than are dreamt of in your philosophy” (Hamlet atto I, scena 5). E poi, sarà sempre il bardo inglese a parlarci, nel Coriolano (atto IV, scena 2), di “mysteries which heaven will not have earth to know”.

Misteri, come quell’albero che alla fine di Purgatorio XXII appare un abete alla rovescia (vv. 130-135). Da questo pendono frutti profumati, ma una voce intima di non toccarli. Che non sia anche questa un’esortazione falsa, una profezia errata? 

 

 


Il canto, integrale

Canto XXII, dove tratta de la qualità del sesto girone, dove si punisce e purga la colpa e vizio de la gola; e qui narra Stazio sua purgazione e sua conversione a la cristiana fede.

Già era l’angel dietro a noi rimaso,
l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c’ hanno a giustizia lor disiro
detto n’avea beati, e le sue voci
con ’sitiunt’, sanz’altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l’altre foci
m’andava, sì che sanz’alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò: “Amore,
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l’ora che tra noi discese
nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale
più strinse mai di non vista persona,
sì ch’or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona
se troppa sicurtà m’allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?”.

Queste parole Stazio mover fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
“Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m’avvera
esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
forse per quella cerchia dov’io era.

Or sappi ch’avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
quand’io intesi là dove tu chiame,
crucciato quasi a l’umana natura:

’Per che non reggi tu, o sacra fame
de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
voltando sentirei le giostre grame.

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
potean le mani a spendere, e pente’ mi
così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;

però, s’io son tra quella gente stato
che piange l’avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m’è incontrato”.

“Or quando tu cantasti le crude armi
de la doppia trestizia di Giocasta”,
disse ’l cantor de’ buccolici carmi,

“per quello che Clïò teco lì tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?”.

Ed elli a lui: “Tu prima m’invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte
,

quando dicesti: ’Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano:
ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
a colorare stenderò la mano.

Già era ’l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l’etterno regno;

e la parola tua sopra toccata
si consonava a’ nuovi predicanti;
ond’io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
di Tebe poetando, ebb’io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu’ mi,

lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio
che m’ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov’è Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico”.

“Costoro e Persio e io e altri assai”,
rispuose il duca mio, “siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch’altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v’è nosco e Antifonte,
Simonide, Agatone e altri piùe
Greci che già di lauro ornar la fronte.

Quivi si veggion de le genti tue
Antigone, Deïfile e Argia,
e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia;
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
e con le suore sue Deïdamia”.

Tacevansi ambedue già li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù l’ardente corno,

quando il mio duca: “Io credo ch’a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo”.

Così l’usanza fu lì nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l’assentir di quell’anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch’a poetar mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred’io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l’alber s’appressaro;
e una voce per entro le fronde
gridò: “Di questo cibo avrete caro”.

Poi disse: “Più pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d’acqua; e Danïello
dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant’oro fu bello,
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch’elli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v’è aperto”.

 

A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Enrico Terrinoni è Docente di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia, ha tradotto James Joyce, George Orwell, Bobby Sands e alcuni altri. È autore di Oltre abita il silenzio (Il Saggiatore, 2019) e Chi ha paura dei classici? (Cronopio, 2020). Scrive per Il manifesto e Left.

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