L’esperimento tra la vita e la morte di René Daumal



Nella prima parte della sua vita, prima di aderire alla Quarta Via di Gurdjieff, Lo scrittore e poeta francese Renè Daumal non esitava a tentare esperimenti e “scorciatoie” con varie sostanze per giungere ad un allargamento della coscienza, talvolta correndo rischi mortali.


In copertina E Nel TEsto, Fabio Aguzzi, Porcellana, zucca, conghiglia (2006) – Olio su tela – Asta Pananti online

Il testo di René Daumal è tratto da “La guerra santa”. Ringraziamo Ursae Coeli per la gentile concessione.


introduzione di Andrea Cafarella, testo di Renè Daumal

René Daumal scrisse questo testo nel maggio del 1943, appena trentacinquenne, a un anno esatto dalla sua morte, avvenuta il 21 maggio del 1944. Il testo si riferisce a un “esperimento” che «ebbe luogo nel 1924 (quando aveva 16 anni)», ci informa Jacques Masui, cui il racconto era diretto. «A quell’epoca io raccoglievo, con il poeta belga Marcel Lecomte, dei “ricordi determinanti” che Jean Paulhan, direttore della “N.R.F.”, progettava di riunire in un libro». Quel libro non vide mai la luce, come molti degli scritti di Daumal, mentre era ancora in vita. 

«Un ricordo determinante» apparve per la prima volta in Italia, all’interno di un volume curato da Claudio Rugafiori (curatore dell’intera opera di René Daumal, sia in francese per Gallimard, sia in italiano per Adelphi), negli introvabili «Fascicoli» Adelphi, nel 1968, intitolato I poteri della parola. Oggi è possibile leggerlo nuovamente (nella traduzione di Michele Russo che qui presentiamo), dentro a un libello (Ursae Coeli, 2019) contenente anche «La guerra santa», altro brano centrale nella produzione daumaliana, che dà il titolo al pregiato volumetto. 

La premessa al racconto, scritta da Jacques Masui, che troviamo in apertura a I poteri della parola (alla quale ci rifacciamo per redigere questa breve nota) inizia con queste parole, perfette per approcciare il «ricordo determinante» di René Daumal: «Per avvicinarci a un essere eccezionale o esemplare, al fine di cogliere l’essenza della sua avventura interiore, nulla è più prezioso delle sue confessioni, verbali o scritte». 

Pur essendo senz’altro vero che «Un ricordo determinante» è stato pensato e scritto per una pubblicazione, occorre considerarlo come una vera e propria confessione. Dobbiamo pensare, innanzitutto, che Daumal era ben consapevole della sua imminente dipartita. Inoltre, bisogna considerare anche la prospettiva dalla quale scrive, diciannove anni dopo quel momento determinante, quell’esperienza che rincorse per tutta la vita. Per tentare di afferrare il punto di vista del poeta potremmo forse tentare – semplificando il più possibile – di dividere la vita di Daumal in due parti: prima e dopo l’incontro con Alexandre de Salzmann, il suo maestro di Quarta via. In questo racconto Daumal prova a descrivere un’intuizione avuta nella prima parte della sua vita, dal punto di vista di chi è al culmine della seconda e ultima parte della propria esistenza. 

Dobbiamo immaginare il prima come un periodo in cui, molto giovane, insieme ai suoi compagni, è disposto a fare qualsiasi cosa per raggiungere la Verità, ovvero l’Evidenza Assurda.

“Dopo l’epoca dei poeti «maudits», dopo Baudelaire, dopo Lautréamont e i loro successori, sembrerebbe che, per raggiungere stati eccezionali come quelli che conobbero i poeti metafisici inglesi, i poeti barocchi francesi o certi Romantici, le forze spirituali normali dell’uomo non siano più sufficienti. E si è impazienti, soprattutto. Per cui, per giungere ad un allargamento della coscienza, diventano auspicabili e necessarie delle scorciatoie. Non tutti sono meritevoli di farne uso, ma coloro che sanno servirsi di queste vie traverse ottengono immediatamente quello che cercano e che una vita intera non basterebbe a rivelare loro.” (Jacques Masui)

La seconda parte della vita di René Daumal, invece, è legata all’insegnamento di Gurdjieff e a una pratica costante delle tecniche di Quarta Via orientate allo sviluppo della coscienza: un lavoro su di Sé che avrebbe portato Daumal fin sulla cima del Monte Analogo. «Dopo esser ricorso a droghe, quando l’ho conosciuto egli mostrava di apprezzare soltanto i metodi tradizionali di risveglio alla nostra vera natura» conferma Jacques Masui nella sua toccante premessa, all’interno della quale ci rivela anche alcune delle parole che Daumal, consegnandolo all’amico, legò a questo racconto iniziatico: «Il ricordo, di cui le ho parlato […] non avrei mai cercato di raccontarlo in modo psicologico, documentario, prosaico, per esempio in una rivista; ma poiché tale richiesta mi viene fatta, e per questo insieme di testimonianze, si tratta per me dell’unica occasione per tentare di raccontare queste cose».

Soprattutto il primo periodo della vita di Daumal, ma anche il momento di passaggio – che lo condusse verso una via differente da quella dei suoi compagni Phrères simplistes –, così come la fase successiva della sua impervia avventura sulla terra, sono segnati dall’esperienza del «Grand Jeu» durante i primi anni parigini. Il «Grand Jeu» era un movimento nel quale un gruppo di giovani cercatori convogliò, per un brevissimo periodo (dal 1928 al 1932 – anche se possiamo considerare la sua nascita intorno al 1922 quando i nostri erano ancora liceali in quel di Reims), tutta la sua energia rivoluzionaria e trasformativa. Nel quarto numero della rivista eponima, che non fu mai dato alle stampe, ci dice Jacques Masui, «si cercava di elaborare una metafisica sperimentale», una filosofia pratica, un modo per fare esperienza della vera natura della coscienza in maniera concreta. Cosa che in effetti René Daumal cercò di fare per tutta la sua vita, in varie forme, instancabilmente. 

«Sul manoscritto dattilografato Daumal aveva aggiunto di propria mano: “L’intuizione dell’Assurdo come Esperienza metafisica”». Di questo numero abortito della rivista, fortunatamente è rimasto un lungo saggio di Daumal, scritto intorno al 1931, di cui Jacques Masui riporta un passo che trascriviamo per intero, poiché si tratta in qualche modo di uno dei tanti brani daumaliani che possono dare la chiara idea di quale fosse l’intento di René Daumal e la sua filosofia pratica. La sua «scienza ultima». Ciò che mosse i suoi passi fino a quel momento determinante e oltre.»

“Il consenso universale degli uomini non può avvenire su una teoria generale che non permetta una verifica sperimentale; tale è il destino della metafisica, se non è che uno sforzo per coordinare logicamente nozioni astratte senza discuterne l’origine. Ogni conoscenza generale, non è che in potenza; e la coordinazione logica degli elementi del sapere stabilisce una sola possibilità di conoscenza. Ma una metafisica concepita come conoscenza anticipata di un possibile progresso della coscienza, può richiamarsi alla esperienza stessa della coscienza: diventa allora la scienza di quello che possiamo cogliere nell’immediato e per mezzo della quale tutte le nostre altre conoscenze sono còlte; dunque scienza delle scienze, scienza ultima.” (René Daumal)

«Non tutti sono meritevoli di farne uso» ci ammoniva Jacques Masui riferendosi alle sostanze e ai metodi, poco ortodossi, che Daumal e compagni avevano l’ardire di utilizzare durante la loro comune ricerca. Non significa che René Daumal fosse migliore o peggiore di chiunque altro. L’unica vera differenza è l’attitudine. Per Daumal era una questione di vita o di morte, sempre. Ogni sua azione – la sua era davvero una «guerra santa». In quest’ottica non c’è esperienza ludica, tutto è finalizzato alla conoscenza e allo sviluppo del proprio Sé per allargare al massimo la coscienza e raggiungere finalmente il risveglio

René Daumal d’altronde era al servizio della scienza sacra, alla ricerca della Parola Ultima e dell’espressione assoluta e totalizzante della Verità. Questo significa essere meritevoli; e poter trasformare un momento, un ricordo qualsiasi, nel «ricordo determinante» in grado di rendere una vita qualunque l’esperienza straordinaria di un essere umano estremo, un maestro dell’ascesi. Per questo ci avviciniamo alla sua opera e alla sua vita attraverso le sue confessioni; per provare a imparare, per lasciarci ispirare. Essere meritevoli è una scelta di vita, e può concretizzarsi in molti modi; tramite l’insegnamento di certi maestri, tuttavia, la nostra esistenza può mutare forma e apparirci nella sua nuda, assurda evidenza.

* * *

Il ricordo determinante

 

Il fatto è impossibile da raccontare. Ho spesso tentato di dirlo, durante i quasi 18 anni da quando è avvenuto.Vorrei, una buona volta, sfruttare tutte le mie risorse di linguaggio per riportarne, perlomeno, le circostanze esterne e interne. Questo fatto è una certezza, acquisita accidentalmente all’età di sedici o diciassette anni, e il cui ricordo ha orientato il meglio di me verso la ricerca dei mezzi per ritrovarla stabilmente.

I miei ricordi d’infanzia e di adolescenza sono scanditi da una serie di tentativi di fare l’esperienza dell’aldilà, e questa serie di tentativi, fatti in modo casuale, mi condusse all’esperienza fondamentale di cui parlo.Verso l’età di sei anni, non essendomi stata inculcata nessuna credenza religiosa, il problema della morte si presentò a me in tutta la sua nudità. Passavo delle notti atroci, graffiato sul ventre e stretto alla gola dall’angoscia del nulla, dell’«assolutamente più niente». Verso gli undici anni, una notte, lasciandomi andare, quietai il terrore e la rivolta del mio organismo davanti all’ignoto, e un sentimento nuovo nacque in me, speranza e assaggio di qualcosa di imperituro. Ma volevo di più, volevo una certezza. A quindici o sedici anni, cominciai le mie ricerche sperimentali, senza direzione e un po’ a casaccio.

Non trovando il modo di sperimentare direttamente sulla morte – sulla mia morte – provai a studiare il mio sonno, supponendo un’analogia tra questo e quella.

Tentai in diverse maniere di entrare sveglio nella condizione di sonno. L’impresa è meno rigorosamente assurda di quanto non sembri, ma pericolosa sotto diversi aspetti.

Non riuscii ad arrivare molto lontano; la natura mi diede qualche serio avvertimento sul pericolo che correvo.

Un giorno decisi tuttavia di affrontare il problema della morte stessa; avrei portato il mio corpo in una condizione il più possibile vicino a quella della morte fisiologica, ma utilizzando tutta l’attenzione per restare sveglio e per registrare tutto ciò che mi si sarebbe presentato.

Avevo a disposizione del tetracloruro di carbonio, di cui mi servivo per uccidere i coleotteri che collezionavo. Sapendo che questo prodotto è, chimicamente, dello stesso tipo del cloroformio – e più tossico di questo – pensai di poterne regolare l’effetto in un modo piuttosto semplice: nel momento in cui la sincope si fosse prodotta, la mano sarebbe caduta con il fazzoletto intriso del liquido volatile che tenevo sotto le mie narici. Successivamente ripetei l’esperienza in presenza di alcuni compagni che avrebbero potuto soccorrermi in caso di bisogno.

Il risultato fu sempre esattamente lo stesso, e superò e sconvolse le mie aspettative, facendo esplodere i limiti del possibile e gettandomi brutalmente in un altro mondo.

All’inizio si presentavano i fenomeni ordinari di asfissia, palpito delle arterie, ronzii, rumore di pompa nelle tempie, rimbombo doloroso del minimo suono esteriore, sfarfallamenti di luce; poi il sentimento che la cosa diventa seria,che non si gioca più,e rapido riepilogo della mia vita fino a quel giorno. Se vi era una leggera angoscia non era distinta da un malessere corporale da cui il mio intelletto restava completamente libero, e ripeteva a se stesso: «attenzione, non addormentarti, è il momento di tenere l’occhio aperto».

I fosfeni che danzavano davanti ai miei occhi coprivano rapidamente tutto lo spazio, che riempiva il rumore del sangue; rumore e luce riempivano il mondo e si fondevano in un solo ritmo. In questo momento, non avevo già più l’uso della parola interiore; il pensiero era decisamente troppo rapido per portare parole con sé.

Notavo, in un lampo, che avevo sempre il controllo della mano che teneva il tampone, che continuavo a percepire correttamente il luogo dove si trovava il mio corpo, che udivo le parole pronunciate vicino a me, che ne coglievo il senso – ma oggetti, parole e senso delle parole non avevano improvvisamente più significato; era come per quelle parole che, una volta ripetute a lungo, sembrano morte e strane in bocca: si sa ancora cosa significa la parola «tavolo», la si potrebbe utilizzare correttamente, ma non evoca più il suo oggetto.

Dunque, tutto ciò che, in una condizione ordinaria, era per me il «mondo» era sempre là, ma era come se bruscamente fosse stato svuotato della sua sostanza; non era più che una fantasmagoria allo stesso tempo vuota, assurda, precisa e necessaria.

E questo «mondo» appariva così nella sua irrealtà poiché ero entrato bruscamente in un altro mondo, intensamente più reale, un mondo istantaneo, eterno, un bracere ardente di realtà e di evidenza nel quale ero gettato e vorticavo come una farfalla nella fiamma.

A questo punto, è la certezza, ed è qui che la parola deve accontentarsi di girare intorno al fatto.

Certezza di cosa? – Le parole sono pesanti, le parole sono lente, le parole sono troppo molli o troppo rigide. Con queste povere parole, non posso emettere altro che proposizioni imprecise, mentre la mia certezza è per me l’archetipo della precisione. Tutto ciò che, di questa esperienza, resta pensabile e formulabile nella condizione ordinaria, è questo – ma scommetterei la testa: ho la certezza dell’esistenza di qualcos’altro, di un al di là, di un altro mondo o di un altro tipo di conoscenza; e in questo momento conoscevo direttamente, provavo questo al di là nella sua realtà immediata.

È importante ripetere che,in questa nuova condizione, percepivo e comprendevo molto bene la condizione ordinaria, quest’ultima essendo contenuta nella prima, come la veglia contiene i sogni e non il contrario; questa relazione irreversibile prova la superiorità (sulla scala della realtà o della coscienza) della seconda condizione sulla prima. Pensavo nitidamente: tra poco sarò tornato a ciò che chiamiamo «la condizione normale», e forse il ricordo di questa spaventosa rivelazione si oscurerà, ma è in questo momento che vedo la verità. Pensavo ciò senza parole, e in concomitanza con un pensiero superiore che mi attraversava, che si pensava per così dire all’interno della mia stessa sostanza con una velocità tendente all’istantaneo.

Ero intrappolato, da ogni eternità, precipitato verso un annientamento sempre imminente con una velocità accelerata, attraverso il meccanismo terrificante della Legge che mi negava. «È quello! È quello dunque!» Tale era l’urlo del mio pensiero. Dovevo, rischiando il peggio, seguire il movimento; era uno sforzo terribile e sempre più difficile,ma ero obbligato a fare questo sforzo; fino al momento in cui, abbandonandomi, cadevo senza dubbio in un brevissimo stato di sincope; la mia mano lasciava andare il tampone, aspiravo l’aria, e rimanevo, per il resto della giornata, attonito, instupidito, con un violento mal di testa.

Proverò ora a identificare la certezza indicibile per mezzo di immagini e di concetti. Occorre comprendere per prima cosa che, rispetto al nostro pensiero ordinario, questa certezza sta a un grado superiore di significatività.

Siamo abituati a servirci di immagini per illustrare i concetti; così l’immagine di un cerchio può significare il concetto del cerchio.

Qui, il concetto stesso non è più il termine ultimo, la cosa da illustrare; il concetto – l’idea nel senso ordinario della parola – è esso stesso un segno di qualche cosa di superiore.Ricordo che nel momento in cui la certezza si rivelava, i miei meccanismi intellettuali ordinari continuavano a funzionare: si formavano immagini, concetti e giudizi venivano pensati, ma senza doversi ingolfare di parole, il che dava a questo processo la velocità e la simultaneità che si hanno spesso nei momenti di grande pericolo, come durante una caduta in montagna, per esempio.

Le immagini e i concetti che descriverò erano dunque presenti al momento dell’esperienza, a un livello di realtà intermedia tra l’apparenza del «mondo esteriore» quotidiano e la certezza essa stessa. Tuttavia, alcune di queste immagini e alcuni di questi concetti sono il risultato di una successiva affabulazione, dovuta al fatto che, appena ho voluto raccontare l’esperienza, e in primo luogo a me stesso, fui obbligato a utilizzare delle parole, dunque a sviluppare alcuni aspetti impliciti delle immagini e dei concetti.

Comincerò dalle immagini, benché immagini e concetti fossero simultanei. Erano visive e sonore. Le prime si presentavano come un velo di fosfeni più reale del «mondo» della condizione ordinaria, che restava sempre percepibile attraverso di esso. Un cerchio bipartito rosso e nero inscritto in un triangolo ugualmente bipartito, con il semicerchio rosso nel semitriangolo nero e viceversa; e l’intero spazio era suddiviso indefinitamente allo stesso modo in cerchi e triangoli inscritti gli uni negli altri, che si strutturavano, e si muovevano,e gli uni diventavano gli altri in un modo geometricamente impossibile cioè non rappresentabile nella condizione ordinaria. Un suono accompagnava questo movimento luminoso, e mi accorgevo improvvisamente di essere io a produrlo; ero quasi questo suono stesso, trascorrevo la mia esistenza emettendo questo suono. Il suono si esprimeva in una formula che dovevo ripetere sempre più velocemente per «seguire il movimento»; questa formula (racconto i fatti senza tentare di mascherarne l’assurdità) si pronunciava pressapoco: «Tem gwef tem gwef dr rr rr» con un accento tonico sul secondo «gwef», e con l’ultima sillaba che si confondeva con la prima dando un impulso perpetuo al ritmo che era, lo ripeto, quello della mia esistenza. Sapevo che, appena tutto fosse andato troppo veloce perché potessi seguirlo, la cosa innominabile e spaventosa si sarebbe verificata. In effetti era sempre infinitamente prossima a realizzarsi, e, sul limite… non posso dirne niente di più. Quanto ai concetti, ruotano intorno a un’idea centrale d’identità:tutto si ripete uguale in ogni istante; e si esprimono per mezzo di schemi spaziali, temporali, numerici – schemi presenti contemporaneamente, ma la cui distinzione in queste differenti categorie e l’espressione verbale sono, chiaramente, posteriori.

Lo spazio dove le rappresentazioni avevano luogo non era euclideo, essendo uno spazio tale per cui ogni proiezione indefinita da un punto di partenza ritorna a questo punto di partenza; credo sia ciò che i matematici chiamano uno «spazio curvo». Proiettato su di un piano euclideo, il movimento può essere descritto così: un cerchio immenso, la cui circonferenza è proiettata all’infinito, perfetto, puro, omogeneo – tranne un punto: e così il punto si allarga in un cerchio che cresce indefinitamente, proietta la sua circonferenza all’infinito e si confonde con il cerchio originario perfetto, puro, omogeneo – tranne un punto, che si allarga in un cerchio… e così via, costantemente, e a dire il vero istantaneamente, poiché è in ogni istante che la circonferenza proiettata all’infinito riappare simultaneamente come punto; non un punto centrale, sarebbe troppo bello: ma un punto eccentrico, che rappresenta contemporaneamente il niente della mia esistenza e il disequilibrio che questa esistenza, attraverso la sua particolarità, introduce nel cerchio immenso del Tutto, che a ogni instante mi annulla riconquistando la sua integrità (che non ha mai smarrito: sono io che sono sempre smarrito).

In termini temporali, lo schema è perfettamente analogo, e questo movimento di ritorno all’origine da un’espansione indefinita è da intendersi come durata (una durata «curva»), così come nei termini spaziali: l’ultimo momento è perennemente identico al primo, tutto ciò vibra simultaneamente dell’istante, ed è soltanto per la necessità di rappresentare le cose nel nostro «tempo» ordinario che devo parlare di una ripetizione indefinita: ciò che vedo l’ho visto sempre, lo vedrò sempre, ancora e ancora tutto ricomincia identico in ogni istante – come se la mia esistenza particolare e assolutamente insignificante fosse, nella sostanza omogenea dell’Immobile, la causa di una proliferazione cancerosa di momenti.

In termini numerici, ugualmente, la moltiplicazione indefinita dei punti, dei cerchi, dei triangoli, conduce istantaneamente all’Unità rigenerata, perfetta, tranne me, e questo tranne me sbilanciando l’unità del Tutto genera una moltiplicazione indefinita e istantanea che si confonde immediatamente, sul limite, con l’unità rigenerata, perfetta, tranne me, … e tutto ricomincia – sempre lì e in un istante, senza che il Tutto sia realmente alterato.

Sarei portato a simili espressioni assurde se continuassi a tentare di rinchiudere la certezza nella serie delle categorie logiche; sotto la categoria della causalità, per esempio, la causa e l’effetto si avvolgono e svolgono in ogni istante, passando l’una nell’altro a causa del disequilibrio che produce nella loro identità sostanziale il vuoto, il buco infinitesimale che io sono.

Ho detto abbastanza perché si comprenda che la certezza di cui parlo è insieme matematica, sperimentale ed emozionale; matematica – o meglio matematico-logica – lo si può cogliere indirettamente, dalla descrizione concettuale che ho appena tentato, e che in modo astratto può riassumersi così: identità dell’esistenza e della non-esistenza del finito nell’infinito; sperimentale, non soltanto perché è fondata su di una visione diretta (il che sarebbe osservazione e non necessariamente esperienza), non soltanto perché l’esperienza può essere replicata in ogni momento, ma perché era sperimentata in ogni istante nella mia lotta per «seguire il movimento» che mi annullava, ripetendo la formula attraverso la quale mi pronunciavo da solo; emozionale, perché in tutto ciò – ed è questo il cuore dell’esperienza – è di me che si tratta: vedevo il mio niente in faccia, o piuttosto il mio annientamento perpetuo in ogni istante, annientamento totale, ma non assoluto: i matematici mi comprenderanno se dico «asintotico».

Insisto su questo triplo carattere della certezza per prevenire, nel lettore, tre tipi di incomprensione.In primo luogo voglio evitare agli spiriti vaghi l’illusione di comprendermi mentre non avrebbero, per rispondere alla mia certezza matematica,altro che vaghi sentimenti di mistero,d’aldilà,etc.In secondo luogo,voglio impedire agli psicologi, e specialmente agli psichiatri, di considerare la mia testimonianza non come una testimonianza, ma come una manifestazione psichica interessante da studiare e spiegabile attraverso ciò che essi credono essere la loro «scienza psicologica», ed è per vanificare i loro tentativi che ho insistito sul carattere sperimentale (e non semplicemente introspettivo) della mia certezza; infine, il cuore stesso di questa certezza, il grido: «sono io tutto ciò:è di me che si tratta» – questo grido deve terrorizzare i curiosi che volessero, in un modo o in un altro, fare la stessa esperienza; li avverto che è un’esperienza terribile, e se vogliono dei dettagli sui suoi pericoli, possono chiedermeli in privato; non parlo dei pericoli fisiologici (che sono molto grandi), poiché se, per mezzo dell’accettazione di gravi malattie o infermità, o di una rilevante diminuzione della durata della vita fisica, si potesse acquistare una certezza, non sarebbe un prezzo troppo caro da pagare; non parlo nemmeno soltanto del rischio molto concreto di follia o di definitivo instupidimento, al quale sono sfuggito grazie a una straordinaria fortuna di cui non posso parlare per iscritto. Il pericolo è molto più grave, e la storia della moglie di Barbablù lo illustra adeguatamente:apre la porta della stanza proibita, e lo spettacolo d’orrore che la investe la marchierà a fuoco nel più profondo. Dopo la prima esperienza, peraltro, passai diversi giorni in uno stato di «scollamento» da ciò che che normalmente viene chiamato il «reale»; tutto mi sembrava un’assurda fantasmagoria, nessuna logica poteva convincermi di alcunché, ero pronto a seguire, come una foglia al vento, qualsiasi impulso esteriore o interiore, e questo rischiava di prepararmi ad «atti» (se così si può dire) irreparabili, poiché ormai nulla aveva più importanza per me.

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Ripetei più volte l’esperienza, sempre esattamente con lo stesso risultato; o meglio era sempre lo stesso momento, lo stesso istante che ritrovavo, coesistente in eterno con lo svolgersi illusorio della mia durata. Avendo visto il pericolo, tuttavia, smettevo di ripetere la prova. Eppure un giorno, molti anni dopo, per un piccolo intervento chirurgico, fui anestetizzato con il protossido di azoto; fu esattamente la stessa cosa di allora, lo stesso unico istante che ritrovai – questa volta, in effetti, fino alla sincope totale.

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La mia certezza non aveva assolutamente bisogno di ulteriori conferme,piuttosto essa mi chiarì improvvisamente il senso di ogni tipo di lettura che altri uomini hanno tentato di fare della stessa rivelazione. In effetti, seppi molto presto che non ero il solo, che non ero un caso isolato e patologico nel cosmo. Inizialmente, diversi miei compagni provarono a fare la stessa esperienza. Per la maggior parte di loro non accadde nulla, tranne i fenomeni ordinari che precedono la narcosi. Due di loro arrivarono un po’ più lontano, ma non riportarono dalla loro scappatella altro che le immagini piuttosto vaghe di un profondo stupore; uno diceva che era come i manifesti pubblicitari di un certo aperitivo, in cui due camerieri portano delle bottiglie, sulle cui etichette due camerieri portano delle bottiglie, sulle cui etichette… e l’altro, scavando dolorosamente nei suoi ricordi, provava a spiegarmi: «Ixian, ixian, i…, Ixian, ixian, i…», che traduceva chiaramente nella sua lingua il mio «Tem gwef tem gwef dr rr rr». Ma un terzo conobbe esattamente la stessa realtà che conobbi io, e ci bastò uno sguardo per sapere che avevamo visto la stessa cosa, era Roger Gilbert-Lecomte, con il quale avrei diretto la rivista Le Grand Jeu, il cui tono di convinzione profonda non era altro che il riflesso della nostra certezza comune; e sono convinto che questa esperienza determinò la sua vita come determinò la mia, benché in un senso differente.

E poco a poco scoprii nelle mie letture testimonianze della stessa esperienza, perché avevo trovato la chiave di queste rappresentazioni e di queste descrizioni di cui non potevo, in precedenza, sospettare il rapporto con una stessa e unica realtà.William James parla della cosa. O. V. De L. Milosz, nel suo Épître à Storge, ne fa una narrazione che mi sconvolse per i termini che impiegò, e che mi ritrovai a usare io stesso. Il famoso cerchio di cui parlò un monaco del medio evo, e che vide Pascal (ma chi lo vide e chi ne parlò per primo?) cessò per me di essere una fredda allegoria, ma seppi che era una visione divorante di ciò che anche io avevo visto. E, oltre a tutte queste testimonianze umane, più o meno complete (non è vero poeta colui nel quale non ne ritrovavo almeno un frammento), le confessioni dei grandi mistici, e, ancora oltre, certi testi sacri di diverse religioni, mi consegnavano l’affermazione della stessa realtà, talvolta nella sua forma terrificante – nel momento in cui è percepita da un individuo limitato, che non si è messo nelle condizioni di percepirla, chi, come me, ha provato a guardare l’infinito dal buco della serratura e si è trovato davanti l’armadio di Barbablù -, talvolta nella forma tranquilla, pienamente felice e intensamente luminosa quale è la visione degli esseri che si sono realmente trasformati e possono vederla, questa Realtà, faccia a faccia, senza esserne distrutti. Penso, per esempio, alla rivelazione dell’essere divino nella Bhagavad Gîtâ, alle visioni di Ezechiele e di san Giovanni a Patmos, a certe descrizioni del libro dei morti tibetano Bardo Thô Dol, a un passaggio del Lankâvatâra Sutra

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Non essendo impazzito del tutto in seguito, mi sono messo poco a poco a filosofare sul ricordo di questa esperienza. E sarei sprofondato nella mia propria filosofia se, al momento opportuno qualcuno non si fosse trovato sulla mia strada per dirmi: ecco, c’è una porta aperta, stretta e di accesso difficile, ma una porta, ed è la sola per te.

Passy (Alta Savoia), maggio 1943


ANDREA CAFARELLA (MESSINA, 1989) HA VISSUTO E STUDIATO TRA ITALIA, FRANCIA, SPAGNA E STATI UNITI. NEL 2015 SI SPOSTA A ROMA PER LAVORARE NEL CAMPO DELL’EDITORIA. FINO A DICEMBRE 2019 HA LAVORATO COME LIBRAIO. COLLABORA ABITUALMENTE CON CATTEDRALE – OSSERVATORIO SUL RACCONTO, ALTRI ANIMALI, CRAPULACLUB E STANZA251 DOVE SCRIVE NARRATIVA E CRITICA LETTERARIA. HA PUBBLICATO RACCONTI E POESIE ANCHE SU NAZIONE INDIANA, LAHAR MAGAZINE, IL FOGLIO CLANDESTINO E ALTRI. INOLTRE, HA CURATO L’INTRODUZIONE A CONTROCIELO DI RENÉ DAUMAL, TITOLO CHE DA IL NOME ALL’INTERA COLLANA DI POESIA DI EDIZIONI TLÖN.

1 comment on “L’esperimento tra la vita e la morte di René Daumal

  1. Valeria de Carli

    Fantastico! Grazie per averne scritto!

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