Nel nuovo libro di Simon Critchley il misticismo si presenta come una forma di risposta pratica ed esistenziale alla melanconia contemporanea. Attraverso figure come Giuliana di Norwich, T.S. Eliot e Annie Dillard, Critchley costruisce un percorso dall’infelicità verso l’estasi. Un libro che si propone come antidoto alla tristezza, scritto con la consapevolezza che la lezione della gioia è molto più difficile da imparare di quella del dolore.
in copertina e lungo il testo, un’opera di Emilio Vedova, Courtesy Pananti
Questo articolo è estratto da “Misticismo” di Simon Critchley. Ringraziamo l’autore e Add Editore per la gentile concessione.
di Simon Critchley
Perché il misticismo? Evelyn Underhill, una studiosa interessante, in parte dimenticata, che all’inizio del XX secolo si è spesa per divulgare le idee dei mistici, lo definisce «l’esperienza nella sua forma più intensa». Ciò che offro al lettore in questo libro è semplice: non vi piacerebbe avere un assaggio di questa intensità? Non vi piacerebbe essere rapiti e uscire da voi stessi, sentirvi sopraffatti dalla pura sensazione di essere vivi? Se la risposta è affermativa, potrebbe valer la pena capire cosa si intende per misticismo e come le idee dei mistici e delle mistiche possono trasformare, elevare e rendere più profondo il senso della vita.
Il misticismo non è un problema in primis teorico. Non è questione di credere intellettualmente nell’esistenza di Dio inteso come una sorta di postulato metafisico che può essere affermato o messo in discussione. Il misticismo è esistenziale e pratico. È – e questa può essere una prima definizione approssimativa – la coltivazione di pratiche che ci permettono di liberarci dalle abitudini, dalle fantasie e dall’immaginazione di tutti i giorni e di vedere la realtà, e viverla, in modo estatico.
Questo è un libro che parla del tentativo di uscire da sé stessi, di perdersi, pur sapendo che l’io non si può mai perdere del tutto. Ci si può provare: ciò che qui chiamo estasi è un modo di superare l’io, di uscire dalla prigione della propria testa, e la sensazione di delizia, piacere o gioia che accompagna questa esperienza. È qualcosa con cui forse avevamo più dimestichezza nell’infanzia, soprattutto nel gioco, ma a cui abbiamo abdicato nell’adolescenza e nella nostra troppo lunga età adulta, che è l’abbandono dell’estasi. Desideriamo tornare a quello stato infantile, ma non ci riusciamo perché siamo troppo presi da noi stessi. Siamo intrappolati in noi stessi, legati a noi stessi, bloccati da noi stessi.
Esistono però dimensioni dell’esperienza umana che ci permettono di spingerci al di fuori di questo io appiccicoso verso qualcosa di più grande, di più vasto, qualcosa che trabocca di vitalità e forse addirittura di pura e folle gioia per la semplice esistenza della vita e del mondo. Questo spingersi all’esterno è ciò che la pratica religiosa fa meglio, ciò che l’arte, nella sua forma più nobile, è in grado di risvegliare. È ciò che ci indica la poesia e che può capitare (se siamo fortunati) nella vita sessuale, e probabilmente anche ciò che genera il desiderio di intossicazione, di qualsiasi tipo. Possiamo pensare a queste esperienze come a forme di resa: abbandoniamo ogni desiderio di controllo, di dominio su noi stessi e sugli altri, e ci sottomettiamo liberamente.
In simili momenti di straordinaria vulnerabilità e di totale messa a nudo, l’io svanisce in un ambiente o in una dimensione dell’essere più grande e capiente. Questo abbandono avviene in modo particolarmente potente nell’ascolto della musica. Il misticismo ci permette di evocare tutto ciò e di aprirci a una vitalità e intensità illimitate.
Il misticismo è un modo per descrivere un’estasi esistenziale che si trova al contempo fuori e oltre l’io cosciente. Ha a che fare con la liberazione e il distacco, con ciò che significa condurre un’esistenza liberata, coltivare un’apertura fluida, una scioltezza limpida, un’intensità purificata in cui i concetti di mente e mondo, di anima e Dio, si dissolvono in qualcosa di più strano e semplice: un’esperienza di libertà che non è libertà della volontà, ma libertà dalla volontà.
Il respiro è la forma originale dello «spirito». Il «penso, dunque sono» dei filosofi andrebbe concepito più correttamente come un «respiro, dunque è». La coscienza è un modo limitato e dualistico di concepire ciò che William James chiama «il flusso della vita», che abbraccia sia il respiro dei nostri pensieri sia il vasto e lento cosmo che ci avvolge.
Il misticismo ha a che fare con la possibilità di una vita estatica. Negli ultimi due secoli, con ovvie eccezioni come Nietzsche e, più recentemente, Georges Bataille, la filosofia si è inoculata con discreto successo contro il tipo di esperienze estatiche dei mistici. È tempo di reintrodurre il virus.
L’estasi è ciò che si prova a essere vivi senza la tristezza che ci attanaglia, perché sì: la tristezza fa di tutto per attanagliarci. La realtà ci preme addosso da tutti i lati con forza implacabile, una violenza che prosciuga le energie e dissipa ogni capacità di credere e di gioire. Il mondo ci assorda con il suo rumore; gli occhi bruciano davanti alla massa sempre più grande di informazione e disinformazione e per la presenza costante della guerra. Sentiamo e viviamo nella povertà dell’esperienza contemporanea. Viviamo tempi cupi, tempi pesanti, tempi di scarsità. Ci sentiamo infelici, ansiosi, abietti, annoiati.
Contro Amleto, bando alla malinconia
Dunque, di nuovo, perché il misticismo? Per darci un po’ di sollievo dall’infelicità, dalla malinconia, dalla pesantezza d’animo, dalla melma dello sconforto, dalla spossatezza mentale. Parto dalla sensazione (chiamarla certezza sarebbe troppo) che siamo tutti perduti, siamo tutti soli, con difficoltà a credere in qualcosa, a impegnarci per qualcosa, a condurre una vita che ci faccia sentire veramente vivi. Abitiamo un mondo di sventura.
Il dubbio ci dilania come un topo che rosicchia le assi del pavimento della casa dell’essere. È un eczema esistenziale che non possiamo smettere di grattare attraverso i vestiti. Non è un dubbio intellettuale: non è quello freddo, scettico e razionale del filosofo nel suo studio. È un dubbio viscerale, esistenziale, che ci fa sentire derelitti e abbandonati. È il sospetto verso gli altri e verso la benevolenza delle loro intenzioni, il sospetto per le istituzioni su cui facciamo affidamento per la nostra sicurezza e il nostro benessere. Soprattutto è il sospetto verso noi stessi, scaturito dalla crudeltà dello sguardo che ci puntiamo addosso e che ci porta, in ultima analisi, a domandarci se sia meglio essere o non essere. Il dubbio accende la nostra intelligenza sotto forma di sospetto e allo stesso tempo spegne la nostra capacità di amare.
Prendiamo Amleto, e per amor di discussione diciamo che è la persona più intelligente che potremmo mai immaginare di incontrare o addirittura essere. È una creatura del dubbio: per lui tutto ciò che un tempo dava senso al mondo e all’io è evaporato nella violenza fisica e verbale, nella paura, nella paranoia e nell’odio omicida. Amleto è l’anti-mistico per eccellenza, cerca di controllare tutto con le sue cascate solitarie di ragionamenti, a suon di parole, parole, parole. Con il suo dubbio, Amleto uccide dentro di sé ogni amore: per Ofelia, per sua madre, per il mondo e per sé stesso. L’uomo non lo soddisfa, e nemmeno la donna. E noi, simili a lui, scivoliamo nel gorgo della malinconia che ci avvolge come una nube tossica che tutto pervade. Guardiamo il mondo e vediamo un promontorio sterile, un giardino incolto e pieno di cose morte, marce e disgustose.
Tutto è sempre sventura, se osservato in una certa rassicurante penombra: la miseria non ti abbandona mai. La malinconia è una compagna fedele, affidabile per la regolarità con cui si presenta nelle nostre vite. Non c’è niente di più rassicurante che arrendersi alla propria mestizia, al peso del nostro essere che ci trascina verso il basso e da cui sembra non esserci scampo. Come testimoniano gli interminabili soliloqui di Amleto, c’è perfino una consolazione perversa nel sentirsi tragicamente avvinti a noi stessi: nella nostra cultura passa spesso per intelligenza, qualità a mio avviso molto sopravvalutata.
Ciò che cerco di descrivere è un contromovimento: non dal dubbio all’assenza di amore, ma dalla disperazione alla gioia, dal male al bene. Se mettiamo da parte noi stessi, se ci innalziamo al di sopra e al di fuori di noi, andremo in cerca di qualcos’altro, una sorta di gioia, di liberazione e di elevazione. La sensazione che, nonostante la miseria, tutto andrà bene.
Tutto andrà bene
Come facciamo a dire che tutto andrà bene? Questa è la grande proposta dell’eroina di questo libro, la mistica medievale inglese Giuliana di Norwich (1342-1416 circa), con la quale passeremo un bel po’ di tempo. Ma non è follia sostenere una cosa del genere? Come potrebbe andare tutto bene in un mondo di sventura? Come possiamo pronunciare, pensare e vivere l’idea che tutto vada bene?
Giuliana conosceva la sventura. Conosceva la malattia nel profondo delle ossa, la malattia mortale, la malattia che conduce alla distruzione. Giuliana accoglieva, e persino desiderava, quella malattia. Eppure l’ha anche combattuta e ha combattuto contro sé stessa per mettersi da parte: è proprio questo mettersi da parte che ci interessa maggiormente, un atto che Simone Weil chiama decreazione. Si tratta di un annullamento della creatura in noi che cerca di aprirci a ciò che precede l’io. È questa la concezione che Giuliana ha del divino. Vive la sua intensa relazione affettiva con Cristo come una spoliazione dell’io. Il potere innovativo della teologia esperienziale di Giuliana è quello di fornire un elisir contro la malinconia, soprattutto la malinconia filosofica e il disprezzo amletico di sé.
Abbiamo troppo io. Siamo troppo pieni di noi stessi. C’è sempre troppo noi in noi. Giuliana ci chiede di metterci da parte per mostrare che, nonostante il dolore, la tristezza e l’inquietudine, possiamo raggiungere una grande pace: basta avere pazienza, aspettare, dedicarci a ciò che eccede i nostri sforzi di creature. Questo eccesso è l’esperienza dell’amore estatico, e la sua lezione è molto più difficile da imparare rispetto a quella dell’infelicità. Richiede di abbandonarsi, per quanto possibile, a qualcosa di più grande dell’io, al di fuori dell’io: un terreno duttile di amore che precede la volontà.
Se ci aggrappiamo a questa radura d’amore, se persistiamo in essa senza perdere una piccola quota della gentilezza, della modestia e della sobrietà mostrate da Giuliana, allora può anche darsi che tutto vada bene. Inoltre, facendo ricorso a un avverbio importantissimo che Giuliana usa spesso, può anche darsi che il passaggio dalla sventura al bene avvenga improvvisamente. Può capitare che in un batter d’occhio ci ritroviamo a essere risollevati, salvati, guariti.
Tutto fantastico, si potrebbe dire, purché, come Giuliana, si creda in Dio. E forse è giusto così: forse la visione dell’amore fornita da Giuliana è più facile da comprendere sotto la luce dell’intervento divino. Tuttavia, cercherò di dimostrare che il misticismo esiste principalmente come esperienza estetica, nel mondo dell’incanto dischiuso dall’arte, dalla poesia e soprattutto dalla musica.
Noi siamo la musica
Per T.S. Eliot, la poesia è una lotta intollerabile tra parole e significati, nella quale le parole non corrispondono ai significati e i significati smentiscono le parole che cercano di esprimerli. Le parole scivolano, i significati scivolano. Ma l’obiettivo della poesia è quello di raggiungere un’immobilità, un punto fermo nel movimento del mondo, un’esperienza di incarnazione in cui tempo e atemporalità si intersecano. Questo punto, esprimibile solo nel linguaggio della negazione, dell’antitesi e del paradosso che Eliot prende in prestito dal misticismo, si trova al di fuori delle parole e quindi della poesia. È una condizione più vicina alla musica, una musica che è fuoco, vita e danza.
Per questo concluderò il libro con la musica, anche se ne ho ascoltata durante tutta la stesura. Sappiamo che il mondo moderno è un vortice violentemente disincantato, plasmato dal flusso speculativo del denaro che lo attornia da ogni parte. Eppure, quando ascoltiamo la musica che amiamo, il mondo sembra rianimarsi, riempirsi di senso, esplodere di vitalità. La musica è l’unica dimostrazione che conosco della validità dell’animismo. Nell’esperienza dell’ascolto, è come se il mondo cadesse sotto l’incantesimo di una magia naturale. Nella musica, il cosmo appare infuso dal divino.
Per «musica» qui intendo banalmente la musica che amate, la musica di successo, la musica non di successo, la musica che vi ha fatto sentire più vivi quando l’avete ascoltata per la prima volta e che continuerete ad ascoltare per tutta la vita. Ma ce n’è dell’altra, altrettanto soave, che possiamo sentire se teniamo le orecchie aperte, musica che ci fa accedere a molte più vite di quante ne abbiamo a disposizione. La musica può catturarci con l’energia di una conversione religiosa: una volta ascoltata, non si sta più al mondo nello stesso modo.
C’è misticismo nell’esperienza musicale, un misticismo senza Dio che opera nel regno dei sensi e risuona dentro e fuori di noi, un’estasi sensoriale. La mia intuizione – e non è niente di più – è che la musica, quella comune, condivisa, quotidiana, sia essa bassa o alta o una via di mezzo, è in grado, al suo meglio, di descrivere ciò che sentiamo e di permetterci di sentire qualcosa in più.
La musica può evocare sentimenti di gioia, ma anche di paura, tristezza o desiderio, sentimenti che ci conducono verso una dimensione più profonda rispetto al discernimento, ai concetti o alla coscienza. Potremmo pensare a tutto ciò come a un modo di partecipare a quello che Giuliana chiama «sostanza gentile», un’empatia che va oltre le parole ma che forse ne è il presupposto. La musica – questo è il suo miracolo, ed è per questo che la vita senza musica sarebbe un tragico errore, come non si stancava di ripetere Nietzsche – può contenere quell’emozione e tenerci a contatto con essa, almeno per un momento. Inoltre, come scrive Eliot, noi siamo la musica, finché la musica dura.
In questo senso la musica può essere grandiosa e pubblica. Può essere operistica e teatrale, formale e strutturata, improvvisata e libera. Può condurre a sfrenate danze di gruppo, o alla tua danza solitaria fino allo stremo delle forze. Oppure può essere un’esperienza più quieta, sottile, implicita e quotidiana, come ascoltare musica a casa da soli o con le persone che amiamo. Può essere l’ascolto del canto degli uccelli o del ronzio del traffico. Il punto è che in tutti questi casi la musica è una pratica devozionale, con i suoi santi, i suoi riti, le sue comunioni, i suoi pellegrinaggi e le sue reliquie. L’esperienza della musica è forse la cosa più vicina a percepire e comunicare con un universo vivo.
È impossibile essere atei quando ascoltiamo la musica che amiamo.
A cosa servono gli scrittori?
Vorrei fare un patto con il lettore: proviamo a trasformare la nostra miseria, il dolore e il dubbio che ci attanagliano, attraverso una ricchezza di parole e di suoni che ci permetta di tenere a bada la pressione violenta della realtà e renda possibile vivere la vita con pienezza e trasfigurare l’io e il mondo. Questa è la possibilità aperta dall’estasi non come stato mentale alterato, bensì intensificato, elevato, approfondito, liberato.
Vista da fuori, un’esistenza liberata sembrerebbe forse indistinguibile dalla vita di tutti i giorni. Nulla cambierebbe eppure tutto sarebbe diverso. Se il pensiero potesse liberarsi dalla tirannia della volontà e dai suoi infiniti affanni, allora saremmo finalmente pronti ad accogliere lo spazio in cui viviamo e ci muoviamo, lo spazio in cui risiede il nostro essere: il mondo. Credo valga la pena chiederci perché scriviamo. A spingerci è semplicemente il desiderio di una piccola notorietà, di salire su un gradino un po’ più alto della scala accademica? Non possiamo escludere queste ambizioni, per quanto ridicole e narcisistiche. George Orwell ha ragione quando dice che «ogni scrittore è vanitoso, egoista e pigro» e che «scrivere un libro è una lotta tremenda e spossante». Ma il vero desiderio alla base della scrittura va cercato altrove.
Scrivere significa aspirare, e persino sperare, nel mistero di un’apertura che è altro da sé, la vasta stanza senza finestre e illuminata dal sole dell’esperienza vissuta. Scrivere è contribuire alla lotta per eliminare sé stessi. Il problema è che l’io continua a mettersi in mezzo. Cerchiamo una radura, ma mentre attraversiamo il bosco fitto continuiamo a impigliarci nei rami, a sporcarci di terra e a venir trascinati nel paesaggio oscuro del dubbio, il dubbio di sé che perseguita lo scrittore.
Ecco perché gli scrittori hanno bisogno di ricorrere a sotterfugi, di ingannarsi per diventare qualcuno o qualcosa di altro da sé, diventano ventriloqui che parlano con voci altrui, incarnano altre possibilità, la ricchezza aliena di cose, uccelli, animali o interi mondi. Vedremo questa lotta svolgersi a più voci, soprattutto quando parleremo della scrittrice americana Annie Dillard, o quando seguiremo le tortuose strade del pensiero che danno forma ai Quattro quartetti di T.S. Eliot.
Per Dillard, l’unica aspirazione dell’artista è illuminare il mondo. «Quando la candela brucia», scrive, «chi guarda lo stoppino?» Lo «stoppino» è l’artista, il cui unico scopo è incendiarsi per produrre luce. Quando la candela si spegne, l’artista non serve più a nulla. Scrivere è provare a incendiarsi, a immolarsi. Il nome, l’identità, l’interiorità, la soggettività dell’artista non sono assolutamente di alcun interesse. Si scrive senza volto. Come dice Dillard, nel suo meraviglioso estremismo, o la vita di uno scrittore va in fiamme nell’opera oppure non va in fiamme. Se non lo fa, l’opera è un fallimento. Ma se prende fuoco, allora è la fiamma che guardiamo. L’opera, non lo stoppino. L’arte e non l’artista.
Se seguiamo questa linea di pensiero ci accorgiamo che l’arte può permetterci di ritrovare l’estasi a cui abbiamo abdicato. Scrivere è togliersi di mezzo per vedere le cose come sono e non solo le nostre idee sulle cose, il nostro riflesso che ci fissa. È aprirsi alla possibilità che nell’esperienza dell’arte ci sia un’esperienza del sacro in cui le cose prendono vita, e in cui anche noi prendiamo vita mentre osserviamo, partecipiamo, guardiamo, ascoltiamo o leggiamo.
Tutto ciò può sembrare altezzoso, magniloquente o semplicemente ingenuo. Spero non faccia questo effetto. Senza schermarmi dietro un’ironia amletica, affermo che le esperienze sensoriali e corporee rese possibili dalla poesia, dalla prosa e dalla musica sono modi per tradurre ed estendere la pratica mistica fino all’estasi, al trasporto e alla visione.
Finché questi momenti estatici durano – e possono e devono essere continuamente ripetuti, rinnovati e rappresentati sul palcoscenico della nostra vita – siamo liberi dalla prigione della malinconia e del dubbio. Siamo in pace e a riposo. Improvvisamente.


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