L’eterno enigma della bellezza

Sulla bellezza i filosofi si interrogano da sempre, eppure i dilemmi che ruotano attorno a questo concetto sono più attuali che mai. Lo racconta Maura Gancitano nel suo ultimo libro, “Specchio delle mie brame”.


IN COPERTINA e nel testo opere di Mike Kelly

Questo articolo è estratto da “Specchio delle mie brame“, edito da Einaudi. Ringraziamo autrice ed editore per la gentile concessione.

di Maura Gancitano

Quaggiú la bellezza è la sola finalità. Simone Weil

 

Non possiamo non domandarci, a questo punto, se esista davvero ciò che chiamiamo bellezza. C’è qualcosa o qualcuno che sia oggettivamente bello? Esistono una bellezza vera e una falsa? Il sentimento della bellezza che ci capita di provare come esseri umani è autentico o è solo il nome che diamo a una sensazione passeggera? 

Quando si parla di mito della bellezza, talvolta si propone di non usare piú il termine «bellezza», perché troppo legato a stereotipi e giudizi. Diamo un altro nome a ciò che proviamo – si sostiene –, non domandiamoci piú cosa sia la bellezza, perché sarebbe impossibile distinguerla dal mito. 

Io credo, al contrario, che mai come oggi sia importante recuperare l’enigma della bellezza che ha accompagnato tutta la storia della filosofia. Dovremmo riappropriarcene, cercando di adottare uno sguardo libero, per distinguere la bellezza dal giudizio sui corpi, dai criteri e dalle misure da rispettare, dalla sensazione di avere addosso uno sguardo censorio. 

La riflessione filosofica sulla bellezza, in fondo, è sempre stata un tentativo di cogliere e spiegare una sensazione, di dire attraverso le parole l’intensità e le emozioni che una situazione, un oggetto, una persona ci trasmettono. Questa intensità non è quasi mai un valore assoluto, ma è sempre un’occasione di scoperta di sé e della propria identità. 

L’estetica, infatti, è propriamente la scienza delle sensazioni (viene dal greco aisthesis, che significa «sensazione»), cioè ha a che fare con ciò che sentiamo attraverso i sensi. Non si tratta quindi di giudicare, ma di sentire. Domandarci cosa percepiamo come bello significa, in altre parole, cercare di capire chi siamo, cosa ci tocca, cosa ci emoziona. La bellezza ci colpisce, ci ricorda che stiamo al mondo e che il mondo può stupirci e meravigliarci, e può lasciarci senza parole. 

Iniziamo quindi a rivendicare questa parola, a dire ciò che ci appassiona, che ci provoca desiderio, che ci attrae, checché ne dica il mondo. Abbandoniamo l’idea che ci siano un solo canone e un solo modo della bellezza. 

 

Esiste un consenso sulla bellezza? 

Secondo Umberto Eco, la bellezza – delle persone, della natura ma anche di Dio, dei santi e delle idee – non è mai stata qualcosa di assoluto e immutabile, ma ha assunto volti diversi a seconda del periodo storico e del paese. Sant’Agostino scriveva: «Non appare forse a chiunque abbia integri sensi questa bellezza? Perché dunque non parla a tutti nello stesso modo?». È famoso il frammento di Senofane, nel quale il filosofo diceva: «Ma se i buoi, i cavalli, i leoni avessero le mani, o potessero disegnare e costruire monumenti alla maniera degli uomini, i cavalli disegnerebbero gli dèi come cavalli e i buoi come buoi e raffigurerebbero i loro corpi simili al proprio»

Ciò non esclude, in ogni caso, che possa esserci un consenso su ciò che appare attraente: secondo uno studio recente, infatti, la valutazione sulla bellezza mostra un accordo altissimo sia tra persone della stessa cultura, sia tra persone di culture differenti, senza distinzioni di genere ed età. In quanto esseri umani, siamo portati a giudicare attraenti certe persone e non altre in modo quasi identico. Se è importante sottolineare che gli standard sono culturali, quindi, non possiamo ignorare che ci sia anche una componente biologica, cosí come esiste un accordo sull’avvenenza fisica e sul riconoscimento di un viso bello, che stimola la produzione di dopamina in chi lo osserva. Ci sono alcune caratteristiche della bellezza che consideriamo sintomi di salute – anche se potrebbe non essere cosí – e giudichiamo belli i segni della giovinezza, il fisico a clessidra nelle donne, la pelle luminosa. Il riconoscimento della bellezza altrui è immediato e automatico, ed è anche la ragione per cui possiamo provare imbarazzo quando il volto o il corpo di una persona ci appare bello e non riusciamo a non guardarlo. La difficoltà sta dunque nell’individuare dove i meccanismi evolutivi e sociali rilevanti si intersechino e dove no: si possono separare istinto e cultura? 

Secondo l’antropologo Philippe Descola, è stato l’Occidente moderno a creare una contrapposizione tra natura e cultura, a produrre un’infinita letteratura sul tema, a domandarsi secondo quale criterio distinguere ciò che è naturale da ciò che è sovrastruttura culturale. Per Descola, al contrario, dovremmo abbandonare l’idea della contrapposizione. Del resto, il termine natura indica semplicemente il participio passato del latino nasci, cioè nascere: è naturale tutto ciò che è nato, che è emerso, che si è reso visibile. Dunque, anche ciò a cui noi stessi diamo vita, lo sguardo che abbiamo sulle cose, sul mondo e sulle persone. 

In questo senso, è utile concentrarsi su ciò che questo tempo giudica bello e osservare quali effetti produce. Per Naomi Wolf: «le qualità che un certo periodo definisce come tratti di bellezza nelle donne sono solamente simboli del comportamento femminile che quel periodo considera desiderabili: in realtà il mito della bellezza prescrive sempre un comportamento piú che un aspetto esteriore»

E oggi, in effetti, bello è ciò che non dà fastidio, che è piacevole, che rientra negli standard. È un ideale apollineo, misurabile, controllabile, monetizzabile. La tua bellezza è un capitale, devi averne il controllo, esserne consapevole, pensare a come accumularne di piú. Ecco perché, se le tue forme non sono negli standard, ti viene ricordato che non stai facendo abbastanza per accrescere il tuo gruzzoletto. 

Del resto, i social e la pubblicità ci mostrano ogni giorno una quantità di volti belli che prima nessun essere umano avrebbe mai visto nel corso di tutta una vita, e questo dipende anche dalla grande disponibilità di modifiche e manipolazioni a cui possiamo ricorrere. Il che, se da un lato ci rende ipersensibili alla bellezza, dall’altro ci fa sentire in colpa se non raggiungiamo lo standard. 

I social e gli standard di bellezza 

Se fino a qualche anno fa la sensazione di essere sotto lo sguardo costante delle altre persone ci toccava quando uscivamo di casa o entravamo in un luogo estraneo, oggi il nostro corpo è diventato oggetto di sapere di chiunque grazie alla diffusione dei social network. La vita digitale ha cambiato il rapporto con l’esibizione di sé. Inoltre il lavoro e l’apprendimento a distanza, che si praticano soprattutto attraverso le videoconferenze, hanno incrementato l’attenzione verso il proprio volto: siamo costretti a sapere sempre come appariamo in camera. La nostra faccia ci insegue sull’immagine del profilo, nelle foto in cui veniamo taggati (e in cui veniamo sempre malissimo), nelle ricerche su Google. Ovunque ritroviamo la nostra faccia, osserviamo quanto siamo invecchiati rispetto a qualche anno fa, come appaiono disarmoniche le nostre sopracciglia, quanto è storta la linea della bocca. Se Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno e centomila, impazzí quando si accorse di avere il naso storto, è facile capire perché tutto questo incrini cosí profondamente la nostra salute mentale. 

È impossibile quantificare il numero di foto che vengono condivise in rete ogni giorno, ma si stima che solo su Instagram siano piú di cento milioni. Nessun essere umano vissuto prima di questa epoca è stato sottoposto a una simile sovrabbondanza di stimoli. È chiaro, quindi, che l’esposizione all’enorme quantità di immagini sui social sta avendo un effetto sulla nostra identità personale, sull’autostima, sull’ansia da confronto (comparanoia) e sulla salute mentale. 

A subirne le conseguenze non è solo chi non risponde agli standard di bellezza, ma, come abbiamo visto, pressoché tutti. E gli effetti non ricadono soltanto tra coloro che pubblicano foto di sé, ma anche tra quanti si limitano a sbirciare quelle altrui. Quando guardiamo un’immagine su Instagram, è difficile non esprimere giudizi di valore sulla persona, sul modo in cui ha scelto di rappresentarsi, sul fatto che sia piú o meno bella di noi. È importante non negare questi giudizi e non colpevolizzarsi: è lo sguardo con cui guardiamo le cose che ci porta a esprimerli. 

I social peggiorano l’umore 

Le ricerche che indagano le ricadute dei social network sull’umore e l’immagine di sé sono ormai continue. Alcuni ricercatori, per esempio, hanno studiato sperimentalmente gli effetti che ha l’uso dei social network sull’umore e sull’immagine corporea delle donne, paragonandoli a quelli che derivano dalla fruizione di una rivista di moda online. Le partecipanti sono state assegnate in modo casuale a tre gruppi: uno avrebbe dovuto trascorrere dieci minuti navigando sui social, uno sul sito di una rivista e l’ultimo, cioè il gruppo di controllo, su un sito di hobbystica. Il risultato ha dato un esito prevedibile: le donne che hanno trascorso il tempo sui social hanno riferito di avere un umore piú negativo rispetto alle altre

Secondo un altro studio, sia per le donne che per gli uomini l’uso prolungato dei social network spingerebbe a una coscienza corporea oggettivata, che a sua volta stimola una maggiore vergogna verso il proprio fisico e una minore assertività sessuale. Il legame tra la coscienza corporea oggettivata e la vergogna del corpo è di maggiore entità per le donne, ma nessuna differenza di genere è stata riscontrata nell’associazione tra vergogna del corpo e assertività sessuale. Stando a questa ricerca, i social media favorirebbero quindi una maggiore esperienza di sé dal punto di vista di un osservatore esterno, con conseguenze sull’immagine del corpo e sull’assertività sessuale sia tra le donne che tra gli uomini

Per combattere l’inautenticità, la finzione e la positività tossica da social network, accade sempre piú spesso che attrici, modelle e influencer scelgano di mostrarsi per come sono davvero, denunciando canoni troppo limitanti e pubblicando nel tempo selfie senza filtri, foto in cui appaiono con l’acne o scattate in un momento di disperazione e infelicità, mostrando che si tratta di fatti normali che non vanno nascosti. Ma è sufficiente? 

Secondo Jia Tolentino, queste forme di ribellione sono in realtà addomesticate, non mettono minimamente in crisi le strutture e anzi foraggiano i social, perché creano engagement: «La resistenza a un sistema si presenta alle condizioni del sistema». Per l’autrice canadese, infatti, la tecnologia ci ha reso meno oppositivi e ha massimizzato la nostra capacità come beni di mercato, senza toccare le questioni scottanti di diseguaglianza sociale: la medicina di genere, il salario minimo, la mancanza di assistenza all’infanzia e la rappresentanza politica, tutti temi urgenti per la condizione femminile ma poco instagrammabili

Del resto, capita ogni giorno che le donne che si mostrano sui social chiedano scusa per i capelli spettinati, le occhiaie, la faccia stanca, lo smalto sbeccato, il gonfiore, perché sono struccate o in pigiama. Si chiede scusa per l’immagine non proprio decorosa di sé, perché il pensiero sul grasso, sul corpo, sui pori dilatati, sulla piega dei capelli è un pensiero fisso, non passa, non si cancella. Si mettono le mani avanti, oppure si usano dei filtri che svolgono piú o meno la funzione del belletto. I filtri ci permettono di camuffare stanchezza, occhiaie e rughe, al caro prezzo però di sentirci sempre inautentiche. 

Viviamo un’ansia che prima era riservata alle celebrità. Sappiamo di essere visti, osservati, spiati anche solo da ex fidanzati, ex compagni di scuola o conoscenti a cui siamo antipatici. Ci sentiamo sotto esame, perché in effetti lo siamo, e anche quando ci sottraiamo ai trend dei social non siamo in realtà immuni dai loro effetti. 

Nella primavera del 2020, per esempio, venne lanciata la Pillow Challenge, cioè la «sfida del cuscino»: bisognava posizionare un cuscino in verticale davanti al proprio corpo, senza indossare nient’altro, e legarlo con una cintura. Lo scopo era dimostrare che si poteva essere eleganti e sexy anche in una mise cosí ridicola, per esorcizzare la reclusione forzata causata dalla pandemia. Ho osservato una grande quantità di foto del genere in modo distratto e con poco interesse, ma non posso negare che, piú foto di quel tipo mi passavano sotto gli occhi, piú diventava pressante un pensiero: anche se avessi voluto partecipare a quel gioco non avrei potuto, perché il mio girovita era troppo largo, il cuscino non mi avrebbe coperta. Sono sicura che come me lo avranno pensato moltissime altre persone. 

Le tecniche del corpo 

Oggi ci comportiamo come se fossimo sempre davanti all’obiettivo. Un cambiamento culturale molto visibile in bambine e bambini, che sollecitiamo a guardare in camera, fare video buffi, salutare i nonni lontani in videochiamata, cambiare i connotati con i filtri divertenti. Dire che sia tutto negativo e che sarebbe meglio tornare al passato è, oltre che impossibile, anche piuttosto ingeneroso verso le numerose possibilità che i dispositivi digitali ci mettono a disposizione. Eppure non possiamo ignorare ciò che ci sta accadendo. 

Il modo in cui ci muoviamo, camminiamo e ci mettiamo in posa per le foto, infatti, non è naturale, ma condizionato dalla società in cui ci troviamo. Cercate di ricordare, per esempio, tutte le volte che avete visto qualcuno tenere la mano sul fianco e piegare il gomito in avanti mentre posava per una foto. È la cosiddetta tecnica dello skinny arm, cioè del «braccio magro», perché in quella posizione si appare piú magri. 

Si tratta di una tecnica del corpo, secondo la nozione elaborata negli anni Trenta dall’antropologo francese Marcell Mauss, cioè della natura sociale dell’habitus, di qualcosa di acquisito e non naturale. Mauss si accorse che la sua generazione, per esempio, non nuotava come quella dei piú giovani, perché l’atto di nuotare non era un fatto naturale ma un fenomeno sociale. Prima ancora che i bambini abbiano imparato a nuotare, infatti, vengono educati a farlo: si insegna loro a domare i riflessi pericolosi, seppur istintivi, degli occhi, si fa prendere loro confidenza con l’acqua, si inibiscono le loro paure, si favorisce una certa sicurezza e si selezionano i movimenti

Tutto ciò, per Mauss, valeva per qualsiasi atteggiamento del corpo: il modo di camminare americano era diverso da quello francese, ma stava prendendo piede anche in Europa grazie al cinema (il soft power di cui abbiamo già parlato). Le persone imparavano a modificare la posizione delle braccia e delle mani mentre camminavano, nonché il modo di tenere la borsa o il cappello. Accadeva inconsapevolmente, ma in modo inesorabile. 

Il corpo, d’altronde, è il primo e piú naturale strumento dell’essere umano, un oggetto e un mezzo tecnico che ha, dunque, bisogno di tecniche. Gli atti assemblati nell’individuo, quindi, non sono compiuti solo da lui stesso, ma dipendono da tutta la sua educazione, dalla società di cui fa parte e dal posto che vi occupa. Siamo condizionati e attribuiamo un valore a ogni cosa che facciamo noi o che fa qualcun altro; seguire le tecniche del corpo ci conviene, e ci fa sentire accettati e al sicuro. 

Le tecniche del corpo sono legate anche al genere: in base al genere a cui apparteniamo, c’è un certo modo di mostrarsi e in cui «desideriamo» mostrarci. Quante volte avete visto una donna che, non contenta del risultato, ha chiesto che le venissero scattate altre foto? Quante volte lo abbiamo fatto noi stesse? Gli uomini si comportano in modo diverso, perché la programmazione di genere non trasmette loro gli stessi condizionamenti. 

Alcune ricerche si sono concentrate sull’abbigliamento che le ragazze scelgono per scattare l’immagine del profilo e sulla posizione che assumono, ritrovando moltissime costanti. Numerosi studi, inoltre, hanno confermato una percezione diffusa: le donne rimuovono piú spesso degli uomini i propri tags dalle foto sui social perché non si piacciono e usano molto di piú app di editing perché insoddisfatte del loro aspetto naturale. Questo non riguarda solo giovani adulte, ma anche adolescenti e preadolescenti che cercano di nascondere l’acne, i pori della pelle e modificano la forma del naso e le linee del viso

La salvezza del bello 

Di fronte a questo grande sistema di condizionamenti, che influenza anche il modo in cui ci muoviamo e la posa che assumiamo per scattare una foto, come si può fare un discorso sulla bellezza senza cadere nel mito? 

Per il filosofo Byung-Chul Han, oggi è considerato bello ciò che appare levigato, risolto, senza ruvidezza, e questo accomuna fenomeni molto diversi tra loro, come le sculture di Jeff Koons, lo schermo dell’iPhone e la depilazione. Viviamo nella società della positività, in cui ogni cosa viene sempre piú addomesticata, ogni resistenza viene resa innocua e domina l’etica della levigatezza. La bellezza non deve disturbare, non deve dare fastidio. 

È una bellezza legata alla piacevolezza che conferma la descrizione del mondo del soggetto, che non deve offenderlo e infastidirlo, che deve portarlo all’autocompiacimento. Una bellezza che non scuote, ma conferma

Un’idea già teorizzata da Edmund Burke, che nel Settecento scriveva: «Prendete infatti un bell’oggetto, dategli una superficie spezzata e scabra, ed esso non piacerà piú, sebbene sotto altri riguardi possa essere ben fatto. Perciò, quand’anche mancassero molti degli altri elementi, se non manca questo (la levigatezza), l’oggetto diventa piú piacevole di quasi tutti gli altri oggetti che ne sono privi». Il bello deve quindi confermare e rappresentare un sentimento del tutto soggettivo: il sentimento di piacere al cospetto del bello è il sentimento di piacere che il soggetto prova per se stesso. 

Per Han, questa «kalocrazia, che assolutizza il sano e il levigato, annienta proprio il bello». Il bello sarebbe, al contrario, qualcosa di sovrapponibile al sublime, a cui è necessario tornare a conferire una sublimità de-soggettivizzata, de-interiorizzata. In altre parole, il bello è qualcosa che supera lo stretto recinto del nostro Io, delle nostre preferenze, delle nostre identità. 

Qualcosa che provoca anche dolore, di cui però oggi abbiamo paura, ed evitiamo con tutte le forze. Eppure il bello non è solo piacevole, perché «la negatività del dolore rende profonda la bellezza». È da quel dolore che è nata la filosofia: lo thauma, lo stupore e il terrore di fronte alla bellezza del mondo. Ecco perché Adorno ha scritto che «il dolore al cospetto del bello, dolore in nessun luogo piú corposo che nell’esperienza della natura, è ugualmente anelito verso ciò che il bello promette»

Si tratta di un anelito, quindi, di una tensione verso un’altra condizione dell’essere, verso qualcosa che non può rispondere a un modello e alle regole della società della performance, ma che ha a che fare con l’ignoto e con l’enigma. Un modo di guardare alle cose che oggi sembra astratto e incomprensibile, proprio perché la bellezza ha in sé qualcosa di dionisiaco, mentre al contrario la società che ha creato il mito della bellezza ha bisogno del controllo e della misura, insegue il piacere ed evita il dolore. 

La bellezza è quindi ricerca dell’alterità, è esattamente quell’esperienza di flusso che l’auto-oggettivazione impedisce di vivere pienamente. Ecco perché non penso che smettere di parlare di bellezza sia una soluzione, anzi: dovremmo cercare di riappropriarci di questa parola, che è piú un interrogativo che un’affermazione. La bellezza è un segreto, un’intuizione, una fessura che si apre in un mondo sempre piú misurabile. È erotica, perché l’eros riguarda la tensione e il desiderio, «la messinscena di un’apparizione-sparizione». La bellezza può incrinare il sistema della società della performance, anziché esserne al servizio. E se la società mette un prezzo a qualsiasi cosa, la bellezza non ha i caratteri del consumo, della trasparenza e del vuoto, ma è invece rude e dolorosa, si nasconde e va cercata. 

In questo senso, l’iper-esposizione alle immagini digitali modifica il nostro immaginario, ci provoca vergogna, senso di colpa e dipendenza, ci fa temere che stiamo perdendo qualcosa o di essere dimenticati (l’ansia sociale detta Fomo, Fear of missing out), ci mette a disposizione qualunque cosa, anche ciò di cui non abbiamo bisogno. La bellezza, invece, vuole la tensione, la distanza tra l’immagine e l’occhio che la guarda. 

Non può quindi essere un caso se la malattia della bellezza sia cresciuta con il crescere dei canali di comunicazione. Non è infatti una bellezza che stimola, quella a cui siamo abituati, ma che colpevolizza. Non ti spinge a formulare nuove domande, ma ti schiaccia sui soliti arrovellamenti del pensiero. Ti fa credere di non essere abbastanza, ti costringe a tenere lo sguardo fisso sui confini del tuo corpo. 

In questa marea di stimolazione, il bello scompare a favore di una forma surrogata di bellezza che è solo consumo. E il consumo della bellezza è il consumo dei corpi, la conseguenza della loro commercializzazione: è, in fondo, tutto un prodotto del capitalismo che ci mostra cosa è bello e cosa non lo è, che ci offre uno schema e ci invita a non cercare altrove. 

Il mito della bellezza è performativo, e per questa ragione non ha ulteriorità, i suoi mezzi sono anche i suoi scopi. La società della performance usa la comunicazione e l’efficienza per creare maggiore comunicazione ed efficienza, non allude a qualcosa che la superi, non desidera che replicare altre performance. Non è uno strumento per raggiungere uno scopo superiore, ma è essa stessa lo scopo. Eppure, la parte piú autentica di noi non è riducibile alla performance. La complessità di stare al mondo è il contrario della performance. L’essere umano, infatti, ha bisogno di ulteriorità, di relazioni che non siano monetizzabili, di uno spazio vitale che sia contemplativo

Per questa ragione abbiamo bisogno di contemplare una bellezza che si sottragga al consumo. Come ha scritto Schopenhauer: «La gioia estetica del bello consiste per gran parte nel fatto che noi, entrando nello stato della pura contemplazione, siamo per il momento liberati da ogni volere, ossia da tutti i desideri e gli affanni, quasi fossimo sciolti da noi medesimi»

In fondo, desideriamo sempre una bellezza che non sia levigata, che rappresenti «il concetto che si manifesta nel sensibile», ovvero «l’idea come unità immediata del concetto e della sua realtà». La forma vivente e animatrice che plasma la realtà e riunifica le sue parti in una totalità organica. Quello che manca oggi, nella società della somma dei dati e delle crisi delle teorie, è il coraggio di ammettere che abbiamo ancora bisogno del concetto hegeliano (Begriff), di qualcosa che comprenda in sé tutto, capace di «ritrarre le mille singolarità dalla loro dispersione, per concentrarle in una sola espressione e in una sola forma»

Il bello è libero e davvero indipendente, non è una merce, non può essere consumato, non si fa pubblicità, non può essere posseduto, non provoca la noia e l’insoddisfazione che proviamo non appena compriamo qualcosa o ogni volta che scrolliamo la timeline dei social network e non troviamo niente che ci interessi. Ma in una società come la nostra, che ha paura della contemplazione e in cui tutto può avere un prezzo di mercato, come si fa anche solo a credere che esista una bellezza del genere? 

Oggi si definisce bello ciò che crea engagement, traffico, like, condivisioni, ciò che è capace di generare attenzione. E anche quando non accettiamo piú il modello di magrezza, rimaniamo sempre consumatori che rientrano in un target: ci verranno proposti modelli differenti e che ci piaceranno di piú, modelle con un corpo piú simile al nostro, con caratteristiche affini, purché continuiamo ad associare la bellezza a un bisogno di consumo. 

Questo meccanismo ha un effetto, oltre che estetico, anche politico, perché ci mantiene in una condizione di rispecchiamento, ci rende identici a noi stessi, non ci libera da noi, non ci scuote e non ci lascia il tempo di indugiare. La bellezza oggi assume sempre la forma di un prodotto che deve essere subito consumato e provocare un piacere immediato.

© 2022 Maura Gancitano
© 2022 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con S&P Literary – Agenzia letteraria Sosia Pistoia

maura gancitano è scrittrice e filosofa. Collabora con Radio1, «Vanity Fair», «linus», «Donna Moderna». Ha pubblicato Malefica. Trasformare la rabbia femminile (Tlon 2015) e, insieme ad Andrea Colamedici, Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea (Tlon 2016), Lezioni di Meraviglia. Viaggi tra filosofia e immaginazione (Tlon 2017), Liberati della brava bambina. Otto storie per fiorire (HarperCollins Italia 2019), Prendila con filosofia. Manuale di fioritura personale (HarperCollins Italia 2021) e L’alba dei nuovi dèi. Da Platone ai big data (Mondadori 2021). Per Einaudi ha pubblicato Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza (2022).

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