L’etica della meraviglia ambientalista



L’opera di Rachel Carson ci insegna che l’ambientalismo deriva innanzitutto da una posizione filosofica, un cambio di prospettiva su ciò che è importante e, di conseguenza, ciò che merita davvero le nostre preoccupazioni e il nostro senso di meraviglia. L’idea è che solo lo stupore è potente a sufficienza da rimettere al suo posto lo sguardo umano, liberandolo dagli eccessi del suo ego.


In copertina e lungo il testo opere di james turrell

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Jennifer Stitt

Nel 1957, il mondo guardava stupefatto il lancio nello spazio da parte dell’Unione Sovietica dello Sputnik 1, il primo satellite artificiale. Nonostante la Guerra Fredda, il New York Times ammise che l’esplorazione spaziale “rappresentava un passo verso la fuga dalla prigionia dell’uomo sulla Terra e il suo sottile involucro di atmosfera”. La tecnologia, a quanto pare, possedeva il potenziale di liberare l’umanità dai limiti della vita terrestre.

Ma non tutti i pareri sul lancio dello Sputnik furono positivi. Ne La condizione umana (1958), la filosofa politica Hannah Arendt riflette su questa strana affermazione del Times, scrivendo che “nessuno nella storia dell’umanità ha mai concepito la Terra come una prigione per gli uomini”. Una simile retorica tradiva una forte alienazione. La filosofa temeva che una meraviglia malriposta nei confronti delle nostre capacità scientifiche e tecnologiche avrebbe isolato l’umanità dal mondo che condividiamo, non solo gli uni con gli altri, ma con tutte le creature viventi.

L’inquietudine della Arendt derivava dal contesto postbellico in cui viveva a quel tempo: l’economia statunitense era in piena espansione, e, per molti americani, il tanto celebrato ciclo di espansione e costruzione, estrazione e consumo, appariva infinito. Milioni di americani credevano alla promessa di una prosperità illimitata. Sebbene oggi tecnologie come l’involucro di plastica e il velcro, i forni a microonde e le pentole antiaderenti possono sembrare banali, all’epoca erano grandi novità e accompagnavano le persone in un mondo antropocenico. Mentre la Arendt temeva che gli esseri umani sarebbero diventati autoreferenziali e isolati, abbagliati dai prodotti sintetici e inclini ai regimi totalitari, altri si preoccupavano che la natura (almeno per gran parte della popolazione) non era più un luogo per scoprire la trascendenza, ma solo una risorsa da sfruttare. A metà del secolo, stavamo barattando il Lago Walden per Walmart.

Se l’incanto per le nostre creazioni artificiali può alienarci, c’è un’altra concezione della meraviglia che può aiutarci a trascendere i nostri impulsi egocentrici e solipsistici. Negli anni ’40, Rachel Carson ha iniziato a sviluppare un’etica della meraviglia che era al centro della sua filosofia ecologica.

Carson era una biologa marina che ha dato vita al moderno movimento ambientalista, con Silent Spring (1962), gli scritti meno noti di Carson – Under the Sea-Wind (1941), The Sea Around Us (1951), The Edge of the Sea (1955) e il postumo The Sense of Wonder (1965) – incoraggiò i suoi lettori a coltivare consapevolmente il rispetto per la natura e a prestare particolare attenzione alle “bellezze e i ritmi misteriosi del mondo naturale”. “Abbiamo uno sguardo troppo frettoloso”, si lamentava. “Le persone di tutto il mondo sono disperatamente alla ricerca di qualcosa che li allontani da loro stessi e permetta loro di credere nel futuro”.

Colpita per la devastazione causata dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, e angosciata dallo spettro della corsa agli armamenti nucleari, Carson capì che gli esseri umani potevano annientare il mondo con tutti i suoi splendori e segreti:  

L’uomo è andato molto in là nella creazione di un mondo artificiale. Ha cercato di isolarsi, nelle sue città di acciaio e cemento, dalle realtà della terra e dell’acqua. Intossicato dal proprio potere, sembra spingersi sempre oltre in esperimenti che porteranno alla distruzione di se stesso e del suo mondo. 

Questa comprensione ha plasmato la sua etica della meraviglia. Carson sapeva che non c’era un’unica soluzione all’arroganza dell’umanità, o ai pericoli e alle incertezze intrinseche all’era atomica, e sosteneva che: 

più ci concentriamo sulle meraviglie e le realtà dell’Universo che ci riguardano, meno desidereremo la distruzione della nostra razza. La meraviglia e l’umiltà sono emozioni salutari, e non esistono insieme alla brama di distruzione.

Per Carson, osservare la natura e rispondere con gioia, eccitazione e interesse alla vista di un “granchio fantasma color sabbia, con le zampe lunghe” che si affretta sulle dune stellate di una spiaggia notturna, o ai variegati mondi in miniatura nascosti nelle pozze d’acqua di mare, dove spesso risiedono spugne, lumache e stelle marine; o addirittura all’osservazione quotidiana dell’alba, disponibile a chiunque – a prescindere dalla sua posizione o dalle sue risorse – favoriscono un senso di umiltà di fronte a qualcosa di più grande di noi stessi. In un momento in cui la cultura americana stava diventando sempre più incline alla psicoterapia, spostando il focus dalla società al sé, l’etica della meraviglia di Carson devia l’attenzione dei suoi lettori dalle vessazioni private alle altre realtà del mondo, e li invita a diventare “ricettivi a ciò che sta intorno a noi”. Insegnando anche che le vite umane sono legate a una vasta comunità ecologica che vale la pena di preservare e proteggere.

La prosa poetica della Carson sulle meraviglie del mondo naturale le ha permesso di trascendere la scienza come semplice collezione di fatti, per trovare, come ha detto lei stessa, “una rinnovata eccitazione nella vita”. La donna vedeva la sua etica della meraviglia come un “immancabile antidoto” alla noia della vita moderna, alla nostra “sterile preoccupazione” per le nostre creazioni artificiali. Le ha permesso di “assistere a uno spettacolo che riecheggia la grandezza della semplicità”, di vivere più in profondità, più pienamente, “mai sola o stanca della vita” ma sempre cosciente di qualcosa di più significativo e più longevo di lei. Coltivando la meraviglia e rendendola un’abitudine da insegnare e praticare, ha risposto al richiamo thoreauviano di vivere con stupore tutte le bellezze e i misteri quotidiani che non hanno creato gli esseri umani.

Qualunque fosse il pezzo del puzzle della natura che contemplava – che si trattasse del flusso nebuloso della Via Lattea in una serata primaverile o di un granchio che si aggira lungo le coste salmastre del Maine – Carson ha portato alla luce qualcosa di più che il semplice godimento della natura. Ha anche offerto una filosofia di vita come parte di una comunità più grande. Voleva riunire i nostri mondi materiali e morali, e ha mostrato ai lettori come potevano dare un senso alla scienza contro un’epoca di materialismo e riduzionismo. In un mondo disincantato, intuì una “immensa e insoddisfatta sete di comprensione”, e i suoi lettori risposero a valanga, rivelando in miriadi di lettere inviate dopo la pubblicazione di The Sea Around Us che erano “preoccupati per il mondo, e avevano quasi perso la fede” in esso. I suoi scritti aiutarono i lettori a “ridimensionare i problemi umani alle loro giuste proporzioni” – piccoli nel grande schema delle cose, “quando pensiamo”, come ha osservato un ammiratore, “nei termini dei milioni di anni” della storia naturale.

Quando leggiamo Carson come filosofa e non semplicemente come ambientalista, ci rendiamo conto che potremmo inserire un po’ più di meraviglia nella nostra vita. Siamo incantati da noi stessi e dalla nostra individualità: dal narcisismo alla cura di sé, dall’autorappresentazione all’autopromozione, poniamo troppo spesso l’accento sull’ego a spese del mondo. Siamo raramente in soggezione davanti al paesaggio, troppo occupati a meravigliarci dei dispositivi che ci permettono di scambiare le nostre realtà fisiche con quelle virtuali – dispositivi che, per quanto ci conferiscono potere, ci tengono anche strettamente legati alla tecnologia, vivendo una sorta di riverenza per le nostre stesse invenzioni.

Carson ci ricorda di guardare in alto, uscire e vedere ciò che sta al di là di noi stessi. Se riorientando il nostro senso di meraviglia verso l’esterno, e non verso il nostro ingegno, potremmo resistere al peggiore dei nostri impulsi narcisistici; potremmo innamorarci della bellezza che è intorno a noi e giungere alla consapevolezza che il potere e i benefici del progresso scientifico e tecnologico non valgono il sacrificio dell’umanità o quello della Terra. Potremmo recuperare un po’ di incanto, aprendoci al radicale stupore per il fatto che tutto ciò che vediamo esiste, e che qualcosa continuerà ad esistere anche dopo la fine della nostra vita. Imparando, come ha fatto Carson, a essere membri morali di una comunità ecologica, potremmo abitare e amare più pienamente il nostro mondo, creando nuove connessioni con tutto ciò che esiste intorno a noi, nonostante le nostre differenze.


Jennifer Stitt è dottoranda in storia all’università del Wisconsin-Madison. Si interessa di storia della filosofia, letteratura e movimenti politici.

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