Letture per tornare a dialogare



Viviamo in tempi in cui capirsi, purtroppo, è difficile. Perché sminuire o aggredire chi non è d’accordo con noi è una pratica sempre più diffusa. Adriano Ercolani, in questo articolo, immagina un modo per rompere questo gioco delle parti e per farlo consiglia i libri di Roberto Paura, Leonardo Bianchi, Franco Palazzi, Mariano Croce e Andrea Salvatore, Maura Gancitano e Andrea Colamedici. 


In copertina un’opera di tano festa, oggi in vendita da pananti casa d’aste

 

di Adriano Ercolani

 

Nelle ultime settimane mi sono ritrovato improvvisamente in una condizione straniante: davanti al quotidiano misero spettacolo delle liti fra sordi che infestano i social, della tensione sociale palpabile nelle strade, dell’infimo livello della classe politica durante le concertazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, della totale irresponsabilità dei media pronti a scatenare il panico per qualche clic, mi è venuto spontaneo stare in silenzio.

Non ho praticamente scritto nemmeno una riga, né ho partecipato a incontri o conferenze, riducendo al limite le mie interazioni social: un’anomalia vistosa per chi conosce la piaga della mia logorrea o la mia iperattività da grafomane. Al di là della mia esperienza personale, che può essere lecitamente considerata di scarso interesse, ho verificato un simile scoramento in diverse figure a me simili, per interessi e professione, e credo che sia interessante parlarne.

Quante volte stiamo rinunciando a commentare un post controverso sui social oppure tratteniamo la nostra opinione a cena, pensando in maniera prudente quanto sconsolata: “Ma chi me lo fa fare?” I social, inizialmente scambiati per la potenziale nuova agorà del Villaggio Globale, sembrano aver fatto perdere in molte persone la fiducia nella possibilità stessa di un dialogo. Come è possibile che persone a noi amiche, da noi stimate, condividano post orrendi, deliranti, notizie palesemente false? Come è possibile che persone di grande intelligenza passino ore del loro tempo a litigare su un equivoco scaturito da un pronome o da un apostrofo? Quand’è che i toni sono diventati improvvisamente così esacerbati, i nervi così tesi, le argomentazioni così povere e infantili?

Ma soprattutto: e se avessi torto io? 

Devo dire che ho deciso di mettere in discussione anche punti di vista che consideravo scontati e sono qui a raccontarvi il percorso di letture che nell’ultimo mese mi ha condotto fuori da questa momentanea afasia pubblica. 

Dunque, prendetevela con gli autori dei libri che citerò per il lungo sproloquio che sto per infliggervi.

Partiamo dal tema divisivo par excellence che dilania il paese da ormai un paio d’anni, il cui relativo dibattito ormai si è esasperato al punto di rendere semplicemente impraticabile qualsiasi tentativo di confronto: da un lato chi sostiene la liceità dei provvedimenti governativi e la propria adesione alla campagna vaccinale viene immediatamente fatto bersaglio di una mole schiacciante di commenti tutti uguali, a metà tra l’aggressività squadrista di scuola morisiana e il delirio paranoide; dall’altra chiunque nutra delle lecite perplessità sugli stessi provvedimenti o abbia una visione critica sul tema dei vaccini, viene immediatamente additato come l’ultimo analfabeta che crede alla terra piatta.

E, per il noto meccanismo social delle “legioni di imbecilli” le cui opinioni valgono come quelle di un Nobel, sancito in questa ormai celebre formula da Umberto Eco, gli insulti esaltati o spocchiosi colpiscono indistintamente chiunque esprima un’opinione, che si tratti di un attore di Hollywood, di un calciatore, di un ministro o di stimati filosofi come Giorgio Agamben o Massimo Cacciari.

La questione da dirimere, una volta sgrossato il campo dalle accuse più deliranti o dalle adesioni più acquiescenti, dovrebbe essere: lo stato di eccezione attuale giustifica la progressiva limitazione dei diritti civili dei cittadini?

A questa domanda rispondono esplicitamente Mariano Croce e Andrea Salvatore nel saggio Cos’è lo stato di eccezione (Nottetempo).

Secondo gli autori “stato di eccezione” è una “nozione che negli ultimi vent’anni è stata un punto di riferimento costante per chi ha tentato di rimuovere la patina che vela lo sguardo sempre più spento delle cittadini e delle cittadine dei paesi liberal-democratici”, ovvero “una situazione in cui a causa di un pericolo incombente o letale (o comunque presentato come tale), una collettività si fa sia teatro sia parte attiva di una sperimentazione sociale senza precedenti, tramite la quale vengono riscritte da cima a fondo le regole con cui gli individui si formano come attori sociali”. Poiché, argomentano gli autori, “la circostanza eccezionale è percepita come tanto estrema, come foriera di pericoli tanto distruttivi, che le persone sono indotte a barattare la sacralità dei valori della libertà e della democrazia per aver salva la vita”, ne consegue logicamente che “lo stato di eccezione è una tecnica di governo tra le più redditizie e al contempo tra le meno onerose”.

L’obiettivo del saggio è, dichiaratamente, proprio smentire la teoria dello stato di eccezione e, dunque, proporre una decostruzione del pensiero del suo più estremo fautore, ovvero Carl Schmitt.

I due non si limitano all’ovvia condanna dell’adesione del pensatore al regime nazista, ma intendono andare alle radici della sua visione politica, in realtà risalente ai primi anni ‘20, quando Hitler non era che “un vociante agitatore”.

Ecco le tre tesi che compongono lo sviluppo dialettico del saggio: le riflessioni di Schmitt, spesso citate sbrigativamente dai contemporanei per giustificare “lo stato di eccezione” contemporaneo, risalgono, appunto, a una breve fase del suo pensiero, proprio all’inizio degli anni ‘20; lo stesso giurista saprà, fin dalla metà dello stesso decennio, distinguere tra emergenza ed eccezione, mettendo in guardia dai rischi dei governi “eccezionali”; gli studiosi ne derivano che l’abuso corrente della definizione non porta che a confondere e appiattire emergenza ed eccezione, alimentando così “la forma inglobante e gelatinosa dello stato di eccezione come categoria onnicomprensiva e autogiustificantesi”.

Croce e Salvatore procedono analizzando le diverse, ricorrenti condizioni eccezionali evocate dall’inizio del nuovo millennio: l’attentato alle Twin Towers nel settembre 2001 e i successivi a Madrid (2004) e Londra (2005) e il conseguente dibattito politico scaturitone.

In questa ricostruzione, gli autori riprendono le dissertazioni di Machiavelli, Montesquieu e Rosseau sulla legittimità della dittatura, instaurata in stato di emergenza nell’Antica Roma, quale istituto posto, paradossalmente, a protezione delle libertà repubblicane. In questo modo si può identificare una “linea teorico-genealogica” che Nomi Lazar ha definito “eccezionalismo repubblicano”. Ad essa viene contrapposta la riflessione di John Locke che invitava a prendere consapevolezza della “frizione sempre viva tra tempi ordinari e tempi straordinari”: dunque, per il filosofo inglese “il conflitto era permanente e produttivo e chiamava a uno scrutinio costante che costituiva in fondo il motore della politica liberale”.

Al contrario del monito lanciato dal padre del liberalismo, gli autori denunciano, negli ultimi anni, un’“espansione senza controllo” innescata dalla gestione della crisi post-11 settembre da parte dell’amministrazione Bush jr., arrivando, sulle orme di Giorgio Agamben, a parlare di “Grande Trasformazione”, ovvero di progressiva erosione delle libertà costituzionali tipiche dei regimi liberali.

Al di là delle opinioni in merito alla gestione pandemica, sicuramente la conclusione di Croce e Salvatore, al termine di una lunga e documentata ricostruzione storica e concettuale, pone un punto di riflessione non banale: “Gli ultimi vent’anni sono stati il teatro di una reviviscenza inedita del concetto di stato di eccezione, che chi scrive ritiene troppo vischioso, subdolo, sommario, per rivelarsi di concreta utilità ai fini di un’analisi critica del presente (…) il richiamo insistente a un concetto eteroclito come lo stato di eccezione (…) si rivela di scarso ausilio sia in fase diagnostica sia per l’individuazione di rimedi affidabili”.

Ritengo sia importante distinguere tra questo tipo di obiezioni, ben centrate dal punto di vista argomentativo, e i deliri paranoidi delle teorie complottiste. Ma, poiché il discernimento deve essere un esercizio continuo nell’analisi guicciardiniana del “particulare”, anche all’interno delle teorie complottiste, nonostante spesso siano appannaggio dell’Estrema Destra, non è il caso di fare di tutta un’erba un fascio.

Due libri, usciti quasi contemporaneamente, si sono occupati, con approccio diverso ma conciliabile, della proliferazione parossistica di teorie del complotto: Società segrete. Poteri occulti e complotti di Roberto Paura (Diarkos) e Complotti! da Qanon alla pandemia, cronache di un mondo capovolto di Leonardo Bianchi (minimum fax).

Iniziamo con il testo di Paura, presidente dell’Italian Institute for the Future e direttore della rivista “Futuri”, esperto di complottismo per conto del Cicap e autore, tra l’altro, di numerosi saggi sul settecento francese.

Paura inizia la sua riflessione sottolineando l’inquietante connubio fra tecnologia e (dis)informazione che ha portato, tramite gli sviluppi recenti, a quella che egli comprensibilmente indica come la singola idea in grado, se generalmente accettata, di minacciare l’esistenza dell’umanità: la falsificazione della realtà. Partendo dalla teoria madre di ogni complotto, contenuta nei famigerati Protocolli dei Savi di Sion, via via si affrontano i grandi classici contemporanei delle conjuring theories: l’omicidio Kennedy, lo sbarco sulla luna, l’11 settembre.

Paura però insiste, e con piena ragione, che la situazione attuale non è “la solita storia”, come spesso qualunquisticamente si sente ripetere: la strategia social dell’alt-right americana, messa a punto e a servizio poco prima della presa del potere di Donald Trump, ha segnato un decisivo salto di qualità.

Già Marc Bloch aveva analizzato i meccanismi psicologici della diffusione incontrollata delle false notizie nella peculiare condizione mentale della trincea: ora la guerra si è spostata sul piano digitale, con delle potenzialità di diffusione ancora più macroscopiche e devastanti. Le dimensioni di divulgazione capillare di quello che è sostanzialmente un gioco di ruolo come Qanon, le cui tesi deliranti e sconnesse sono seguite e alimentate da milioni di persone come la rivelazione della “verità”, non possono essere sottovalutate. Allo stesso modo il plateale, conseguente assalto alla Casa Bianca di poco di più di un anno fa non può essere derubricato alla innocua pagliacciata di quattro esaltati. Seguendo le tracce di Umberto Eco, ne Il Pendolo di Foucault, l’autore attraversa con dotta ironia l’intera controstoria esoterica d’Occidente, dai Templari all’alchimia rinascimentale, dalle origini leggendarie dei Rosacroce (tuttora sinonimo di mistero e complotto, anche nella cultura di massa, pensiamo a Belfagor o a Dan Brown) alle deformazioni crowleyane della ricerca teosofica, fino al grande contenitore settario a stelle e strisce di Scientology. Successivamente, e sempre Eco fa da faro ma stavolta ne Il Cimitero di Praga, ci si addentra, con accorta dovizia di dettaglio documentale, nel labirinto delirante dei Protocolli dei Savi di Sion, un monumento funebre all’intelligenza umana: l’antisemitismo si mescola alle ossessioni anticristiche, le paranoie apocalittiche al perenne sospetto antimassonico. Col discernimento precedentemente evocato, l’autore non nega l’esistenza di reali intrighi nella storia, anzi alcune delle più interessanti tra le 438 dense pagine del testo sono quelle in cui si parla dell’interesse della CIA per le teorie del complotto, dedicate ai lati oscuri (e spesso mitizzati) della moderna storia degli Stati Uniti. Non manca una informata ricostruzione della storia delle ricerche ufologiche, gradevolmente intrecciata con la speculazione letteraria e la spettacolarizzazione cinematografica, talvolta non del tutto districabile dalle teorie reali.

Il tutto, shakerato e speziato, serve all’urgenza di costruire il “complotto cosmico”, di cui Qanon sembra essere, proprio per la sua natura di “opera aperta” (se è consentito stavolta a me citare ironicamente Eco), la definitiva incarnazione.

In breve, il libro di Roberto Paura è una esauriente bibbia laica sui dogmi complottisti, che, unita dal filo rosso di uno scetticismo vigile, riesce nel difficile compito di riassumere e sintetizzare secoli e secoli di stratificazione complottistica.

Ecco come è stato possibile che delle assolute fandonie inventate di sana pianta siano divenute nel migliore dei casi pregiudizi duri a morire, nel peggiore incendiari comandamenti per esaltati.

Più snello e meno accademico, ma comunque non privo di rigore, è Complotti! di Leonardo Bianchi. Anche in questo caso si condivide la stessa analisi storica, individuando le stesse radici e gli stessi, verrebbe da dire, incredibili precedenti, ma ci si concentra di più sulle dinamiche contemporanee.

In particolare, il già citato Qanon e l’evento “100% prevedibile, 100% inimmaginabile” (come lo definì Peter Barker del New York Times): l’assalto alla Casa Bianca. Sono diversi i pregi del libro di Bianchi, tipici di un approccio divulgativo contemporaneo, tra esposizione saggistica e giornalismo d’inchiesta (l’autore è news editor di Vice, collaboratore di Internazionale e Valigia Blu): un dettagliato studio delle fonti, la capacità di collegare i moltissimi dati raccolti in modo da progressivamente disvelare il grande disegno, uno stile brillante, che concilia riferimenti pop e allusioni esoteriche. Se Paura ha delineato una dotta storia delle teorie del complotto, Bianchi disegna una annotatissima e affidabile mappa del complottismo contemporaneo. E come correttamente si distingue tra diversi periodi storici, così è opportuno dividere la trattazione in aree tematiche ben separate: le teorie sull’origine del coronavirus (Bill Gates e compagnia); l’analisi dei movimenti che le hanno sposate e portate avanti con dedizione tra il religioso e il militare; l’analisi delle teorie del complotto più inquietanti e pericolose, Qanon in primis; infine, ed è la parte più interessante del libro, gli strumenti per “uscire dalla tana del Bianconiglio”, dalla realtà parallela creata dalla propaganda più violenta e reazionaria del Dopoguerra.

Bianchi raccomanda con apprezzabile premura non solo di non sottovalutare l’impatto della divulgazione complottara, ma soprattutto di non deriderla. E non solo per non minimizzare di fronte alle conseguenze della diffusione di idee deliranti, ma anche per creare il necessario ponte di comunicazione, che attualmente appare definitivamente bruciato, con le persone attorno a noi, spesso preda in buonafede di questo tipo di manipolazione.

Su questo punto raccomando la sua intervista con Fabio Kenobit Bortolotti: 

Le conclusioni di Bianchi sono simili alla già proverbiale battuta di Kate Dibiasky, la scienziata interpretata da Jennifer Lawrence in Don’t look up, quando rivela a dei giovani “alternativi” la sua esperienza come breve consulente della Casa Bianca davanti alla minaccia apocalittica: “la verità è ancora più deprimente, non sono nemmeno così intelligenti da essere malvagi come li considerate”. Nelle parole di Bianchi, che mi sento di sottoscrivere da tempo: “È tutto molto più spaventoso di così; quindi tutto più incredibilmente difficile da accettare”.

Anche perché lo spocchioso marchio intellettuale con cui qualsiasi istanza “anti-sistema” viene bollata meccanicamente come “teoria complottista” o “populismo” non ha fatto altro che capovolgere il quadrante politico classico, con un effetto che pochi anni fa sarebbe stato comico ma che oggi appare inquietante: nella narrazione dominante, la sinistra è il partito del sistema, dell’Europa delle banche, che tutela gli interessi del Capitale e delle grandi case farmaceutiche; la destra è invece il baluardo a tutela della libertà (!), del popolo, degli ultimi e degli oppressi.

Farebbe ridere, se non avessimo assistito in tutto il mondo al trionfo di improponibili imbonitori di quart’ordine salutati come eroi messianici proprio grazie a questo impensabile rovesciamento dialettico.

La situazione è presa di petto da Franco Palazzi ne La politica della rabbia. Per una balistica filosofica (sempre per Nottetempo), in cui si mostra un contro rovesciamento della visione appena descritta: il libro è una molotov concettuale, una critica puntuale del “moralismo” dominante, reo di condannare qualsiasi espressione di rabbia nel dibattito pubblico come un automatico passaggio “dalla ragione al torto”.

La giusta critica al discorso d’odio, infatti, viene spesso utilizzata, in nome di una iniqua e fittizia par condicio, come abile museruola per neutralizzare la, sacrosanta, rabbia delle categorie oppresse: chiaramente, uno dei primi esempi che affiorano nelle pagine del libro è il movimento Black Lives Matter.

Ma più che il commento all’attualità, è la riflessione fondamentale che appare interessante nel testo di Palazzi: andando alla comune radice etimologica dei termini che nelle principali lingue europee indicando il termine “rabbia”, si indaga il processo di neutralizzazione, o demonizzazione, metaforica collegato a quel tipo di emozione. Ovviamente, Foucault è tra i primi riferimenti nell’analisi dello stigma patologizzante che storicamente ha relegato lo sfogo della rabbia tra “le deformazioni della vita morale”. Questo spiega l’immediato marchio qualunquista che, anche al giorno d’oggi, sui principali mezzi di comunicazione equipara la reazione di una vittima a un’aggressione subita alla violenza della stessa aggressione in una generica condanna della forza bruta (spesso anche davanti al conflitto di forze mastodonticamente impari, basti pensare alla vergogna di Genova 2001). Con questa premessa Palazzi conduce il lettore “verso una balistica della rabbia”, aprendo con decisione “l’archivio dell’ingiustizia sociale”. 

Ad esempio, riferendosi agli studi di Williams e Fanon che per primi dimostrarono come la rabbia di una vittima, ad esempio, del razzismo sistemico di marca coloniale non dovesse essere considerata un disturbo psichico ma una reazione comprensibile.

Da ciò, Palazzi analizza al contrario la storia della filosofia, rovesciando stereotipi ed etichette difficili da rimuovere: molto interessante, ad esempio, la scoperta della biografia di Cartesio, sottolineando come, nonostante la celebre e contestata distinzione tra res cogitans e rex estensa, in essa si “rivela un personaggio ben consapevole dell’integrazione di mente e corpo”. Non a caso, fu tra i primi a non “colpevolizzare” la rabbia definendola come “il tipo di avversione nei confronti di chi ci ha fatto del male”, anche se, lamenta Palazzi, si limitò alla sua analisi nella sfera individuale, senza riflettere sul suo potenziale valore di carburante dell’azione politica. 

Tornando ancora indietro, Hadot docet, si riscopre “l’arte di essere un cane”, ovvero la spiazzante sapienza antinconformista dei cinici. Nel loro stile di vita randagio, nel loro fiero sprezzo delle convenzioni, nella sfida beffarda all’autorità (come nel celebre “Lèvati, che mi fai ombra” detto da Diogene al grande Alessandro), ma soprattutto nella loro “rabbia incessante eppure profondamente razionale” si possono scorgere degli antenati nobili per la proposta dell’autore: “la rabbia cinica non era mai dalla parte dell’oppressione e del privilegio: procedeva dal basso verso l’alto”.

Il discorso si articola su un terreno fecondo di quesiti filosofici cruciali: “Esiste una via che senza scorciatoie metafisiche o vicoli ciechi dogmatici, possa condurci a sostenere, per esempio, che una presa di posizione antirazzista sia vera e una razzista falsa?”.

Una domanda insidiosa, poiché “il rischio, soprattutto, per chi aspira a mutare lo stato di cose esistente, è di venire bollato come intollerante”.

Nella seconda parte del libro si affrontano figure, note e meno note, pienamente rappresentative di un uso, vorrei dire, politicamente creativo della rabbia, condivisibile o meno, contro le ingiustizie sociali: non solo Malcolm X e Muhammad Alì, ma anche Valerie Solanas (autrice del manifesto antipatriarcale SCUM, nota a livello di massa per aver tentato di uccidere Andy Warhol) o la poetessa Audre Lorde autrice del potente slogan: “Gli attrezzi del padrone non butteranno giù la casa del padrone”.

L’ultima parte del testo, la più ardita e insidiosa, si intitola significativamente: “Togliere la sicura” e imposta un confronto molto interessante con il Walter Benjamin di Per una critica della violenza, avendo come contesto di riflessione l’evoluzione del movimento Ni una menos.

Nel libro si sostengono opinioni molto forti, talvolta discutibili, spesso provocatorie, ma sulla conclusione non posso che essere d’accordo: “La pandemia ha dimostrato che nel giro di settimane il politicamente impensabile può diventare politicamente realizzabile, ma anche che il capitalismo, con tutte le forme di ingiustizia strutturale con cui va a braccetto, ha una reattività notevole nello sprangare nuovamente l’orizzonte delle possibilità. L’urgenza di una mobilitazione radicale per scongiurare o lenire i disastri ambientali alle porte è sempre più forte. Avremo bisogno della nostra rabbia migliore”.

E, in conclusione, vorrei trattare il libro che, anche per la vicinanza filosofica con gli autori, probabilmente ha per me rappresentato la visione più equilibrata e prossima in questo momento di generale dissennatezza: L’alba dei nuovi dèi. Da Platone ai Big Data (Mondadori) di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, noti come fondatori del progetto Tlon. Fin dal capovolgimento nietzscheano del titolo i due autori sembrano subito voler mettere più in alto l’asticella della riflessione filosofica rispetto alle loro ultime fortunate pubblicazioni, di carattere squisitamente divulgativo.

Probabilmente, parliamo del testo finora più elevato e ricco della coppia di filosofi, un ulteriore passo avanti rispetto alla dalla trilogia Tu non sei Dio- Lezioni di meraviglia- La società della performance (Edizioni Tlon), in cui dall’analisi impietosa della galassia New Age si era arrivati, attraverso la riscoperta di esercizi di stupore filosofico cari, a una più ampia riflessione sui meccanismi perversi dell’era digitale.

Per alcuni aspetti, è anche il testo più equilibrato dei due, in cui le differenti “voci” si riconoscono nell’alternanza dei capitoli senza sovrapporsi, ma costruendo un discorso complementare, tra riflessione sociale e slancio mistico. Significative in questo senso sono le citazioni iniziali, di menti apparentemente molto distanti, Judith Butler e Roberto Calasso. In realtà, probabilmente il nume ispiratore è il grande Giorgio Colli, presente fin dalle prime righe, assieme all’ingombrante gigante Platone, alla decifrazione del cui mito Colamedici dedicò il suo primo testo (Il Codice del Mito: Il sogno di Platone e l’incubo dell’Occidente, Hoepli).

La tesi iniziale del libro è chiara: come l’avvento di Platone si incarna nella frattura fra orale e scritto, e quindi nel passaggio definitivo tra sapienza arcaica e inizio della metafisica, i filosofi contemporanei si trovano al cospetto di una simile epocale scissione dei saperi.

Il parallelo è esplicito: “Quella crepa che si aprì cambiò il modo in cui gli esseri umani percepivano se stessi, la propria vita, i valori, le relazioni e il modo stesso in cui pensavano. La filosofia rappresentò una rifioritura e una perdita, un’evoluzione e una profanazione. Un rinnovamento radicale del senso stesso del «fare comunità » . Scopo di questo libro, dunque, è raccontare cosa ci sta accadendo, cosa rischiamo di perdere e come possiamo inventare nuove collettività, aiutandoci a non franare nelle stesse insidie in cui caddero i nostri vicini antenati nella Grecia antica. A fare la differenza, in particolare, sarà il modo in cui sapremo ristabilire il nostro rapporto con il divino: se la filosofia è nata, come vedremo, proprio a partire dall’abbandono del politeismo e dall’interruzione di un rapporto diretto con una pluralità di potenze invisibili eppure onnipresenti, oggi la filosofia morendo può favorire l’alba dei nuovi dèi, già presenti e attivi tra noi eppure ancora senza nome, nonostante i grandi tributi che quotidianamente offriamo loro.”.

Ma quali sono questi nuovi dèi la cui alba radiosa pare accecarci?

Innanzitutto, bisogna rendersi conto della necessaria trasformazione che i tempi ci impongono: Le categorie filosofiche con cui abbiamo descritto il mondo si sono rivelate insufficienti, come se le cartografie fossero improvvisamente cambiate e la mappa fosse diventa grande quanto il territorio e quindi inutilizzabile. È il segnale che un certo modo di leggere e vivere il reale sta finendo, di nuovo”.

Così, tra citazioni dal sommo e Oscuro Eraclito e apologhi cabalistici, teorie come quella proposta dal matematico Nassim Nicholas Taleb detta “del Cigno Nero” (un evento raro, prevedibile solo retrospettivamente e devastante, come ad esempio il Covid-19), citazioni da film di supereroi e inevitabili riferimenti a Nietzsche, Gancitano e Colamedici accompagnano il lettore al disvelamento del mistero con suggestioni accattivanti: “La nostra non è una società liquida perché le cose hanno cambiato forma, ma perché abbiamo dovuto abbandonare il porto sicuro e siamo nel bel mezzo di una navigazione complessa. Siamo liquidi perché stiamo navigando sul pelo dell’acqua un nuovo fiume, ancora da attraversare

E li accompagnano addirittura prima dell’origine della filosofia, almeno come la intendiamo correntemente, stilando la “storia dei progressi della Ragione”. Con la nascita della filosofia, convenzionalmente accettata, avviene “la vana fuga dagli dèi”, come messo in scena tragicamente dalla versione pasoliniana della Medea. In questo senso, “la reinvenzione del mondo” operata da Platone coincide con “il funerale della sapienza”.

Ovviamente, in queste riflessioni affiora il riferimento luminoso di Simone Weil, soprattutto nella sua interpretazione de La rivelazione greca e, procedendo per paradossi illuminanti, si giunge alla celebre sentenza di Adi Shankaracharya: “Lo studio delle Scritture è inutile finché la più alta verità è sconosciuta, ed è altrettanto inutile quando la più alta verità è già nota”. Esattamente in questa crepa concettuale si instaura il parallelo tra il libro come pharmakon di socratica memoria e Internet come “acceleratore esistenziale”: “navigando il web, connettendoci direttamente al conscio e all’inconscio collettivo di miliardi di umani, abbiamo scoperto o creato una dimensione in cui il tempo scorre diversamente. Così come per gli astronauti nello spazio aumenta la velocità di rarefazione ossea e lo scheletro perde circa l’1 per cento di massa ossea ogni mese, è probabile che anche la nostra vita nello spazio digitale abbia delle ripercussioni psicofisiche che ancora ignoriamo e che un giorno scopriremo. Viviamo quindi più vita in meno tempo, le novità invecchiano più velocemente, come se l’esistenza fosse un messaggio WhatsApp riprodotto a velocità doppia. Non è soltanto una questione di iperstimolazione, di eccessiva esposizione a spunti, pensieri, suggestioni. Quando siamo connessi abitiamo un altrove in cui il «contenuto » del nostro tempo passa più in fretta, e se questo sia meglio o peggio è difficile dirlo. Di sicuro non stiamo facendo granché per utilizzare bene quello strato di vita extra che abbiamo cominciato a consumare, in massa, in enormi quantità. Non vivremo meno anni – non per questo motivo, quantomeno – ma ogni secondo online è «già » un secondo zippato. E una vita che prima era vuota è diventata una vita ancora più vuota, piena di vuoto compresso.”.

Proseguendo per associazioni diacroniche, i due filosofi segnano un percorso che va dall’Accademia platonica alla razionalità digitale, dagli hypomnemata, i primi taccuini dell’Antica Grecia, agli smartphone, dalla polis alle echo-chambers, dalla civitas allo spazio digitale fino al provocatorio accostamento tra koinè e politicamente corretto, per poi finalmente svelare l’ultima, grande, sorprendente corrispondenza: quella fra dèi e algoritmi.

Difficile contraddire il punto: “I big data, per esempio, possono essere interpretati come grandi dèi in provetta che stiamo (ri)costruendo in laboratorio, capaci di conoscere, prevedere e orientare le nostre profondità e i desideri,scopi e bisogni, come sa fare ogni dio che si rispetti. Per capire la loro portata bisogna sgomberare il campo da un fraintendimento: i big data, infatti, non sono semplicemente i «dati grandi», o la mole sterminata di informazioni che ogni secondo viene prodotta online. I big data sono algoritmi capaci di trattare innumerevoli variabili in pochissimo tempo e di elaborare nuovi collegamenti tra le informazioni, suggerendo pattern e modelli di interpretazione. Funzionano, quindi, esattamente come gli dèi omerici descritti da Julian Jaynes, che abitavano la mente bicamerale degli umani del tempo.”. E, in una conclusione che appare forse l’unica risposta possibile allo smarrimento globale, Gancitano e Colamedici ci offrono una prospettiva che faccia della precarietà il fondamento rocambolesco della nostra condizione: “Abbiamo bisogno di riconoscere gli dèi che ci abitano e che abitano il nostro metaverso per osservare le nostre forme interiori e trovare nuovi modi per coltivare il senso. C’è ancora intorno a noi qualcosa di ineffabile – quasi tutto, a dire il vero – e non è certo un male: è molto più sopportabile e fertile lo spaesamento prodotto da un mondo sorprendente poggiato sull’ignoto che la pesantezza di un mondo scontato costruito sulla certezza”.

Insomma, per tornare a uno che di ritorno degli dèi se ne intendeva, vale sempre l’aforisma aureo di Friedrich Hölderlin, che proprio Tlon ha scelto come slogan per l’ultima Festa della Filosofia: “Dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”.


Adriano Ercolani (Roma, 1979) Si occupa da oltre vent’anni dei rapporti tra cultura occidentale e orientale, esplorandone le diverse manifestazioni artistiche. Tra i fondatori deI movimento internazionale Inner Peace, collabora al progetto filosofico Tlon e pubblica regolarmente interventi e approfondimenti su numerose testate (tra cui Linus, Blog del Fatto Quotidiano, minima& moralia).

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