L’Europa rischia di diventare una colonia dell’intelligenza artificiale



Uno scenario immagina il continente nel 2031, schiacciato dalla superiorità tecnologica americana. Ma il problema non è soltanto costruire più data center: è decidere chi controllerà l’infrastruttura dell’IA e a quale scopo.


IN COPERTINA tre busti DI massimo campigli, oggi all’asta da pananti casa d’aste.

di Ilan Manouach

Nel giugno 2026, pochi giorni dopo che Washington aveva sospeso l’accesso dall’estero ai modelli Claude Mythos e Fable per via di una direttiva statunitense sul controllo delle esportazioni, un gruppo di ricercatori e investitori europei ha pubblicato uno scenario speculativo intitolato Europe 2031. Il testo è lungo, circa 18.000 parole, ed è più un’opera di finzione narrativa che un documento programmatico. Tra gli autori figurano Michiel Bakker del MIT e di Google DeepMind, Philip Fox del KIRA Center, coautore dell’International AI Safety Report, Lily Stelling dell’Oxford Martin AI Governance Initiative, Judith Dada di Visionaries Club e diversi altri esponenti legati alla Arq Foundation di Bruxelles. La scrittura e la revisione editoriale sono di Tom Chivers, giornalista scientifico la cui perizia si percepisce in tutto il testo. Il documento ha avuto una diffusione virale durante il vertice del G7 in Francia. Toccava un nervo scoperto.

La diagnosi che propone è piuttosto cupa. Nel 2031 l’Europa si ritrova travolta da un’avanzata americana nell’intelligenza artificiale che non è mai riuscita a eguagliare e che, in fondo, non ha mai cercato seriamente di contrastare. Il programma europeo di investimenti da 200 miliardi di euro si rivela composto in larga parte da fondi già esistenti e ripresentati sotto una nuova veste. L’apparato normativo dell’Unione, dall’AI Act al Digital Markets Act, finisce per ostacolare le industrie europee senza riuscire a porre vincoli alle piattaforme statunitensi che avrebbe dovuto disciplinare. Sotto pressione, gli Stati membri si frammentano: la Francia entra in una spirale di debiti, la Germania perde la propria base industriale automobilistica a causa delle acquisizioni americane nel settore della robotica, i paesi più piccoli stringono accordi bilaterali con Washington. Quando la crisi esplode apertamente, assume la forma di un ultimatum. Washington impone all’Europa di scegliere fra tre forme di subordinazione: accettare lo status di protettorato tecnologico degli Stati Uniti, corredato dalla proposta di un modesto dividendo annuo sull’IA per ogni cittadino dell’Unione, come se la sovranità potesse essere riscattata a rate; rivolgersi a Pechino; oppure affrontare l’isolamento. Una quarta possibilità non esiste, perché l’Europa non l’ha mai costruita.

Lo scenario è articolato in tre parti. Un prologo fattuale copre il periodo compreso fra gennaio 2025 e giugno 2026 che ancora la finzione a eventi che il lettore ha già vissuto: il lancio di DeepSeek R1, interpretato a Bruxelles come la prova che era possibile recuperare terreno a costi contenuti; l’annuncio di InvestAI; i primi segnali della supremazia infrastrutturale americana. Il nucleo speculativo si estende dalla metà del 2026 al marzo 2031 e segue due personaggi. Caroline Dubois è una funzionaria della DG TRADE a Bruxelles che assiste, dall’interno delle istituzioni, al dissolversi della sovranità europea; Christian Vogt è un imprenditore tedesco che sta costruendo a San Francisco un’azienda di intelligenza artificiale e osserva lo stesso processo dall’altro versante. I loro scambi su iMessage scandiscono il racconto come un coro greco e diventano progressivamente più rassegnati. Lo scenario introduce aziende fittizie dai riferimenti appena dissimulati — Atlas per un laboratorio americano, Helios per uno sfidante europeo, Zimo per un concorrente cinese — e ricostruisce anno dopo anno le conseguenze geopolitiche con una precisione che ricorda un briefing proveniente da un futuro prossimo in cui l’esito sembra già scritto. L’epilogo, ambientato nel 2034, assume la forma di un’intervista fra Caroline e un sistema di IA chiamato Project Inheritance. È l’intelligenza artificiale a interrogare l’essere umano su ciò che è andato storto; l’inversione delle parti suggerisce con discrezione chi ormai detenga l’iniziativa.

Gli scenari speculativi come questo hanno una lunga storia nelle scelte politiche e strategiche; in alcuni casi hanno prodotto utili strumenti di analisi, in altri sono serviti da veicolo a conclusioni già maturate prima dell’analisi. L’unità di scenario planning della Shell, sviluppata da Pierre Wack negli anni Settanta, anticipò la crisi petrolifera e modificò il modo in cui imprese e governi concepivano l’incertezza strategica. Nel 1972 il Club di Roma utilizzò la modellizzazione computazionale in Limits to Growth per prospettare un possibile collasso ecologico; il rapporto divenne uno dei documenti di politica pubblica più influenti e controversi del Novecento.

Europe 2031 si colloca in questa tradizione, pur seguendo una strada diversa. Dalla Silicon Valley prende in prestito soprattutto gli stratagemmi narrativi: personaggi di finzione nei quali il lettore è invitato a immedesimarsi, intermezzi sotto forma di messaggi che simulano intimità, un arco narrativo ideato più per inquietare che per informare. Le infografiche laterali seguono, anno dopo anno, il progressivo divario fra la capacità di calcolo europea e quella americana; servono soprattutto a intensificare visivamente la progressione del racconto, mentre la distanza cresce insieme alla tensione narrativa. Anche i due protagonisti orientano l’identificazione del lettore lungo un asse prestabilito. Caroline, la funzionaria di Bruxelles che assiste al dissolversi della sovranità, induce a identificarsi con il declino; Christian, l’imprenditore tedesco che prospera a San Francisco, rende seducente la scelta di partire. Manca un protagonista europeo capace di sottrarsi alle due figure disponibili, il burocrate sconfitto e il convertito alla Silicon Valley. La valutazione complessiva dipende quindi da ciò che si ritiene che lo scenario stia realmente cercando di promuovere: un campanello d’allarme o un cavallo di Troia.

La solidità di gran parte della diagnosi impedisce di liquidare il documento. L’Europa dispone di circa il 5% della capacità di calcolo mondiale destinata all’IA, a fronte dell’80% degli Stati Uniti. Il divario negli investimenti esiste, così come la paralisi normativa; la stessa introduzione fattuale dello scenario documenta una diffusa compiacenza istituzionale. Il racconto, inoltre, evita il determinismo e non presenta il collasso come inevitabile. Ricostruisce una successione di momenti nei quali l’Europa avrebbe potuto compiere scelte diverse e ha lasciato cadere quella possibilità. Le occasioni esistevano; si sono chiuse perché nessuno le ha colte.

Questo meccanismo emerge chiaramente nel modo in cui lo scenario tratta ASML, l’azienda olandese che è l’unico produttore al mondo di sistemi di litografia a ultravioletti estremi, gli EUV, indispensabili per fabbricare i semiconduttori più avanzati. ASML costituisce l’unica vera leva di cui l’Europa disponga nella competizione sull’IA. Lo scenario descrive il modo in cui Washington riesce progressivamente a neutralizzarla: esercita pressioni sulla politica olandese delle esportazioni, accumula macchinari attraverso Taiwan e arriva infine a pretendere la costituzione di una holding con voto di controllo americano. Quando l’Europa decide di giocare la sua ultima carta, la controparte ne ha già incorporato il valore nei propri calcoli. Il caso è particolare, ma il principio ha valenza generale. Il potere contrattuale europeo si erode ogni volta che la dipendenza dell’Europa dall’intelligenza artificiale americana supera quella degli Stati Uniti dagli input europei. Nell’attuale situazione di asimmetria, questo accade quasi ovunque.

Per questa ragione la questione infrastrutturale è al fulcro di tutta la storia. La competizione fra Stati Uniti e Cina per il vantaggio tecnologico assume la forma di un’espansione infrastrutturale capace di riorganizzare economie, istituzioni e capacità decisionali in tutti i territori che raggiunge. Gli hyperscaler statunitensi costruiscono data center in Europa, America Latina, Sud-est asiatico e nei paesi del Golfo e, nel farlo, creano architetture di dipendenza che vanno ben oltre la semplice fornitura di un servizio. Le aziende cinesi di intelligenza artificiale stanno seguendo una traiettoria analoga in Africa, Asia centrale e lungo i corridoi della Belt and Road Initiative, inserendosi nei sistemi sanitari nazionali, nelle infrastrutture finanziarie e negli apparati di sorveglianza.

In questo processo il mercato tecnologico assume i tratti di una geografia coloniale, nella quale la spartizione segue la capacità di calcolo, l’accesso ai modelli e la possibilità di addestrarli e metterli in funzione. L’Europa occupa al suo interno una posizione senza precedenti: un continente ricco, dotato di istituzioni sofisticate, che si trova tuttavia sul lato passivo di una logica infrastrutturale che non ha progettato e sulla quale non esercita il controllo.

Il problema di fondo risiede nel modo in cui l’Europa continua a considerare l’IA, trattandola come un settore economico, un comparto industriale da regolamentare, incentivare e valutare attraverso volumi d’investimento. Questa prospettiva ne riduce drasticamente la portata. L’intelligenza artificiale è una tecnologia destinata a ristrutturare la produzione economica, modificare l’esperienza psicologica, riorganizzare le istituzioni sociali e redistribuire la capacità politica. Eppure, dopo un decennio di strategie, atti legislativi e programmi d’investimento imperniati sull’«intelligenza artificiale», la politica europea non ha ancora affrontato seriamente ciò che questa tecnologia comporta per l’autonomia del continente. La sovranità ricorre di continuo nel discorso pubblico come formula retorica, con scarso contenuto operativo. Finché non elaborerà una teoria politica degli effetti dell’IA sulle società che la adottano e su quelle che restano ai margini, l’Europa sarà priva dei criteri necessari per distinguere le politiche capaci di costruire un’autonomia effettiva da quelle che si limitano a metterla in scena.

La soluzione proposta da Europe 2031 è, di base, costruire le infrastrutture. Nell’epilogo si raccomandano Special Compute Zones con procedure autorizzative drasticamente accelerate, accordi con gli hyperscaler americani per installare data center sul territorio europeo, decine di gigawatt di nuova capacità energetica e la sospensione dei vincoli normativi che rallentano la costruzione degli impianti. Radicare sul territorio europeo l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale è necessario. Senza capacità di calcolo, data center e il substrato fisico della tecnologia, qualunque politica europea sull’IA resta una mera dichiarazione.

A essere decisivo è ciò che viene dopo l’infrastruttura, ossia chi la controlla, a quali condizioni e in vista di quali fini. E’ strano che Europe 2031 non ponga questa domanda. I modelli in atto sono abbastanza chiari: negli Stati Uniti l’IA è controllata da soggetti privati e riceve un sostegno pubblico considerevole; in Cina è indirizzata dallo Stato e gestita commercialmente attraverso organismi ibridi pubblico-privati, come China Mobile. Nessuno dei due è un modello adatto per l’Europa.

Fra questi assetti potrebbe esistere uno spazio che l’Europa, con la sua tradizione di istituzioni pubbliche, responsabilità democratica e mercati regolamentati, potrebbe occupare con considerevole profitto. L’infrastruttura europea dell’IA potrebbe essere di proprietà pubblica, oppure affidata a forme di governo cooperativo, sottoposta a controllo democratico e progettata per servire le popolazioni i cui dati e le cui risorse fiscali ne rendono possibile l’esistenza. Il rapporto ignora del tutto questa possibilità; non la prende in esame né la confuta. La lacuna è comprensibile, considerando che gli autori appartengono allo stesso ecosistema che sarebbe chiamato a costruire e gestire l’infrastruttura proposta dal documento. Da una posizione simile è difficile che emerga la questione della proprietà pubblica.

Pur con delle prescrizioni insufficienti, Europe 2031 rimane un documento prezioso perché costringe il dibattito politico europeo ad affrontare una domanda che è riuscito a eludere per un decennio. Che cosa significa vivere in un continente collocato dal lato sfavorevole dello sviluppo della tecnologia più gravida di conseguenze del nostro secolo? Una risposta fondata sul semplice aumento dei data center resta insufficiente. I data center sono una precondizione, ma da soli non costituiscono una politica.

L’Europa deve elaborare una concezione autonoma degli scopi dell’intelligenza artificiale, interrogandosi su ciò che produce, su ciò che sostituisce, sulle possibilità che apre e sui soggetti ai quali tali possibilità saranno destinate. In assenza di questa teoria continuerà a oscillare fra una regolamentazione che non riesce a far rispettare e investimenti sui quali non esercita un controllo effettivo. Le infrastrutture arriveranno, ma la loro presenza non garantisce indipendenza.


Ilan Manouach è ricercatore post-doc (Chargé de Recherches, FNRS) all’Università di Liegi e membro del metaLAB di Harvard. È il fondatore di Echo Chamber, un istituto di ricerca con sede a Bruxelles che si occupa di fumetto.

0 comments on “L’Europa rischia di diventare una colonia dell’intelligenza artificiale”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *