L’idea politica della materia, secondo Primo Levi



Per Primo Levi, celebre scrittore ma chimico di professione, la materia aveva un’identità quasi “politica”. Tanto che la pratica della Chimica assume una vera e propria dimensione militante, perché il laboratorio è il momento cruciale in cui il chimico può misurarsi con la verità della materia, anche attraverso il conflitto. Il confronto che Primo Levi cerca nella Chimica è il contatto con una verità fondamentale al nocciolo della materia delle cose, irriducibile e, forse, inesprimibile come certe verità mistiche.


In copertina: opere dell’artista contemporanea Phaan Howng

di Laura Tripaldi

Quando ho pensato, per la prima volta, che avrei voluto diventare un chimico, ero certa che il mio santo protettore sarebbe stato l’ermetico e valoroso San Giorgio. Il simbolismo, del resto, mi appariva evidente: avrei vinto la materia cieca e caotica, l’avrei piegata al mio volere, trafiggendola con la lancia lucente della conoscenza. Con il tempo, lavorando tra i vapori dei solventi e maneggiando reagenti capricciosi, ho imparato che, per molti, la patrona del nostro mestiere è Santa Barbara, protettrice di pompieri, minatori e bombaroli che, come noi, si confrontano quotidianamente con il rischio – più o meno premeditato – di fuochi ed esplosioni. Quando, infine, ho iniziato ad addentrarmi nel mondo sommerso dei nanomateriali, ho scoperto che la vera martire di noi chimici è, in realtà, molto più pagana e molto meno santa di quanto avessi previsto: è l’abile Aracne, che, avendo profanato la perfezione divina con l’astuzia della propria tessitura, fu condannata ad intrecciare in eterno le secrezioni polimeriche del suo corpo di ragno.

Anche Primo Levi nutriva per i ragni un misto di ammirazione e terrore. Come confessa nel suo racconto Paura dei ragni, “tutti, dai minuscoli ragnini scarlatti che abitano nelle porosità delle pietre agli obesi ragni crociati che stazionano a testa in giù al centro delle loro tele geometriche, mi incutono un orrore-ribrezzo del tutto ingiustificato ed altamente specifico”. L’unica cosa che superava il suo orrore dei ragni era la sua fascinazione per la chimica misteriosa nascosta nelle loro tele. Avendo lavorato per anni come chimico nella produzione di vernici, era colpito dalla miracolosa trasmutazione della loro seta, liquida al momento della sua secrezione, in filamenti solidi e incredibilmente resistenti: “è talmente fine e specifica la natura di questo liquido, che basta un modesto allungamento della sua bava per provocarne la solidificazione irreversibile […] Nessun chimico è ancora riuscito a riprodurre un procedimento così elegante, semplice e pulito”. In effetti, le sorprendenti proprietà meccaniche della tela di ragno sono state per molto tempo un enigma, ancora oggi in parte irrisolto. Ma a colpire Primo Levi era, soprattutto, l’abilità innata del ragno, che “è nato maestro”: la sua tecnica non deriva tanto da una conoscenza trasmessa per apprendimento o per discendenza, ma è misteriosamente programmata all’interno della raffinatezza chimico-fisica della sua struttura; “la sua sapienza gli è stata trasmessa insieme con la forma”. Il sapere del ragno – che è, poi, anche il sapere del chimico – non è tanto una collezione di principi discesi dall’alto e poi trasferiti nella materia, ma è, piuttosto, un sapere che si districa e si costruisce nell’azione. Esattamente come le nanostrutture polimeriche nella seta del ragno si districano quando vengono tese in una tela. 

Senza che ne fossi consapevole fino in fondo, a sedici anni, fu proprio la lettura de Il Sistema Periodico a instillare in me l’idea di studiare Chimica, e, quindi, per via di strane sincronicità, a determinare in larga parte il corso dei miei successivi dieci anni di vita. Era un’opera piccola, secondaria, che non compariva nelle antologie scolastiche o negli elenchi di letture per le vacanze estive. Per questo, era anche un confronto rassicurante con la Letteratura (la quale mi suscitava, e lo fa tutt’ora, un certo timore reverenziale), lontana, almeno in apparenza, dai Grandi Temi, e piena di quel gusto proibito che hanno tutte le cose vecchie e nascoste. La paura di misurarsi con un Autore, reso freddo e anonimo da anni di studio scolastico e tristemente appiattito su un racconto di impersonale martirio, era dolcemente stemperata da una voce intima, umile, trasparente come un cristallo, che raccontava episodi sorprendentemente quotidiani. La quotidianità che leggevo tra quelle pagine era al contempo ordinaria e aliena, piena di parole segrete, di odori sconosciuti e di rituali incomprensibili, che la avvolgevano di un particolare fascino iniziatico. L’idea che quelle poche nozioni di chimica scolastica che avevo imparato sui libri, che la noiosa nomenclatura degli ossidi metallici e la cabala occulta delle formule di Lewis potessero prendere corpo, trasformandosi in una reale esperienza vissuta, mi riempiva di una profonda meraviglia.

Da quando ho iniziato il mio cammino sulla via della Chimica, a sentir citare Primo Levi ci ho ormai fatto l’abitudine. Dalle slides in comic sans proiettate a lezione di Chimica Generale ai fogli macchiati dai reagenti attaccati sui vetri delle cappe dei laboratori, passando per le innumerevoli inaugurazioni, presentazioni e celebrazioni accademiche, nessun chimico che si rispetti perde l’occasione di rivendicare la propria vicinanza al genio letterario con cui condivide il mestiere. È comprensibile: nessuno come Primo Levi è stato capace di riflettere nella Chimica la profondità di significati esistenziali, politici e addirittura cosmologici che si leggono tra le sue pagine. Ma, più di tutto, a colpirci è la familiarità delle atmosfere e delle esperienze che racconta. Questo perché, sorprendentemente, dai tempi di Primo Levi a oggi la Chimica, nella quotidianità del lavoro sperimentale, è cambiata molto poco; e, comunque, per quel poco di cambiamento che c’è stato i chimici più o meno anziani sembrano nutrire tutti una morbosa – a tratti autolesionistica – nostalgia: ai miei tempi non si facevano tutte queste storie per un becco bunsen, cosa vuoi che ti faccia un po’ di benzene?, ormai non ci lasciano più usare niente, se non impariamo noi chimici a maneggiare certe sostanze! Nella sbruffonaggine un po’ irresponsabile di queste parole, che ho sentito ripetere innumerevoli volte, non si nasconde tanto l’imprudenza di chi sottovaluta il rischio (errore da cui ogni chimico, del resto, impara molto presto a guardarsi), quanto, mi sembra, il desiderio, espresso goffamente, di rivendicare il privilegio, una comunione esclusiva con la materia; un privilegio che, spesso, facciamo fatica a comunicare. 

In effetti, un’altra cosa che è poco cambiata dai tempi di Primo Levi è la sconsolante difficoltà dei chimici a raccontarsi. Com’è noto, del resto, l’idea che motivò Primo Levi a scrivere Il Sistema Periodico era proprio quella di colmare la grave mancanza di una narrazione autentica della vita del chimico, rispondendo all’urgenza di comunicare l’esperienza, in larga parte incomunicabile, dell’incontro dell’uomo con la materia in laboratorio: “non mi pareva giusto che il mondo sapesse tutto di come vive il medico, la prostituta, il marinaio, l’assassino, la contessa, l’antico romano, il congiurato e il polinesiano, e nulla di come viviamo noi trasmutatori di materia”. Come un professore di Chimica Inorganica mi ha fatto notare un giorno, molte delle narrazioni sulla scienza sono strutturate attorno a poche grandi scoperte fatte da pochi grandi scienziati. Per sua natura, però, la Chimica non si presta ad essere raccontata in questi termini, se non al prezzo di trasfigurarla del tutto. Certo, è pur sempre possibile parlare di Chimica alla luce, ad esempio, delle scoperte sconvolgenti della meccanica quantistica, che spalancano abissi di speculazioni più o meno fondate sulla natura della materia e del mondo; ma l’aspetto più importante della vita del chimico è la quotidianità della vita di laboratorio, fatta di piccoli problemi e piccole astuzie più che di grandi imprese teoriche. “Prendi e parti, quando il momento è giunto gli aruspici e gli àuguri non hanno luogo, la teoria è futile e si impara per strada, le esperienze degli altri non servono, l’essenziale è misurarsi. Chi vale vince, chi ha occhi o braccia o fiuto deboli ritorna e cambia mestiere”.

Non nascondo che il mio amore adolescenziale per Primo Levi – un amore radicato nel racconto sofferto della sua emarginazione, in cui la Chimica era testimonianza e pratica di una perpetua guerriglia esistenziale – è lentamente sbiadito nella quotidianità del lavoro difficile, a tratti frustrante, spesso poco romantico della ricerca accademica. Lo stesso destino è toccato, per molti versi, al mio amore per la Chimica, caricato, come tutti gli amori troppo giovani, di mistificazioni necessariamente destinate a essere deluse. La sconfitta, in ogni caso, come Primo Levi ci racconta molte volte, è una parte fondamentale della vita di ogni chimico, in cui i piccoli e  i grandi insuccessi del lavoro sperimentale si trasformano, nel tempo, nella realizzazione tragica della distanza che separa la pratica dalla teoria, la materia dall’ideale, lo scienziato dall’oggetto della sua indagine. Una separazione, a volte dolorosa, che è al cuore dell’esperienza chimica, in cui il momento sperimentale manifesta l’unico, cruciale spazio di incontro possibile con l’alterità assoluta della materia là fuori. Piuttosto che come un oggetto di studio, che si presta passivamente a essere conosciuto e descritto, la materia di Primo Levi mostra, sempre, una qualche forma di resistenza all’indagine umana. In questa resistenza, la materia si manifesta a tratti come una spaventosa entità lovecraftiana, ontologicamente malvagia nella sua cieca idiozia: “l’avversario era sempre ancora quello, il non-io, il Gran Curvo, la Hyle: la materia stupida, neghittosamente nemica come è nemica la stupidità umana, e come quella forte della sua ottusità passiva. Il nostro mestiere è condurre e vincere questa interminabile battaglia: è molto più ribelle, più refrattaria al tuo volere, una vernice impolmonita che un leone nel suo impeto insano”. Altre volte, l’inerzia che la materia chimica oppone allo studio e alla manipolazione diventa resistenza attiva, e la rende un’inaspettata alleata contro le strutture oppressive, grandi e piccole, che cercano di sottometterla ai propri scopi di dominio.  

È proprio dal confronto con questa resistenza che la pratica della Chimica assume una dimensione politica, o, per usare le stesse parole di Primo Levi, militante, perché il laboratorio è il momento cruciale in cui il chimico può misurarsi con la verità della materia, anche attraverso il conflitto. Il confronto che Primo Levi cerca nella Chimica è il contatto con una verità fondamentale al nocciolo della materia delle cose, irriducibile e, forse, inesprimibile come certe verità mistiche. Del resto, questo aspetto ieratico-teologico dell’incontro con la materia nel tempio del laboratorio ricorre incessantemente nei racconti de Il Sistema Periodico, dal momento del primo ingresso in un laboratorio universitario – che intimorisce, “come quando hai tredici anni e devi andare al Tempio a recitare in ebraico la preghiera del Bar-Mitzvà davanti al rabbino” – ai precetti dogmatici e incontestabili contenuti nelle formulazioni chimiche, che “sono sacre come le preghiere”. Primo Levi rivendica come chimico e come mistico della materia il privilegio di un contatto diretto con il Vero, non mediato dalla parola troppo umana della filosofia o dai modelli matematici raffinati delle teorie fisiche. 

“Guardavo gonfiare le gemme in primavera, luccicare la mica nel granito, le mie stesse mani, e dicevo dentro di me: “Capirò anche questo, capirò tutto, ma non come loro vogliono. Troverò una scorciatoia, mi farò un grimaldello, forzerò le porte”. Era snervante, nauseante, ascoltare discorsi sul problema dell’essere e del conoscere, quando tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi: il legno vetusto dei banchi, la sfera del sole di là dai vetri e dai tetti, il volo vano dei pappi nell’aria di giugno. Ecco: tutti i filosofi e tutti gli eserciti del mondo sarebbero stati capaci di costruire questo moscerino? No, e neppure di comprenderlo: questa era una vergogna e un abominio, bisognava trovare un’altra strada.”

In questo incontro ineffabile, che è sempre necessariamente incompiuto, fare Chimica diventa necessariamente azione politica: la forzatura delle porte, la comprensione autentica e mai ortodossa del mondo, in risposta a quel voi che contiene l’accusa, più o meno manifesta, di una particolare forma di fascismo conoscitivo. Quello che, nel rivendicare il primato dello Spirito sulla materia, si mostra incapace di confrontarsi con la verità più antica e primitiva, che è anche, forse, l’unica che conta: la verità della materia che esiste al di là dei confini dell’umana conoscenza, radicalmente aliena e indipendente da noi. La stessa materia che, come l’idrogeno incontrato per la prima volta da Primo Levi in laboratorio, “brucia nel sole e nelle stelle, e dalla cui condensazione si formano in eterno silenzio gli universi.”

Il pensiero della materia di Primo Levi ci mette a confronto con problemi urgenti dell’epoca contemporanea: come quello, fondamentale, di come l’uomo può confrontarsi con una materia che è necessariamente al di là dell’umano e che non può essere interamente assorbita nell’atto della conoscenza. La materia è un’entità speculativa, con cui possiamo confrontarci soltanto attraverso i mezzi – sempre in qualche modo mancanti, ma comunque gli unici possibili – dell’ingegno scientifico. Un sapere che, pur avanzando nei suoi strumenti teorici, non può mai prescindere dalla verità essenziale contenuta nel momento sperimentale. Se troppo spesso il laboratorio diventa teatro di un contatto fallito, attestando così i limiti della comprensione umana, allo stesso modo Primo Levi testimonia un’affinità inaspettata, ma più profonda, con la materia chimica. È l’intreccio, perpetuo e sorprendente, tra la vita del chimico e gli elementi del Sistema Periodico, che lo accompagnano in un cammino non soltanto scientifico ma, soprattutto, esistenziale. In questa tessitura continua, si manifesta una sorta di entanglement, di correlazione indissolubile tra lo sperimentatore e l’esperimento, tra la scienza e la vita, in cui l’antica distanza che separa lo scienziato dal suo oggetto di studio può, almeno in parte, ricomporsi. Una contaminazione meravigliosa, per cui non è mai possibile per un chimico parlare di Chimica senza raccontare, tra le righe, anche la propria storia.


laura tripaldi Si occupa di chimica dei materiali e nanotecnologie come ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

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