L’immaginazione nella scienza è importantissima, perché non se ne parla mai?



Il processo creativo è uno dei tasselli più importanti del mestiere di ricercatori e scienziati. Ma viene costantemente ignorato e sottovalutato, per perseguire un’idea di scienza come qualcosa di puro, preciso e indipendente dalla fantasia umana. Ma è un’idea sbagliata.


In copertina: un’opera di william blake

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Tom McLeish

Il mio libro The Poetry and Music of Science (2019), parte dalle mie esperienze nelle scuole. I miei studenti, di età compresa tra i 17 e i 18 anni, mi dicevano di non trovare spazio per la propria immaginazione e per la creatività nelle scienze. Ho sentito queste parole in più di un’occasione, da parte di giovani brillanti, perfettamente in grado di avere successo in qualsiasi ambito lavorativo. Eppure non bisogna essere Einstein per capire che non ci può essere scienza senza un ripensamento del mondo e della natura, o senza l’ideazione di ipotesi su ciò che potrebbe nascondersi dietro l’apparenza dei fenomeni.

Einstein, in effetti, disse qualcosa del genere in un’intervista del 1929: 

«Ho quel che basta dell’artista per attingere liberamente alla mia immaginazione. L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata. L’immaginazione comprende il mondo.»

Qualunque scienziato lo sa bene, ma per due secoli non se ne è parlato, preferendo la rassicurante narrazione del “metodo empirico” o della “logica della scoperta scientifica”. L’educazione scientifica preferisce parlare di risultati e conoscenza, piuttosto che di meraviglia, di immaginazione, di idee fallite e dei momenti di illuminazione inaspettata che attraversano la vita di tutti coloro che si occupano di scienza.

I nostri media diffondono lo stesso messaggio – non dimenticherò mai un documentario della BBC sull’informatica, in cui il presentatore rassicurava gli spettatori che nella scienza non c’è spazio per l’immaginazione. Non c’è da stupirsi se i miei giovani colleghi sono delusi dalla disciplina. Se gli scienziati sono un po’ timidi riguardo alla loro immaginazione, gli artisti, gli scrittori e i compositori con cui ho parlato avevano bisogno di tempo (e talvolta di qualche drink) per ammettere il proprio bisogno di esperimenti. Raschiare la pittura dalla tela, rielaborare il romanzo per la decima volta, raccogliere il materiale musicale è – come ogni artista sa – la conseguenza dei vincoli materiali che incontra la creatività.

Anche l’artista fa ipotesi su come il suo materiale, le sue parole o i suoi suoni raggiungeranno l’obiettivo, per quanto questo sia spesso ancora indistinto. Che la nascita del romanzo inglese sia contemporanea a quella del metodo scientifico non è una coincidenza. Senza arrivare all’ingenua affermazione che arte e scienza sono in qualche modo “la stessa cosa”, va detto che le somiglianze dell’esperienza di chi lavora in queste discipline sono notevoli. Devono solo essere portate alla luce, perché gli scienziati non amano parlare di immaginazione così come gli artisti di esperimenti.

Studiare chiunque crei – che si tratti di musica o di matematica, pittura a olio o teoria quantistica – è diventato l’obiettivo del mio libro. Eppure il progetto immaginato originariamente per The Poetry and Music of Science non riuscivo a farlo decollare. Le giustapposizioni dei racconti del lavoro creativo nel mondo della scienza e in quello dell’arte, seguiti da un esteso saggio sulle “similitudini e le differenze” tra essi non rendeva giustizia al tema della creatività.

L’insieme di fonti storiche e contemporanee delinea una storia molto diversa dell’immaginazione, che non si riduce a sole due “tipologie creative”. Anzi, risulta molto più fedele un modello che contempla tre “modi” di espressione creativa.

L’immaginazione visiva è la prima modalità, e, naturalmente, la più importante per gli artisti – ma lo stesso vale per molti scienziati, dai biologi molecolari agli astrofisici.È all’astronomia che dobbiamo la nascita della geometria proiettiva. Se all’osservatore di un quadro viene chiesto di ricreare un mondo tridimensionale su una tela bidimensionale, allora il compito di “vedere” l’Universo da una tela che chiamiamo cielo palesa un’evidente somiglianza strutturale. 

Una seconda modalità è quella testuale e linguistica. L’intreccio tra la scienza e la parola scritta in prosa, o in forma di poesia, potrebbe trovare un contatto nella nascita del romanzo ma la sua storia è ancora più antica. C’è anche una “storia alternativa”, immaginata dal poeta William Wordsworth nella sua prefazione alle Ballate liriche (1798) – e sicuramente da Johann Wolfgang von Goethe e Alexander von Humboldt prima di lui – in cui:

Le più remote scoperte del Chimico, del Botanico, o Mineralogista, saranno oggetti dell’arte del Poeta come tutto il resto, se mai arriverà un momento in cui queste cose ci saranno familiari…

Con notevoli eccezioni (come le poesie di R. S. Thomas e quelle di William Butler Yeats, oltre all’onnipresente e svolazzante eccezione delle farfalle di Vladimir Nabokov, che passano dal suo lavoro scientifico ai suoi romanzi), questa visione romantica purtroppo non si è ancora realizzata, ed è sicuramente ostacolata dall’idea di scienza con cui abbiamo aperto l’articolo.  

La terza modalità di immaginazione appare quando sia le immagini che le parole svaniscono. Qui, dove ci aspetteremmo un vuoto creativo, troviamo invece le meravigliose e misteriose astrazioni della musica e della matematica. Questo spazio condiviso è sicuramente il motivo per cui queste due discipline hanno qualcosa in comune – e non è solamente la loro partecipazione alla struttura numerica che le collega, ma le loro forme rappresentative in interi universi del nostro fare mentale.  

Arrivati fin qua, il passo è breve per riconoscere la necessità di un pensiero interdisciplinare. L’antropologia e le neuroscienze cognitive che si occupano della creatività sono affascinanti, l’una ci parla degli strumenti di pietra dei nostri lontani antenati, l’altra del delicato equilibrio tra l’emisfero analitico sinistro del nostro cervello e le funzioni integrative di quello destro. La tradizione filosofica è altrettanto ricca, quando pensiamo, ad esempio, al sospetto di Emmanuel Levinas per il modo visivo; considerato il suo implicito allontanamento dall’oggetto, infatti, il filosofo preferisce la voce o l’udito, che garantiscono l’immersione del soggetto nell’oggetto. La tradizione fenomenologica da Martin Heidegger, Maurice Merleau-Ponty e Hannah Arendt parla di un modo relazionale tra umano e non umano, che utilizza sia l’arte che la scienza per descrivere la natura, come se fosse il prodotto dell’immaginazione umana. Come ha scritto il critico letterario George Steiner nelle sue Real Presences (1989):  

Solo l’arte può rendere in qualche modo accessibile e risvegliare in qualche forma accessibile la pura e disumana alterità della materia…

  Potrei dire esattamente lo stesso della scienza. Quindi come possiamo rendere giustizia al servizio fornito dall’immaginazione creativa alla scienza? Ci sarebbero conseguenze positive sia per gli scienziati che per la comunità in generale. 

Riflettendo sulla mia formazione di fisico e ricercatore, non riesco a ricordare una sola ora trascorsa durante la mia formazione dottorale o post-dottorato su un aspetto della creatività, neanche strumentale, come la discussione di pratiche di lavoro o stili di vita che potrebbero migliorare il flusso creativo delle idee scientifiche.

Eppure c’è molto da dire: l’impegno regolare con la percezione visiva e uditiva, l’alternanza di una messa a fuoco mentale “acuta” e di una messa a fuoco “integrativa”, l’indennità per i “periodi di maggese” quando si lavora su un problema – di tutto questo vale la pena parlare sin dall’inizio della carriera scientifica. Più in generale, il carattere contemplativo e laico della scienza, l’impegno con la scrittura scientifica di alta qualità, comprese le poetiche “notevoli eccezioni” – The Faber Book of Science di John Carey è un buon inizio – insieme col riconoscere che la scienza occupa un posto strutturale nella cultura umana quanto l’arte, sono caratteristiche che non potranno che arricchire la nostra società.

Esplorando altri aspetti della scienza oltre a quelli formalmente educativi – la sua storia e filosofia, le sua storia delle idee e la riscoperta della gioia portata da acute osservazioni della natura – più persone potrebbero scoprire che l’idea che “la scienza non fa per me”, data per scontata in gioventù è semplicemente un crudele inganno.


Tom McLeish è professore di filosofia naturale presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di York nel Regno Unito. È autore di Faith and Wisdom in Science (2014), Let There Be Science (2016) e The Poetry and Music of Science (2019)..

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