L’importanza di capire l’angoscia

Cos’è mai l’angoscia? Somiglia a un’ombra che vorrebbe confondersi con il nostro corpo fino a impossessarsi di noi. Capire le cose significa coglierne i confini. Le definizioni. Per trovare quella di “angoscia” Sztajnszrajber si affida a Eraclito.


in copertina e lungo il testo opere diUn’opera di Emilio Vedova, Senza titolo, 1993, all’asta da Pananti Casa d’Aste

Questo testo è un estratto da Filosofia in undici passi. Dalla caverna alla città, di Darío Sztajnszrajber. Ringraziamo Tlon per la gentile concessione.


di Darío Sztajnszrajber

Non ci si può bagnare due volte
nello stesso fiume
(Eraclito) 

C’è qualcosa che fa male, che disturba. Ha sempre fatto male. Fa male qua dentro, non viene da fuori. È qualcosa che disturba, un pozzo senza fondo, un’ansia. La si può definire come un’ansia, ma un’ansia cieca. È un qualcosa che vorrei raggiungere, ma non ci riesco. E non ci riesco perché non c’è. Sento che c’è qualcosa che mi attrae e che voglio raggiungere, ma non ci riesco perché non esiste. È qualcosa che non sono in grado di definire, che evapora ogni volta che provo a concentrarmi per arrivarci. Mi sfugge. Voglio arrivarci, ma non ci riesco perché sfuggire fa parte del suo essere. Insomma, è un qualcosa che non so nemmeno se esista davvero oppure no, visto che non appena cerco di metterlo a fuoco si dilegua. O peggio ancora, più cerco di metterlo a fuoco più si dilegua. È una ricerca che mi interroga ma allo stesso tempo mi frustra. E per questo fa male. Come si fa a placare l’ansia? La si può placare?

Sento un malessere, ma innanzitutto “sento”. È questo il punto: è un malessere nel corpo, ma nel mio corpo non ci sono ferite. Che cos’è questa ferita nel corpo, che non ha corpo e non si riesce a placare? Sento che tutto diventa stretto, angusto. Sarà davvero ansia? O sarà tedio? Sarà noia? Sarà depressione? Sarà malinconia, sarà rabbia? Ancora una volta il bisogno di configurare questa sensazione come un qualcosa. Capire per tranquillizzarmi. Sto scappando dalla parola chiave. Credo di scappare. Ma si può sfuggire all’angoscia? Oppure l’angoscia è la consapevolezza del fatto che non siamo altro che fuga?

Angoscia deriva dal latino angustia, ma cos’è che diventa angusto? Cos’è che si restringe? Il senso? Le risposte? Non dovrebbe essere il contrario? Non viviamo in un mondo che ha risposte per tutto? E allora, da dove viene l’angoscia? Tutto, tutto ciò che mi circonda può essere spiegato. Questo palazzo che non crolla, queste vetrate trasparenti che mi permettono di vedere dall’altra parte, le automobili che camminano da sole, i cellulari con le loro luci, i loro suoni e le loro vibrazioni, persino il fatto che ora sia mezzogiorno grazie allo specifico movimento della Terra rispetto al Sole, o il fatto che io stia comprendendo tutto ciò grazie al graduale afflusso di sangue al mio cervello. Tutto, tutto quello che mi sta accadendo può essere spiegato. Questa sensazione che attraversa il mio corpo, ma anche questi ricordi, un filo d’aria che, per un attimo, mi fa venire la pelle d’oca, oppure gli occhi mentre osservano qualcosa, per esempio un negozio di giocattoli, e oltrepassano la vetrina per fissare un pallone da calcio, il desiderio di ritrovarsi immediatamente a correre e a prendere a calci quel pallone, la stanchezza, l’apatia, la paura di morire.

Tutto può essere spiegato, il che non vuol dire che le spiegazioni spieghino qualcosa in modo assoluto, che è in teoria ciò che ci aspetteremmo da una spiegazione. Il punto è che esistono risposte per tutto ma tutto non significa tutto, perché la totalità è inafferrabile. E non perché l’uomo non sia in grado di raggiungere una condizione tale da poter accedere a tutto ma perché, se la totalità è la totalità, include nel suo essere anche il nulla. E il nulla, in quanto nulla, ci sfugge. Tutto può essere spiegato. Tutto il possibile. Il tutto però non è solo il possibile, ma anche l’impossibile. E l’impossibile fa male. Fa male perché ci eccede, ci trascende, ci provoca, ci sfugge, ci espone. Ci angoscia…

Si può risolvere l’angoscia? Si deve? L’angoscia è uno stato psicologico oppure filosofico, cioè esistenziale? E attiene alla nostra condizione umana o è qualcosa che ci trascende? Perché fuggiamo dall’angoscia? Ci fa soffrire? Ci ferisce? Possiamo morire d’angoscia, o piuttosto ci angosciamo quando ci rendiamo conto che moriremo? E che cosa c’entra l’angoscia con la morte? O meglio, che cosa c’entra l’angoscia con la consapevolezza della morte? Ci angoscia la consapevolezza finale dell’insensatezza del tutto. Ci angoscia la stranezza di esserci e quella ancora peggiore di cessare di esserci da qui a poco. Ci angoscia che, nel fondo, gli interrogativi più importanti non abbiano risposta. Ci angoscia essere nati per morire. Ci angoscia che il mondo esista, quando potrebbe non essere esistito nulla. Ci angoscia il nulla…

Ci angoscia essere immersi in una quotidianità che comprende questo palazzo, quelle automobili, quella vetrina, quel pallone da calcio, questo mezzogiorno, questi ricordi, questo corpo, il venticello che soffia lungo avenida Cabildo… Ci angosciano le domande, i dubbi, l’organizzazione sistematica del tempo, giorno dopo giorno, per realizzare quello che si suppone debba essere il senso della vita che uno crede di aver scelto, ci angoscia lo scorrere inesorabile delle ore, l’approssimarsi imperscrutabile della morte, ci angoscia cessare di esistere. Ha davvero senso tutto quello che stiamo facendo, se in fin dei conti siamo nati per morire?

Non capisco il motivo per cui si debba pensare a tutte queste cose, ma riusciamo a non farlo? Pensare a tutte queste cose vuol dire fare filosofia. La filosofia angoscia. La domanda angoscia. Non ci rende felici, o per lo meno non ci offre il sollievo della certezza. Ci obbliga a riconsiderare tutto, compresa l’idea stessa che abbiamo della felicità. La filosofia ci sbatte in faccia i nostri limiti. Interrompe il flusso di una tranquilla quotidianità in cui tutto funziona e, di conseguenza, mette tutto tra parentesi. Tutto, a partire dal concetto di funzionamento come presupposto delle nostre azioni. Nell’interrompere quel flusso, la filosofia fa sì che tutto ciò che stava funzionando normalmente si fermi. In questo senso interrompere significa essenzialmente mettere in discussione la normalità, portare alla luce la norma. E così, si interrompe la logica del buon funzionamento per lasciare spazio all’interrogativo. La domanda sul perché. La domanda che indaga, non quella che cerca una risposta. Una domanda che ha in sé la risposta ci acquieta. Una risposta che può essere aperta con una nuova domanda ci mette in movimento. E se ogni nuova risposta può a sua volta essere aperta, finiamo per aprirci anche noi. E l’apertura ci angoscia. Ma anche la chiusura ci angoscia. Tutto ci angoscia. Il tutto ci angoscia. Il nulla ci angoscia…

Ad angosciare è il cambiamento, ossia la transizione permanente da ciò che è a ciò che non è. Ad angosciare non è che il mondo cambi ma che il nostro mondo, la nostra realtà, sia mutamento. Il cambiamento spaventa. È vertiginoso, imprevedibile. Lo aveva già capito, e patito, Platone, che proprio per questo elaborò un’intera metafisica con un unico scopo: sottrarci al mutamento e affermare che l’unica autentica realtà è l’immutabile, l’eterno, il perfetto, la totalità. Platone teorizzava un aggiramento della morte. Il cambiamento uccide, abbiamo detto. Ma perché uccide? Uccide perché introduce il non essere, dà una possibilità al nulla, al fatto che qualcosa cessi di esistere. Se c’è un cambiamento, esiste la possibilità che qualcosa possa essere in un altro modo, cioè che smetta di essere ciò che era. Ma se invece un cambiamento non c’è e tutto continua a essere ciò che è, allora tutto è pianificabile, dominabile, gestibile. Se c’è un cambiamento, c’è ancora qualcosa di irrealizzato, di non fatto, qualcosa di possibile (e persino d’impossibile). Il cambiamento attiva l’incertezza, quel qualcosa che rimane indisponibile, che mi sfugge. E quello che ci sfugge, ci angoscia…

Un’opera di Emilio Vedova, Senza titolo, 1993, all’asta oggi da Pananti Casa d’Aste

Se c’è un cambiamento, c’è qualcosa che ancora non è. Prendiamo per esempio quel pallone da calcio dietro la vetrina del negozio: può essere comprato da qualcuno per fare un regalo e, in quel preciso istante, il pallone cambia il suo status. Smette di essere il pallone che stava qui, nella vetrina, per passare a essere il pallone avvolto in una carta da regalo, destinato a un bambino che lo riceverà felice e ci giocherà per qualche settimana, per poi dimenticarlo in un angolo. Il pallone adesso è qui, ma non lo sarà più quando comincerà a essere come regalo da qualche altra parte. Una parte della sua condizione è cambiata. Una parte fondamentale. Ha smesso di essere qui per cominciare a essere lì. È passato dall’essere (in vetrina) al non essere (più in vetrina) e dal non essere (ancora un regalo) all’essere (diventato un regalo). Per questo diciamo che il cambiamento attiva il non essere, ovvero, permette al vuoto di insinuarsi. E nulla angoscia quanto il nulla…

Il cambiamento introduce, inoltre, l’idea stessa della possibilità, poiché con ogni cambiamento si determinano delle possibilità. Se nulla cambiasse e tutto rimanesse assolutamente chiuso in se stesso, non avrebbe senso parlare di possibilità. Una cosa è possibile perché ancora non si è realizzata. È quel non ancora a renderla possibile. Voglio dire: il possibile non è (ancora), ma ridefinisce l’idea stessa di essere, poiché non potremmo mai parlare del possibile come di un oggetto concreto. E allora che cos’è, il possibile? Poter prendere la metro? Poter prendere un taxi? Poter stare semplicemente fermo a non fare niente? Il possibile quindi ha a che fare con il potere?

Sia quel che sia, di sicuro il possibile ancora non è. Il possibile è ciò che sopraggiungerà ma che, quando sopraggiunge, cessa di essere possibile per concretizzarsi. Il possibile è ciò che si trova in uno stato di possibilità: è qualcosa, pur non essendolo ancora. In questo modo, è evidente che il possibile rompe lo schema binario tra l’essere e il non essere. Come il cambiamento. Mi domando: il possibile è o non è? Il cambiamento è o non è? Il dramma è che, tanto l’uno quanto l’altro, al tempo stesso sono e non sono… Un rompicapo che mandava fuori di testa Platone, che infatti cercava di liberarsene: si può concepire il reale sottraendolo al cambiamento? Si deve, secondo Platone, in quanto è l’unico modo per sconfiggere la morte: un mondo sottratto al cambiamento è un mondo in cui nulla può cessare di essere. In primis la nostra esistenza.

Ma come sarebbe questo mondo? Naturalmente, una cosa che non cambia in alcun modo è una cosa che non può mai smettere di essere e a cui non manca nulla. Ecco di nuovo il nulla. Questa parola torna un sacco di volte, vero? E fa caldo. Forse con il caldo il nulla si palesa di più? È mezzogiorno. C’è un momento della giornata particolarmente propizio per il nulla? Sono angosciato. L’angoscia arriva a mezzogiorno? Una volta mi hanno detto che, quando mi sento così, devo muovermi. Non so cosa sia l’angoscia, ma di sicuro si allontana un po’ quando ci muoviamo. A meno di un isolato c’è la metro, fermata Juramento. Vado a farmi un giro in centro (esiste un centro?). Perché? Non importa. Devo muovermi. L’angoscia somiglia a un’ombra che vorrebbe confondersi con il mio corpo fino a impossessarsi di me. Ma se mi muovo, la allontano. Guadagno tempo.

Non mi sta succedendo niente. Anzi, mi sta succedendo tutto. Non sono angosciato per nulla di concreto ed è proprio quello il motivo della mia angoscia: il nulla di concreto. Se ci fosse qualcosa di concreto, si potrebbe risolvere: ma siccome non c’è nulla di concreto, non c’è nulla che io possa risolvere o non risolvere. Non posso e basta. Non mi è possibile farlo. Ecco di nuovo il possibile e l’impossibile. Quindi, se mi muovo, il corpo guadagna qualche metro sulla mente. In realtà è una parte del corpo ad avere la meglio su un’altra parte del corpo, che si ferma o si perde o si distrae. L’angoscia sopraggiunge a causa di un eccesso di pensiero. Sopraggiunge nel momento di massima autocoscienza. L’angoscia esistenziale sopraggiunge insieme alla radicalizzazione della domanda sul perché. Se spingo la domanda fino ai principi fondamentali, crollano le ultime certezze. La domanda apre e, quanto più è improduttiva, tanto più rivela i contorni: la cornice che inquadra i valori impiantati in noi, assunti, incorporati, normalizzati, dominanti. 

La domanda infinita sul perché ci apre e ci catapulta in uno stato di perenne possibilità in cui ogni totalità si incrina. Eccesso di pensiero. Nel frattempo, sono ancora fermo: sono qui. Se mi avvio verso la metro non sarò più qui, ma lì. Ovvero, smetto di essere qui per cominciare a essere lì, dove prima non ero nulla. Sono qui sul marciapiede e non sono lì in metropolitana. Un cambiamento: passaggio dall’essere al non essere e dal non essere all’essere. Presenza del nulla. Potenziale presenza del nulla. Perché esista il cambiamento, deve esistere potenzialmente la possibilità del non essere. Platone rifugge dal cambiamento perché capisce che, se c’è cambiamento, c’è morte. Ma si può scappare dalla morte?

Ecco che torna l’angoscia, ma almeno sto scendendo su una scala mobile…

Ma una scala mobile, scende o sale? Io ci sto sopra e sto scendendo, ma lei ruota, gira su se stessa, non ha un inizio né una fine. La gente ci sale sopra e scende oppure sale, la usa per un tragitto lineare, nonostante quello della scala sia un tragitto circolare, eterno. Una madre urla al figlio piccolo di alzare il piede per non rimanere impigliato nella scala mobile. Guardo dietro, cioè verso l’alto, mentre continuo a scendere. Una coppia che si tiene per mano sta salendo. Non appena raggiungo la banchina, la percorro per intero per poi risalire sull’altra scala, di nuovo verso l’alto, verso la zona delle biglietterie. Perché sto risalendo?

C’è qualcosa che mi turba. Riprendo la scala di prima, per ridiscendere verso la banchina. Mi chino e attacco un pezzo di nastro adesivo usato me lo sono ritrovato nel sacchetto che mi hanno dato in farmacia al gradino della scala mobile su cui mi trovo. Quante persone saliranno su questa scala e useranno lo stesso gradino che ho usato io? O peggio ancora, chi saranno le persone che, nel corso dell’intera giornata, avranno calpestato lo stesso gradino? E nel corso del mese, o degli anni? Saremo uniti da qualcosa? Esisterà uno schema? Ci sarà una logica che collegherà tutti quelli che scendono calpestando proprio lo stesso gradino? O tutti quelli che scendono calpestando proprio quel gradino alla stessa ora del giorno? Esisteranno due viaggiatori che hanno lo stesso nome o compiono gli anni lo stesso giorno, o si saranno frugati nel naso proprio nello stesso punto dello stesso tragitto? Esistono degli schemi nelle cose, o si tratta soltanto della nostra insopportabile necessità di mettere tutto in fila e di trovare un qualche tipo di senso minimamente interessante alla solita routine quotidiana, in cui una scala mobile gira e rigira su se stessa, portando e trasportando persone che salgono e scendono, salgono e scendono?

Oggi avevo qualcosa da fare, ma in questo momento non me ne ricordo più. Sono un cacciatore che aspetta la sagoma di colui o colei che verrà a trovarsi nello stesso punto in cui mi trovavo io pochi minuti prima, di tutti coloro che si ritroveranno a usare lo stesso gradino. A dir la verità, io per primo non capisco cosa ci sia di strano, o di eccezionale, che mi spinge a focalizzarmi così tanto su questo dato.

C’è qualcosa che mi turba. Che cos’è questo turbamento? Non posso fare a meno di pensarci. In che senso “non posso fare a meno”? Ho la testa divisa a metà. Posso stare qui, circondato da tutta una serie di congegni che funzionano alla perfezione e che non hanno bisogno di me se non per la mia personale disposizione a utilizzarli; contemporaneamente, posso mettere tutto questo tra parentesi e distogliere lo sguardo, o meglio il pensiero, e interrogarmi sulle fondamenta, cioè sulla cornice che rende possibile il funzionamento di tutto ciò. Vale a dire: posso vivere la mia quotidianità e al tempo stesso metterla in discussione esistenzialmente. Salire e scendere da una scala mobile e interrogarmi sull’essenza stessa del salire, dello scendere, delle scale mobili, dello spazio, dei corpi, delle dimensioni, della percezione, della consapevolezza, dell’essere, del nulla, e così via…

È giovane. È carina. Capelli lunghi, castano chiaro. Cammina sicura, senza tentennamenti. Porta gli occhiali da sole. In una mano stringe alcuni sacchetti e una borsa. Probabilmente ha fatto shopping. Nell’altra mano ha il cellulare, che guarda mentre scende sulla scala mobile. Il gradino è lo stesso, il nastro adesivo lo conferma. La seguo. Che cosa sto cercando? Sono rimasto lì per sei, sette minuti. Per un attimo cerco di ricordare cosa dovevo fare oggi a quest’ora, come mai mi trovavo in avenida Cabildo, da dove venivo, ma non ci riesco. Qualcosa si è interrotto. Ora mi interessa soltanto dimostrare una cosa del tutto irrilevante. Mi trascina. È più forte di me. Mi confonde. La ragazza è arrivata giù ed è sulla banchina. Rifaccio di nuovo tutto il tragitto per tornare a scendere anch’io dallo stesso gradino con la stessa scala mobile. La parola “stesso” mi suona poco convincente e, nel frattempo, non riesco a smettere di osservare la ragazza, che continua a guardare il cellulare mentre aspetta la metro sulla banchina. Una signora per poco non si intrufolava e prendeva il mio posto, ma alla fine sono riuscito a scendere calpestando di nuovo lo stesso gradino. Che cosa sto cercando? Potrei trascorrere l’intera giornata a scendere dallo stesso gradino, creando in questo modo una regolarità, e ne ricaverei solamente una narrazione un po’ più ritmica del passaggio del tempo. Qualcosa non mi torna. Perché sono venuto qui in metropolitana? Per scendere ore e ore dalla stessa scala mobile, dallo stesso gradino, dallo stesso? Sarà davvero sempre lo stesso? Sarà sempre lo stesso, anche se non è sempre lo stesso? Che cosa determina l’identità? Che cos’è l’identità? Esiste?

Nel Cratilo, Platone fa dire a Socrate che «Eraclito dice da qualche parte che “tutte le cose si muovono e nulla permane” e, paragonando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che “non puoi entrare due volte nello stesso fiume”». Il Cratilo è un dialogo platonico in cui ci si interroga sull’origine delle parole. In particolare, la discussione si dà a partire da una duplice istanza: il linguaggio ha un’origine naturale oppure convenzionale? In altre parole, o il linguaggio esprime l’essenza delle cose, oppure è una costruzione culturale.

Il Socrate platonico scredita entrambe le tesi mettendo innanzitutto in dubbio il ruolo di mediazione della parola: il linguaggio non potrà mai permetterci di accedere alla vera natura della realtà, in quanto in un modo o nell’altro la distorce. Il reale stesso deve essere accessibile in se stesso. L’assoluto si può conoscere soltanto in modo assoluto: la parola è sempre imperfetta.

La citazione contenuta nel Cratilo è forse la formulazione più simile alla frase «non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume». La più simile e anche la più diffusa. Altrettanto diffusa è la prima parte della citazione: tutto è in movimento, o tutto passa, o tutto scorre, e nulla è immobile, nulla rimane fermo, attenendosi così a una prima lettura del pensiero di Eraclito che lo associa direttamente all’idea dell’eterno mutamento. In effetti, nei frammenti eraclitei più attendibili l’idea è abbastanza simile, sebbene con qualche leggera differenza che attenua la risolutezza con cui l’aggettivo “eracliteo” si è diffuso come sinonimo del concetto di natura effimera.

Il «tutto scorre», abbinato all’immagine del fiume, ha fatto di Eraclito attraverso la mediazione di Platone e Aristotele il filosofo del mutamento, della transitorietà, della provvisorietà, della contingenza, del divenire. Ma, soprattutto, dell’impossibilità di un’autentica conoscenza. Se tutto cambia è impossibile giustificare un vero sapere, in quanto secondo Platone la conoscenza, per essere esatta e certa, non può avere come oggetto qualcosa che è in continuo mutamento. Un’autentica conoscenza si può riferire soltanto a una realtà assoluta. Il problema è che in questo mondo, il nostro mondo, stando a Eraclito tutto sembra essere soggetto al perenne divenire. Esiste qualcosa che non cambi, in questo mondo? La risposta di Platone è netta: no. E quindi, questo nostro mondo non è reale. In altre parole, Platone postula l’esistenza di un mondo che non ha niente in comune con il nostro in quanto, altrimenti, sarebbe condannato al cambiamento. Un mondo che non cambia è l’unico mondo che può essere reale: esiste, ma non è il nostro…

Eraclito, di conseguenza, sempre più spesso viene associato all’idea del divenire assoluto, come se alla realtà fosse sempre precluso qualsiasi tipo di principio stabile, di origine o di fine, di immutabilità. Tale divenire assoluto aprirebbe l’universo alla più assoluta contingenza: un mondo che, in uno stato di perenne mutamento, renderebbe impossibile ogni tipo di sollievo, ogni minima pace.

Una concezione tradizionale associa la tranquillità spirituale alla garanzia di stabilità, di ordine, di totalità, come se un universo chiuso ci offrisse la possibilità di raggiungere la sua verità e, con ciò, di possedere la conoscenza necessaria per mitigare ogni angoscia. Un’altra concezione tradizionale associa quell’angoscia all’incertezza, allo stato di possibilità che non arriva mai a realizzarsi del tutto, lasciando sempre qualcosa di aperto. Ciò che rimane aperto angoscia, ma anche ciò che è chiuso angoscia. L’eventualità che non esistano altre possibilità non è forse angosciante? Tanto lo stato di possibilità quanto lo stato di impossibilità generano angoscia. Ma l’impossibilità non è anch’essa una possibilità? E se lo fosse, smetterebbe di essere un’impossibilità? Esisterà qualche altra interpretazione della frase di Eraclito?

Non si scende mai due volte dallo stesso gradino della stessa scala mobile. Ma il gradino è lo stesso! C’è incollato sopra il nastro adesivo! Si può o non si può? Alla fine è tutta una questione di accento. Dipende dalla definizione che si dà del cambiamento, da dove si mette l’accento nel definire il cambiamento. Il cambiamento è, come dicevamo prima, una questione di passaggio da un punto a un altro, oppure il cambiamento è il passaggio in sé e i due punti non sono altro che costruzioni provenienti da un’unica cosa (una cosa, o quel che è) in perenne divenire? 

Se il cambiamento è un transito tra due momenti, allora ciascuno di questi momenti può rivendicare una propria permanenza fuori dal tempo, fuori dal cambiamento. Come se il cambiamento fosse una proprietà secondaria, accidentale, che le cose possiedono per relazionarsi tra loro. Come se la realtà fosse un insieme di situazioni statiche, ferme, che in determinati intervalli di tempo (i secondi, i millesimi di secondo) iniziano a legarsi tra loro. Ora mi trovo di nuovo qui, ai piedi di questa scala mobile. Sotto c’è la ragazza con il cellulare. Due momenti, due situazioni sottratte al cambiamento, immobili come due istantanee. Ebbene, il fatto che io mi diriga verso il punto in cui si trova la ragazza, scendendo con la scala mobile, motiverebbe il cambiamento, che avrebbe un’origine e una fine, che a sua volta diventerebbe l’origine di un altro cambiamento, e così via.

Due adolescenti mi guardano e ridono. Immagino si divertano a vedermi salire e scendere continuamente. Mi sento in imbarazzo. Ridono del mio comportamento. Indubbiamente, visto da fuori, può risultare come minimo bizzarro. Perché una persona sale e scende dalla stessa scala mobile senza fermarsi? Sembra un gioco e il gioco, estrapolato dal suo contesto, risulta ridicolo. Ma se dovessimo applicare la stessa logica, allora non si capisce perché a nessuno sembri strano salire e scendere tutti i santi giorni dalla stessa scala mobile e infilarsi tutti i santi giorni in una scatola di metallo che attraversa sottoterra la città, per andare a svolgere un’attività ripetitiva che dovrebbe darci un senso che in realtà non ci dà, visto che in generale la maggior parte di noi non fa un lavoro che ci faccia sentire realizzati bensì una cosa qualunque che permetta di percepire un modesto salario che, legalmente, ci viene propinato come la giusta retribuzione per ciò che facciamo, che non è mai il lavoro che avremmo voluto fare. È un discorso più astratto, me ne rendo conto, ma intanto ecco che arriva la metro. Volevo dire qualcosa alla ragazza, non so esattamente cosa. Qualcosa sugli schemi, sul tempo, qualcosa a metà strada tra la logica e la magia. I ragazzini mi hanno distratto. Non si riesce a fare tutto. Ecco di nuovo l’angoscia di fronte a quel “volevo dire qualcosa” o a quel “non so esattamente cosa”. Se ne sono andati via tutti, a bordo della stessa metro, mentre io ricomincio di nuovo a scendere sullo stesso gradino che non è lo stesso, anche se lo è.

Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume perché l’acqua è ogni volta diversa e, se torno a immergermi nel fiume, a bagnarmi non sarà la stessa acqua di prima perché l’acqua scorre in una sola direzione, senza ritorno. A meno che il fiume non sia una scala mobile, certo. A meno, cioé, che le acque del fiume confluissero in un mare e, per un ordine scientifico sinora ignoto, tornassero al punto di partenza del fiume, dando vita a un eterno ritorno delle acque, o del gradino. Tuttavia, stiamo parlando per ora solo di un’ipotesi metafisica, anche un bel po’ azzardata. Un’ipotesi che, come tutto ciò che è metafisico, va oltre il campo della scienza o per lo meno dei modi in cui la scienza racconta se stessa, dal momento che basta approfondire leggermente i presupposti su cui si fonda il discorso scientifico per trovare molta più metafisica di quanto non immaginiamo. 

L’acqua non torna indietro. O almeno, a tornare non è la stessa acqua. Però potrebbe piovere e potrebbe darsi il caso che proprio l’acqua che ha toccato il nostro corpo quando ci siamo fatti il bagno sia quella che è evaporata, si è trasformata in nuvola e, in un gioco di incredibili casualità, è ricaduta sotto forma di pioggia esattamente nel momento in cui, il giorno dopo, ci siamo immersi nel fiume. Potrebbe. Un possibile che in questo caso confina ampiamente con l’impossibile. Ma il testo di Eraclito sembra non lasciare spazio a dubbi; o per lo meno il testo di Platone che rimanda a un presunto testo o a una testimonianza di Eraclito. Nel dialogo platonico del Cratilo è il personaggio di Socrate ad affermare che «da qualche parte» Eraclito ha detto. Questa formulazione incuriosisce. In quale luogo? Che cosa ha detto Eraclito? Ha detto proprio che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume? Cosa intendeva? Che il fiume si identifica nelle sue acque e per questo non è mai lo stesso? Oppure che, anche se le acque non sono le stesse, si tratta sempre dello stesso fiume? E di chi sta parlando? Della realtà, delle cose, degli esseri umani, del mondo vivente? Nel Cratilo Platone dice «paragonando gli esseri alla corrente di un fiume». Quali esseri? Ce n’è più di uno? L’essere non è uno solo? E se è soltanto uno, come potrebbe cambiare? Cosa potrebbe diventare? Ma quindi, il cambiamento esiste?


Dario Sztajnszrajber è professore di Filosofia all’Università di Buenos Aires e uno dei divulgatori filosofici più celebri del Sud America. Oltre a dedicarsi al teatro, conduce il programma televisivo Mentira la verdade e la trasmissione radiofonica Demasiado humano. Tra i suoi libri, ¿Para que sirve la filosofía? (Editorial Planeta, 2013) e Filosofía a martillazos (Editorial Ariel, 2019), pubblicato in Italia per Edizioni Tlon.

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