L’importanza di Perfect Blue



ll capolavoro di Satoshi Kon è più attuale che mai. Non solo per il suo valore artistico, ma anche per quello sociale. Perché racconta un’epoca, ma ne anticipa un’altra.


In copertina e lungo il testo frame dall’anime

 

di Diego De Angelis

Perfect Blue, il capolavoro e debutto registico di Satoshi Kon – autore fine, colto, visionario e prematuramente scomparso – arriva per la prima volta al cinema in Italia quasi trent’anni dopo la sua uscita originale. Il film sarà restaurato in 4K, verrà proiettato per tre giorni, dal 22 al 24 Aprile, da Nexo Digital. E per poterne parlare bisogna viaggiare indietro nel tempo.

All’alba del 17 Gennaio del 1995 un terremoto colpì la prefettura di Hȳogo, con epicentro vicino la città di Kobe. 

Morirono quasi cinque mila persone e i danni furono ingenti. Il governo non seppe reagire con prontezza alla crisi, un fatto che scatenò sfiducia da parte della popolazione (e che addirittura si dovette affidare alla yakuza, la celebre “mafia giapponese” per farsi aiutare).

Satoshi Kon era un promettente scrittore e mangaka (il suo fumetto, Toriko, ambientato in un mondo distopico, gli aveva aperto le porte a un’amicizia e a collaborazioni con Katsuhiro Otomo, il creatore di Akira) che si stava occupando della trasposizione di un romanzo, Perfect Blue: Complete Metamorphosis (Pāfekuto Burū: Kanzen Hentai) di Yoshikazu Takeuchi.

Inizialmente la trasposizione sarebbe dovuta essere un live action, con attori in carne e ossa. Ma tutti i teatri di posa della Rex Entertainment, azienda che si occupava della produzione, erano inagibili a causa del sisma. Da qui la scelta obbligatoria: Perfect Blue sarebbe diventato un anime.

Kon non aveva letto il romanzo originale ma gli era stata consegnata una sintesi della trama, che non lo colpì particolarmente. Tuttavia, dopo aver parlato con l’autore del romanzo e il produttore, gli fu permesso di apportare modifiche alla storia. La scelta del titolo, “Perfect Blue”, è rimasta invariata dal romanzo, nonostante le modifiche significative apportate alla storia, e Kon ha ammesso di non aver mai fornito una spiegazione precisa sul suo significato.

Perfect Blue parla di Mima Kirigoe, una ragazza che decide di abbandonare il suo percorso da celebre Idol e cantante j-pop – all’interno di un terzetto, chiamato Cham – per diventare un’attrice televisiva: una scelta professionale che mette in crisi i suoi fan; nello specifico uno di loro, così ossessionato da diventarne stalker.

Man mano che Mima si immerge nel mondo della recitazione scopre che la realtà dello spettacolo è ben lontana dall’immagine luccicante del mondo delle Idol. Il suo ruolo in una serie televisiva drammatica comporta scene che mettono alla prova la sua immagine pubblica e la sua autostima, esacerbando il distacco tra la sua identità pubblica e quella privata. Questo, combinato con le pressioni esterne e gli attacchi sempre più inquietanti e personali dello stalker, inizia a erodere la sua percezione della realtà.

Alla storia si aggiungono elementi macabri, di persone, vicine alla vita di Mima, che muoiono in circostanze misteriose e che mettono in seria crisi la fragile psiche della protagonista.

Satoshi Kon, che ha fatto un film sull’instabilità, basato su quanto fosse labile discernere mondo vero o finzione, guarda alla confusione e al disordine del suo presente storico.

Le intuizioni di Kon sono figlie del proprio tempo, nello specifico della grave crisi sociale ed economica che colpì il Giappone, il cosiddetto decennio perduto. La recessione arrivò in concomitanza con una serie di eventi nefasti, come il già citato terremoto, ma anche fatti memorabili che di quegli anni ne restituiscono un’atmosfera cupa. Ad esempio ci fu il caso dell’Aum Shinrikyō, una setta di ispirazione buddista che, sempre nel 1995, organizzò un attacco terroristico con il gas nervino nella stazione della metro di Tokyo. Pochi anni prima, nel 1989, il Giappone ebbe il suo primo, notorio, serial killer: Tsutomu Miyazaki, conosciuto come il killer otaku. Protagonista di azioni indescrivibili (che riguardano la mutilazione di bambini, tra le varie cose) era appassionato di manga e film horror. 

La crisi psicologica del popolo giapponese pesava anche sulla statistica per i numeri dei suicidi: ad Aokigahara, la foresta dei suicidi, negli anni ‘90 il numero dei corpi ritrovati dalle autorità era quasi il doppio rispetto a un paio di decenni prima.

A livello politico la situazione era imbarazzante, con dieci primi ministri diversi in dieci anni e anche più governi. 

Da questa nazione in crisi con sé stessa una generazione di creativi se ne uscì con una stagione artisticamente inarrivabile: nella scrittura, come Tokyo Soup di Ryu Murakami; nei videogiochi, come Silent Hill o Final Fantasy VII; al cinema, di Kiyoshi Kurosawa (Cure) o Takashi Miike (Audition). Storie che parlano di disagio, confusione, alterità, solitudine o repressione.

E poi chiaramente c’era il cinema d’animazione e su quello possono bastare le parole di Akira Kurosawa, secondo cui gli eredi della tradizione classica giapponese erano gli autori di cartoni animati, come il già citato Otomo o le opere di Studio Ghibli.

Perfect Blue è un diamante, che brilla da qualsiasi punto di vista lo si guardi. Perché è un’opera che abbraccia tutta la passione cinefila del suo creatore, tuttavia anche la rappresentazione della realtà di quegli anni. È sia un’allucinazione che una cronaca del reale, in un binomio che tutto sommato Kon si porterà appresso per tutta la sua carriera.

In questo gioco di illusioni il regista sperimenta quello che diventerà la sua firma più riconoscibile, il modo in cui fa le transizioni, in cui le ellissi temporali avvengono nella trasformazione della scena tramite il corpo della protagonista: Mima che guarda l’orizzonte dai finestrini del treno e, tramite il movimento della sua mano, la scena diventa un palcoscenico musicale; o una ripresa di un particolare del suo corpo che corre per una strada di Tokyo e che durante la corsa fa uno slancio buttandosi nel letto di camera. È un cinema che si fluidifica nel montaggio, che scorre come un flusso di coscienza.

La cinefilia di Kon ha attraversato tutto il suo percorso d’autore – Millennium Actress è a tutti gli effetti un grande omaggio al cinema classico giapponese. Ma sono tante le influenze che vengono da fuori: due su tutte, David Lynch e Alfred Hitchcock. L’idea di una visione estranea, che perquisisce lo schermo, e la cui presenza incombe tramite escamotage sonori o musicali ripercorre l’invenzione terrorizzante di Psycho e della scena della doccia, e in Perfect Blue riveduta con una scena in un ascensore di un garage.

Il modo in cui Kon gestisce il volume, entrata in scena o dissolvenza delle musiche sarà solo uno di quegli elementi che lo renderà a sua volta ispiratore per una generazione successiva di registi. Come Christopher Nolan (Inception condivide tanto di Paprika) o Darren Aronofsky, che riprese passo-passo una scena del film in Requiem for a dream

Il world wide web, in Perfect Blue, non è ancora il cloud pervasivo e nel quale noi (e con noi intendo cittadini di una certa parte del mondo) siamo perennemente acceduti, nel quale riproponiamo, più volte, e a seconda del social diverso, la migliore versione di noi stessi. Nel film l’internet è ancora un qualcosa di esoterico, un regno dell’anonimato, un oggetto estraneo e pericoloso. Le scene in cui Mima scopre che esiste un sito, “La stanza di Mima”, in cui qualcuno descrive minuziosamente la sua vita, ricordano in qualche modo le chiamate al telefono tra il protagonista Fred Madison e il Mistery Man (il terrorizzante Robert Blake) di Strade Perdute. Ma in entrambi i casi sono una tecnologia che utilizzano per trattare temi identitari, di rapporto tra realtà e finzione/visione o per elevare il livello di paranoia del protagonista e di confusione nel chi guarda.

Perfect Blue è anche un racconto sul fanatismo per il corpo della ragazza giovane, una tematica nota nella società giapponese. Forse è l’elemento del film che in un certo senso fu proprio un presagio sul futuro o, meglio ancora, è proprio la pressione sul proprio corpo, su quella sociale, sull’autopercezione di sé. Il mondo delle Idol da noi è diventato famoso qualche anno dopo, ed oggi se c’è un pop dell’Asia che piace, più di quello J, è il K-pop, quello coreano.

Quello del K-pop è un mondo dove non solo c’è una pressione estenuante dovuta alle intensive lezioni di canto o danza; ma anche pressioni estetiche, un’ossessione nota su quella società coreana; contratti vincolati e orari di lavoro intensi; le aspettative dei fan, che scrutano e desiderano l’intimità dei loro idoli; la competizione; le molestie. Se ne parla spesso e negli ultimi anni sono successe cose salite agli onori della cronaca internazionale, come il suicidio di Jong-yiun (cantante della boyband Shinee) nel 2017, ma non è l’unico.

Satoshi Kon è morto nel 2010, a 48 anni, per via di un cancro al pancreas. Le sue opere oggi sono ancora più belle di ieri, non solo perché l’arte di Kon non può invecchiare, ma sembra ci sia qualcosa di profetico, che parla dei nostri tempi. Perfect Blue fu solo l’inizio del suo viaggio cinematografico, che culminò con l’iper sogno di Paprika.

E se si avesse voglia e tempo, fuori dalla cornice cinematografica il lavoro di Kon non fu da meno: Paranoia Agent è una serie d’animazione che non ha eguali per autorialità, mentre La stirpe della sirena è un fumetto che ogni lettore di manga dovrebbe recuperare.


Diego De Angelis fa il programmatore informatico e da anni scrive sul web. E’ nella redazione di Singola e ha collaborato con Vice, Esquire e UltimoUomo, occupandosi di cultura e arti.
 
 

2 comments on “L’importanza di Perfect Blue

  1. MasterWeeb

    Satoshi Kon avrebbe scritto Toriko? Da dove è stata presa questa informazione?
    L’autore di Toriko è Mitsutoshi Shimabukuro, vi prego di correggere. Un’imprecisione così facile da controllare e correggere fa perdere credibilità all’intero articolo.

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