L’impronta



Quel boschetto odoroso di resina poteva essere una buona tana. Sulla terra, però, fra gli aghi degli abeti, c’erano i segni di quello strano serpente lunghissimo e zigrinato, che viaggiava sempre in coppia perfettamente parallelo. Poi la lupa sfoderò le zanne e piantò le zampe anteriori. Un orso caracollava silenzioso fra i tronchi”.


In copertina un’opera prodotta con l’ia midjourney

di Andrea Cassini

Il lupo nero vide con gli occhi un cervo solitario, alto e cornuto. La lupa grigia lo vide con il naso. Una scia frastagliata di cespuglio in cespuglio. Il lupo nero drizzò le orecchie, sgranò gli occhi. La lupa grigia spazzolò la terra con il muso, fiutò l’odore, immaginò un movimento e una direzione. Si trovavano nella zona più fredda dell’Impronta, la conca dell’Alluce. Una notte di caccia. Si scambiarono un’alzata di coda. Partirono insieme all’inseguimento. Il cervo scompariva e riappariva tra i fusti attorcigliati dei faggi. Risalì una ripida parete di roccia, di cengia in cengia. La lupa grigia chinò il muso, ma la pietra asciutta non parlava al naso bagnato. Occorreva cercare altri segni. Una slavina di sassolini smossi. Un ramoscello spezzato. La scia appariva di nuovo alla vista. Più avanti, all’imbocco di una macchia di robinie, un aculeo del legno aveva strappato un ciuffo di pelo bianco. Ma poi, due sentieri biforcati. La salita aveva rallentato i lupi, il cervo era troppo lontano. Occorreva immaginare un’altra mente.  Se fossi il cervo, io, qui, adesso, prenderei questo sentiero anziché l’altro E così il lupo nero fece. La corsa lo lanciò in discesa, verso il fondo dell’Alluce, verso i bordi bassi dell’Impronta. La lupa grigia lo affiancò e lo superò, con il naso vedeva nuovamente una scia nell’aria, l’odore del cervo.  Poi l’aria cambiò. Un vento rovente cancellò gli odori, spargendo sopra di essi un velo di fumo. La lupa grigia arricciò il naso e snudò i denti. Il lupo nero drizzò il pelo sulla schiena, poi mise la coda fra le zampe e si leccò le labbra. Un’alba rossa bruciava all’orizzonte. Ma non era da quella parte che sorgeva il sole. Non era di notte che sorgeva il sole. Il lupo nero lo sapeva, non cacciava più di giorno perché insieme al sole arrivavano i fantasmi. Strusciò il muso sulla lupa grigia e lei gli leccò il naso. Un sole era caduto sul bosco e stava bruciando gli alberi, ruggendo. Il legno si rompeva con il suono di ossa spezzate fra i denti, rovesciato sulla terra scura come lo scheletro di un’enorme preda. Il lupo nero si sentì pizzicare il pelo. Come quando si sdraiava in una radura nelle mattine d’estate, ma molto più forte. Il vento frullava e gli riempiva il naso di un sapore acre. C’era odore di  carni marcite. La lupa grigia guaì, insieme strizzarono gli occhi e il naso, corsero via ciechi dalla conca. Il cervo li occhieggiava spaurito, intrappolato fra i tronchi cigolanti.  

*

  Il lupo nero e la lupa grigia erano in marcia verso il Tarso. Con loro c’era il cucciolo, l’unico rimasto dalla cucciolata dell’ultima primavera. Stavano spostando la tana perché nei dintorni dell’Alluce non c’era più acqua. I torrenti erano secchi. Gli acquitrini erano fanghiglia punteggiata da canne. Ma nel Tarso, forse, più vicino al bordo dell’orizzonte, sarebbe colato giù qualche rivolo di pioggia. Al crepuscolo, il branco percorse una strada battuta dove allungare lo sguardo, la lupa in testa, il cucciolo al centro, il lupo in coda. Passarono accanto a una fila di istrici, nei loro cunicoli fra le matasse di rovi, a  un pugno di caprioli che zampettavano tagliando i pendii in diagonale, a un manipolo di cinghiali che si strappavano un sentiero tra gli arbusti. Sul finire del viaggio il cucciolo rallentò. Occorreva fare una pausa. La lupa grigia chinò il muso, saggiò il terreno e decise che era buono. Quel boschetto odoroso di resina poteva essere una buona tana. Sulla terra, però, fra gli aghi degli abeti, c’erano i segni di quello strano serpente lunghissimo e zigrinato, che viaggiava sempre in coppia perfettamente parallelo. Poi la lupa sfoderò le zanne e piantò le zampe anteriori. Un orso caracollava silenzioso fra i tronchi. I due lupi scattarono avanti, poi si fermarono. L’orso non aveva odore, come se sotto la pelle grassa non ci fosse più carne. Gli occhi, piccolissimi, sembravano beccati da un corvo. Quando l’orso girò i fianchi per cambiare direzione, i lupi videro le ossa del bacino spuntare sotto la pelliccia. Videro file di felci ancora chiuse a spirale, ma già ingiallite. Capirono che nemmeno lì al Tarso c’era l’acqua. Il cucciolo non si era accorto di niente. Giocava lanciandosi in aria un’arvicola rinsecchita e riacchiappandola fra le zampe. Quando si fu stufato, la addentò, e fece un suono croccante. Il lupo nero immaginò il cucciolo grasso e forte, che lo accompagnava nella caccia, si cibava della preda, riportava la carne alla tana e la rigurgitava per i nuovi cuccioli. Poi immaginò il cucciolo morto, come tutti gli altri. Dobbiamo salire sopra l’orizzonte e uscire dall’Impronta. Anche se ci sono i fantasmi La lupa grigia gli porse una zampa e lui la leccò. Poi abbassò il muso e guardò l’orma di lei sul terreno morbido: nei solchi dei polpastrelli c’era un brulicare di formiche, puntini neri che parevano muoversi senza una ragione. Rialzò il muso, e sopra le fronde degli alberi vide planare un uccello. Ripensò a quell’enorme uccello giallo e chiassoso che volava senza sbattere le ali, che una volta gli aveva scagliato addosso dei sassi velocissimi.  Tu che vedi il mondo da lassù, cosa c’è fuori da qui? Tante altre cose, ma anche tante altre Impronte.  

*

  Il fantasma si era portato via la lupa grigia e il lupo nero girava in cerchio. Cercava tracce e ombre nella notte. Erano andati al Mignolo, per scavalcare l’orizzonte nel punto in cui era più basso, ma intorno al Mignolo correva un sentiero di pietra liscia e nera. Erano arrivati due enormi occhi bianchi e un corpo lucido tutto spigoli, che ruggiva mentre correva. La lupa grigia aveva guaito e poi non c’era più.  Il lupo nero saltò sul sentiero di pietra, vi incollò il muso, ma la pietra non aveva ricordi, non raccontava niente al suo naso. Abbagliato da quegli occhi bianchi, il lupo aveva perso di vista la lupa grigia, e senza segni non riusciva a immaginarla. Era per quello che aveva paura dei fantasmi. Erano animali che non ricordavano il proprio passaggio e non sapevano parlare. Erano animali a cui mancava qualcosa. Allora si sedette lì in mezzo e ululò.  Lei mi risponderà, dovunque sia Ululò ancora, ma lei non rispose. Così il lupo nero tornò nel bosco e s’incamminò insieme al cucciolo, che lo aspettava. L’avrebbero cercata, un’orma dietro l’altra. Trovarono invece un’altra impronta. Era simile nella forma all’Impronta in cui vivevano loro, ma molto più piccola. La scia di orme era facile da seguire. In fondo, i due lupi incontrarono un piccolo animale, tenero e bianco come un cucciolo, che stava su due zampe come un uccello ma ne aveva altre due in cima, che penzolavano dal corpo sotto una testa molto grossa. Il lupo nero capì che era un animale e non un fantasma, perché parlava e ricordava. Un buffo animale verticale.  Dovete passare dal Tallone per uscire dall’Impronta. Non possiamo, lì l’orizzonte è troppo alto. Vi tirerò su io. S’incamminarono insieme nella notte, e il lupo nero vide che sceglievano gli stessi sentieri. Quando l’animale verticale si stancò, il lupo se lo fece salire in groppa mentre il cucciolo li seguiva curioso. Superando una distesa di erba alta che si piegava disegnando due scie al loro passaggio, raggiunsero  il bordo più alto dell’orizzonte, il muro del Tallone. L’animale verticale scese di groppa, e non ebbe difficoltà ad arrampicarsi sull’orizzonte. Il lupo nero spinse il cucciolo con un colpo di muso. Lui uggiolava, non si avvicinava alla parete, ma poi si lasciò prendere sotto le ascelle e tirare su. Vieni, adesso prendo anche te Il lupo nero si girò, mostrando la coda ritta. Puntò il muso alla luna e strizzò gli occhi, fiutando forte. Immaginò la lupa grigia ferita. Poi immaginò di trovarla, leccarle la zampa e guarirla, accucciarsi insieme a dormire sotto un abete. Immaginò la sua orma con le formiche che vi abitavano dentro. Si chiese se quelle creature così piccole fossero capaci di essere felici o tristi, di distinguere fra la morte e la mancanza di qualcuno. Si chiese se lui ne fosse capace. Allora si sedette e cominciò a ululare.  Lei mi risponderà, dovunque sia.


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere). “Non tutto il male” (Effequ) è il suo primo romanzo

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