L’incredibile storia del fosforo



Un sasso raccolto sulle rive del Mar Baltico scatena un viaggio inaspettato nella storia e nella scienza per Gerd Simanski, pensionato appassionato di beachcombing. Dalla scoperta accidentale del fosforo puro alle sue drammatiche conseguenze, una riflessione su come un piccolo oggetto possa rivelare legami profondi con la storia umana e la natura.


In copertina: Figure at Night Guided by the Phosphorescent Tracks of Snails, di Joan Miro

Questo articolo è un estratto da L’elemento del diavolo di Dan Egan, pubblicato da Aboca edizione. Ringraziamo l’autore e Aboca per la collaborazione.


di Dan Egan

Poco più di dieci anni fa un pensionato tedesco ed ex direttore di un grande magazzino, Gerd Simanski, dopo aver comprato con la moglie una graziosa casa di villeggiatura in mattoni, in un minuscolo villaggio non lontano dal mar Baltico, si dedicò a un hobby inconsueto: il beachcombing (consistente nel cercare oggetti lungo la spiaggia scavando nella sabbia, N.d.T.). In particolare, Simanski amava andare a caccia dei resti fossilizzati delle belemniti, predatori simili a calamari che sfrecciavano attraverso i mari del Giurassico aspirando l’acqua e poi sparandola fuori da un tubo posizionato vicino alla loro bocca in una maniera che li faceva saettare all’indietro.

A Simanski piaceva perlustrare la spiaggia alla ricerca di pepite d’ambra e di creature marine fossilizzate, perché in qualche modo gli risollevava l’umore riflettere su quanto gli esseri umani siano insignificanti sul palcoscenico della storia del pianeta. All’inizio, quando lui e sua moglie stavano valutando l’acquisto di un immobile in cui trasferirsi dopo la pensione, spesso gli veniva detto che gli edifici di nuova costruzione hanno una “garanzia a vita”, in realtà della durata di trent’anni. I suoi folti baffi si inarcano e gli si corrugano i bordi degli occhi quando con una risata ironica mi spiegava che il fossile di belemnite che mi ha ppena messo in mano esiste da decine di milioni di anni. Per Simanski il beachcombing era un’attività così rilassante che usciva da solo, stando all’aperto per ore e ore e con qualsiasi condizione meteorologica, anche nella piovigginosa e gelida mattina del 13 gennaio 2014, quando si mise la giacca invernale, prese le chiavi dell’auto e disse alla moglie che sarebbe tornato per pranzo, entro un paio d’ore.

Quel giorno Simanski era da solo sulla battigia e procedeva a passo lento, con gli occhi bassi, sulla distesa di rocce strette tra le lingue delle onde pigre e vitree del Baltico e una scogliera alta una decina di metri, quando scorse quello che pensava fosse un pezzo di guscio fossilizzato di ostrica più o meno delle dimensioni di un quarto di dollaro. Pur non ritenendo che quella pietra tendente all’arancione fosse un reperto di valore, pensò che valesse la pena di portarla a casa per mostrarla alla moglie. Così il sessantottenne si chinò, la raccolse e se la infilò nella tasca dei pantaloni. Poi continuò il suo giro, guardandosi attorno in cerca di qualcosa di un po’ più interessante.

Dopo circa dieci minuti Simanski sentì uno schiocco e una fitta dolorosa vicino all’anca, e quando abbassò lo sguardo vide delle fiamme gialle sprigionarsi dalla sua gamba sinistra. “Era come se mi stesse uscendo un fulmine dai jeans. Una specie di lampo”, mi racconta Simanski, che inizialmente era più perplesso che spaventato. “Fa freddo. Piove. Per terra è bagnato. Mi chiedo: da dove può venire questo lampo? Non fumo. Non ho un accendino. È impossibile”.18

Lo sconcerto si trasformò in terrore quando Simanski infilò la mano in tasca per spegnere il fuoco – qualunque fosse la cosa che lo stava provocando – ma al tatto non avvertì altro che una sostanza viscosa che aveva la consistenza del cioccolato fuso. Quando tirò fuori la mano dalla tasca, i polpastrelli erano tutti ricoperti da quella roba appiccicosa e fiammeggianti come una candela.

Simanski gridò aiuto e intanto guardava le fiamme che gli avevano bruciato la pelle della coscia iniziare a sciogliere il sottostante grasso giallo pallido “come bacon sfrigolante”. Urlò a un pescatore solitario lungo la spiaggia di chiamare un’ambulanza e poi si diresse istintivamente verso l’acqua. Una volta tuffatosi nel mare gelido le fiamme si spensero, e Simanski, temendo che il fuoco si sarebbe riacceso se avesse messo piede a riva, rimase tra le onde per quasi mezz’ora in attesa dei soccorsi, tremante, bruciacchiato e sotto shock.

Quando finalmente due agenti di polizia arrivarono e lo portarono a riva, videro la carne della sua coscia annerita come quella di un pollo stracotto alla griglia: uno spettacolo così raccapricciante che entrambi dovettero prendersi qualche giorno di assenza dal lavoro. Si parlò di chiamare l’elisoccorso, che tuttavia non fu inviato per paura che le misteriose fiamme ricomparissero durante il tragitto e facessero precipitare il velivolo. I paramedici – che alla fine arrivarono in ambulanza – tagliarono quel che restava dei jeans di Simanski, lo avvolsero in una coperta e sgommarono via verso il pronto soccorso. Anche loro erano talmente scossi dalla visione di tutta quella carne abbrustolita che non riuscirono a trovare una vena per somministrargli la morfina mentre l’ambulanza rombava su rotabili più strette di un vialetto di periferia americano.

Simanski avrebbe trascorso la maggior parte dei due mesi successivi in ospedale a guarire dalle ustioni che coprivano un terzo del suo corpo. Oggi è guarito quasi del tutto, ma continua a essere affetto da dolore cronico e per dormire deve prendere delle pillole. Il danno alla gamba sinistra è stato così grave che la pelle innestata che la tiene insieme è piena di solchi e ruvida come la corteccia di un albero.

Simanski non si capacita ancora di quanto gli sia successo dopo aver raccolto quella pietra fredda e bagnata. “Era solo un sasso”, dice. “Un piccolo sasso. Un sasso molto, molto piccolo”.

Non si trattò di un incidente isolato, e i sassolini esplosivi che Simanski e altri frequentatori delle spiagge del Baltico hanno trovato in anni recenti non sono né rocce né fossili. Molte delle pepite dorate o arancioni recuperate sulla spiaggia e sulle rive del vicino fiume Elba assomigliano in modo sorprendente all’ambra, cioè a quei pezzi di resina d’albero fossilizzati per i quali la regione baltica è famosa. Ma non sono pietre preziose. Sono, in realtà, frammenti di una delle sostanze più pericolose che si possano trovare sulla tavola periodica: il fosforo elementare.

Questi frammenti di fosforo puro non appartengono al mondo naturale, perlomeno non più di quanto gli appartenga una vaschetta di polistirolo. Questo perché nel loro stato naturale gli atomi di fosforo si legano con atomi di ossigeno creando vari composti noti come fosfati: molecole che sono essenziali per ogni forma di vita sulla Terra. I fosfati sono una componente fondamentale del DNA. Contribuiscono ad alimentare le reazioni chimiche che rilasciano energia a livello cellulare. Sono gli elementi costitutivi delle pareti e delle membrane cellulari e svolgono un ruolo essenziale nel trasformare la luce solare in vegetazione. I fosfati, in poche parole, portano la vita su un pianeta che altrimenti sarebbe una roccia fredda e morta.

Ma quando gli atomi di fosforo si sbarazzano in qualche modo dei loro legami con gli atomi di ossigeno, spesso si tratta solo di una situazione temporanea, che in genere termina in modo esplosivo. Perché una pepita di fosforo puro si infiammi è sufficiente che si riscaldi di poco al di sopra della temperatura ambiente.

Le pepite di fosforo elementare sono anzi così innaturali che dietro ognuna di quelle emerse negli ultimi anni sulle spiagge e sulle rive dei fiumi della Germania settentrionale c’è una storia: una storia interamente costellata di impronte umane.

Per capire come questi ciottoli siano giunti fin lì è necessario fare un passo indietro nel tempo, di poco più di sette decenni, per la precisione.

Il 21 luglio 1943, Hans Nossack, commerciante di caffè e scrittore part-time, lasciò la sua casa di Amburgo per una vacanza di due settimane: vacanza dal lavoro ma anche dalla guerra che infuriava ormai da quattro anni. Il cottage che aveva preso in affitto distava 25 chilometri buoni dai confini della città di Amburgo, ma tre notti dopo il loro arrivo lui e sua moglie furono svegliati nel sonno da una sirena antiaerea che avvertiva di un attacco alla città. “Balzai su e corsi fuori a piedi scalzi, dentro quel rumore che si levava come un peso opprimente tra le limpide costellazioni e la terra scura, un rumore che non era né qui né là, ma tutto intorno nello spazio”, ricorderà Nossack poche settimane più tardi. “Era il rombo di 1.800 apparecchi che si avvicinavano ad Amburgo da sud ad altezze inimmaginabili”.

Il piano per scatenare il fragoroso sciame di bombardieri sul polo industriale settentrionale della Germania era stato messo in atto dal primo ministro Winston Churchill e dal presidente Franklin Delano Roosevelt in un incontro segreto tenutosi nel 1943 in Nord Africa. I due avevano dato ordine ai loro capi militari di non risparmiare niente e nessuno nel futuro bombardamento aereo delle città tedesche. Il primo obiettivo della direttiva di Casablanca, che consta di una sola pagina, era “la progressiva distruzione e dislocazione dei sistemi militari, industriali ed economici tedeschi, e l’abbattimento del morale del popolo tedesco fino al punto di indebolire fatalmente la sua capacità di resistenza armata”.

Anziché di “abbattimento del morale” sarebbe stato forse più onesto parlare, nella direttiva, di “annientamento” del popolo tedesco, perché le bombe dell’epoca, lanciate su città lontane centinaia di metri da lassù, erano tutt’altro che precise. “Crediamo fermamente che l’abbiano voluto i nazisti e i fascisti”, spiegò Roosevelt al Congresso. “E lo avranno”.

I britannici furono ancora più espliciti nelle loro dichiarazioni pubbliche su ciò che intendevano fare alla popolazione tedesca. “I nazisti sono entrati in questa guerra con l’illusione un po’ puerile che avrebbero bombardato tutti gli altri e nessuno li avrebbe bombardati”, proclamò il capo della Royal Air Force britannica, sir Arthur Harris, soprannominato “il Bombardiere”. “A Rotterdam, Londra, Varsavia e in una cinquantina di altri luoghi hanno messo in pratica questa loro teoria piuttosto ingenua”. Poi Harris si servì di un proverbio dell’Antico Testamento per mettere paura ai civili tedeschi. “Hanno seminato vento”, disse a proposito dei raid nazisti della Luftwaffe, “e ora raccoglieranno tempesta”: affermazione che si rivelerà essere non meno biblica che letterale.

La Royal Air Force utilizzò le prime incursioni aeree della Gran Bretagna sulle città più piccole, nonché le analisi forensi dei raid compiuti dai tedeschi sulle città inglesi all’inizio della guerra, come laboratori e casi di studio per i propri ingegneri, matematici e architetti al fine di sviluppare un più devastante metodo di bombardamento urbano. Anziché tentare di distruggere una città con violente esplosioni e shrapnel lanciando un numero relativamente ridotto di bombe grandi, compresi i “blockbuster” (“schiacciaisolati”) da 4.000 libbre, i ricercatori britannici conclusero che sarebbe stato più efficace riempire i bombardieri della RAF con carichi di esplosivi più piccoli, alcuni dei quali del peso di meno di due chili. Questi ordigni a forma di bastone e alimentati a magnesio non erano stati progettati per far saltare in aria le cose.

Il loro scopo era incenerirle. I candelotti causavano i loro danni innescando piccole fiamme che incendiavano gli oggetti di tutti i giorni accatastati magari in soffitta da una famiglia. Ritratti. Lettere d’amore. Mobili. Vestiti per bambini. Prendere di mira i civili a questo livello potrebbe sembrare crudele e futile in una guerra condotta da milioni di soldati in tre continenti, ma i britannici arrivarono a considerare anche i beni più intimi e banali di una famiglia come qualcosa di militarmente significativo: carburante.

Dopo che una prima ondata di bombe grandi disintegrò porte, tetti e finestre di un intero quartiere, le successive ondate di aerei sganciarono il loro carico di bombe incendiarie sulla stessa area. Le fiamme prodotte da queste piccole bombe incendiarie – alimentate dagli spifferi che circolavano in tutte le case e le aziende ventilate di fresco – infuriavano con tanta ferocia da riuscire a bruciare le travi di una struttura in un amen. Questo permetteva agli incendi di intensificarsi e propagarsi nell’isolato limitrofo, che magari era già anch’esso in fiamme con la stessa modalità, all’estremità opposta. Harris credeva che se si fosse appiccato un numero sufficiente di piccoli incendi in un numero sufficiente di isolati – più velocemente di quanto potessero estinguerli le squadre di pompieri a terra – tutti i piccoli incendi avrebbero potuto fondersi in un super-incendio e un’intera città sarebbe stata ridotta in cenere.

Harris amava anche usare una classe speciale di bombe incendiarie a forma di siluro da 30 libbre (13,6 chili), perché si poteva prendere meglio la mira rispetto ai piccoli candelotti che volavano giù dal cielo con la precisione di una fluttuante foglia di quercia caduta dal ramo. E la fiamma che producevano queste bombe più grandi era alquanto sui generis: una volta esplose, le bombe sputavano fuori dei globuli incandescenti che oltre a bruciare alla temperatura di fusione dell’acciaio si attaccavano come colla a qualsiasi cosa colpissero. Persone comprese. Il che – chiosò Harris – aveva un “effetto marcato sul morale del nemico”. Le bombe erano piene di fosforo.

Era dal 1940 che Amburgo veniva bersagliata dai raid aerei su piccola scala degli inglesi, ma ne era uscita in gran parte indenne. Nel 1943, però, anche i capi nazisti sapevano che era solo questione di tempo perché la sempre più folta flotta dei bombardieri alleati colpisse in massa le raffinerie di petrolio, i cantieri navali e le installazioni degli U-Boat di Amburgo, nonché i quartieri che li rifornivano di operai.

I nazisti si prepararono all’attacco creando una brigata antincendio di migliaia di persone e costruendo più di mille bunker fortificati per il milione e mezzo di abitanti di Amburgo.

La prima notte dell’attacco su Amburgo – durato una settimana e denominato in codice “Operazione Gomorra” – il commerciante di caffè Nossack si mise al sicuro con la moglie dietro la porta della cantina del loro cottage, ma alla fine si avventurò all’esterno e rimase sbalordito nel vedere quelle che sembravano “gocce di metallo incandescente” cadere dal cielo 15 chilometri a nord di Amburgo. Cinquanta minuti dopo, quando smisero di cadere le bombe, Nossack descrisse il cielo a nord come rosso e splendente, quasi fosse un tramonto spettacolare. Era l’1.30 di notte.

Nessuno dei raid fu così devastante come quello lanciato la terza notte dell’attacco, durante la quale i bombardieri inglesi colpirono una manciata di angusti quartieri operai di Amburgo con circa 2.000 tonnellate di esplosivo, più della metà delle quali costituite da bombe incendiarie. Le migliaia di fuochi accesi in quella notte insolitamente calda e secca si fusero in pochi minuti in qualcosa che nessuno stratega bellico aveva mai visto: una vorticosa tempesta di fuoco larga 3 chilometri che bruciava come una fornace. I venti che venivano risucchiati nel ciclone, andando ad alimentare le fiamme affamate di ossigeno, erano abbastanza potenti da abbattere alberi di 9 metri di diametro e abbastanza feroci da strappare i bambini dalle braccia delle loro madri.

Quella notte i piloti britannici riferirono di non aver visto nulla sotto di sé tranne uno sciame di vivaci fiamme arancioni che si sprigionavano da un vasto letto di carboni rossi, alimentando una stretta colonna di fumo e un fungo di gas surriscaldati che si innalzava per chilometri nel cielo. A terra, le bottiglie di vino si scioglievano. I rebbi delle forchette sfavillavano. Gigantesche braci flagellavano la città come proiettili traccianti, accompagnate da venti così fragorosi che un sopravvissuto li paragonò al suono emesso da “un vecchio organo in una chiesa quando qualcuno suona tutte le note contemporaneamente”.

I civili furono colpiti da gocce di fosforo piovute dal cielo che facevano fiammeggiare le loro teste “come torce”. Alcuni si tuffavano nei canali per spegnere i fuochi chimici ma dovevano inevitabilmente risalire per prendere aria, e a quel punto le fiamme di fosforo ricominciavano a divampare, quasi una versione stregonesca di candeline di compleanno che soffiandoci sopra continuano a riaccendersi.

Il bilancio dell’operazione Gomorra è stato stimato di circa trentottomila morti. Ma un conteggio preciso dei cadaveri era impossibile, dato che spesso non c’erano letteralmente dei corpi da contare; in alcuni casi i medici si misero a pesare i mucchi di cenere e a trarne delle stime numeriche.

Oggi il centro di Amburgo è una metropoli vitrea disseminata di facciate in pietra e mattoni sopravvissute ai bombardamenti. Per le strade ci sono poche prove tangibili dell’orrore che costrinse quasi un milione di residenti a fuggire, ma di tanto in tanto qualche ricordo dell’evento affiora. Letteralmente. Alcune bombe incendiarie non centrarono il bersaglio e le loro gocce di fosforo sono finite nel fiume Elba e nei suoi canali, dove raffreddandosi si sono rapprese e sono ancor oggi presenti sul letto del fiume, innocue come ciottoli, ma solo a patto che rimangano sommerse. Ma se le si toglie dall’acqua e le si riscalda a circa 85 gradi, riprenderanno vita con tutta la ferocia che avevano nel luglio 1943, quando piombarono in acqua. Ciottoli di fosforo sono emersi anche a nord-est di Amburgo, sull’isola di Usedom nella costa baltica – che Simanski ben conosce – dove nell’estate del 1943, appena due settimane dopo Amburgo, venne bombardata una fabbrica di razzi V-1 e V-2.

Per quanto riguarda i memoriali ufficiali dell’Operazione Gomorra, in una formicolante strada di Amburgo si trova oggi la statua di una figura umana liquefatta, inginocchiata nell’atto di pregare. Segna il punto in cui persero la vita trecentosettanta civili per avvelenamento da monossido di carbonio quando le fiamme che divampavano sopra il loro rifugio antiaereo consumarono tutto l’ossigeno. Nel cimitero di Ohlsdorf, vicino all’aeroporto di Amburgo, c’è anche un’aiuola erbosa a forma di croce che ospita i resti carbonizzati delle vittime della tempesta di fuoco. Il sepolcro è segnalato da una scultura intitolata L’attraversamento del fiume Stige, raffigurante una madre che conforta il figlio su una barca che galleggia nella corrente infera di mitologica memoria insieme ad altri pochi passeggeri, tra cui un uomo nudo seduto a poppa con la testa penzoloni e le mani strette dietro la nuca.

Appena a nord del fiume Elba, nel centro della città è visibile la statua di un uomo scalzo in una posa altrettanto stravolta, ma col viso nascosto tra le mani. L’opera è collocata sul sito della vecchia chiesa di San Nicola, capolavoro neogotico costruito nell’Ottocento la cui guglia – alta quasi 150 metri – fu indicata per un paio d’anni, nella seconda metà dell’Ottocento, come l’edificio piùaltodellaTerra;nel1943eraancoraabbastanzaaltadaessere usata dai piloti inglesi nei loro raid notturni come bersaglio per colpire i quartieri sottostanti. Il corpo della chiesa venne raso al suolo durante il bombardamento, ma la sua cripta sotterranea è stata restaurata e oggi funge da museo dedicato alla strage.

È sorprendente che la guglia di San Nicola sia sopravvissuta all’attacco e svetti ancor oggi in cielo. Attraversando il suo nucleo annerito a bordo di un ascensore di vetro si può salire fino a un punto panoramico dove una targa prova a spiegare come non sia stata necessariamente colpa degli Alleati se una tempesta di fuoco alimentata dal fosforo distrusse la sottostante città. Furono i bombardamenti nazisti di Varsavia, Rotterdam, Coventry e Londra – si legge – a scatenare la brutale risposta alleata. “I tanti cittadini morti, feriti e bombardati di Amburgo”, conclude la targa, “furono vittima delle politiche aggressive dei nazisti, del loro tentativo di fare della Germania una potenza mondiale e della barbarie della guerra a cui avevano dato inizio”.

Ma questa targa ne ha sostituita un’altra, risalente a poco dopo il 2012, che era ancor più esplicita nell’assegnare la colpa ai tedeschi. Recitava: “La miccia della tempesta di fuoco è stata accesa in Germania”. Ci fu ovviamente un dibattito per stabilire se questa valutazione storica fosse stata formulata in modo appropriato. Ma da un punto di vista scientifico non si può contestare che la miccia della bomba al fosforo sia stata accesa in Germania. Venne infatti accesa a un tiro di schioppo dalla guglia di San Nicola. Perché, vedete, Amburgo è la città natale del fosforo.

Erano solo le otto di sera, ma in quel giorno del 1669 la luna piena splendeva già alta nel cielo grigio-ardesia di Amburgo quando avvenne l’evento portentoso. Un uomo corpulento dalle mani rugose e con più capelli sul collo che sulla testa si piegò su un ginocchio sul pavimento del suo laboratorio, guardò il firmamento e fece cenno ai suoi due giovani assistenti di stare indietro, mentre intanto un terrificante fascio di vapore azzurro fuoriusciva da una sfera di vetro in equilibrio su uno sgabello a tre gambe.

Questa celebre rappresentazione della scoperta del fosforo elementare – immortalata su tela dal pittore inglese Joseph Wright un secolo dopo lo svolgersi dei fatti – aggiunge sicuramente qualche infiorettatura. L’artista fa apparire il mago in carne e ossa – un alchimista di nome Hennig Brandt – molto più anziano di quanto non fosse al momento della scoperta. Inoltre, ambienta la scena in una sala cavernosa con grandi archi gotici, colonne e finestre massicce, invece che nel luogo in cui probabilmente avvenne: il laboratorio domestico di Brandt, situato in quello che oggi è un verdeggiante quartiere residenziale vicino alla chiesa di San Michele, nel centro di Amburgo, a soli dieci minuti a piedi dalla guglia di San Nicola.

Ma il fulcro dell’opera d’arte – la sostanza ultraterrena intrappolata da Brandt nell’alambicco – corrisponde alla realtà storica. E ciò che sarebbe rimasto dentro quel recipiente di vetro nelle ore successive al raffreddamento e alla dissipazione dei vapori era un residuo che proiettava una luce blu-verde abbagliante. Non era il calore a generare questo luccichio; le pepite cerose, grandi forse come delle scaglie di cioccolato, non raggiungevano temperature superiori a quella ambiente. Eppure potevano rifulgere per giorni e giorni. Brandt aveva creato una cosa che nessuno all’epoca aveva mai visto. La chiamò affettuosamente mein Feuer: il mio fuoco.

Fino a quel momento quella di Hennig Brandt non era stata una vita degna di nota. Un contemporaneo lo descrisse come “un uomo poco conosciuto, di bassa estrazione, con una natura bizzarra e misteriosa in tutto quel che faceva”. Brandt, classe 1630, era un veterano della Guerra dei Trent’anni che non aveva acquisito particolari meriti militari e non si era distinto sul campo di battaglia. Dopo la guerra avrebbe gestito una vetreria di scarso successo per poi intraprendere la carriera di medico autoproclamato; firmava le sue lettere “Hennig Brandt, Doctor Medicinae et Philosophiae” pur non avendo apparentemente ricevuto alcuna istruzione formale.

Brandt si arricchì sposando una donna benestante e da lì si addentrò nelle oscure arti dell’alchimia, l’antica ricerca dell’oro che ha plasmato il misticismo con la sperimentazione in laboratorio. Una differenza essenziale tra gli alchimisti e i chimici – che nel XVIII secolo avrebbero ereditato gran parte dell’attrezzatura di laboratorio degli alchimisti, oltreché il loro estro sperimentale e i dati da loro raccolti – consiste nel fatto che i chimici ambiscono alla conoscenza per amore della conoscenza, arrivandoci faticosamente attraverso osservazioni, ipotesi ed esperimenti. Il loro approccio metodico non solo svela i misteri del mondo materiale, ma può anche fruttare, ovviamente, straordinari risultati pratici per l’umanità – come ricavare dal nulla fertilizzanti azotati o estrarre penicillina dalla muffa – oltreché fior di quattrini per i chimici che compiono quelle scoperte.

Gli alchimisti, invece, puntavano direttamente all’oro. Erano convinti che a distinguere i metalli vili come lo stagno e il piombo dal prezioso oro fosse il fatto che quelle sostanze poco nobili dovevano ancora evolvere in uno stato aureo, evoluzione che gli alchimisti pensavano avvenisse nel mondo naturale. Gli alchimisti ritenevano di poter dare una spinta a questa metamorfosi naturale per mezzo di pozioni e decotti che potevano essere distillati, precipitati e sublimati a partire da materiali comuni. L’idea di trasformare il piombo in oro in questo modo a noi sembra ridicola, ma è pur vero che ancor oggi si ritiene comunemente – ed erroneamente – che un umile pezzo di carbone possa diventare un diamante di alta caratura se solo si applica una pressione sufficiente. Lo strumento tanto agognato dagli alchimisti per ottenere la trasmutazione dei metalli era la cosiddetta “pietra filosofale”, chimerica sostanza che a loro dire poteva non solo materializzare l’oro, ma anche curare i malati terminali e invertire il processo di invecchiamento.

Una volta isolata la pietra filosofale, secondo gli alchimisti, il passo successivo consisteva nel mescolarne i frammenti in una pentola di metallo vile e riscaldarla fino a quando l’intero amalgama fuso non si trasformava in oro puro, così puro da poter essere venduto in lingotti.

Un’antica stima della sua potenza voleva che, se opportunamente arricchita, una singola oncia (28,35 grammi) di pietra filosofale potesse trasformare in oro puro oltre 17.000 libbre (7,71 tonnellate) di piombo. Alcuni pensavano che la sostanza magica potesse essere ricavata dal mercurio, dall’antimonio o dallo zolfo. Altri cercarono di ottenerla dal sangue, dai capelli e persino dalle uova. Brandt ripiegò sull’urina.

Si era infatti convinto che tracce della Pietra potessero celarsi all’interno del corpo umano, e aveva individuato negli escrementi liquidi il canale più verosimile per attingervi . Forse si ingannava sul fatto che la pipì potesse trasformare in oro qualcosa di diverso da un cumulo di neve, ma aveva ragione a nutrire il vago sospetto che i nostri scarti contengono alcune delle sostanze più preziose dellaTerra:ilfosforochedàlavita,laconservaeladistrugge.La sua scoperta avvenne dopo che ebbe fatto bollire delle tinozze di urina (presumibilmente di amici e familiari) finché non rimase che una poltiglia nera. Dopodiché Brandt la cucinò in un forno finché non rilasciò un vapore luminescente, parte del quale si condensò nei misteriosi sassolini che brillavano al buio per giorni e giorni.

Inizialmente Brandt non condivise la sua scoperta con nessuno, perché la considerava solo un piccolo passo sulla strada verso l’obiettivo alchemico finale, creare l’oro appunto. Ma dopo vari anni passati ad armeggiare con la sua scoperta senza successo, Brandt iniziò a venderne dei campioni ad altri alchimisti ansiosi di mostrarla alle corti d’Europa, più che altro come curiosità. Altri alchimisti ancora, però, avendo appreso che Brandt aveva ricavato la sua sostanza incandescente dall’urina, finirono per decifrare la ricetta e iniziarono a produrne piccoli lotti per conto proprio.

L’esatto metodo per produrre quello che divenne ben presto noto col termine “fosforo” (dal greco, come abbiamo visto, “portatore di luce”) rimase per decenni un segreto gelosamente custodito. Persino coloro che sapevano per filo e per segno come prepararlo spesso fallivano nell’impresa. E chi ci riusciva imparava ben presto che non valeva la pena esporsi al rischio, perché quei ciottoli avevano la capacità di esplodere in fiamme roventi, tali da distruggere le attrezzature di laboratorio e devastare la carne.

“Non lo farò mai più”, disse una della prime persone che replicò l’arcano procedimento di Brandt. “Può causare una marea di guai”.

Volevo ripetere la magia di Brandt producendo io stesso del fosforo elementare, e non mi è stato difficile trovare alcuni studenti universitari disposti ad aiutarmi quantomeno a tentare l’esperimento. Avevo già un fornello a propano da campeggio fornito di treppiede, un’enorme pentola di metallo, un termometro di dimensioni industriali e due paia di giganteschi occhiali protettivi: l’armamentario con cui sono solito friggere il tacchino. Inoltre, essendo padre di quattro figli in età scolare e amico di un buon numero di bevitori di birra, ho anche accesso a un flusso costante di urina. Ma dopo aver contattato un vero professore di chimica, ho subito capito che, qualunque cosa si pensi sulla legittimità scientifica della ricerca della pietra filosofale da parte degli alchimisti, non c’è dubbio che quei pionieri del fosforo fossero acuti laboratoristi che facevano esperimenti seri in ambienti di lavoro seriamente pericolosi.

Mi sono reso conto della difficoltà della sfida che stavo affrontando solo quando ho consultato una ricetta settecentesca che fornisce istruzioni passo passo per ricavare fosforo dall’urina umana. Qui di seguito una sintesi ipersemplificata di una procedura incredibilmente laboriosa: si inizia col fermentare per diversi giorni circa 76 litri di urina “pura”, poi la si cuoce finché non diventa “coagulata, dura, nera e simile alla fuliggine”. Si versa in una pentola di ferro la crosta così ottenuta, del peso di circa un chilo e mezzo, e la si riscalda finché il metallo nero non brilla di rosso e la crosta smette di fumare e comincia a emanare un odore dolciastro. Poi si uniscono all’intruglio acqua, sabbia e carbone di legna, e si bolle il tutto in un recipiente di ceramica a temperature incandescenti per circa ventiquattro ore, procedimento che, verso la fine, richiede l’aggiunta di carbone di legna alla fornace, grossomodo ogni minuto. Quel che rimane dopo un altro po’ di abracadabra è una serie di grumi cerosi di fosforo elementare.

Che questo fosse un esperimento folle me lo ha detto senza mezzi termini il professor Lawrence Principe della Johns Hopkins University. Principe – che ha conseguito un dottorato di ricerca sia in chimica sia in storia della scienza – ha ricreato personalmente alcuni degli esperimenti di laboratorio degli antichi alchimisti. Gli ho chiesto se avesse qualche consiglio su come seguire le orme di Brandt. La sua e-mail di risposta è stata cordiale ma severa:

Oh mioddio, che macello!!! Il problema è che bisogna raggiungere temperature roventi per ridurre in fosforo i fosfati presenti nell’urina, e i moderni strumenti di vetro semplicemente non sono adatti al compito. Brandt e altri usavano delle storte di argilla che non vengono più prodotte. In secondo luogo, quand’anche si ovviasse al problema, resterebbe da condensare il vapore di fosforo bianco in un solido senza che l’intero apparecchio esploda in una palla di fuoco bianco. Sì, nel Settecento e ancor prima nel Seicento qualcuno c’è riuscito, ma solo di rado il metodo funzionava in modo adeguato e spesso provocava lesioni gravi o mortali. Giusto un pugno di persone padroneggiava l’intera sequenza di operazioni, e di solito solo dopo aver visto qualche “esperto” all’opera. Sì, mi diverto a rifare i vecchi esperimenti del passato, ma questo è uno di quelli che salterò volentieri, mi sa! (Effettivamente tanto tempo fa provai a ripeterlo, ma senza risultati).

Nei decenni successivi alla scoperta di Brandt il fosforo rimase poco più di una curiosità sfruttata per ammaliare i re e le loro corti con la sua stregonesca capacità di proiettare un gelido bagliore nel buio. Benché il fosforo non trasformasse una briciola di sostanza qualsiasi in oro, non dovette passare molto tempo perché gli scienziati imparassero a trasformarlo in denaro vendendolo come medicina. Lo si spacciava per un elisir in grado di innescare l’erezione nelle persone impotenti, guarire da un’infezione batterica ai polmoni le vittime della tubercolosi, contenere le crisi epilettiche, lenire il mal di denti e sollevare lo spirito dei depressi. La scienza dimostrerà infine che il fosforo elementare non può fare nessuna di queste cose.

Ma un secolo dopo la scoperta di Brandt gli scienziati cominciarono finalmente a capire che la principale qualità del fosforo non è il fuoco famelico che scatena in laboratorio. È ciò che accade quando i terreni coltivati ne sono privi: niente.


Dan Egan, giornalista americano, è stato per due volte finalista al premio Pulitzer e ha vinto il “Los Angeles Times” Book Prize. Ha scritto The Death and Life of the Great Lakes, che si è fatto notare nelle classifiche del “New York Times”. Vive an Milwaukee, nel Wisconsin, con sua moglie e i figli.

1 comment on “L’incredibile storia del fosforo

  1. Spyker

    sarò indiscreto anch’io: citate pagine e pagine di un libro senza citare il nome di chi le ha tradotte; vogliate non dico rimediare alla lacuna ma quantomeno rivolgere un pensiero leggiadro alla sua persona. esatto: è una persona, non — parrebbe — un’entità artificiale.

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