L’infinita creatività del nulla

Quale sarà mai la differenza, nel come percepiamo il mondo, tra il vuoto, l’assenza, la mancanza e il nulla?


IN COPERTINA e lungo il testo opere di Sava Sekulic

di Davide Zappulli

 

Ho paura dell’altezza. Ricordo quando a scuola il professore di educazione fisica decise di portare la nostra classe a fare arrampicata. La palestra del nostro istituto non aveva le strutture adatte, quindi dovemmo prendere un pullman per andare alla palestra comunale.
Nonostante fossi già al corrente della mia acrofobia, lì per lì non ci pensai troppo; distratto dalle conversazioni con i miei compagni salii sul pullman che ci avrebbe portati al luogo dell’arrampicata e presi posto. Il breve viaggio fu tranquillo e sebbene una volta arrivato negli spogliatoi la consapevolezza della mia fobia avesse iniziato ad affiorare, giunsi a pensare che la mia preoccupazione fosse inutile, immaginando con chiarezza come, arrivato il momento, avrei affrontato la parete con totale disinvoltura. 

Ovviamente una volta di fronte alla parete realizzai che mi sbagliavo. Guardando i miei compagni che iniziavano a salire e scendere, il pensiero che non avrei potuto compiere la loro stessa impresa si fece sempre più insormontabile e quando arrivò il mio turno predissi con l’accuratezza del migliore dei chiaroveggenti che se avessi iniziato a scalare sarei finito col ritrovarmi aggrappato a dieci metri da terra come un gatto impaurito, incapace di scendere o salire. Le mani mi sudavano, e le protuberanze colorate che in un contesto diverso mi sarebbero parse così giocose e simpatiche si presentarono in quel momento scivolose e ostili, indisposte a qualunque collaborazione. Alla fine, con grande disapprovazione del mio insegnante, rifiutai di compiere l’arrampicata. 

Passando la maggior parte delle mie giornate a leggere e scrivere, è oggi da parecchio tempo che non mi ritrovo a dovermi confrontare con situazioni come quella. Per quanto ne so, la mia acrofobia se ne sta ancora lì, pronta a fare capolino quando sarà il momento opportuno. Ma quello che vorrei chiedermi ora è che cosa fosse, in quell’occasione, a rendere la parete dell’arrampicata così spaventosa ai miei occhi. In un certo senso, che è il più ovvio, dovrei dire che ad atterrirmi fosse l’altezza della parete, la sua imponenza e aura di insormontabilità. O forse dovrei dire che la fonte della paura fosse la prospettiva, fondata o meno, di cadere durante l’impresa, di farmi male o di fallire di fronte a così tanti spettatori. Tutte queste sono spiegazioni legittime che meriterebbero ulteriore elaborazione. Tuttavia, oggi vorrei concentrarmi su un altro aspetto, che è anche il primo dei concetti che intendo discutere in queste righe: il vuoto

Se ripenso a quella parete, mi è chiaro che ciò che la rendeva così spaventosa ai miei occhi non fosse tanto ciò che si presentava davanti a me, ma ciò che non si presentava. Consideriamo, ad esempio, l’imponenza della parete e chiediamoci: che cosa costituisce tale imponenza? Quali sono le condizioni di possibilità perché qualcosa possa essere imponente? Si dirà che sia necessario che la parete sia alta, probabilmente più alta di ciò che la circonda. Occorre che si erga brutalmente di fronte a chi la osserva. Ma è qui che iniziamo a vedere un punto piuttosto interessante. Sebbene tutte queste siano, in un senso importante, caratteristiche della parete stessa, essa non potrebbe istanziare tali proprietà se non fosse per il vuoto che la circonda. Perché qualcosa possa essere più alta di ciò che ha attorno, occorre che l’area nelle sue vicinanze sia caratterizzata da un certo non essere. Se un ente vuole ergersi di fronte a un altro, occorre un vuoto a separare i due. 

È importante distinguere il vuoto dall’assenza. L’assenza è sempre una mancanza di qualcosa. Ciò significa, dunque, che perché ci sia un’assenza occorre che un ente particolare, per così dire, manchi all’appello. Se io sono abituato a entrare nella mia camera e vedere una penna appoggiata sulla scrivania, nel caso qualcuno la portasse via, entrando nella camera vedrei l’assenza della penna, cioè di qualcosa di determinato. Più rilevante per le nostre vite è l’assenza dei nostri cari, delle persone a cui siamo legati. Non capita mai che uno, rientrando a casa, percepisca l’assenza di un generico qualcuno, di un umano che in quella casa non ha mai vissuto. Può ben essere, invece, che si percepisca l’assenza del coniuge che ci ha lasciati o del figlio andato a vivere altrove. 

Simile all’assenza, anche se non assolutamente identica, è la mancanza. Essa condivide con l’assenza la sua dipendenza ontologica da enti particolari e determinati; anche la mancanza, infatti, non è mai generica ma è sempre mancanza di una qualche cosa. Tuttavia, essa si caratterizza per un aspetto normativo che l’assenza non possiede. Perché si possa affermare correttamente che alcunché sia mancante non è sufficiente, diversamente dal caso dell’assenza, che un’aspettativa dell’esserci di quella cosa venga disattesa; occorre anche che quel qualcosa avrebbe dovuto esserci affinché una certa funzione potesse essere svolta. Ad esempio, se volendo chiudere una porta a chiave ci accorgessimo di aver dimenticato quest’ultima da qualche altra parte, non diremmo semplicemente che la chiave è assente ma, più propriamente, che essa manca. Similmente, dopo aver assaggiato un piatto di pasta insipido, diremmo che manca il sale. In entrambi i casi, la mancanza in questione impedisce lo svolgersi di una funzione o il verificarsi di un’esperienza, che è il motivo per cui di mancanza si tratta. 

Ciò che accomuna metafisicamente l’assenza e la mancanza è la loro dipendenza ontologica dagli enti. Non può esserci assenza se non quando qualcosa è assente e non può esserci mancanza se non quando qualcosa manca. L’ente è dunque condizione di possibilità essenziale del manifestarsi di questi due fenomeni, ed è per tale ragione che, nonostante a un osservatore poco attento possa sembrare sensato accostarli al vuoto, quest’ultimo ha in realtà un carattere metafisico diverso. Quando consideriamo il vuoto, infatti, la relazione di dipendenza ontologica con gli enti diventa mutua. Non solo gli enti sono condizione di possibilità del manifestarsi del vuoto ma è anche il vuoto ad essere condizione di possibilità della manifestazione degli enti.

Pensiamo a un oggetto particolare, come una bottiglia. Lo spazio interno alla bottiglia non è caratterizzabile come assenza né tantomeno come mancanza perché non c’è proprio niente che manca all’appello (se non nel caso si intenda la mancanza del contenuto della bottiglia, come ad esempio del vino, ma questa sarebbe una questione diversa). Tale spazio è un vuoto, ed è evidente che tale vuoto sia una condizione necessaria perché l’oggetto che chiamiamo bottiglia possa esistere. Tanto necessario, invero, che si potrebbe dire che se tale vuoto mancasse, allora l’oggetto cesserebbe di essere una bottiglia; in quel caso avremmo al massimo un blocco o un ammasso di vetro o di plastica esternamente a forma di bottiglia, ma nulla di più. Allo stesso tempo, il manifestarsi di quel particolare vuoto dipende dall’esistenza del materiale che lo circonda, così che diviene proprio la dialettica tra vuoto a materia a fare sì che la bottiglia possa esistere in quanto bottiglia. 

Lo stesso ragionamento è estendibile a oggetti come anelli, scarpe, vasi e, in realtà, a tutti gli oggetti. Una scala non potrebbe essere una scala senza un vuoto ad opporsi alla struttura zigzagata della sua materia e una montagna non potrebbe essere tale se non fosse attorniata da un’enorme massa di vuoto. 

Qualcuno potrebbe obiettare, in realtà, non siano affatto esempi di oggetti ontologicamente dipendenti dal vuoto. Non c’è nessun vuoto nella bottiglia: è semplicemente piena d’aria! A questa obiezione si può rispondere in molti modi. Da un lato, potremmo dire che essa manca di dare importanza a una prospettiva fenomenologica nell’indagine metafisica. Infatti, anche se è vero che, da un punto di vista fisico, quelle che chiamiamo “bottiglie vuote” sono tipicamente riempite da masse gassose, fenomenologicamente parlando, una bottiglia vuota è semplicemente piena di vuoto. Per chi come me pensa che le nostre teorie metafisiche debbano prendere la fenomenologia seriamente, questo è un punto importante. Tuttavia, entrare nel perché alcuni filosofi pensino ciò ci porterebbe un po’ troppo fuori strada. Una risposta all’obiezione più adatta a tutti i gusti filosofici consiste invece nel dire che, anche se è vero che una bottiglia priva di liquido è molto spesso una bottiglia piena d’aria, tale stato della bottiglia è puramente contingente. Una bottiglia per essere tale non ha bisogno di contenere aria più di quanto abbia bisogno di contenere vino: immaginare una bottiglia priva di qualsiasi sostanza al suo interno (solida, liquida o gassosa che sia), non equivale di certo a immaginare una non-bottiglia. Il motivo di ciò è che a rendere proprio chiamare un oggetto “bottiglia” non è il suo essere riempita da una qualche sostanza, ma il suo manifestare una certa particolare dialettica tra materia e vuoto. In altri termini, quando esaminiamo le condizioni metafisiche necessarie e sufficienti perché qualcosa sia una bottiglia, non abbiamo nulla da dire riguardo al suo contenuto: a interessarci sono semplicemente materia, vuoto e la loro relazione. 

Perciò, sebbene sia un’abitudine del nostro pensiero il considerare gli oggetti che ci circondano come meramente costituiti da una certa, strutturata porzione di materia, in realtà la loro manifestazione e sussistenza non può che essere il risultato di una costante dialettica tra materia e vuoto. Tale dialettica, tuttavia, abbisogna di un terreno su cui possa prendere piede. Perché la danza di sostanza e vuoto possa scatenarsi in tutta la sua potenza creatrice occorre un palco che la sorregga e tale palco è il Nulla. 

Descrivere il Nulla è, in senso stretto, impossibile. Non possiamo usare le parole per caratterizzare analiticamente le sue caratteristiche poiché, in un certo senso, di caratteristiche non ne ha. Ciò che possiamo fare, però, è usare le capacità metaforiche del nostro linguaggio per dare un’immagine che, seppur incapace di essere più di un’analogia, sia un’analogia quanto più possibile illuminante. 

Il Nulla è la tela su cui è dipinto il quadro dinamico dell’universo. A colorare questa tela, a creare il mondo, sono proprio materia e vuoto, che incontrandosi e separandosi in infiniti modi generano tutte le forme della realtà. Il Nulla è però una tela peculiare perché non necessita di alcun pittore che la dipinga; nessun ulteriore elemento o agente è necessario perché i colori inizino a manifestarsi su di essa poiché l’intero potenziale cosmogonico e, potremmo dire, ontogonico della realtà è già contenuto nel Nulla. È qui che vediamo che ciò che chiamiamo “Nulla” è, al contempo, Essere (quello con la “E” maiuscola). Esso è l’infinito bacino di potenziale di ciò che potrebbe esistere che, perpetuamente riversandosi su sé stesso, crea la molteplicità di ciò che è. L’Essere è Nulla perché non è nessuna cosa. Essere un ente, infatti, significa essere plasmato sulla tela del Nulla dal Nulla. L’asimmetria metafisica tra Nulla ed enti è dunque simile a quella tra i personaggi di un film e il film stesso, nel senso del film come luogo che costituisce la possibilità della manifestazione dei suoi personaggi. Esso non è vuoto perché il vuoto abbisogna della materia per manifestarsi e non è nemmeno definibile come vuoto assoluto o puro, sia perché il vuoto è sempre definito in relazione alla materia sia perché una realtà che fosse mero vuoto non conterrebbe in sé il potenziale della generazione di tutti gli enti. 

Il Nulla, dunque, è tutto, perché contiene in sé il potenziale di tutte le cose, ma non è niente perché non ne è alcuna in particolare. Usando una metafora che risale alle Upanisad, esso è come un blocco di argilla dotato del potenziale di assumere qualunque forma, e sono quelle piccole, fluide incrinature che emergono dal suo perpetuo auto-strutturarsi che noi chiamiamo enti. La metafora, ovviamente, ha il limite di portare in secondo piano la creatività della dialettica tra sostanza e vuoto poiché quando pensiamo a un blocco di argilla che si struttura lo pensiamo come già immerso in un vuoto; tuttavia, se alla luce dei discorsi fatti fin qui vogliamo prendere questa metafisica del nulla seriamente, dobbiamo pensare che il Nulla contenga in sé entrambi i poli di tale dialettica e che attraverso un’azione totalmente libera, avulsa da qualsiasi obbligo o costrizione, li faccia librare nel cielo della sua stessa infinità in un moto di creazione del cosmo. 

Secondo la visione che ho presentato fin qui, possiamo dire che la realtà che circonda, gli alberi che vediamo nelle nostre passeggiate, le nuvole nel cielo, i mobili che arredano le nostre case e persino noi stessi non siamo altro che il risultato di questa infinita capacità creatrice del Nulla. Per quanto possa sembrare bizzarra o incredibile, questo modo di vedere la realtà è tutt’altro che una novità che sto proponendo qui, ed è riscontrabile invece riscontrabile nei pensatori più disparati. Nel suo commentario al primo capitolo del Daodejing, ad esempio, il filosofo cinese Wang Bi scrive che “ogni ente ha la sua origine nel nulla (無)” (vedi Lynn, Richard John. 1999. The Classic of the Way and Virtue: A New Translation of the Tao-Te Ching of Laozi As Interpreted by Wang Bi. New York: Columbia University Press, p. 51; traduzione mia) e, facendo un altro esempio con una figura che, storicamente, con Wang Bi non ha nessuna connessione, il mistico tedesco Meister Eckhart si riferisce in molto punti al principio ultimo della realtà (che per lui è Dio, o meglio, godhead) come a un “Nulla Assoluto”. Ricercare il filo rosso che connette le tracce di questa metafisica del Nulla nelle varie tradizioni filosofiche del mondo è un compito che devo però lasciare a un’altra occasione. Per questa volta, posso solo sperare che alcuni dei miei lettori abbiano trovato qui un’occasione per iniziare a porre più attenzione nell’osservare non solamente ciò che li circonda ma anche ciò che, silenziosamente, non lo fa.


Davide Andrea Zappulli è dottorando in filosofia all’Univeristà della Columbia Britannica (Vancouver) dove si occupa di filosofia asiatica, filosofia della religione e metafisica. Prima di spostarsi a Vancouver ha studiato all’Univeristà degli Studi di Milano e all’Univeristà di Oslo.

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