La crescita esponenziale dei contenuti generati dall’IA e la progressiva svalutazione del significato nell’economia digitale.
In copertina un’opera di Edward Hopper; Cape Cod Afternoon
di Riccardo Manzotti
Un concetto familiare a tutti è quello di inflazione monetaria. Quando le banche centrali stampano denaro e l’economia non cresce, il denaro vale sempre meno. Più precisamente, se aumenta il circolante, ovvero il denaro nominale che rappresenta la ricchezza, ma non aumenta la ricchezza reale in termini della quantità di beni, servizi e prodotti, il valore del denaro diminuisce. Matematicamente, il concetto di inflazione è espresso dal rapporto tra la ricchezza effettiva e il valore nominale.
Banalmente, se io ho 100 euro in tutto e la ricchezza effettiva corrisponde a 10 unità di beni (diciamo dieci panini), 10 euro corrisponderanno a un panino (il loro valore reale). Ma se io moltiplico il valore nominale in circolazione a un totale di 1000 euro senza però aumentare i panini, ci vorranno 100 euro per un panino. Cioè il valore reale dell’euro si sarà svalutato di dieci volte.
Oggi, lo stesso processo di inflazione e di svalutazione del livello nominale sta avvenendo in uno scenario nuovo, ovvero nel rapporto tra il significato reale a disposizione degli esseri umani e il contenuto generato dall’IA, che si sta moltiplicando esponenzialmente. In questo caso, il colpevole non è un governo in cerca di credito, ma l’IA generativa che genera una quantità praticamente illimitata di contenuti digitali, mentre la quantità di significato, che è la ricchezza esistenziale degli esseri umani, rimane costante quando non si riduce. Potremmo chiamare questo fenomeno l’inflazione del significato (o, per motivi che chiarirò poi, l’inflazione dell’esistenza).
Faccio un esempio tanto banale come quello dei panini. Nel 1993, quando al cinema vidi la ricostruzione digitale di un Brontosauro nel primo Jurassic Park, rimasi incantato quasi quanto il protagonista, il paleontologo Alan Grant. Dopo trent’anni di dinosauri digitali, onestamente, passo oltre. Nemmeno Godzilla riesce a far sgranare gli occhi. Per analogia con l’inflazione monetaria, potremmo esprimere questo fenomeno con il rapporto tra la quantità di significato o di esistenza e la quantità di contenuti in circolazione.
In sintesi, l’inflazione del significato è la riduzione progressiva del valore reale dei contenuti prodotti dall’IA a seguito della loro moltiplicazione e della quantità finita di significato a disposizione. Nel caso dell’inflazione monetaria, il rapporto è tra valore economico e quantità di circolante nominale. Nel caso dell’inflazione del significato, il rapporto è tra significato reale (o esistenza) e quantità di contenuti generati dall’IA.
Mi concedo un ulteriore esempio autobiografico e cinematografico. Quando nel 1981 (due anni dopo l’uscita americana), riuscii a intrufolarmi in un cinema per vedere il film Alien di Ridley Scott, da sprovveduto ragazzino delle medie quale ero, rimasi sconvolto dalla famosa scena in cui il mostro (nella fase postembrionale del chestbuster) esce dal torace di John Hurt in un lago di sangue. La mia mente infantile misurava quella scena su qualche sbucciatura (reale), su un paio di tagli durante un campeggio, e una brutta caduta che mi aveva scheggiato un’arcata sopracciliare. Ma erano cose vere e io misuravo la scena con il chestbuster su questa base di esistenza, limitata ma concreta. Oggi, dopo decenni di squartamenti di ogni tipo, realizzati prima dalla CGI e, oggi, proprio dalla IA generativa, il pubblico guarda con noia anche le scene più raccapriccianti.
Che cosa è successo? Non è solo una questione di assuefazione, ma soprattutto il risultato della riduzione del rapporto tra i significati esistenziali e le scene inventate. Nel 1981, l’immagine di un torace che esplode era qualcosa di raro e si nutriva di ricordi vivi nella vita di tutte le persone (incidenti, la recente guerra mondiale, interventi chirurgici). Analogamente, un brontosauro a passeggio richiamava situazioni reali e concrete. Nel 2026, è il contrario. I casi reali di traumi (per fortuna) si sono ridotti, mentre la produzione di immagini e video è aumentata esponenzialmente. Il circolante digitale si moltiplica incessantemente, l’esistenza reale no. Potremmo dire che, anzi, in molti casi il rapporto si è addirittura invertito. Le persone guardano a un incidente sull’autostrada come se fosse una scena in CGI. La realtà è diventata la rappresentazione di una immaginazione. Per effetto della IA generativa, la stessa quantità di fatti reali è condivisa da infinite immagini e video prodotti incessantemente dalla IA. Verrà un giorno non lontano in cui la quantità di forme visuali circolanti sarà così grande da rendere sempre più piccolo il valore di quel rapporto e quindi di annullarne il valore reale. Quando succederà, e non siamo lontani, infinite lenzuolate di pixel copriranno la realtà, come le mappe dell’imperatore nella favola filosofica di Borges.
Dato che il fenomeno dell’inflazione è ben rappresentato da un frazione, ha senso guardare esaminiamo i due termini la costituiscono: il numeratore (che sta sopra) e il denominatore (che sta sotto). Partiamo dal basso, ovvero dal denominatore e cioè l’elemento nominale: circolante monetario nel caso classico e contenuto digitale nel caso dell’IA.
Il primo punto da sottolineare è che il contenuto prodotto dall’IA ha una relazione molto debole con la realtà, molto più debole di quella che legherebbe gli stessi testi o le stesse immagini se fossero prodotte dagli esseri umani. Infatti, è vero che l’IA generativa produce una quantità astronomica di nuovi contenuti: gattini, koala, onde apocalittiche, nevicate finte, politici famosi in situazioni bizzarre, scene distopiche, corpi umani più o meno attraenti, e, tra non molto, anche immagini pornografiche il cui unico limite sarà l’immaginazione degli utenti. Tuttavia è anche vero che queste immagini non sono però, letteralmente, immagini di. Sono semmai immagini che assomigliano a. Per non parlare del fatto che non assomigliano tanto al loro riferimento nel mondo reale, ma piuttosto a quelle immagini che, se fossero state create da esseri umani, assomiglierebbero al mondo. Platonicamente, possiamo dire che il prodotto dell’IA è copia di copia.
Faccio un esempio, supponiamo di andare sulla spiaggia e trovare una roccia che in modo del tutto casuale, per effetto del vento e del mare, assomiglia molto a Donald Trump. Il naso e il mento sono proprio quelli e, anzi, sulla parte superiore è cresciuto un ciuffo di erba arancione che richiama immediatamente la chioma del controverso presidente degli Stati Uniti. Ovviamente uno potrebbe dire che quella è una immagine di Donald Trump. Ma ovviamente non è vero. Quella è una roccia che assomiglia a Donald Trump, anzi è una roccia che assomiglia a una possibile scultura di Donald Trump. Per essere un’immagine di Donald, non basta assomigliare, bisogna che quella forma (immagine, statua, video) sia stata prodotta a partire da Donald. La somiglianza, come ben sanno i semiotici, non è sufficiente a stabilire un rapporto tra due entità, altrimenti ogni lattina identica sarebbe un’immagine di tutte le altre, ogni gemella omozigote sarebbe il ritratto di sua sorella e, per dire, Jeffrey Dean Morgan sarebbe un’immagine di Javier Bardem. Ma così non è perché manca un rapporto causale o storico tra l’originale e la sua immagine. Andando nel mondo animale, uno squalo non è un’immagine di un delfino e nessuno dei due è un’immagine di un ittiosauro. In modo analogo, contenuti generati dall’IA non hanno il significato delle cose o delle persone cuin assomigliano. I pixel o le forme colorate, di per sé, non significano nulla, ciò per cui stanno è fuori, nel mondo. Siamo sempre al «Ceci n’est pas une pipe».
Certo, oggi trattiamo molte immagini come se avessero quel particolare significato perché siamo ancora legati a una tecnologia che richiedeva un rapporto diretto con l’originale per produrre dei derivati. I fotomontaggi erano realizzati giustapponendo porzioni di foto che erano comunque ottenute grazie a un contatto diretto con il soggetto della foto. La foto o il ritratto richiedevano l’originale. Il paparazzo doveva per una frazione di secondo stabilire un rapporto diretto tra la sua pellicola e un momento privato nella vita dei personaggi famosi. Tutto questo oggi è saltato. L’IA generativa—nelle sue varie incarnazioni—ha estratto dai nostri prodotti le regole formali che ne permettono una moltiplicazione generativa, ma causalmente disaccoppiata. Una certa configurazione di pixel—un pattern o una forma che dir si voglia—non è un’immagine di qualcosa, ma una forma priva di significato. Le forme in sé non hanno alcun significato.
È giunto il momento di passare all’altro termine della frazione: il numeratore, ovvero la materia viva di cui è fatto il significato. Ma da dove arriva il significato? Ci sono due strade qui: una classica, che cerca in una dimensione interiore che però, proprio per il fatto di essere soggettiva, è per definizione senza sostanza e senza valore. E un’altra, che ho proposto in altre sedi, che consiste nell’esistenza stessa. La prima strada è molto popolare perché suggerisce una autonomia della nostra mente dal mondo. Noi saremmo in grado di dare significato a un mondo altrimenti vuoto. Saremmo anche protetti dalla dimensione interiore perché irraggiungibile dal mondo esterno. Si tratta, dovrebbe essere evidente, di una forma di immaturità che cerca una specie di rifugio, una cameretta metafisica chiamata interiorità dentro la quale chiudersi a chiave. Si tratta di una fantasia che ha intrecciato insieme il narcisismo degli esseri umani, la pratica della scrittura in prima persona, la pretesa dei neuroscienziati di tenere in mano l’organo della mente (il cervello) e, non ultima, il tentativo di sostituire a una nozione ormai fuori moda come lo spirito immateriale delle nuove nozioni più contemporanee come informazione e computazione.
Eppure i numeri non hanno colore, i pattern non sono buoni o cattivi, l’informazione non ha odore o senso. Il significato non nasce dentro. Il significato non nasce dalle forme, ma dalla vita. Le forme sono una delle circostanze grazie alle quali un certo significato si manifesta. Le 900 pagine di Guerra e pace non sanguinano e non contengono morti o battaglie, ma permettono alle battaglie e alle vicende esistenziali dei lettori di combinarsi in una nuova configurazione e quindi di produrre effetti. Tolstoi non è grande perché ha disposto, come in un puzzle astratto, 600.000 parole in un ordine felice. Tolstoi è grande perché ha usato quel mezzo milione abbondante di parole per dare permettere alla società russa di esprimere l’esistenza umana. Guerra e pace è un caleidoscopio che ricombina l’esistenza dei lettori e delle persone che si sono confrontate durante le guerre napoleoniche. Ma immaginate che esistano un migliaio di romanzi storici, anzi un milione, anzi un miliardo e che l’IA generativa continui a produrne in infinite permutazioni. Ognuno di essi succhierebbe la sua dose di vita da quella dei lettori, come tanti vampiri. Se i vampiri digitali si moltiplicano e diventano una schiera innumerevole, quanto sangue potrà succhiare ciascuno di loro? Sempre meno, forse nemmeno una goccia. È quello che sta succedendo adesso. L’illusione di poter creare significato generando contenuto sottoforma di nuove forme, porterà inevitabilmente all’inflazione della quota di esistenza che ciascuna forma può sperare di avere per sé.
In parte lo si vede succedere già oggi. I vampiri si stanno cominciando a mordere tra loro. Avendo usato quasi tutto il contenuto originale, le ultime generazioni di LLM sono state nutrite (pardon … addestrate!) usando materiale prodotto dall’IA stessa, con conseguenze pessime. Il motivo è analogo a quello che soffocherebbe un sistema chiuso dove, come in certi film distopici, si cercasse di nutrire i suoi membri riciclando i loro prodotti di scarto. In questo sistema l’entropia finirebbe con l’avvelenare ogni membro. La vita, sulla terra, sopravvive perché il sole fornisce una sorgente continua di entropia negativa e quindi permette al grande albero dei viventi di continuare a espandersi esplorando continuamente lo spazio del possibile. Ma la vita non potrebbe sopravvivere all’interno di un sistema chiuso. Ci vuole qualcosa di reale che arriva da fuori. Entropia e informazione, da una parte, e vita e significato, dall’altra, sono concetti con analogie fortissime.
Ma quindi il significato che cos’è? Non è certo una vernice interiore che spalmiamo sugli eventi che costituiscono il nostro vivere. Il significato è l’esistenza stessa, nel suo essere o non essere. In una scena fortemente evocativa del film Adaption (2002), uno scrittore in crisi creativa (Nicholas Cage) chiede a un autore di successo (Brian Fox) se avrebbe senso parlare del mondo reale dove non succede quasi mai nulla. La risposta (un po’ tonitruante) di Brian Fox è che il mondo reale non è affatto privo di eventi: «Ogni giorno nel mondo reale, persone si innamorano, si uccidono, danno la vita per salvarne altri, si combattono …». Il punto che Brian Cox vuol difendere è che, se l’esistenza non ha significato, niente può averlo. L’immaginazione non ha alcun forza reale, è solo una ricombinazione del mondo reale. Non c’è un significato nelle parole degli scrittori che non sia la voce di un momento dell’esistenza. Nel caso degli LLM è la stessa cosa. Allo stato delle cose un LLM è estratto dai testi durante il suo addestramento, la forma delle relazioni tra i termini del linguaggio, questa rete di relazioni si chiama conoscenza, ma è una conoscenza vuota, a meno che sia ancorata dall’esistenza di qualcuno, dal suo hic et nunc. I chiodi che fissano la nuvola del linguaggio sono quelle particelle linguistiche—qui, lì, adesso, questo, quello—che si appuntano sul tessuto dell’esistenza.
La torta da dividere—che poi è il numeratore—è qualcosa che sta fuori della rappresentazione, sta fuori della forma, sta fuori del linguaggio, anche se usiamo rappresentazioni, informazioni e parole per riferirci ad esso. D’altronde lo stesso problema è presente anche nell’equazione del valore reale in termini economici poiché si tratta di dividere tra qualcosa che ha valore, ma è incommensurabile e inquantificabile, e qualcosa che è un’espressione numerica esatta del circolante. Si tratta di una di quelle equazioni che molti prendono per buona, ma che nascondono un vizio insanabile.
Da questo punto di vista, in un certo senso, il caso monetario e il caso dell’IA, non sono così diversi. Entrambi dividono qualcosa che non segue la crescita esponenziale e fittizia delle rappresentazioni nominali. Entrambi dipendono da qualcosa che corrisponde proprio all’esistenza degli esseri umani, ovvero il materiale di cui è fatta la nostra vita e per il quale vale la pena vivere e morire. Il significato dei contenuti dipende da quanto quelle storia sono in grado di dar voce a momenti di esistenza e non semplicemente a pattern.
Ridurre tutto a prezzo fa rima con ridurre tutto a contenuto o informazione. Si confonde l’esistenza e quindi il significato con la sua rappresentazione quantitativa. Da questo punto di vista, la descrizione in termini di rapporto è problematica, perché il numeratore (tanto nell’economia come nei contenuti) è l’esistenza stessa, ciò per cui vale la pena vivere. Anzi ciò che costituisce la vita. Non si vive per, ma quell’esistenza è la vita. Se non c’è, si è morti «di una morte un po’ peggiore», come avrebbe scritto Guccini. Non è un caso che al fondo dell’economia si nasconda sempre la psicologia, perché è nell’individuo che l’esistenza viene vissuta, perseguita, ricercata.
Ma se l’IA non è in grado di creare nuovo significato, come possono riuscirci gli esseri umani? La risposta non sta in un diverso stile computazionale, né in una presunta e mai dimostrata capacità di pensare o di comprendere veramente, con buona pace di filosofi come Luciano Floridi che attribuirebbe al nostro stile cognitivo, una presunta «differenza fondamentale». La differenza è che un LLM si muove all’interno di una rete formale di relazioni, illimitata nelle sue combinazioni, ma puramente formale. Gli esseri umani invece—essendo momenti di esistenza che vivono la propria esistenza concreta—sono aperti a un orizzonte esistenziale che non è mai del tutto descritto e inscritto da un sistema linguistico. Giocando con Sartre, l’esistenza precede la rappresentazione. Da questo punto di vista il significato non è altro che quella parte dell’esistenza che ha valore, nel senso che viene perseguita e non semplicemente rappresentata nominalmente.
Per di più, in molti casi, come il Deeptrue o il Deepfake, la capacità generativa dell’IA ci sta allontanando sempre di più dalla realtà concreta. Non soltanto il contenuto generato dell’IA non ha esistenza reale, ma sta diventando sempre di più un barriera tra la nostra esistenza di individui concreti e il mondo reale. Quell’orizzonte di cui parlavo, sta diventando sempre più lontano e sempre meno mirabile. Il contenuto dell’IA sta diventando sempre di più una siepe che «di tanta parte dell’ultimo orizzonte lo sguardo esclude», ma non come rifugio, bensì come prigione.
Mai, come nel caso degli LLM, possiamo ricorrere alle ultime frasi del monologo di Shakespeare, «così la coscienza ci rende tutti codardi e il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero e imprese di grande altezza e momento deviano dal loro corso naturale e perdono il nome di azione». È proprio quello che sta succedendo, le imprese, intese come rappresentazioni testuali e mediali, stanno diventando vuote e non meritano più il loro nome. l’IA, generando infiniti contenuti, privi di una apertura sull’infinita (e non quantificabile) potenza dell’esistenza, sta inflazionando il significato, ovvero sta riducendo sempre di più la porzione di esistenza che corrisponde a ciascuna immagine. Ogni gattino digitale è sempre meno gatto. Ogni corpo umano nudo generato dall’IA è sempre meno erotico. Il milionesimo gattino non ci intenerirà più. Il miliardesimo amplesso non ci ecciterà. Finiremo sepolti sotto una valanga di banconote digitali prive di valore.


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