L’insalata di riso è uno dei piatti estivi più amati di sempre, ha il vantaggio di essere pratica, antispreco e di garantire la dignitosa copertura più pasti. Un rito che i giovani protagonisti di questo racconto trasformano in una mitologia impossibile e indigesta. Scegliamo di chiudere l’Agosto Narrativo con un’Insalata perpetua, con un elogio dell’assurdo, ma soprattutto con una riflessione sul tempo, sull’amicizia ai tempi dell’università e sull’impossibilità di conservare intatte le cose che abbiamo amato. O mal digerito.
IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA
di Pietro Verzina
Con questo racconto si conclude la nostra rassegna estiva dedicata alla narrativa breve curata da Giulia Bocchio e realizzata quest’anno in collaborazione con il Premio Calvino, che L’Indiscreto ringrazia per aver condiviso questo percorso. Tutti i tredici racconti sono disponibili, in esclusiva per gli abbonati, anche in uno speciale ebook illustrato che li raccoglie in un unico volume.
Durante la sessione estiva, in particolare, finivamo per nutrirci di insalata di riso. Era un piatto incomparabilmente comodo. In primis, perché potevi acconciarlo con quel che volevi, o per meglio dire che trovavi, e in effetti noi ci buttavamo dentro qualunque tipo di avanzo più o meno commestibile riuscissimo a raccattare: accanto a beni di lusso quali mais, wurstel, olive e rucola, o più spesso in sostituzione di questi, finivamo per usare pezzi di bistecca fredda, di mela, di frittata, formaggi d’ogni nazionalità e consistenza, fette di mortadella tagliate a strisce, patatine fritte ammosciate, grani di pepe, fagiolini, lenticchie, gamberetti, ali di pollo, polpette, succedanei della maionese che spaziavano tra l’olio di tonno e la salsa di pomodoro, trippa, vongole e ogni grumo di materiale organico conservato in salamoia, sott’olio, aceto, spirito o formalina ci capitasse a tiro. In secondo luogo, trattandosi di un pasto (a dir poco) completo, esso poteva risolvere sia il problema del pranzo che quello della cena senza che occorresse ingegnarsi quotidianamente per due menu diversi. Ma il motivo principale per cui il nostro favore andava all’insalata di riso era che, preparata una volta, potevi tirarci avanti per giorni. E noi ci tiravamo avanti anche per settimane. La tenevamo in una conca di inarrivabile capacità da noi detta fossa comune o cornucopia, che il negoziante di casalinghi di fronte ci aveva fatto appositamente arrivare da una delle migliori fabbriche della Manciuria, e di tanto in tanto la alimentavamo sversandoci sopra un chilo di riso vergine e il nuovo carico di condimento accatastato nel frattempo.
Va detto che la nostra tecnica, a dispetto dell’idea teosofica su cui si fondava e che l’avvicinava alla tradizione del fuoco eterno, non preservava totalmente il nostro piatto unico dalla corruzione della temporalità. Questa si manifestava al nostro gusto nella forma di un inopinato sentore dolciastro, probabile sottoprodotto della tenace patina d’unto che rivestiva le pareti interne della conca, la quale, col passare dei giorni, e forse con la complicità dei polimeri estremorientali, inesorabilmente irrancidiva. Per ovviare al problema era necessario alternare opportunamente, nel farsi il piatto, zone esterne e zone interne, dosando il buono e il cattivo dimodoché la percentuale del secondo non fosse tale da guastare il primo ma l’eccedenza del primo non fosse ingiustificata in relazione al fine dell’assorbimento e del massimo smaltimento possibile del secondo. Si capisce che, oltre alla perizia che una simile operazione comportava, era in ciò implicato anche un certo grado di abnegazione e senso della comunità, disposizione spirituale imprescindibile perché della nostra fonte quotidiana di sostentamento non rimanesse che una specie di ciambella putrida di colore grigiastro. E infatti tutti ci sdegnavamo dell’osceno individualismo di Filippo, il quale nel servirsi pescava sempre e solo dal centro, e per la sua ritrosia a ravvedersi fummo sul punto di bandirlo a syssitiis finché morte non ci riunificasse nei banchetti celesti.
Tuttavia il fattore temporale, che da un lato nobilitava la nostra creatura, procurava anche problemi meno facilmente razionalizzabili, in quanto originati dalla dislocazione caotica dei canditi — così li chiamavamo, forse per il semplice motivo che i canditi propriamente detti, versioni natalizie a parte, erano l’unica cosa che mancava. Erano i canditi, in quanto diversamente deperibili, il settore più capzioso e problematico della ricetta, e se la statistica della nostra voracità forniva accettabili rassicurazioni circa la relativa freschezza di una buona parte di essi al momento del consumo, nessuno avrebbe potuto garantire che il caso non avesse lasciato nascosto nel cuore di qualche recondito aggregato di chicchi un pezzo di wurstel o un quarto di cetriolino appartenenti alle più ancestrali generazioni del condimento, la cui stratigrafia, a seconda della longevità dell’insalata in questione, poteva anche essere tale da rimandarci al creatore. Capitava spesso che uno di noi, infilzato uno di quei reticenti frustoli mollicci e portatoselo dubbioso davanti agli occhi, rimanesse a contemplarlo per interi minuti, fosse uovo sodo, alice, totano o petto di pollo.
«Questo ha di sicuro più di un mese» sentenziava invariabilmente Giuseppe intromettendosi nei pensieri altrui, senza alcun dato oggettivo che potesse confortare la sua affermazione e per puro impulso pessimistico-iettatorio. Egli era, tra tutti, quello che sopportava con più fatica, o per meglio dire meno leggerezza, il regime alimentare comune. Anche se continuava in silenzio a mangiare, si vedeva che era sempre in preda a un’ansia tormentosa: per lui nutrirsi era diventato una specie di quotidiana roulette russa, tanto più che spesso e volentieri, aumentando viscosità e purulenza proporzionalmente alla stagionatura, si faceva russa l’insalata stessa e a maggior ragione non scendeva giù.
Era sorprendente quanto le nostre idee sul problema potessero divergere. Per Giulio, ad esempio, l’insalata non poteva contenere alcunché di tossico, in quanto era inverosimile che una generazione di ingredienti fosse di qualità apprezzabilmente inferiore rispetto alla seguente: dato che erano solo pochi giorni a separarle, una netta soluzione di continuità tra “avariato” e “non avariato” sarebbe stata pura convenzione: era assurdo pensare che la terzultima generazione fosse cattiva e la penultima no, così come la terzultima no e la quartultima sì, e via dicendo. Io, invece, mi consolavo col fatto che, per quanto la presenza di alcuni canditi infesti fosse inevitabile, solo una difficile coincidenza avrebbe potuto portare uno di noi a ingerirne in un sol pasto una dose letale. Lorenzo, infine, proponeva al riguardo la teoria più bislacca ed elaborata di tutte: per lui era l’inimitabile equilibrio intrinseco in quel prodotto unico e prodigioso dell’ars culinaria a scongiurare ogni inconveniente, e questo nonostante, a suo parere, bisognasse ritenere la gran parte dei suoi ingredienti, per effetto a catena, inesorabilmente corrotta; anzi, proprio per questo. «Siamo realisti» diceva. «È chiaro che ogni generazione, come la chiamate voi, guasta la successiva. Ci nutriamo quotidianamente di condimento andato a male». Il suo potenziale effetto, tuttavia, che nella sua concezione non poteva essere altrimenti identificato che nell’esito diarroico, era secondo lui controbilanciato da quello notoriamente astringente del riso; anzi, se le nostre insalate non fossero state così annose e marcescenti, ne era convinto, probabilmente non avremmo potuto sostenere quel regime, in quanto il riso bianco, privo di antagonisti, ci avrebbe ridotti a uno stato di cronica e rinserrata stitichezza: a lui, giurava, bastava una sola cena presso un sushivendolo incensurato o uno spacciatore di primi cantonesi un po’ troppo ligio ai dettami dell’ufficio d’igiene per stare alla larga dalle sacre porcellane anche un’intera settimana; da quando aveva iniziato a mangiare insalata insieme a noi, invece, cacava che era una meraviglia! Forti della loro rispettiva dottrina, Giulio e Lorenzo s’ingozzavano gioiosamente a cucchiaiate senza tema di lutto alcuna.
In ogni caso, malgrado la gravità che raggiungevano a volte certi dubbi (Giuseppe di tanto in tanto tirava fuori la storia del botulino e anche a me capitava che tremasse la forchetta), per noi era semplicemente impensabile ricorrere a una soluzione semplice e scontata come preparare un’altra insalata subito dopo aver consumato quella precedente. Perché, se era vero che rifarla ex novo avrebbe richiesto atti quasi identici e un equivalente dispendio di energie rispetto a quelli necessari per allungarla, era in noi radicata l’idea che ciò avrebbe vanificato il vantaggio in termini di semplicità ed economia che era la caratteristica fondamentale e il motivo d’elezione di quella ricetta: a quel punto, dovendo impegolarci in un simile ricominciamento, tanto sarebbe valso cambiare piatto anziché mangiare sempre la stessa cosa! No, non avrebbe avuto senso.
All’inizio, in realtà, le nostre insalate duravano appena qualche giorno: dato fondo alla cornucopia a seguito di una coincidenza tra distrazione e fame arretrata, ci fermavamo, come se dal nulla una nuova coltura non potesse attecchire e avessimo bisogno di qualche tempo per radunare la forza di ricominciare e di superare la ripugnanza di un gusto venuto a noia. All’epoca ci divertivamo a fare la classifica delle insalate più durature, celebrando i record e mettendo in fila delle x prima su un foglio che avevamo attaccato al muro, quindi, non bastando più il foglio, sul muro stesso. Man mano che il tempo passava e il gusto si conformava alla teoria, le pause tra insalata e insalata andarono assottigliandosi. Infine svanirono del tutto, così ci ritrovammo alle prese con quella che battezzammo, con un certo senso di sacralità, insalata perpetua. Non più cicli di morte e rinascita, ma un piatto unico in tutti i sensi: infinito, costante, l’archetipo del Cibo. Un piatto che ingurgitava e conteneva ogni altro piatto, bolo mistico, panacea nutritiva, pastone filosofale.
Trascorsero dalla sua genesi circa tre anni, durante i quali mangiammo insalata a colazione, pranzo, merenda e cena. Eravamo riusciti a sfatare qualsivoglia obiezione nutrizionale di Giuseppe: il riso apportava la giusta quantità di carboidrati; per il resto, sarebbe stato semplicissimo provvedere a una dieta varia e bilanciata gestendo l’equilibrio tra gli altri ingredienti, vantaggio che tuttavia, a essere onesti, rimase sempre nella sfera del potenziale. D’altra parte, era prerogativa degli esseri superiori (dei, api regine, vampiri, formichieri, neonati) far ricorso a un alimento unico e prodigioso, e anche noi avevamo trovato la nostra ambrosia, la nostra pappa reale, ferma restando la sua altrettanto lodevole versatilità: Filippo, che rimaneva lo schizzinoso del gruppo e, non riuscendo a cedere a tendenze continentali, rifiutava il salato al mattino, a colazione aveva preso l’abitudine di cercare col cucchiaio aree poco condite (le stesse che in genere si evitavano durante gli altri pasti) e, procuratosi con un certo impegno una tazza di riso quasi bianco, ci sbriciolava dentro dei biscotti o ci faceva colare sopra un po’ di miele, bonificando eventualmente il tutto con una spolverata di cannella; a volte riempiva la tazza di latte, ricordandoci che, in fin dei conti, il riso è un cereale, e quello soffiato, fino a prova contraria, lo vendevano all’uopo in apposite scatole di cartone. Del resto, che senso avrebbe avuto comprare il riso soffiato al supermercato? Oltre al riso ti facevano pagare l’aria, e solo perché era dentro i chicchi, mentre l’aria uno poteva mangiarsela benissimo a parte.
Quanto a Giuseppe, invece, eravamo certi che imbrogliasse, perché ormai a pranzo non deglutiva che due cucchiai scarsi e se la batteva appena possibile inventandosi corsi intensivi e seminari straordinari, mentre quando doveva rimanere fuori per tutta la giornata (cosa che accadeva sempre più spesso), fingeva puntualmente di dimenticare la pietanziera, che noialtri, invece, in casi analoghi non trascuravamo mai di riempire attingendo comodamente alla sacra fonte e di riporre nelle nostre borse con la cura dovuta ai reliquiari. Per saltare le cene, invece, il reprobo aveva dovuto inventarsi nientemeno che la morosa. Credo che andasse avanti a panini e cibo della mensa, mantenendo l’ingestione quotidiana di insalata al di sotto di una sua fantomatica soglia di sicurezza.
«Sbaglia» sentenziava Lorenzo accendendosi la solita sigaretta postprandiale. «Così manda a monte la mitridatizzazione».
«La che?»
«Vedrete! Ormai non è più abituato alle alte dosi. Gli basterà farsi un piatto intero una volta o l’altra e tirerà le cuoia nel giro di mezz’ora».
Giuseppe, però, non aveva intenzione di finire all’altro mondo per la goliardia. Una sera ci comunicò che si sarebbe trasferito, per cause sentimentali quanto economiche, presso l’appartamento della sua oscura fidanzata, mai palesatasi in casa nostra per via di una provvida allergia agli acari e al pelo di ratto; le valigie del mentitore spuntarono nell’ingresso la mattina seguente e da un momento all’altro egli sparì per sempre dalle nostre vite e dalle nostre mense. Questa meschina defezione, malgrado la tristezza e i lenti scuotimenti di capo di cui fu causa, finì per rinsaldare la nostra fede anziché fiaccarla. Quel giorno stesso siglammo un patto di sangue (più che degnamente sostituito dalla salsa piccante) giurando che in quella casa non si sarebbe mai delibata vivanda che non fosse immersa nel riso freddo.
Anche per noi, tuttavia, venne presto il momento dell’addio. Ci eravamo immatricolati nello stesso anno e quasi tutti eravamo prossimi alla laurea. Solo Giulio, rivelandosi a sorpresa il ritardatario del gruppo, rischiava di andare fuoricorso. Non parlava mai della tesi e, se ne parlavamo noi, rimaneva misteriosamente in silenzio. Venuto infine il momento in cui fu chiaro come sarebbero andate le cose, il nostro imbarazzo si fece palpabile e iniziammo a evitare forzatamente l’argomento, per quanto fosse possibile tra marche da bollo, hotel per parenti e reciproche consultazioni.
Infine, la sera prima della laurea di Lorenzo, durante la cena Giulio alzò improvvisamente il capo dal piatto. Il suo sguardo era commovente. Con un certo impaccio nella voce, ma mostrando in volto una gran forza d’animo, ci giurò solennemente che avrebbe continuato la nostra tradizione: avrebbe mandato avanti l’insalata. E quando saremmo tornati a fargli visita l’avremmo trovata nei nostri piatti fredda come la morte e l’avremmo ingurgitata tutti insieme come ai vecchi tempi. «E ne imbandiremo presto» aggiunse Lorenzo con le lacrime agli occhi, «anche il tuo banchetto di laurea!» Brindammo al gioioso auspicio e Giulio bevve con noi. La serata, l’ultima che avremmo trascorso tutti insieme da studenti, proseguì in mezzo ai lazzi più sfrenati. Tra i fumi del sakè giurammo che l’insalata avrebbe accompagnato tutta la nostra esistenza terrena: ce la saremmo buttata addosso a mestolate ai nostri matrimoni, con essa avremmo imbeccato i nostri eredi, avrebbe sostituito più che degnamente gli insulsi semolini quando non avremmo avuto più nulla sopra le gengive — sarebbe bastato raddoppiare i tempi di cottura — e infine ne avremmo imbottito i nostri loculi e le nostre bare.
I baci accademici schioccarono e, com’era prevedibile, le successive ferie bastarono a sbrancarci definitivamente. Io emigrai all’estero in cerca di precaria fortuna, degli altri persi presto notizia. Quando, un anno e mezzo dopo, dovendo tornare in città per il ritiro della pergamena o altri affari, riuscimmo finalmente a concertare un incontro nel nostro vecchio appartamento, trovammo le cose parecchio cambiate. Nel salottino era spuntato un televisore con tanto di mobiletto d’epoca riciclato, che rendeva l’ambiente stranamente angusto. Dal fondo del corridoio vidi che sulla porta della mia antica camera era stato applicato non so che poster musicofilo, cosa che mi sembrò perfino empia.
I nuovi inquilini, ci informò Giulio accogliendoci nella vecchia cucina sgangherata, erano sporchi e disordinati, espressione che, in bocca a uno di noi, portava alla mente immagini di fogne a cielo aperto, ma che forse era più semplicemente la prova dell’esistenza del sempiterno ciclo generazionale. Inoltre, disse Giulio, nessuno aveva voluto saperne di prendere accordi per i pasti. «Avrei giurato che gli studenti fuoricorso fossero merce un po’ più comune in una città universitaria» ridacchiò. Invece anche in facoltà egli godeva ormai solo di qualche stramba amicizia matricolare — in cui la parte stramba, a ben vedere, coincideva con la sua persona. Il sabato usciva di rado. «A volte me ne vado al cinema» disse, intristendoci.
Più tardi ci ritrovammo davanti alla nostra montagnola bianca e in un momento fu come essere tornati ai tempi dell’università. Il riso mi parve letteralmente squisito. Un anno e mezzo non era bastato a ricacciare certe abitudini nella preistoria. Ero felice di trovarmi in quel posto. Proclivi come sempre al senso del sacro, decidemmo di istituire il giorno dell’insalata: ogni anno ci saremmo riuniti in quella casa per ripetere il rito, finché avremmo avuto vita! Solo un momento dopo ci rendemmo conto della nota stonata implicita nel suddetto proclama. Giulio se ne stava rannicchiato zitto zitto nell’angolo tra il muro e la credenza sorseggiando il suo sakè. «Certo» balbettò Lorenzo, «prima o poi dovremo organizzarci per continuare la tradizione anche quando Giulio avrà lasciato la casa…».
«E come?» chiese Giulio con espressione neutra. Nessuno rispose.
Meno di un’ora dopo ci abbracciavamo rigiurando, con più strategica genericità, che ci saremmo rivisti presto. Io e Lorenzo ci reincontrammo durante le ferie natalizie, quando capitai dalle sue parti. L’anno seguente, tuttavia, non se ne fece nulla. Quando finalmente le coincidenze temporali ci ricondussero a una nuova riunione nell’appartamento, erano passati quasi tre anni dall’ultima volta che avevamo visto Giulio. Lo ritrovammo allegro e fiducioso, per quanto materialmente nella stessa condizione stagnante. Non parlò della laurea, ma disse che aveva trovato un lavoretto e raccontava con entusiasmo quel che faceva. La casa non era cambiata molto dall’ultima volta, perlomeno non nella sostanza. Un giovinastro allampanato ci passò davanti tenendo per mano una ragazzetta molto più bassa di lui in giubbotto di jeans, con cui andò a chiudersi nella mia stanza.
«Che studia quello?» chiesi accennando col mento.
«Biologia» rispose Giulio. «O forse giurisprudenza».
A cena capimmo subito che il nostro amico doveva essersi un po’ rilassato quanto alla salvaguardia della nostra tradizione. La conca era piena, ma il riso era tutto rappreso, come se non fosse stato rimescolato per diversi giorni. Inoltre il suo sapore pareva stantio come non era mai stato neanche nei nostri pasti più ardimentosi, tanto che Lorenzo stesso ne piluccò solo qualche forchettata e, con la massima discrezione possibile, che fu comunque insufficiente, riversò il contenuto del suo piatto nella fossa comune, procedura che in verità avevamo sempre eseguito nel non auspicabile caso di avanzi. «Non voglio esagerare» disse, sentendo il bisogno di giustificarsi. «Vivo con mia madre e ho paura che la mia mitridatizzazione sia andata a farsi benedire».
Io cercai di andare avanti finché potei, aiutandomi con l’aggiunta di un bel po’ di senape, che era sempre stata il nostro più efficace rimedio per i periodi difficili dell’insalata. Ma perfino così si mandava giù a dura pena. Era chiaro che il riso non veniva ricambiato da giorni, forse da settimane. Infine ributtai anch’io il mio avanzo nella non più comune ma assai più settica fossa e mi versai un bicchiere. Quanto a Filippo, erano bastate le nostre facce per farlo desistere dall’impugnare la forchetta.
«Be’, quando si perde l’abitudine…» commentai diplomaticamente.
Anche Giulio si sentì in dovere di giustificarsi. All’inizio girò intorno a un fallace argomento sostenendo che l’insalata era pensata per quattro (anzi cinque, contando l’antico Iscariota) e una persona sola non riusciva a consumarne abbastanza da tenerla accettabilmente fresca. Poi parlò confusamente dei coinquilini, della sua difficoltà a far gruppo con loro. A volte, confessò, si offriva di cucinare qualcosa di buono al solo fine di non esser lasciato a mangiare da solo. E, nonostante questo, la loro frequentazione durava solo il tempo di una cena. «E poi, sto cercando di dare gli ultimi esami. Il tempo è poco, lo stress… Insomma, capita a volte che mangi altro».
«Non capisco, però» osservai. «È forse meno stressante dover pensare ogni giorno al pranzo e alla cena? E non è molto più semplice e conveniente, in termini di tempo, avere i pasti per tutta la settimana dopo averne preparato uno solo?».
Giulio abbassò lo sguardo. «È facile parlare così» disse con un filo di voce. «Nessuno di voi ha mangiato insalata di riso a lungo quanto me».
La frase ci scandalizzò. Nessuno fu in grado di replicare. Dopo qualche momento di silenzio, cambiammo discorso e ci mettemmo a parlare delle vecchie conoscenze, della vita in città, ripetendo, in mancanza di nuovi temi, cose già raccontate mille volte. Tra noi rimaneva una sorta di implicito, ingombrante imbarazzo. Mi dispiacque vedere che Filippo aveva gettato la cenere della sigaretta nel suo piatto ancora pieno. Lui era sempre stato quello con meno tatto e meno amore. Quanto a Giulio, parlò pochissimo.
«Non è niente, comunque» disse infine Lorenzo guardandolo con indulgenza. «È già successo qualcosa del genere. Ricordate come la trovavamo dopo le vacanze?».
«È vero» confermai. «Basterà aggiungere tre chili di riso bianco per diluire il tossico».
Quella sera fui testimone di un evento che mi toccò nel profondo. Gli altri erano già ripartiti. Io avevo chiesto ospitalità a Giulio in quanto il mio aereo sarebbe decollato solo il giorno seguente e sedevo nel buio del salottino, rischiarato un poco dalla luce gialla proveniente dal vano della porta della cucina. Mi aspettavo che avremmo mangiato insieme anche quella sera e mi ero impegnato a dare una mano a cuocere il nuovo riso. Fu allora che accadde. Vidi Giulio attraversare il rettangolo luminoso, andare al frigorifero e tirare fuori la conca, quell’enorme conca azzurra arrivata apposta dalla Manciuria. Con gesti sicuri ma spassionati, egli rimosse il cellofan grinzoso che la copriva malamente e, aiutandosi con un cucchiaio di legno, iniziò a svuotarne il contenuto nella pattumiera. Il riso crollava pesante a pezzi compatti e, mentre continuava a scendere facendo frusciare il sacco di plastica, mi sembrò tanto simile a vomito che io stesso fui colto da insopprimibili conati. Scappai in bagno, il vecchio bagno comune che mi era tanto familiare e in cui stonavano i colori accesi dei nuovi accappatoi, l’odore di ignoti bagnoschiuma e le marche di deodorante che mi parlavano di abitudini straniere. Vomitai molto e a lungo, così a lungo che mi sembrò di liberarmi di tutto ciò che avevo mangiato negli ultimi anni, i nostri pasti comuni, la nostra fetida vita di un tempo. Tutto mi sembrava adesso disgustoso, come se dalla lingua si fossero staccate delle squame e fossi finalmente in grado di percepire il sapore reale delle cose.
Quando tornai in salotto, pieno di una sensazione di vuoto, Giulio era seduto sul divano e fumava.
«Forse ha ragione Lorenzo» commentai prendendo posto accanto a lui. «Devo aver perso la mitridatizzazione».
Giulio accennò una specie di sorriso, la sigaretta a mezz’aria e lo sguardo perso nel vuoto. Poi disse: «Ordiniamo una pizza?».



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