L’isola dei chip



Taiwan, un’isola ricca di storia e cultura, attirò l’attenzione dei marinai portoghesi nel 1517, i quali, ammirandone la bellezza, la chiamarono “Formosa”. Da allora, l’isola ha vissuto un tumultuoso intreccio di colonizzazioni e commerci che ne hanno definito il destino.


In copertina: Franco Costalonga, Operazione 5M FRC 70 I B Tensovideoforme, Asta Pananti in corso

Questo testo è estratto da Il re invisibile, di Cesare Alemanni. Ringraziamo Luiss per la gentile concessione.


di Cesare Alemanni

Taiwan non ha mai mancato di farsi notare. Secondo una versione della sua storia a metà tra cronaca e leggenda, i primi europei a posare gli occhi sull’isola furono marinai portoghesi nel 1517 (o era il 1542? O forse il 1544? Come detto la vicenda ha contorni non del tutto definiti e le fonti divergono persino sulle date). Scorgendone dal mare la natura lussureggiante, pare che l’anonimo marinaio che la avvistò (o si trattava dell’ammiraglio Fernão Pires de Andrade? Anche su questo le versioni non si accordano) abbia esclamato: “Formosa! Formosa!”. Che in portoghese significa “Bella! Bella!”. Fu così che l’isola, abitata fin dal 30.000 a.C., caratterizzata, per millenni, dalla presenza di una civiltà matriarcale e usata, per secoli, dai pescatori delle coste cinesi come riparo dalle tempeste, divenne nota in Europa, e non solo in Europa, come Formosa, l’Isola Bella.

A partire dalla fine del Cinquecento, Formosa (per i cinesi Liuqiu) divenne l’oggetto delle mire di diversi poteri, vicini e lontani. Dapprima furono immigrati cinesi dal Fujian a intensificare la loro presenza intorno al 1590, mettendo sempre più terre a coltura. Poi fu la volta dei giapponesi che, tra 1591 e 1616, a più riprese tentarono di costringere gli isolani a versar loro tributi. Incontrarono però scarsissimo successo, tra naufragi e battaglie perse contro i tagliatori di teste indigeni. Infine tornarono ad affacciarsi all’isola gli europei, questa volta non più portoghesi ma olandesi. Nell’agosto 1624, trecentoventi uomini “bassi, miserabili e molto sporchi” al soldo della brutale ed efficientissima Compagnia Olandese delle Indie Orientali (Voc), presero controllo di una porzione di territorio nella zona sudoccidentale dell’isola e posero le prime pietre di una fortificazione militare a cui diedero il nome di Fort Zeelandia. Gli uomini della Voc giungevano dalle isole Pescadores, dove erano stati espulsi in seguito al loro tentativo di imporre con la forza i propri commerci ai Ming. La baia su cui si affacciava Fort Zeelandia era chiamata dai locali Tayouan e, nei piani degli olandesi, c’era l’idea di utilizzarla come porto per nuovi traffici con la Cina, sul modello di quanto fatto, settant’anni prima, dai portoghesi a Macau.

Dopo quasi un decennio di tumultuose battaglie tra olandesi, tribù locali, pirati cinesi e samurai giapponesi, durante un periodo di relativa stabilità definito dagli storici come Pax Hollandica, Formosa/Tayouan divenne il vertice di una serie di triangolazioni commerciali che coinvolgevano la Cina, il Giappone e la Voc. Rappresentava una parte consistente di quel commercio intra-asiatico che aveva il proprio vertice a Batavia (oggi Jakarta) e che finì per fornire la maggior parte dei proventi coloniali della Compagnia con sede ad Amsterdam. Attraverso la baia di Tayouan venivano smistate dagli olandesi tonnellate di spezie indonesiane, sete cinesi e pelli di cervo cambogiano, particolarmente apprezzate dai giapponesi per realizzare le armature dei samurai. In pochi anni, la centralità di Formosa in quella rete commerciale accrebbe in maniera esponenziale la rilevanza strategica e geo-economica dell’isola, rendendola sempre più ambita e contesa. Gli storici rilevano questo fatto anche indirettamente, attraverso la ricostruzione delle attività piratesche in quelle acque, un chiaro indicatore dell’intensificazione dell’attività economica nell’area.

I decenni della Pax Hollandica costituiscono una svolta chiave nella vicenda di Taiwan, con conseguenze che giungono fino ai nostri giorni. È infatti in quel periodo che la presenza cinese sull’isola aumenta in modo esponenziale e soprattutto assume caratteri sempre più permanenti. E furono proprio i dirigenti della Voc a incoraggiare il fenomeno dell’immigrazione cinese dalla terraferma, promettendo lavori e terreni coltivabili, un po’ per avere un bacino di manodopera a cui attingere e un po’ per incrementare le proprie entrate, attraverso prelievi fiscali sui nuovi arrivati e la vendita di permessi per attività di caccia e pesca. Come osserva lo storico Tonio Andrade, la Voc fornì all’immigrazione cinese sull’isola ciò che in passato le era sempre mancato, ovvero una “struttura amministrativa e militare di supporto” agli sforzi di colonizzazione. Una struttura che, per diverse ragioni, le dinastie imperiali cinesi non avevano mai avuto interesse a fornire.

Fu così che, a partire dal 1636, cominciò una fase di “co-colonizzazione sino-olandese” (sempre Andrade) dell’isola di Formosa: un processo che, nel medio-lungo termine, si sarebbe rivelato rovinoso in primis per coloro che lo avevano promosso. Catalizzando la sinificazione di Tayouan, gli olandesi finirono infatti per mettersi in grande minoranza rispetto alla presenza cinese da loro incentivata. A più riprese tale disparità fu focolaio di ribellioni. Soprattutto legittimò le pretese dei cinesi della terraferma a considerare l’isola come un territorio da annettere. Un generale Ming acquartierato nel Fujian di nome Zheng Chenggong (noto agli olandesi come Koxinga) cominciò a guardare a Formosa con crescente bramosia e, nel 1661, cinse d’assedio Fort Zeelandia, difeso da meno di mille soldati, con un esercito di 25mila uomini. Dopo una strenua resistenza all’interno del forte, inevitabilmente, meno di quarant’anni dopo il loro arrivo, gli olandesi furono costretti ad abbandonare la baia di Tayouan e i suoi fiorenti commerci.

Quando la notizia della conquista raggiunse l’imperatore cinese, pare che egli dichiarò: “Taiwan non è più grande di una palla di fango. Non abbiamo nulla da guadagnare dal possederla”. I suoi discendenti non potrebbero pensarla più diversamente. La Cina del Seicento tuttavia era ancora legata a una concezione esclusivamente “terrestre” del proprio destino. I confini naturali dell’impero coincidevano, in questa visione, con l’incresparsi delle onde sulle sue rive e, anche per questo motivo, l’accettazione di Taiwan come nuovo territorio della Cina procedette molto a rilento.Tra Sette e Ottocento l’isola era in gran parte ancora non colonizzata, e neppure interamente esplorata, e, benché distasse appena 150 chilometri di mare dalla terraferma, veniva trattata come una colonia remota, considerata un corpo estraneo dalle élite cinesi. La scarsa considerazione di Taiwan da parte cinese era tale da risaltare anche a chi la osservava da fuori. Lo dimostrano numerose corrispondenze interne alla East India Company inglese che, nel corso della prima guerra dell’oppio (1841), ventilano la possibilità di occupare Taiwan impiegando meno di 1500 soldati e una singola nave da guerra.

Fu tuttavia un’altra guerra a separare, in modo netto, Taiwan da una Cina avvitata ormai in una lunga fase di storica crisi (il famigerato “secolo dell’umiliazione”): la prima guerra sino-giapponese del 1894-95. Conclusasi con la sconfitta cinese e un trattato che decretò la cessione di Taiwan al Giappone, la guerra segnò l’inizio di mezzo secolo di dominazione nipponica sull’isola e, con esso, un’altra importante svolta nella complessa vicenda delle relazioni tra Taiwan e la terraferma cinese. Fu infatti in questo periodo di “distacco” che, tanto in Cina quanto a Taiwan, si sviluppò un sentimento identificabile come una forma di nazionalismo cinese circa il destino dell’isola. Il periodo della dominazione giapponese fu importante anche per un altro motivo. Esso coincise con una fase di notevole modernizzazione tecnologica e di rapida industrializzazione, decisiva per le successive sorti di Taiwan e soprattutto in relazione agli argomenti di cui tratta questo libro. A partire dal 1937, parte di questo slancio industriale finì per essere rivolta militarmente contro la terraferma cinese che, all’apice della sua vulnerabilità e del suo frazionamento, il Giappone attaccò con una brutale offensiva. Cominciò così la seconda guerra sino-giapponese che, confluita in seguito nel fronte estremo-orientale della Seconda guerra mondiale, terminò nel 1945 con la sconfitta giapponese e la conseguente restituzione di Taiwan alla Repubblica di Cina. Alleata degli Stati Uniti ed erede della rivoluzione del 1911, la Repubblica di Cina era tuttavia in procinto di perdere il controllo del mainland cinese, ormai in stato di costante tumulto da mezzo secolo, a favore della Repubblica Popolare Cinese e del partito comunista di Mao Zedong. Iniziò così la vicenda delle “due Cine”, ancora oggi elemento centrale della “questione taiwanese”. Nel concreto, a Taiwan, nel 1947 il potere passò nelle mani del Kuomintang del generalissimo Chiang Kai-shek, il partito nazionalista cinese che si considerava legittimo titolare del potere non solo su Taiwan ma su tutta la Cina. I primi decenni di governo del Kuomintang, al tempo partito unico di Stato, lasciarono molto a desiderare. Marcati soprattutto da abusi di potere e da grande corruzione, essi risvegliarono da un lato l’indipendentismo taiwanese che, richiamandosi alla resistenza seicentesca degli indigeni contro gli olandesi, rivendicava un’identità pre-cinese dell’isola. Dall’altro animarono un afflato di nostalgia per l’amministrazione giapponese, molto più efficiente e moderna. Come vedremo a breve, quest’ultimo sentimento si rivelerà di particolare significato per gli sviluppi industriali della Taiwan contemporanea.

Durante la prima fase del governo del Kuomintang, nonostante una ragguardevole mole di aiuti internazionali (quasi 3 miliardi di dollari del tempo), l’economia di Taiwan rimase attardata rispetto al ritmo di sviluppo dei principali Paesi sviluppati. Negli anni Cinquanta e Sessanta il governo decise quindi di votare l’economia dell’isola alla manifattura e all’esportazione di prodotti piuttosto elementari, secondo il classico schema di sviluppo basato sulla progressiva “sostituzione delle importazioni”. Taiwan poteva mettere sul piatto della bilancia un costo del lavoro decisamente basso e infrastrutture, in primis logistiche, adeguate allo scopo: un’eredità del periodo giapponese, in seguito potenziata da una serie di mirati investimenti da parte del governo. Ad aiutare Taiwan c’era anche il fatto che concorrenti sulla carta temibili come la Cina di Mao, con le sue masse di centinaia di milioni di lavoratori, o il Vietnam erano, per motivi diversi, tagliati fuori dal mercato. Fu così che l’isola si specializzò nella manifattura di prodotti come bambole, fibre tessili, utensili da cucina e, soprattutto, ombrelli. A metà degli anni Settanta, tre quarti degli ombrelli in circolazione nel mondo venivano prodotti in fabbriche di Taiwan. In un caso da manuale di applicazione del “modello delle oche volanti”,4 a partire dagli anni Sessanta, Taiwan fu in grado di muoversi verso produzioni più sofisticate. È in questo frangente che il Giappone tornò ad affacciarsi sulla scena dell’isola. Grazie alla forte domanda delle aziende di elettronica giapponesi, e al non trascurabile aiuto finanziario del governo locale, Taiwan riuscì a sviluppare, già nei primi anni Sessanta, una piccola industria autoctona di componentistica e transistor, utilizzati, tra l’altro, nei primi esemplari di giocattoli elettronici.5 Ancora una volta Taiwan si ritrovò al centro di una triangolazione “pericolosa” e di una contesa più grande di lei. La capacità di attingere alla manifattura di elettronica a basso costo dell’isola fu infatti uno degli assi della manica con cui, a partire dalla fine degli anni Sessanta, il Giappone riuscì non solo a competere con la tecnologia americana ma a prendere d’assalto il mercato Usa con prezzi e prodotti più competitivi di quelli locali. Fu così che milioni di occidentali si misero in casa televisioni e radio di marche giapponesi, con all’interno microcomponenti prodotti da taiwanesi. Una dinamica che, col tempo, avrebbe inasprito le relazioni nippo-americane e portato gli Stati Uniti a “interessarsi”, in modo particolarmente attento, alle politiche economiche di Taiwan.

Dal canto suo, da quell’esperienza Taiwan ricavò lo sviluppo di una manodopera sempre più qualificata, la diffusione di una cultura ingegneristica in campo elettronico che aveva poco da invidiare ai Paesi più sviluppati del mondo, nonché l’accesso, attraverso il Giappone, a mercati tecnologici d’avanguardia. Le cose tuttavia stavano per complicarsi. Facendo lievitare il costo dei trasporti, la crisi energetica del 1973 produsse una contrazione dei processi industriali multinazionali, rendendo meno conveniente al Giappone rifornirsi di componenti a basso valore aggiunto dall’isola. Soprattutto, non molti anni dopo, nel 1979, si verificò l’evento che l’economia taiwanese temeva più di ogni altro: l’apertura della Cina comunista al mercato globale. Dal giorno alla notte, qualunque vantaggio competitivo potesse offrire Taiwan venne polverizzato dalle dimensioni demografiche e dai costi della manodopera della terraferma cinese, che oltretutto si trovava a poche ore di nave di distanza. Divenne immediatamente chiaro che se Taiwan voleva garantirsi un futuro non poteva più accontentarsi di restare ai gradini più bassi della scala del valore aggiunto dell’elettronica, doveva cercare di salirli. Il tempo degli ombrelli e dei transistor per i giocattoli era finito, il tempo dei chip d’avanguardia stava per cominciare.

L’interazione con l’industria elettronica giapponese non aveva avuto come effetto positivo solo di elevare il livello dell’ingegneria taiwanese, aveva accresciuto anche il grado di consapevolezza della politica circa il ruolo dell’innovazione nello sviluppo delle economie moderne. Un esempio di questa consapevolezza si ritrova nell’inaugurazione, già nel 1964, di un laboratorio di ricerca sui semiconduttori presso l’università di Chiao Tung a Hsinchu, il primo nel suo genere in Asia. Un altro esempio, risalente al 1973, lo fornisce la formazione dell’Itri, un istituto di ricerca incaricato di indirizzare le politiche industriali di Taiwan in materia di nuove tecnologie. Nel 1974, il governo di Taipei conferì all’Itri la responsabilità di decidere su quale branca della tecnologia avanzata puntare il futuro dell’isola. Dietro consulenza di un gruppo di veterani sino-americani, tra cui Pan Wen-Yuan oggi considerato il “padre del chip taiwanese”, e alla luce anche del promettente laboratorio di Hsinchu, si decise che la scelta più logica e consequenziale fosse di investire proprio sui semiconduttori. Oltre alla realizzazione di un grande parco scientifico, sempre a Hsinchu, venne istituita un’organizzazione apposita, con la missione di sostenere lo sviluppo dell’industria dei chip a Taiwan: la Erso, una costola dell’Itri, anch’essa acquartierata presso l’università di Chiao Tung. Nel frattempo, tornato negli Stati Uniti, Pan Wen-Yuan si mise in cerca dei più promettenti ingegneri e ricercatori di fisica dello stato solido prodotti dalle università Usa, meglio ancora se sinoamericani e disposti a trasferirsi a Taiwan. L’obiettivo era di accrescere il capitale umano dell’isola in materia di design e produzione di chip.

Emerge in questa fase una traiettoria chiara: superato un periodo di apprendistato tecnologico tra anni Cinquanta e Sessanta, e messo alle strette da una nuova congiuntura (la crisi del ’73 e l’apertura della Cina), tra la metà degli anni Settanta e i primi Ottanta il governo di Taiwan prese il destino dell’isola in mano attraverso un piano di sviluppo industriale a medio-lungo termine. In modo del tutto consapevole e deliberato, plasmò e fornì il credito, politico e finanziario, necessario allo sviluppo di un’industria estremamente costosa e niente affatto banale come quella dei chip. Questa traiettoria, frutto di politiche chiare e lungimiranti e di un approccio pragmatico e politico al capitalismo, è di fatto un elemento tipico di tutta la macro-regione indo-pacifica. In modi, epoche, e con caratteristiche diverse, è il trait d’union che unisce Paesi lontanissimi, e persino rivali, come Giappone e Cina e, più in generale, tutte le cosiddette “tigri asiatiche”.

Se gli anni Settanta servirono al governo e all’Itri per decidere a quale tavolo sedersi, gli anni Ottanta furono quelli in cui Taiwan cominciò davvero a giocare al “grande gioco” dell’industria dei semiconduttori. Da una costola di Erso, nel 1980 venne fondata United Microelectronics Corporation (Umc), joint venture composta da un capitale al 60% privato e al 40% pubblico. Nata con l’obiettivo di diventare una compagnia di status paragonabile ai giganti americani dell’epoca, Umc non spiccò mai davvero il volo. Tuttavia contribuì a consolidare la percezione, anche all’esterno, di Taiwan come concreto attore nel campo dei chip, nonché a formare un cospicuo contingente di ingegneri dotati di competenze sempre più sofisticate. Il risultato fu che negli anni Ottanta, quelli dello scorporo dell’industria dei chip, un gran numero di importanti nomi dell’elettronica internazionale cominciò a scegliere Taiwan come partner per le proprie attività di manifattura. Tra esse c’era anche Texas Instruments, il cui responsabile per l’espansione multinazionale, all’epoca, si chiamava Morris Chang, un cinese nato a Ningbo nel 1931 ed emigrato diciottenne negli Usa in seguito alla presa del potere di Mao.

Chang era appassionato di Shakespeare e il suo primo istinto, appena sbarcato in America, era stato quello di iscriversi a Harvard per studiare i versi dell’amato Bardo. Tuttavia, come ha spesso ricordato, si rese ben presto conto che, negli Usa degli anni Cinquanta, per un cinese le scelte erano implicitamente limitate: o studiavi materie tecniche e provavi a far carriera in quel settore o ti ritrovavi a servire caffè in un diner con una laurea umanistica in tasca. Con un cambio repentino di programma, Chang abbandonò quindi Harvard e Amleto per abbracciare il Mit e l’ingegneria meccanica. Campo in cui, nel 1952, si laureò salvo poi passare tutto il resto di una lunghissima vita nel campo dell’ingegneria elettronica. Dopo aver velocemente scalato posizioni in una piccola azienda di semiconduttori della costa est, nel 1958 Chang si trasferì a Dallas per lavorare a Texas Instruments, dove rimase per venticinque anni esatti, giungendo fino alla carica di vicepresidente. Quando, nel 1983, non venne considerato per il ruolo di nuovo amministratore delegato, Chang si licenziò, amareggiato, da TI per accettare un’analoga posizione presso General Instrument, un’azienda della Pennsylvania, con sede a Manhattan, non particolarmente innovativa. La paga e i bonus tuttavia erano eccellenti e il lavoro non particolarmente stressante. Chang aveva cinquantadue anni, viveva in un lussuoso appartamento nella Trump Tower in piena era yuppie, andava al lavoro a piedi e occasionalmente incrociava persino “Mr. Trump in ascensore”. Molti avrebbero considerato quella carica, e i relativi benefit, come un punto di arrivo e un premio dopo anni di duro lavoro. Chang no, lui aveva un altro piano.

Il piano di Chang era questo: una fabbrica di semiconduttori che non si occupasse d’altro che della manifattura di chip progettati da terze parti. Quell’idea ha in seguito fatto molta strada ma, all’inizio degli anni Ottanta, era ancora quasi un’eresia. Chang aveva provato a convincere della sua bontà tutte le più grandi aziende di semiconduttori degli Stati Uniti, a cominciare da Texas Instruments, ma aveva incontrato solo porte chiuse e disapprovazione. Nessuno credeva che un simile modello d’impresa potesse funzionare. La leggenda vuole che Gordon Moore disse a Chang: “Morris, hai avuto un sacco di buone idee durante la tua carriera ma questa non è una di quelle”. Chang tuttavia non demorse né abbandonò i suoi propositi, convinto che fosse solo questione di aspettare tempi più maturi e l’occasione giusta. Che arrivò, nel 1985, sotto forma di un incontro col leggendario ministro dell’Economia Kwoh-Ting Li, il “padre del miracolo taiwanese”.

Li offrì a Chang pieni poteri, e un assegno virtualmente in bianco, per lanciare una nuova azienda di semiconduttori che avrebbe fornito supporto produttivo alla galassia di piccole aziende di elettronica taiwanese che non avevano capitali e mezzi per fabbricare in casa tutti i propri componenti. Era esattamente ciò che aveva da tempo in mente Chang, solo su una scala molto più grande, non limitata a Taiwan ma estesa a tutto il mondo. Per far partire il progetto, lo Stato di Taiwan mise il 48% del capitale iniziale e il resto lo raccolse, chiedendolo in modi molto diretti e convincenti, dalle tasche delle più facoltose famiglie dell’isola. Con i suoi primi uffici limitrofi a quelli di Umc a Hsinchu, nel 1987 era pronta a decollare l’astronave di Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), la fabbrica di semiconduttori destinata a diventare la più importante foundry di chip al mondo. Per il lancio mancava solo una cosa: i clienti. Ora che aveva una propria azienda da mettere sul piatto della bilancia, Chang tornò negli Usa e fece il giro delle sette chiese dell’industria tecnologica americana, nella speranza di trovare qualcuno che volesse appaltargli la produzione dei propri chip. Ma esattamente come negli anni precedenti, quando aveva cercato qualcuno che credesse nel potenziale teorico della sua idea, non trovò nessuno disposto a prestargli ascolto neppure ora che aveva un’azienda in mano. Tsmc rischiava insomma di morire ancora prima di nascere o, quantomeno, di dover rivedere pesantemente i concetti da cui era partita.

Come si sa la Storia ha un modo tutto suo di regolare i propri conti e così, in uno dei momenti chiave della storia recente di Taiwan, trecento anni dopo la Voc, le vicende dell’isola tornarono a incrociarsi con quelle di una multinazionale olandese. Fu infatti Philips, il noto marchio dell’elettronica con sede a Eindhoven, la prima, e inizialmente anche l’unica, grande azienda a decidere di scommettere su Tsmc. Con un accordo di joint venture molto ambizioso siglato nel 1987, Philips non solo investì 58 milioni di dollari in Tsmc ma condivise con l’azienda di Chang strumenti, specifiche tecniche di produzione e proprietà intellettuali dei suoi chip. Per Tsmc fu il momento della svolta: riuscendo a dimostrarsi qualitativa e affidabile dal punto di vista del rispetto delle proprietà intellettuali dei clienti, convinse altre aziende ad affidarsi al suo modello di fonderia “pure play”. La crescita di Tsmc fu da allora costante per tutti gli anni Novanta ma il vero cambio di passo arrivò sul finire del decennio successivo, con l’esplosione del mercato degli smartphone. In quel frangente Morris Chang ritornò addirittura dalla pensione per arringare i dipendenti di Tsmc – con tanto di citazioni dall’amato Shakespeare – alla conquista della balena più ambita del mare: Apple e la fornitura di chip per iPhone e iPad. Due prodotti che Intel, con un errore di valutazione grosso lano, aveva rinunciato a servire e che comportavano volumi di produzione inauditi. Al punto che, a metà anni Dieci, Tsmc ha investito 9 miliardi per la costruzione di una fab interamente dedicata a un singolo cliente, l’azienda di Cupertino per l’appunto.

Ciò che mancava, in quella sede, era raccontare da quale retroterra e con quale modello strategico – un capitalismo tecnologico fortemente “diretto” dallo Stato – emerge la più cruciale foundry del pianeta, ovvero Tsmc. Per capire quanto Tsmc sia cruciale è d’uopo sciorinare numeri e percentuali. Per esempio, 92%: la quota della manifattura globale di chip ai nodi più avanzati detenuta da Tsmc. Un terzo: la percentuale di semiconduttori, di qualunque tipo, complessivamene prodotti nel mondo fabbricati da Tsmc. 60mila: i dipendenti di Tsmc, 20mila dei quali impiegati nella ricerca di difetti dei chip, difetti di dimensioni tali per cui se un semiconduttore fosse il pianeta Terra, il difetto sarebbe una pallina da tennis. È anche grazie a questo tipo di attenzioni, e al bagaglio di esperienza accumulato da Tsmc che l’azienda taiwanese riesce a garantire uno yield elevatissimo anche per i chip più sofisticati e sperimentali. Parliamo di una resa otto volte superiore a quella del concorrente più vicino. Che è anche la ragione per cui, per esempio, nel 2022 Nvidia ha spostato l’intera produzione dei suoi chip da 3 nanometri da Samsung a Tsmc. 56mila: i brevetti internazionali attivi che detiene Tsmc. 536 miliardi: la capitalizzazione complessiva di mercato dell’azienda taiwanese nel momento in cui scrivo (fine 2023). 100 miliardi: il piano d’investimenti, spalmato su un periodo di tre anni, che Tsmc ha avallato a fine 2021 per ampliare le sue capacità produttive, anche attraverso la costruzione di nuovi stabilimenti fuori da Taiwan.

Sono statistiche impressionanti che giustificano metafore e iperboli con cui sono spesso abbellite le cronache su Tsmc (inclusa quella che state leggendo). Una delle più ripetute viene attribuita al Ceo di Nvidia, secondo il quale per chi vive di chip “per prima cosa viene l’aria e poi viene Tsmc”. Il che aiuta a capire perché, sebbene in pochi fuori dal settore l’abbiano sentita nominare, secondo parecchi osservatori, inclusa la rivista Time, il “brand anti-brand” di Tsmc sia da considerare il “più importante al mondo”. E del resto basta guardare quali sono le undici aziende che al momento precedono Tsmc nella classifica globale per capitalizzazione complessiva. Con l’eccezione di Aramco (petrolio) e Berkshire Hathaway (holding) sono tutte aziende che fanno un uso iper-intensivo di chip prodotti dalla stessa Tsmc. Non è insomma eccessivo dire che l’azienda di Chang sia il motore nascosto del capitalismo tecnologico globale, e non soltanto di quello strettamente tecnologico. Questo poiché, in generale, quella dei semiconduttori è oggi più che mai l’“industria delle industrie”, il settore “abilitante di ogni attività produttiva avanzata”. Se il contributo di Tsmc scomparisse dall’oggi al domani, o per qualche ragione la foundry non potesse più esportare i propri chip, le aziende più importanti del pianeta subirebbero un contraccolpo pressoché incalcolabile. Se consideriamo che Tsmc produce il 37% dei chip logici contenuti nei nostri laptop, cellulari, data center, elettrodomestici, automobili, un’interruzione totale della sua produzione significherebbe ritrovarsi di colpo con un 37% in meno di potenza di computazione “basilare” sul pianeta (e la percentuale sarebbe molto più alta se prendessimo in considerazione la computazione avanzata). Come ha scritto Chris Miller: “Di questi tempi quando scrutiamo cinque anni avanti speriamo di essere alle prese con la costruzione di reti 5G e di Metaversi, ma se Taiwan venisse sconnessa potremmo ritrovarci a far fatica ad acquistare lavatrici”. Ci vorrebbero almeno cinque anni per riassorbire interamente altrove la quota di produzione di chip di Tsmc. Per l’economia mondiale, nel frattempo, i danni non si calcolerebbero nelle centinaia di miliardi ma nelle migliaia.

Il dilemma è che, per molte ragioni, un simile scenario non è fantascienza. Tanto per cominciare perché Taiwan, e quindi Tsmc, si trovano lungo la cosiddetta “cintura di fuoco del Pacifico”, l’area più sismica del pianeta, dove si concentra l’81% dei terremoti catastrofici mondiali. Come dichiara l’azienda con orgoglio (e per la necessità di rassicurare i propri clienti), gli edifici di Tsmc sono tra i più antisismici al mondo, e i piani di contingenza per garantire la continuità della produzione sopravanzano i più severi parametri di legge. Ogni anno Tsmc invita alcuni dei più importanti sismologi sul pianeta, giapponesi, taiwanesi e americani, per valutare e aggiornare il suo potenziale di rischio. Tutto questo però potrebbe non bastare. Sia perché, come detto, i terremoti nella regione possono raggiungere una violenza devastante, sia perché, tra tutte le attività produttive al mondo, quella dei chip è senz’altro una tra le più delicate e sensibile alle vibrazioni.

Franco Costalonga, Operazione 5M FRC 70 I B Tensovideoforme, Asta Pananti in corso

Per quanto i terremoti possano essere terrificanti, l’altra grande, e al momento più concreta, preoccupazione per il futuro di Tsmc è, ovviamente, l’intenzione di Xi Jinping di riannettere Taiwan alla Cina della terraferma. Rispetto all’aggressività della Repubblica Popolare Cinese, Tsmc ha una valenza paradossale. Se fino all’emergere dell’azienda di Chang la questione taiwanese era per la Cina comunista soprattutto una faccenda quasi simbolica, un puntiglio di integrità territoriale, oggi la presenza di Tsmc fa di Taiwan una preda dal valore strategico elevatissimo. Per la Cina, di fatto, assumere il controllo dell’isola, e quindi dell’azienda, significherebbe prendere il toro (della tecnologia occidentale) per le corna; controllare il pozzo del “greggio dell’età dell’informazione”10 e decidere se e quando erogare il petrolio, quanto, a chi e a quali costi. E tuttavia Xi Jinping sa bene che il valore di Tsmc è direttamente proporzionale a quello della sua filiera di fornitura – dal design dei chip ai macchinari per produrli, fino alle materie prime e ai componenti – e senza il supporto di tale filiera, Tsmc è solo un costoso guscio vuoto. E dal momento che molti fornitori della supply chain di Tsmc non solo sono difficilmente sostituibili ma si trovano in Paesi alleati dell’America, è improbabile che essi continuerebbero a fornire input produttivi all’azienda in caso di annessione cinese.

sua difesaQuesto tuttavia non è un fatto di grande consolazione, dato che il risultato finale di un’invasione di Taiwan da parte della Cina sarebbe in ogni caso l’interruzione del flusso regolare di manifattura dell’azienda, con tutte le conseguenze di cui si è detto. Il che, ed è un altro paradosso, in un certo senso conferisce alla Cina una paradossale leva strategica, una sorta di pulsante di “fine mondo”, nel confronto geo-tecnologico con l’America. Un pulsante che Xi potrebbe essere sempre più tentato di premere se dovesse, in futuro, constatare che il gap con l’industria dei semiconduttori americana è definitivamente incolmabile. Dal punto di vista di Taiwan, Tsmc rappresenta sia un fattore di rischio sia una specie di assicurazione sulla vita: uno “scudo di silicio” come l’ha definita su Foreign Affairs la primo ministro uscente Tsai Ing wen, anche se gli abitanti dell’isola preferiscono una formulazione più evocativa come “sacra montagna che protegge”. Ai taiwanesi è ben chiaro che la presenza di un’azienda così cruciale fa sì che il mondo – Stati Uniti in primis – non possa ignorare o dimenticarsi troppo a lungo della loro causa, aumentando enormemente gli incentivi a fornire supporto e difesa all’isola in caso di attacco dalla terraferma. Il che, in fondo, è anche una delle ragioni per cui Tsmc è stata pensata, creata e accudita per decenni dal governo taiwanese, nonché la ragione per cui il governo di Taiwan non può certo guardare di buon occhio la volontà, in primis americana, di diversificare geograficamente il settore, di diminuire la concentrazione delle quote produttive di Tsmc, esportando il suo know-how altrove. E non potrebbe essere altrimenti. Nel momento in cui Tsmc smettesse di essere sinonimo di Taiwan, o cessasse di essere così indispensabile o preziosa, le luci su Taiwan si smorzerebbero. La Cina avrebbe forse meno incentivi a invaderla ma non per questo, probabilmente, rinuncerebbe a farlo. Specie se gli Stati Uniti dessero prova di considerare meno “esistenziale” la sua difesa.

Al di là della geopolitica, l’importanza di Tsmc per il mondo è in primis tecnologica. Oggi l’azienda è infatti l’unica in grado di gestire gli strumenti e padroneggiare le complessità tecniche coinvolte nella manifattura di chip da 2 nanometri, il prossimo nodo nel processo di miniaturizzazione dei transistor. Questo è anche un riflesso della particolare struttura strategica che, per volontà di Chang, negli anni l’azienda ha sviluppato. Una struttura che si basa, essenzialmente, su una profonda e altamente fiduciaria integrazione con la sua intera filiera, sia dal lato dei fornitori che da quello dei clienti. È quella che Chang chiama la “grand alliance” e che, tra gli innumerevoli altri, include i più importanti programmatori di software per semiconduttori, i designer di chip più innovativi ed esigenti al mondo (inclusi Nvidia e Apple) e, ovviamente, Asml e le sue macchine. Negli anni, Tsmc ha costruito un ecosistema di stan-dard che permette ai diversi protocolli tecnologici di queste aziende di dialogare nel modo più fluido ed efficiente all’interno del paradigma produttivo che la stessa Tsmc ha implementato. Ed è questo forse il più grande segreto, e punto di forza, di Tsmc: attraverso il suo sistema di standard ha vincolato i protagonisti della sua filiera a rispettare una serie di compatibilità che, tuttavia, smettono di funzionare in assenza dell’intermediazione di Tsmc. In questo senso la foundry taiwanese è uno dei modelli più puri di azienda figlia dei presupposti tecnico-industriali della globalizzazione. Più che una semplice fabbrica essa è, in un certo senso, il terminale e la coordinatrice di una intera supply chain, non solo per quanto riguarda la manifattura ma anche, a ritroso, per tutti gli altri aspetti della filiera, fino al design dei chip. Una dimostrazione di come, all’interno di catene di valore con elevati livelli d’interdipendenza, abbia sempre meno senso operare una netta separazione tra processi ad alto o basso valore aggiunto. Osservata nel complesso, Tsmc non è solo la più importante fabbrica di chip al mondo ma anche l’ombelico del mondo dei semiconduttori: il luogo in cui si concentra il maggiore sapere pratico sulla produzione di chip sul nostro pianeta. In questo senso, come dimostra il ritmo straordinario a cui sforna brevetti, Tsmc non è semplicemente una fonderia ma il più influente laboratorio ingegneristico dell’intera industria dei semiconduttori, perlomeno per quanto riguarda le problematiche specifiche ai processi di manifattura. Del resto, come ricorda Morris Chang: “Il budget di ricerca di Tsmc e dei suoi primi dieci clienti è superiore alla somma di quelli di Intel e Samsung”. Se l’esperienza accumulata da Tsmc e il sistema di standard e interoperabilità della sua filiera venissero meno, verrebbero meno anni di progressi nel campo della produzione di chip. Progressi che hanno reso materialmente fattibili semiconduttori al limite estremo della fisica.

Al di là degli scenari futuri, la traiettoria storica di Tsmc è senza dubbio la più eclatante ma non è l’unica. A ben guardare è l’intera area dell’Indo-Pacifico ad avere puntato, attraverso politiche industriali molto mirate, sui semiconduttori come vettori di sviluppo tecnologico ed economico. Il primo Paese a farlo, e con grande successo, è stato, come detto, il Giappone negli anni Sessanta. È a quel periodo che si deve l’esplosione dell’elettronica giapponese, la crescita di aziende come Sony, Hitachi, Fujitsu, il boom nipponico e la cosiddetta “prima guerra dei semiconduttori”. Ovvero la competizione economica e tecnologica che, tra anni Settanta e Ottanta, vide contrapposti Giappone e Stati Uniti. Con il Giappone che, anche grazie alla qualità dei suoi semiconduttori, arrivò a minacciare il primato del Pil americano. Una sfida tanto seria alla leadership economica Usa da richiedere l’intervento del governo Reagan, sotto forma di una serie di pesanti dazi alle importazioni giapponesi e di grandi pressioni, politiche e monetarie, per frenare, infine con successo, l’avanzata delle tecnologie nipponiche. Un altro grande modello di crescita di un’industria tecnologica di alto livello grazie alla specializzazione nei chip, lo offre la Corea del Sud. Un Paese che, attraverso un’oculata politica di sostituzione delle importazioni, è passato, in meno di cinquant’anni, dall’essere una delle economie più arretrate e rurali dell’Asia a diventare una delle più avanzate al mondo. Il segreto di questo exploit è custodito, tra le altre cose, in una parola: chaebol, il crocevia a cui si incontrano, non senza una dose di corruzione e malagestione, una concezione familista e neo-confuciana dell’imprenditoria, tipica della cultura affaristica della regione indo-pacifica, e la dimensione globale del capitalismo asiatico a forte pianificazione statale e ampia vocazione tecnologica.

Il più grande chaebol, tecnologico e non solo, è oggi ovviamente Samsung. Nota ai più per i suoi dispositivi, Samsung è anche una superpotenza dei chip, in particolare nell’ambito delle memorie, sebbene su quelli più avanzati abbia uno yield nettamente inferiore rispetto a Tsmc. A oggi Samsung è, con Intel, una delle poche aziende al mondo in grado di occuparsi di quasi tutta la propria filiera: dal design alla vendita di IP core fino alla manifattura, per sé e per altri, dei semiconduttori. Questa caratteristica “autarchica” di Samsung sta di recente avendo ripercussioni anche politiche nelle relazioni tra Stati Uniti e Corea del Sud in chiave anticinese. Samsung e Tsmc costituiscono i due fiori all’occhiello di una macro-regione industriale, l’Indo-Pacifico, che rappresenta il cuore della manifattura globale dei chip. Le statistiche anche in questo caso sono eloquenti: per quanto riguarda tutto quello che concerne la manifattura dei semiconduttori l’Indo-Pacifico asiatico è dominante con una quota di mercato pari al 73% di tutti i tipi di chip. Se includiamo la costa occidentale degli Usa scopriamo che, a fine 2022, su 1470 fab di wafer al mondo, 1229 si trovavano in questa regione. Se escludiamo gli Usa, scendiamo soltanto a 953, il che significa che il 66% delle fab mondiali sono dislocate in appena cinque Paesi asiatici: Taiwan, Cina, Corea, Singapore e Giappone. Se consideriamo le fab che producono chip di ultima generazione questa percentuale sale addirittura al 100%, divisa in due Paesi, Corea del Sud e Taiwan, e in due sole aziende, Tsmc (92%) e Samsung (8%). Una simile distribuzione geografica si può attribuire alle circostanze storiche in cui l’industria dei chip si è sviluppata. I chip sono nati e maturati in un’epoca in cui Stati Uniti, Giappone ed Europa erano più avanti nella curva dello sviluppo economico rispetto a gran parte dell’Asia. E dunque ai Paesi occidentali e al Giappone è parso sensato esportare in taluni Paesi asiatici in via di sviluppo i processi più elementari per la manifattura di semiconduttori (ammesso che si possa parlare di processi “elementari” nell’ambito dell’industria dei chip), così da poter investire soprattutto nelle operazioni a maggiore valore aggiunto. Il fatto che i suddetti processi “elementari” abbiano finito per concentrarsi proprio nell’area in cui li ritroviamo oggi, ha a che fare con due fattori concorrenti e complementari: il rapido sviluppo dell’industria elettronica giapponese e la presenza, nella regione, di Paesi con una storica vicinanza agli Stati Uniti, per ragioni legate in entrambi i casi a specificità geopolitiche della Guerra fredda. Il fatto è che i chip non sono un prodotto come gli altri e, alla lunga, il grado di complessità coinvolto nella loro produzione non ha spostato nell’Indo-Pacifico solo processi “elementari” ma, come visto nel caso di Tsmc, competenze, ricerche, ingenti capitali e risorse intellettuali. Il tutto proprio mentre l’Indo-Pacifico diventava il teatro dell’ascesa del principale, e più credibile, rivale sistemico mai apparso nell’intera storia degli Stati Uniti.


Cesare Alemanni Saggista ed editor. Per Luiss University Press ha pubblicato La signora delle merci. Dalle caravelle ad Amazon, come la logistica governa il mondo (2023) e Il re invisibile. Storia, economia e sconfinato potere del microchip (2024). Cura la newsletter Macro su Substack.

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