Lo chic radicale



Attraverso il rapporto che la moda intesse con le cose, ci scopriamo consegnati al mondo, implicati anche attraverso un sentimento di abiezione, di fecondo disagio: qualcosa mi chiama, mi penetra, esercita un’attrazione oltre il mio controllo.


In copertina: Henri de Toulouse-Lautrec, La Clownesse assise, Asta pananti in corso

 

di  Giorgiomaria Cornelio

Ogni tanto mi trovo a pensare a un’affermazione pronunciata da Michela Murgia al Salone del libro di Torino: «Ora mi sento libera di esaudire ogni mio sogno. Volevo vedere le sfilate, ma sono sempre stata troppo pauperista e comunista, dicevo ‘ma se mi vedono alle sfilate cosa penseranno? Diranno che mi occupo di armocromia?’». Appena ascoltata mi aveva subito colpito perché raccoglieva, e in qualche maniera sintetizzava, coraggiosamente, tutta un’eredità di sensi di colpa e giudizi  incastrati nel luogo comune della moda, quando affrontata da figure provenienti dall’ambito culturale. Che il radical si sia macchiato di chic ha per molto tempo oscurato il fatto che lo chic possa essere radicale. Emanuele Coccia e Alessandro Michele, nel loro nuovo libro La vita delle forme, lo dicono così: «La moda è la forza di metamorfosi più radicale della nostra vita». Secondo i due pensatori, la moda è quell’artefatto, quella terra di mezzo, quella tecnologia che ci permette di liberare il passato, di sciogliere i tempi pietrificati, di riannodarli e di farli nuovamente  danzare. È «un generatore permanente di luccicanze e desideri imprevisti», un supplemento di vita ulteriore che non ci condanna all’esistenza immediatamente naturale. È il processo, sempre ambiguo, sempre metamorfico, con cui ribadiamo che ogni corpo e ogni identità è un parlamento di sé. Tornare a restituire dignità a un discorso di vesti significa, da una parte, riconoscere che la materia agisce, ci condiziona, smuove in noi una geografia di desideri e pulsioni.  Dall’altra significa considerare che, per troppo a lungo, i filosofi si sono vestiti male, e che nel futuro saremo chiamati a considerare «una sfilata o un singolo capo come parte essenziale di quel patrimonio di conoscenze sublimi e fuoco di desideri che siamo abituati a chiamare, da secoli, filosofia».

Ma andiamo con ordine: Coccia, nella Vita sensibile, si era già espresso in questi termini: la veste è il paradigma del nostro stare al mondo. Gli abiti ci iniziano alla realtà, bruciano la sudditanza  al nostro essere semplicemente anatomici. La moda ci dice che il corpo è intessuto di mondo: non possiamo mai ridurci a una sola natura pura e autentica, ma siamo fatti da tutto ciò che ci circonda, ci varca, ci abita.  L’originale è assente. La veste e il velo non coprono una nudità originaria, una modalità più originaria di abitare il mondo, ma sono essi stessi il costume, l’habitat nel quale abitiamo: è nel velo cioè che ci diamo – che si svela, concretamente, l’abito della nostra carne. Ogni discorso sull’abito è un discorso sul mondo, e viceversa. Per questo Eugene Fink, in un libro riapparso recentemente per Einaudi e scritto nel 1969, Moda. Un gioco seduttivo,  sosteneva che la moda ha «uno statuto filosofico speciale, lo statuto di fenomeno-chiave». La moda non avanza richieste, ma inviti: la moda seduce, irrompe, spezza le insegne, le apre ad altre vite,  ribadendo a ogni istante che l’animale umano è il non finito, il corpo incompiuto di cui parlava anche Bernard Rudofsky, lo spazio di ricreazione continua – di rinascita perpetua. In un’estate si fa la storia, per poi ricominciare subito dopo. La moda, scrive ancora Fink in una sua definizione che sembra presa in prestito da Aby Warburg, è una cosa da «sismografi sensibilissimi»: richiede pazienza, abilità, predisposizione ad intercettarne le fluttuazioni, i passaggi tortuosi, le improvvise luminescenze, gli isotipi radioattivi che posso essere colti solo attraverso un «contatore Geiger psicologico». Forse per questo, più che di erudizione, la moda necessita di conoscenza incarnata, e di riconoscenza della vita che ci precede – della carne presa in prestito dai nostri antenati. Ogni forma è ornata da un passato ancora aperto, che la rende parte di un vissuto/invissuto più lungo, di una genealogia infinitamente più inviluppata rispetto a ogni regno della pura immediatezza.

L’esercizio del vestire, dunque, è anche un esercizio di interrogazione della potenza dell’ornamento, e del suo ruolo nello strutturare la nostra vita. Rubando le parole che Manganelli aveva dedicato a uno dei più grandi (e luciferini) sarti della letteratura, Ronald Firbank, dobbiamo oggi avere il coraggio di affermare che l’artificio, la decorazione, l’ornamento sono strutturali. Santificano l’esistenza. Per Coccia e Michele, infatti, la moda reincanta il mondo proprio attraverso la sua poetica dell’ornamento, della moltiplicazione, del rovesciamento: «i vestiti si offrono come operatori di molteplicità». Ed è in questa poetica che il loro libro sembra gemellarsi con un’altra Vita delle forme: quella tracciata da Henri Focillon nel 1934, ma che, come ogni testo intempestivo, pare scritto appositamente per rivoltare il nostro presente.  La forza della moda risiede nella sua sbalorditiva carica di trasmutazione; l’ornamento non mai qualcosa di passivo, che si limita a decorare l’ambiente, ma l’ambiente stesso, sempre cangiante, attraverso cui la moda  «crea degli ibridi, impone all’essere umano il profilo della bestia o del fiore. La moda inventa così un’umanità artificiale. […] Tale umanità volta a volta araldica, teatrale, fiabesca, architettonica, non ha tanto a sua regola una convenienza razionale, quanto la poetica dell’ornamento».

Ecco che la moda si riscopre luogo fondante di quel dibattito sull’artificialità che domina l’immaginario contemporaneo. Dal momento che nasce, l’animale-umano è sempre impegnato a rinascere in immagine; dal momento che si veste, è contrassegnato da questa artificialità quotidianamente rinnovata. Come se l’umanità potesse riconoscere la propria natura solo in quanto moda; come se ogni elemento, per diventare propriamente umano, dovesse passare per una trasmutazione – incluso il linguaggio. Noi vestiamo gli abiti alla maniera delle parole; il parlare, come in alcune mitologie del popolo Dogon, è anche un tessere. Lo sapeva benissimo Alberto Arbasino, altro sarto straordinario della letteratura italiana. Come racconta Michele Masneri in Stile Alberto,  Arbasino affiancava, accanto alle stoffe dei suoi abiti, alla flanella, vigogna, grisaille, anche «le mille digressioni e l’infinita bibliografia, da Benjamin a Petronio a Musil».  Arbasino ci ha insegnato come nessun’altro che per imparare a scrivere bisogna anche imparare a vestirsi, facendo indossare alle parole «una camicia disinvolta e pantaloni letterari d’aspetto appena un po’ mondano, di vita: l’unica strada per andare dentro nel racconto e non star sempre chiusi in classe» (L’Anonimo Lombardo).  Questa scienza, mistica e mondana insieme, non è una ritirata nel terreno del frivolo, ma un campo di sperimentazione permanente, capace di pescare da ogni dove.

È qui, però, che si sviluppa una delle critiche più dure rivolte alla moda come esercizio di capitalismo estrattivo.  In un interessante articolo dedicato proprio all’immaginario del Gucci di Alessandro Michele, e intitolato “privatizzare l’utopia”,  Ale/Sandra Cane scrive:  «Ma forse quest’immaginario è nato proprio da noi, utenti, consumatorз e veicolatorз di specifiche culture, storie e movimenti di cui Gucci utilizza l’immagine, l’involucro, la copertina, mettendole in vetrina e facendole proprie. Come un nastro di Möbius – dove è impossibile definire inizio e fine, interno ed esterno – diventa difficile comprendere chi abbia creato, sfruttato, condiviso o ricreato quell’immaginario, e per molte persone non ha più importanza. Gucci ha privatizzato temi, soggettività e immaginari per costruire la sua brand identity: è un processo in atto ormai da anni e in tutta l’industria della moda».

È una rivendicazione ritenuta “giusta”, ma forse dobbiamo, radicalmente, fare a meno della nostra giustezza. Osiamo ribaltare il discorso, destituendo la purezza in favore dell’impuro. Quando nello stesso articolo leggiamo che nel caso del logo del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) reimpiegato da Gucci nella sfilata Twinsburg a essere centrali «non sono più l’origine e il significato di quel logo, quanto l’immaginario o il mondo valoriale che Gucci comunica», dov’è il vero pericolo? Nell’utilizzo di un logo che una moltitudine di persone saranno andate a cercare e studiare, complicandone ulteriormente le genealogie? Credo piuttosto che un potenziale pericolo risieda nella critica stessa mossa dall’articolo, nell’ossessione dell’originale, della fonte, del chi ha generato cosa; ossessione che in molti casi tradisce una forma di dominio della giustezza; un discorso d’arconti, di mal d’archivio: chi interpreta i documenti, chi è autorizzato a impiegarli o decifrarli. Questo non vuol dire smettere di rivendicare una storia di battaglie fondamentali che spesso viene taciuta, ma riconoscere, anche laddove non coincida con la nostra rivendicazione, il principio radicalmente queer della moda. La moda, se fossimo capaci di seguirla fino in fondo, ci dice infatti che, al di là del nostro controllo, la cultura stessa è un corredo d’inquietudini, una storia di storture, di ricapitolazioni, di rinascenze e sopravvivenze, di incastri e riappropriazioni. Non sempre “igieniche”; molto spesso queer e aberranti – come noi, del resto.

Henri de Toulouse-Lautrec, La Clownesse assise, Asta Pananti in corso

Tra moda e merce, conviene allora porsi in ascolto di questa aberrazione, per capire cosa ha da dirci rispetto alla migrazione delle immagini e dei desideri. È come la famosa domanda posta dal filosofo Timothy Morton: quale risveglio ecologico può innescare in noi una lattina di Coca-Cola? Quesito deliziosamente weird, almeno quanto: «i Neanderthal avrebbero amato la Coca-Cola Zero?». La sua risposta è affermativa, e se ne serve per contestare una diffusa postura di diffidenza filosofica verso il desiderio consumistico, visto come colpa massima dell’epoca moderna. Per Morton non c’è stata nessuna Caduta, nessuna vera vittoria del desiderio sul bisogno o la necessità. Neanderthal, uomini dell’Antropocene o provinciali dell’Orsa Minore… il principio è lo stesso. Le cose, in un modo o nell’altro, continuano ad attirarci a loro: «il consumismo costituisce un problema perché scompagina l’idea mesopotanica per cui saremmo noi a imporre deliberatamente il nostro valore alle cose. […] Il rovescio del consumismo è il segnale che esistono altri esseri», «il sentimento di essere circondato e penetrato da entità che non posso togliermi di dosso» (Ecologia oscura). Non serve a nulla demonizzare il desiderio, rifiutare il contatto (o il contagio) con la “merce”. La transizione dal consumismo all’ecognosi inizia piuttosto col riconoscere che persino una lattina di Coca-Cola ha qualcosa da insegnarci sull’intreccio di relazioni dal quale emergiamo. Trattandola come qualcosa in più che materia inerme, avvicinandoci più attentamente ad essa, prestando ascolto e sensibilità al modo attraverso cui ci vincola o ci provoca, facciamo esperienza della potenza delle cose – della loro altra vita. Esattamente come nella moda, quando ci invita ad ascoltare  il fittissimo bisbigliare delle cose. «Sono un rabdomante. Un animista. Un instancabile adoratore di tutte le cose» dichiara Alessandro Michele; «gli oggetti possono solo essere divinati, perché c’è sempre vita in essi» continua più avanti Coccia.

Attraverso il rapporto che la moda intesse con le cose, ci scopriamo irrimediabilmente consegnati al mondo, implicati anche attraverso un sentimento di abiezione, di fecondo disagio: qualcosa mi chiama, mi penetra, esercita un’attrazione oltre il mio controllo. L’abiezione indotta dal consumismo (quando trattiene in sé uno spazio di pensiero e non-coincidenza) ci chiama in causa, facendoci rivalutare quelle stesse cose dalle quali siamo de-pressi: «la melanconia è irriducibile in quanto ecologica; non c’è possibilità di fuga dall’abiezione e questo proprio a causa della simbiosi e dell’interdipendenza. Esistere è coesistere» (Ecologia oscura). Essere è stare in questa gemellanza con le cose, con l’incerto e l’impuro, col pensiero che viene da “altrove”. Criticamente, fuori da ogni coincidenza assoluta, ma comunque nel mezzo. Vestiti di mondo, e senza nostalgie originali. Anzi: orfani d’origine, sempre pronti a rinascere – come nelle varie stagioni della moda. Anche per questo lo chic è radicale. Una filosofia delle vesti ci insegna allora che se la rivoluzione non è un pranzo di gala, certamente può essere una sfilata.


GIORGIOMARIA CORNELIO (1997) È POETA, REGISTA, CURATORE DEL PROGETTO ”EDIZIONI VOLATILI”, E REDATTORE DI “NAZIONE INDIANA”. HA CO-DIRETTO LA “TRILOGIA DEI VIANDANTI” (2016-2020),  PRESENTATA IN  NUMEROSI FESTIVAL E SPAZI ESPOSITIVI. SUOI INTERVENTI SONO APPARSI SU “LE PAROLE E LE COSE”, “DOPPIOZERO”, “ANTINOMIE”, “IL TASCABILE” E ALTRI. HA PUBBLICATO “LA CONSEGNA DELLE BRACI” ( LUCA SOSSELLA EDITORE) E  “LA SPECIE STORTA (TLON EDIZIONI).
 

1 comment on “Lo chic radicale

  1. […] L’Indiscreto un lungo articolo che indaga a fondo alcune tematiche legate al mondo della Moda, mettendole in […]

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