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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti
Di Angelica Crosato
Cosa significa sbilico per Alcide Pierantozzi? Questo neologismo, da cui prende il titolo la sua opera (Einaudi, 2025), segna una progressiva perdita di stabilità: dal latino umbilicus all’italiano “bilico” fino all’aggiunta della S privativa. La portata destabilizzante emerge in ogni pagina, rendendola un’opera sfuggente a ogni etichetta: Pierantozzi la definisce un «un diario di bordo della malattia», specificando che non sia solo autofiction, sebbene qualche invenzione sia stata necessaria. Realtà e finzione si intersecano in un’indagine complessa di un io sfaccettato: a tratti razionale, a tratti allucinato. Questa commistione non è solo formale, ma riflette la singolare percezione di un Alcide quarantenne, «paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». La sua quotidianità è travagliata da diversi disturbi psichici, che affondano le proprie radici sin dall’infanzia, permeata da immagini di morte, tra cui quella del fratellino deforme. Il lutto caratterizza anche il presente per la morte della sua insegnante di lettere, episodio che lo spinge a ripensare agli anni scolastici, all’ossessione per le matite e all’episodio della caduta dei dizionari dal camion, momenti fondamentali per la sua futura carriera da scrittore. Soprattutto dopo quest’ultimo, infatti, Alcide sviluppa quasi un desiderio patologico di scegliere le parole giuste per descrivere il mondo, valutando sia il significato, che il significante: infatti la sua scrittura offre una visualizzazione scenica tramite allitterazioni, onomatopee oltre che all’utilizzo espressionistico di effetti cromatici e metafore suggestive.
Trattando tematiche controverse come la sessualità, la deformazione e la malattia mentale, quest’opera non si propone di avere una portata salvifica, ma di insinuare dubbi per mostrare la problematicità di una visione univoca. Sbilico non è un libro facile, ma è proprio nella sua scrittura dolorosa e necessaria che risiede la sua forza.



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