Lo schwa e il valore magico della parola



L’estenuante dibattito sullo schwa spesso sembra limitarsi sempre al ruolo rappresentativo della lingua, ignorando la sua forza plastica: la possibilità, cioè, di agitare i nessi consolidati e di riformare continuamente l’accordo nuziale tra parola e parola.


In copertina: Mimmo Paladino, Senza titolo, 2002 – Asta pananti in corso

 

di Giorgiomaria Cornelio

Vi è un fraintendimento attorno ai dibattiti che riguardano lo schwa. Sia che questo “inciampo” inneschi una necessaria riflessione sulla mobilità di ogni linguaggio del potere, oppure, per opposizione, una frettolosa controriforma, il discorso sembra sempre concentrarsi su un uso della lingua che è arreso alla sua funzione rappresentativa, coincidente con l’attualità delle proprie faccende quotidiane, esaurendo, così, la riserva di possibili che appartiene alle parole. Ma se c’è un carattere autenticamente ermafroditico del linguaggio, esso non riguarda tanto la sostanza dei suoi pronomi, ma la sua forza plastica: la possibilità, cioè, di agitare i nessi consolidati e di riformare continuamente l’accordo nuziale tra parola e parola. 

La poesia, molteplicità triturata, testimonia questo uso inaugurale della lingua, scuotendo l’usurata percezione del mondo, ponendo in stretto contatto ciò che normalmente non dovrebbe esserlo. Se lo schwa è al momento un appunto cosmetico, che intende il linguaggio come uno strumento di aggiustamento sociale, la poesia mette in esercizio la realtà attraverso le figure che di volta in volta manifesta o riattiva. Tali figure possono essere impiegate come congegni trasmutatori, impalcature per corpi infinitamente a venire, tentativi di provocare lo stato inerziale del possibile. 

La parola è quanto a ogni uso viene rimesso in gestazione: non un dato certo, ma una seconda natura insistentemente riattivata.  Il filosofo Pavel Florenskij, riflettendo sul valore magico della parola, scriveva: «giuntatami dall’esterno, prelevata dalla stanza dei tesori della lingua e del popolo, la creazione estranea viene creata ex-novo da me riusandola, viene nuovamente immessa in statu nascendi e ogni volta diventa più fresca e nuova». Le parole tornano al mondo, si gonfiano di una pluralità di sensi, formano e disfano inedite parentele. Non combaciano mai con una sola identità perché non sono immobili, cioè date una volta per tutte. L’interrogazione poetica del linguaggio dovrebbe allora soffermarsi sul motivo del nostro frequente addormentarci nella familiarità dei detti quotidiani. Dovrebbe produrre sommovimenti, distanze che ci avvicinano alle cose rinnovandone la percezione.  Perché si può anche impiegare lo schwa come momentaneo inciampo, ma se a essere strappato non è prima di tutto il torpore immaginativo, la parola invece che rifondare la realtà si adegua e ci adegua semplicemente a un’innocua idea di progresso. E questo non basta.  

La visione del linguaggio, quando viene negato lo scuotimento figurale e l’inesauribilità dei suoi attraversamenti, è stanca e impotente. Se le genealogie restano immediate, se il contatto con le parole non viene pungolato da un’impurità che ne sospende il valore strumentale, il linguaggio finisce per coincidere con il presente spaventosamente nitido in cui siamo gettati. Di questo fenomeno scrive Federico Campagna in Magia e Tecnica: 

Al fine di soggiogare il mondo delle cose al proprio universo di posizioni, la Tecnica Industriale procedette con il trasformare le cose nel loro equivalente linguistico, così da poterle includere all’interno dei propri sistemi seriali. Le cose non furono solamente ridotte genericamente ai loro nomi; nello specifico, esse furono tradotte nei loro nomi tecnici.  […] Una volta che il lavoro di traduzione ebbe esaurito il suo obiettivo primario, e niente era rimasto dell’umano, delle foreste e delle cascate se non il segno linguistico del loro valore come riserva disponibile (niente era rimasto del mondo stesso, se non il segno linguistico del suo valore strumentale), allora nacque l’universo della Tecnica nella sua perfezione: il complesso dell’esistente e del possibile ridotto a una sfera di linguaggio chiusa e assoluta, data l’assenza di ogni “fuori” rispetto a essa.  

Come forare questa sfera? Osserviamo, per un istante, l’Annunciazione di Cortona del Beato Angelico. Il dialogo tra l’Angelo e la Vergine è impresso nella materia del dipinto, e la risposta di Maria («Ecce ancilla Domini fiat mihi secundum verbum tuum») è capovolta, cioè rivolta a Dio. La potenza della poesia assomiglia a questo capovolgimento portato nell’annuncio: un turbamento percettivo che ci chiama a rovesciare lo sguardo fissato sulle cose (senza limitarci a una vocale). Nel profondo del torpore, la poesia agisce come interpellazione vincolante.

Annunciazione di Cortona, Beato Angelico, 1430 ca.

Il modo stesso in cui attraversiamo un testo non è pacifico. Se lo schwa ha un valore, questo è la capacità di indicare che tra le lettere si consuma una battaglia; che il testo è una materia insieme carnale e terrosa, fatta di strati e di strutture, di pelle e di memoria. Interrompendo la consueta uniformità visiva, lo schwa diventa oggi il timido indizio di una zona del linguaggio dove si accumulano strati di tensioni, il rivelarsi di quella dimensione geologica occultata nel testo che Charles Péguy descriveva così nel 1910:

Bisognerebbe avere in tipografia come in geologia dei colori per segnare i diversi strati d’una simile costruzione, i piani; la struttura; ciò che è primario, secondario, terziario, […] ciò che è roccia e ciò che è un humus, un deposito, una curva, una torba, un fango fecondo… Noi pure, in difetto di colori, abbiamo nostri caratteri diversi. Ma ce ne mancano. (Victor-Marie, Comte Hugo)

Ogni lettore è un potenziale sismografo vivente. Per tale lettore, lo schwa si limita però a indicare la zona di tensioni, senza davvero terremotare le ordinarie strutture del testo. Al contrario, un’interrogazione poetica del linguaggio, così come produce figure trasmutatorie, può scavare rivoluzioni tra le parole, mutare radicalmente i paesaggi, calarsi nel fondo cicatriziale della lingua per dissotterrare strategie fossili da opporre alla grammatica del potere. 

La lezione della letteratura mistica rimane in questo senso ancora essenziale. Giovanni della Croce, Teresa D’avila, Angelus Silesius… la loro scrittura è opera di disattivazione del discorso, torchio e frantoio, corpo inumano, luogo visivo e sonoro di balbettii, tormenti, eccedenze vocali; è ascensione nella caduta, scena che si oppone all’unificazione: via d’uscita verso l’alterità; è il dire del patire, la fabula mistica di cui parla Michel de Certeau:

il discorso mistico non smette di produrre questo eccesso: in allitterazioni, rime, assonanze, ritmi e vocalizzazioni – effetti di un sovrappiù del dire sul detto. […] Il dire del patire sopraggiunge solo in frammenti, come, nella memoria, le schegge di un ritornello o di una conversazione: lapsus di voci senza contesto, citazioni “oscene” di un corpo, brusii sospesi sembrano certificare, attraverso questo disordine di impressioni, che c’è dell’altro […]. 

Grafico del Monte Carmelo tracciato da S. Giovanni della Croce

I “brusii poetici” e le frantumazioni visive del discorso mistico infigurano nel testo quel corpo altro che si voleva escluso dalla dimensione normativa della fede. Il testo testimonia il corpo, ne è impresso, andando a formare – come un dispositivo vicario – lo spazio perché esso avvenga, tocchi il lettore, lo provochi, si faccia presente senza per questo esaurirsi nell’immediata presenza. È un corpo che resta imprendibile: che sfugge nei tagli della pagina… 

Allo stesso modo, per evitare che oggi il linguaggio diventi strumento di cattura, dobbiamo fare in modo che esso non smetta di divincolarsi, di disgraziarsi, di coltivare, anche laddove la chiarezza sembrerebbe essere una risorsa, un contatto con l’ambiguo che non si consumi solo sull’identità, ma sulla fioritura dei nessi imprevisti; un contatto solubile, tremebondo, in cui l’unica cosa certa piantata nella parola sia la danza dei propri possibili. Concludendo con i versi del poeta Emilio Villa: «No, non c’è più origini. No. / Ma / il transito provocato delle idee antiche – e degli impulsi. / E qualsivoglia ambiguo che germogli intatto / dalle relazioni / dalle traiettorie / dalle radiazioni / dalle concezioni / luogo senza storie. / Luogo dove tutti.»


Giorgiomaria Cornelio (1997) è poeta, regista, curatore del progetto ”Edizioni Volatili”, e redattore di “Nazione Indiana”. Ha co-diretto la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020),  presentata in  numerosi festival e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su “Le parole e le cose”, “Doppiozero”, “Antinomie”, “Il tascabile” e altri. Per  Luca Sossella Editore, ha pubblicato “La consegna delle braci”.

1 comment on “Lo schwa e il valore magico della parola

  1. Loredana

    Interessante interpretazione anche se non priva di esercizi stilistici che la rendono un po’ ostica. Io sono più x la comunicazione che passa o tenta di passare quello che in effetti vogliamo dire e qui sento molto l’esaltazione di se stessi e di quello che si sta facendo in maniera plateale e poco quello che c’è ancora molto da fare in collaborazione che, altrimenti e a mio modesto parere, non si arriva ad una conclusione momentaneamente coerente di ciò che si desidera esprimere.

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