Lo splendore, Pier Paolo Di Mino



2000 caratteri per parlare di un libro, ogni settimana o quasi, per chi legge L’Indiscreto e vuole leggere ancora di più.


Di Andrea Zandomeneghi

Zandomeneghi:

«Poi d’improvviso mi sciolse le mani e le mia braccia divennero ali, quando mi chiese conosci l’estate, io per un giorno, per un momento corsi a vedere il colore del vento.» Il poeta cantava così i rapimenti mistici di Maria infante maritata. Nell’opera monumentale Lo splendore a cui Paolo di Mino ha votato il suo diutiurno e ciclico entusiasmo troviamo un distillato dall’annoso e ciclopico progetto del Libro azzurro (che non è opera mondo, è opera realtà, opera realizzazione) curato da Veronica Leffe.

Il mistico per me è l’incontro trasformativo con l’altamente significativo, quello che s’innalza spiraliforme dal brulichio (il brulicare delle scimmiette sulla zattera del Furore di Dio, Aguirre) della progenie molteplice della madre delle diecimila creature vissute dal ciclo della divorazione.

E ne L’infanzia di Hans quale è il rapporti con la metafisica, il preternaturale, l’esperienza dell’esplosione dei campi semantici ad opera dello spirito nel protagonista e anche negli altri più velati personaggi? Parlami dunque degli oltremondi e dell’immortalità nel tuo romanzo che presenteremo e discuteremo sabato il 15 giugno alla Galleria d’Arte del Frantoio a Capalbio alle 18 e 30  all’interno della rassegna letteraria d’editoria indipendente Capalbioff, organizzata dalla Fondazione Capalbio e ideata da me assieme a Daniele Petruccioli

Pier Paolo Di Mino:

Hans, il protagonista del romanzo, così come gli altri personaggi (non meno protagonisti di lui nel tessere la trama del racconto, o della realtà), lo vogliano o no, cedono tutto sé stessi alla realtà, al suo racconto, ossia a quella rete di enti che si danno solo in una relazione perenne che di metafisico non ha nulla: per loro, se c’è qualcosa di oltremondano, è in questo mondo; l’eternità la conoscono nel tempo; l’immortalità la trovano in quell’evento che è la morte alla vita morta, ossia alla vita intesa come esistenza, mera piatta sbiancata collezione di giorni o fatti deprivati di significato. «Lo splendore» è senza dubbio un libro di iniziazioni, di quel tipo di iniziazione comune da cui ognuno, presto o tardi, è tentato: la realtà si presenta a noi immediata e ne abbiamo vissutezza; non del tutto staccato da questo momento, segue quello in cui, vista la realtà, ci chiediamo come viverla. I più rifiutano questa iniziazione impauriti dalla morte che implica, quella alla vita morta. Si sa che la morte fa paura: ed eccoli condannati all’insignificante. È un’iniziazione, non una conversione: niente metafisica, nessuna religione, nessun grande ideale, non ne usciamo più buoni, non avremo il suggello di grandi carismi che ci mettono al di sopra della realtà (anzi!), non potremo vantare la pratica di specialissime diete o maggiore efficienza spirituale con magiche ripercussioni, magari, nel campo lavorativo, non smetteremo di invecchiare e di languire per amore: e, sempre assediati dal pungiglione della morte, alla fine moriremo. Il mio romanzo, in fondo, è il tentativo necessariamente imperfetto di comunicare questa esperienza iniziatica; e somiglia allora, forse, a quanto succedeva a Eleusi, dove alle cose serie si mescolavano le facete: da qui le avventure di Hans e degli altri, tragiche, comiche, sentimentali, orrorose, liriche, amorose, criminali, intime, cosmiche, bucoliche, sconce, filosofiche, e via dicendo, raccontate con un sorriso che, più che mio, è di un bambino che gioca coi dadi.

 

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