L’origine e la trasformazione dello Yoga nel tempo

Il termine “yoga” racchiude in sé molteplici significati, dall’unione tra corpo e mente alla connessione con una dimensione più profonda. Ma come si è evoluto nel tempo? Dalle origini ascetiche nei testi sacri dell’India alla trasformazione moderna che enfatizza le posture fisiche, questo viaggio ripercorre la storia, le scuole e le diverse interpretazioni dello yoga fino ai giorni nostri.


in copertina e lungo il testo opere di Clara Tice

Questo articolo è un estratto da Neuroscienze dello yoga, di Luca Chittaro, edito da Mimesis.


di Luca Chittaro

 

La parola yoga ha molteplici significati. Ha origine dal sostantivo sanscrito yugà (“giogo”) e dalla radice verbale yuj, che ha il significato di “aggiogare, unire, collegare, mettere assieme”. Nell’interpretazione più comune, seguita in questo libro, l’unione a cui la parola fa riferimento è quella fra corpo e mente. Tuttavia, va sottolineato per completezza che in alcuni contesti di tipo religioso la parola yoga viene anche associata all’unione fra un sé interiore più profondo o anima e una divinità personale o una realtà assoluta impersonale (Sarbacker, 2021). 

La parola yoga non denota soltanto un obbiettivo (l’unione sopracitata) ma anche una disciplina, un processo (ciò che si fa per raggiungere l’obbiettivo). In tal senso, l’immagine comunemente associata dai media alla disciplina dello yoga è quella di persone che si esercitano nell’assumere particolari posture fisiche (āsana). In realtà, lo yoga come processo viene inteso in modi diversi da persone diverse: come una filosofia, come una pratica fisica, come una pratica meditativa, come uno stile di vita. I quattro punti di vista non si escludono a vicenda: alcune persone possono concentrarsi solo su un aspetto (per esempio, il solo esercizio fisico slegato dagli aspetti meditativi oppure la sola meditazione in condizioni di completa immobilità fisica) mentre altre possono combinare due o più dei quattro aspetti (per esempio, eseguire i movimenti e le posture, sincronizzando con esse la respirazione e mantenendo la mente focalizzata su tutte le sensazioni e sul momento presente), dedicandosi a ognuno di essi nelle proprie personali proporzioni. 

Per comprendere meglio l’origine di questa variabilità di significati e possibilità, la prossima sezione riassume brevemente alcune tappe importanti della lunga storia della yoga e della sua evoluzione nei secoli. 

I ricercatori accademici che studiano la storia dello yoga, pur avendo opinioni diverse su alcuni aspetti delle ricostruzioni fornite, concordano sul fatto che lo yoga moderno, con la sua enfasi sulle posture, sia il frutto di un’evoluzione che ha avuto luogo in buona parte nel XX secolo e che l’ha profondamente trasformato rispetto alle sue origini nell’antica India (De Michelis, 2005) (Singleton, 2010) (Connolly, 2014) (Goldberg, 2016) (Sarbacker, 2021). 

Il primo testo dedicato interamente e specificamente allo yoga (Yoga Sūtra) viene attribuito all’autore indiano Patañjali. Nonostante alcuni praticanti credano risalga al II secolo a.C., in realtà gli storici dello yoga concordano che il testo sia stato scritto secoli dopo, con diversi gradi di incertezza sul secolo specifico: II secolo d.C. secondo De Michelis, III secolo d.C. secondo Singleton, il periodo dal IV al V secolo d.C. secondo Goldberg o ancora più cautelativamente il periodo dal III al V secolo d.C. secondo Sarbacker. Dal punto di vista dei contenuti, il lettore che esamini il testo originale di Patañjali non troverà in esso un manuale di posture ed esercizi fisici. Al contrario, i Sūtra, cioè degli aforismi mirati a ispirare riflessioni profonde, delineano una visione altamente filosofica e meditativa dello yoga, organizzandola in un percorso (aṣṭāṅgayoga) composto da otto parti (āṅga, parola variabilmente tradotta in letteratura come membra, gambe, rami, passi, ausili). Le prime cinque “membra” vengono chiamate esterne perché riguardano la relazione con il mondo e con il corpo, le rimanenti tre fanno invece riferimento a una dimensione squisitamente mentale e vengono chiamate interne. 

Il ruolo storico di Patañjali non è però quello di aver ideato lo yoga, come alcuni credono, ma più precisamente di aver sistematizzato in un testo unico e omogeneo un insieme di concetti e pratiche che erano state in gran parte tramandate oralmente, dando loro organizzazione e struttura. Infatti, riferimenti, seppur frammentari, allo yoga risalgono a periodi precedenti a Patañjali e tali pratiche vengono a volte chiamate “proto-yoga” in letteratura (Sarbacker, 2021). In particolare, gli storici fanno notare che il termine yoga veniva usato già in alcuni scritti sia Hindu (1500-500 a.C.) sia Buddhisti (500-100 a.C.), con una connotazione ascetica (Sarbacker, 2021). Singleton illustra come alcune delle otto “membra” di Patañjali siano già precedentemente presenti in testi fondamentali della religiosità indiana (Upaniṣad e Bhagavad Gı̄tā) e invita quindi il lettore a non considerare Patañjali come unica fonte delle più antiche tradizioni yogiche (Singleton, 2010). Infine, alcuni autori riportano il fatto che i ritrovamenti archeologici della civiltà della valle dell’Indo, che ebbe inizio nel 2500 a.C., includono artefatti ritraenti divinità e figure umane in posizioni sedute che sono molto simili a posizioni sedute dello yoga e potrebbero essere speculativamente interpretate come la prima presenza storica del “proto-yoga” (Sarbacker, 2021) (Singleton, 2010).

Nei secoli successivi alla comparsa degli Yoga Sūtra, diversi autori scrissero testi di commento e interpretazione all’opera di Patañjali e vennero sviluppati e codificati tipi diversi di pratiche da una serie di guru (maestri spirituali) che emersero in India. Alcune di queste scuole di pensiero enfatizzano lo yoga come strumento per ottenere controllo e padronanza sul mondo, altre come strumento per ottenere intuizioni profonde e liberarsi dalla sofferenza terrena, riflettendo due diverse tradizioni religiose indiane (Sarbacker, 2021). 

Nel XIII secolo, iniziò a fiorire in India un tipo di yoga che diventò particolarmente popolare (Hatha Yoga) per conoscere poi un declino nel XVIII secolo e infine un revival in epoca moderna, grazie a maestri quali Yogendra. Tuttavia, l’Hatha Yoga insegnato oggi è l’esito di una rinascita che l’ha adattato alla contemporaneità. A differenza dell’originale, come illustra in dettaglio Singleton (Singleton, 2010), l’Hatha Yoga moderno attribuisce un ruolo primario e centrale alle āsana e rimuove, in misure più o meno grandi a seconda dell’insegnante, aspetti filosofici e anche pratiche previste dall’Hatha Yoga antico, alcune delle quali appaiono decisamente bizzarre all’occhio moderno, per esempio ingoiare lunghe strisce di tessuto per “purificare” lo stomaco o eseguire clisteri di acqua risucchiandola attraverso particolari contrazioni.

Una tappa fondamentale nella storia dello yoga è il suo arrivo in Occidente, avvenuto al termine del XIX secolo. Il maestro più popolare del periodo fu Swami Vivekananda, che approdò negli Stati Uniti nel 1893 e i cui libri sono ancora letti ai giorni nostri. Durante il suo soggiorno, pubblicò nel 1896 il suo più noto testo (Raja Yoga), nel quale partiva dai sūtra di Patañjali per presentare concetti e tradizioni dello yoga indiano in modi accessibili e aggiornati, in modo da essere più utili per gli occidentali dell’epoca, anche includendo punti di vista di tipo psicologico, tanto che uno dei padri della psicologia (William James) venne invitato a scrivere la prefazione del libro, ma il contributo poi non si realizzò (De Michelis, 2005). Anche in questo caso, va sottolineato che la centralità dell’insegnamento si focalizzava sulla dimensione spirituale, filosofica e mistica, con una visione dello yoga di tipo meditativo, che mette la mente al centro ed è mirata a sviluppare capacità di autocontrollo e concentrazione, dominando le passioni. La trattazione complessiva dello yoga di Vivekananda si organizza in una quadrilogia di testi che presenta quattro punti di vista corrispondenti a quattro tipologie di persona religiosa (Connolly, 2014): il meditatore (Raja Yoga), il devoto (Bhakti Yoga), il filosofo (Jñāna Yoga), e il “servo dell’umanità” (Karma Yoga). Per aiutare a comprendere l’orientamento iniziale dell’interesse occidentale verso lo yoga, Singleton fa notare che in quel periodo storico era frequente in India che i visitatori stranieri entrassero in contatto con praticanti yoga (yogin) itineranti che mendicavano, si esibivano in posture corporee innaturali, vero e proprio contorsionismo circense, in atti autolesionistici di fachirismo o altre pratiche discutibili (per esempio, legarsi con le pesanti catene degli elefanti o attribuirsi poteri paranormali) e nel loro mendicare non erano esenti da atteggiamenti aggressivi (Singleton, 2010). Gli occidentali portavano quindi indietro con sé dall’allora colonia inglese un’immagine caricaturale e malfamata dello yogin, disincentivando l’interesse verso gli aspetti fisici e posturali dello yoga, che venivano associati a quello stereotipo negativo, a favore invece del versante intellettuale, filosofico e meditativo dello yoga.

È durante il XX secolo che emerge in Occidente uno yoga che dà invece grande rilevanza all’aspetto posturale, con le prime avvisaglie negli anni ’20, e una forte affermazione dagli anni ’50 anche grazie a maestri particolarmente popolari e influenti come B. K. S. Iyengar (De Michelis, 2005) (Singleton, 2010). Gli storici concordano che a tale cambiamento abbia significativamente contribuito la spinta di gruppi e movimenti di cultura fisica e salutistici che conobbero una larga diffusione in Occidente nel XIX e XX secolo, con uno speciale coinvolgimento dei paesi scandinavi, e che fra i propri esercizi adottarono e a volte modificarono alcune āsana. Organizzazioni occidentali, quali l’Associazione Cristiana dei Giovani (Young Men’s Christian Association, YMCA), portarono tali tecniche di cultura fisica in India, dando involontariamente origine nella popolazione locale a un processo di riappropriazione delle āsana come parte dell’eredità induista, che si riverbererà poi successivamente in Occidente. Le posizioni che vengono introdotte o modificate nello yoga in questo periodo sono a volte influenzate anche dalla ginnastica callistenica, che veniva praticata dai soldati inglesi (Underwood, 2016), per esempio, si possono trovare similitudini con esercizi callistenici quali i piegamenti (anche in posizione a V rovesciata), la planche e lo squat. 

Lo yoga attualmente praticato nasce quindi da commistioni e fertilizzazioni multiple e reciproche fra tradizioni e movimenti orientali e occidentali (Singleton, 2010). In generale, l’espressione “yoga moderno” è un termine tecnico usato per riferirsi ai tipi di yoga che si sono evoluti attraverso l’incontro e l’interazione fra Occidente e India a partire dal XIX secolo (De Michelis, 2005). In ogni caso, anche nello yoga moderno si continuano a distinguere scuole più orientate alla dimensione mentale e altre più orientate a quella fisica, che De Michelis denomina rispettivamente “yoga moderno meditativo” e “yoga moderno posturale”, sottolineando che esse sono complementari e spesso presentano intersezioni (De Michelis, 2005).

La storia dello yoga dagli anni ’50 ai giorni nostri può essere più dettagliatamente divisa in tre fasi (De Michelis, 2005). Il periodo che va dagli anni ’50 alla metà dei ’70 è quello della popolarizzazione dello yoga: compaiono numerose scuole e insegnanti (sia indiani che occidentali), i media dedicano grande attenzione al fenomeno, e le persone sono attratte a frequentare corsi yoga. In questo periodo, in particolare negli anni ’60, si colloca anche il fascino per le filosofie orientali del movimento Hippie (e di artisti famosi quali i Beatles) che spinge molte persone a recarsi in India, aumentando i contatti fra occidentali e pratiche yogiche. 

Dalla metà degli anni ’70 alla fine degli ’80 si assiste invece a una fase di consolidamento: molte scuole e insegnanti cessano di operare, ma le rimanenti si organizzano in strutture più stabili, costituendo reti internazionali di centri e insegnanti, aumentando il proprio livello di specializzazione ed elaborazione tecnica ed esplorando con maggior profondità le possibili applicazioni pratiche dello yoga, per esempio allo sport, alla gestione dello stress, alla gravidanza, alla prevenzione nell’ambito della salute fisica e mentale. In tale periodo, nasce e diventa popolare il movimento New Age, che adotta lo yoga fra le sue numerose pratiche. 

Infine, dal termine degli anni ’80 a oggi, si assiste a una fase che De Michelis chiama di acculturazione, nella quale lo yoga viene crescentemente riconosciuto in modo ufficiale da istituzioni pubbliche, spesso considerandolo come attività salutare tanto che non è più raro ricevere il consiglio di praticare yoga dal proprio medico. Dagli anni ’90, lo yoga entra poi nel circuito commerciale delle palestre, anche grazie alla nascita di versioni fisicamente intense quali l’Ashtanga Vinyasa Yoga e il Power Yoga (Singleton, 2010), che possono essere insegnate ed eseguite anche come pure forme di esercizio fisico e sono state popolarizzate nei media da celebrità quali la cantante Madonna. 

Ai tre periodi identificati da De Michelis, ne aggiungerei però un quarto – dagli inizi del XXI secolo a oggi – durante il quale la ricerca scientifica, tema centrale di questo libro, va ad assumere un ruolo importante nella storia dello yoga, con la crescita esponenziale del numero di pubblicazioni scientifiche.

Come avrete dedotto, quando una persona si iscrive a un corso di yoga può trovarsi di fronte a pratiche molto diverse, che possono rifarsi più raramente allo yoga classico e più frequentemente a quello moderno, focalizzandosi nel secondo caso in diverse proporzioni sugli aspetti fisici o mentali. Sono tali e tanti i nomi di stili di yoga, e le modifiche e personalizzazioni operate da singoli insegnanti o scuole, che sarebbe sia impossibile sia poco utile provare a elencarle esaustivamente. Può invece essere utile menzionare come esempi alcuni tipi di yoga frequentemente insegnati in Italia:

– Hatha: introdotto nella sezione storica precedente. Durante una lezione di Hatha Yoga si assumono diverse āsana, mantenendole per tempi anche lunghi, con transizioni tipicamente lente da una all’altra, e viene dato rilievo a tecniche di respirazione e di meditazione (in proporzioni che possono variare con l’insegnante).

– Vinyasa: l’origine del Vinyasa viene fatta risalire al XX secolo e al maestro Krishnamacharya (Connolly, 2014). Nonostante condivida molte delle āsana dell’Hatha Yoga, il Vinyasa è dinamico: il praticante esegue un flusso (flow) di movimenti continui e fluidi di transizione tra un’āsana e l’altra, senza mantenerle molto a lungo, e prestando attenzione a sincronizzare il respiro con i movimenti eseguiti per passare da una posizione all’altra. Il livello di intensità può variare con l’insegnante e la classe e arrivare a richiedere uno sforzo fisico vigoroso. Può accadere che le tecniche di meditazione ricevano meno attenzione.

– Ashtanga: simile al Vinyasa, con la differenza che le sequenze di posizioni e movimenti, da eseguire ripetutamente durante la lezione, sono rigidamente prefissate e non modificabili e vengono tipicamente ripetute numerose volte in modo molto vigoroso. 

– Power: simile ai due precedenti dal punto di vista delle āsana, ma non esplora le tecniche di respirazione e meditazione, ed è quindi tipicamente una forma di esercizio intenso prettamente fisico, facilmente inseribile nelle palestre di fitness.

– Iyengar: pone grande enfasi sul raggiungimento di una postura ideale e sul mantenere le posizioni per lunghi periodi di tempo, eliminando le sequenze continue di movimenti del Vinyasa (Connolly, 2014). La flessibilità e l’allineamento corporeo sono obbiettivi centrali ed è frequente l’uso di attrezzi di supporto alla pratica quali per esempio sedie, panche, corde, cuscini.

– Yin: concepito alla fine degli anni ’70, è uno stile leggero in cui il praticante assume lentamente una serie di āsana, minimizzando lo sforzo fisico e cercando di lasciarsi andare in ognuna di esse per un lungo periodo di tempo, anche numerosi minuti per ogni āsana.

– Kundalini: influenzato da idee delle tradizioni tantriche delle religioni indiane, pone enfasi sull’obbiettivo dichiarato di risvegliare una particolare energia che afferma risiedere nel corpo e che dà il nome allo stile, anche attraverso il ricorso a particolari esercizi e a mantra (suoni, parole o frasi, tipicamente cantate o verbalizzate in lingue indiane quali il sanscrito).

– Ristorativo: nato negli anni ’70, presenta similitudini con lo Iyengar, ma è uno stile leggero come lo Yin. Il praticante assume delle posizioni confortevoli e le mantiene per tempi lunghi, anche con l’uso di attrezzi di supporto. 

– Nidra: non richiede alcuno sforzo fisico, il partecipante rimane disteso e viene guidato dall’insegnante attraverso pratiche mentali di visualizzazione e profondo rilassamento. 

Si noti che alcuni insegnanti possono integrare tipi diversi di yoga all’interno della stessa lezione, per esempio dedicandone una prima parte a uno yoga più fisicamente vigoroso (come Ashtanga o Vinyasa) e una seconda parte a uno yoga leggero (come Yin o Ristorativo) oppure privo di qualsiasi sforzo fisico (come Nidra). Può anche accadere che alcuni insegnanti, interessati all’aspetto filosofico e mistico dello yoga, introducano nelle loro lezioni degli intervalli in cui raccontano verbalmente tali teorie. L’unico modo per essere completamente certi di cosa si farà con un particolare insegnante è quindi partecipare a una lezione di prova. Sarà poi il partecipante a decidere, fra i vari corsi a sua disposizione, qual è la combinazione di esercizi fisici, mentali e di respirazione (e l’eventuale presenza o assenza di riferimenti a religioni e filosofie orientali) con cui si sente più in sintonia. 

Mutazioni, sperimentazioni e variazioni di stile appaiono continuamente e quindi non c’è da stupirsi nel vedere comparire stili di yoga con nuovi nomi. A titolo di esempio stravagante, cito il Rocket Yoga (Kyle, 2024), ideato negli Stati Uniti da Larry Schultz, un personaggio pittoresco della San Francisco degli anni ’90 che non faceva mistero di essersi interessato allo yoga per motivazioni tutt’altro che ascetiche (aveva notato in spiaggia un anziano insegnante “con una fidanzata 30 anni più giovane di lui”) ed era stato assoldato dalla nota rock band Grateful Death come insegnante personale di yoga da portare in tour. Il nome stesso del suo stile venne coniato da Bob Weir, il cantante della band, che scelse il termine “missile” (rocket) per sottolineare la presunta velocità di apprendimento (ibid.). Al di là di queste curiosità da mondo dello spettacolo, quando si vanno a esaminare le āsana di questo stile di yoga dal nome bizzarro, si constata che fondamentalmente replicano quelle dell’Ashtanga, eliminando la rigidità delle sequenze e permettendo maggior libertà nello sperimentare e avvicinarsi in modo progressivo allo sforzo fisico richiesto dall’Ashtanga. 

Constatazioni simili valgono anche per numerosi altri stili meno folkloristici: nonostante il nome possa apparire nuovo e originale, si ritrova tipicamente la presenza di molte delle āsana già familiari, provenienti da scuole di lunga tradizione.


Luca Chittaro è professore ordinario di Interazione persona-macchina presso l’Università degli Studi di Udine, dove nel 1998 fondò lo Human-Computer Interaction Lab, che studia gli effetti degli strumenti digitali sulle persone. Autore di oltre duecento pubblicazioni internazionali, le sue ricerche sono finanziate da enti prestigiosi come la Federal Aviation Administration (FAA) americana e sono state riprese da media internazionali, tra i quali: Discovery Channel, BBC, TIME, Fox News. Cura il blog “Interattivo” sul sito Nòva Il Sole 24 ore.

4 comments on “L’origine e la trasformazione dello Yoga nel tempo”

  1. Perdonate l'”ha rivedere”… Errore da correttore automatico.

  2. Inviterei inoltre l’autore ha rivedere l’ipotesi dell'”effetto pizza” riguardante gli āsana, in gran parte ridimensionato. I riferimenti ai testi di De Michelis e Singleton, opere che hanno dato il via ad un atteggiamento giustamente critico nei confronti dello yoga contemporaneo, sono piuttosto datati (vedi Mallinson) e le loro posizioni ormai riviste alla luce dei ritrovamenti testuali più recenti. Ci sono evidenze testuali che indicano la presenza di posture eseguite anche con supporti e in modo dinamico a partire dal XVIII secolo (Haṭhābhyāsapaddhati vedi J. Birch).

  3. Il termine āsana è maschile. Vinyasa denota una “azione consapevole”, un “movimento eseguito con intenzione” e lo stile moderno che viene indicato con questo nome trae origine da una minima parte dell’insegnamento di Kṛṣṇamācārya (da cui, per altro, derivano sia l’Aṣṭāṅga che, in parte, lo Iyengar) e ne trasforma in parte anche il significato: vinyasa nell’ottica di Kṛṣṇamācārya si applica anche all’ingresso in un āsana statico e non riguarda solo i concatenamenti.
    C’è il rischio di banalizzare pedagogie complesse riassumendole in questo modo.

  4. Marcello Mazzara

    È.un contributo molto interessante ed esaustivo,dal punto di vista storico per orientarsi in questa disciplina antica e rivisitata

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