L’oro di Gustavo Rol



Gustavo Rol –  forse il più importante sensitivo italiano vissuto di recente – non ha mai scambiato il suo talento col denaro, questo è noto, ma quindi di che campava? Come aveva riempito di oggetti preziosi e mobilio napoleonico quella magnifica casa in San Salvario? Se lo è chiesto Ivan Carozzi.


In copertina e nel testo opere di gustavo rol (che, si dice, dipingesse senza toccare il pennello)

(Questo articolo è uscito precedentemente su Linus, che ringraziamo)


di Ivan Carozzi

«Un convegno come questo, con testimoni oculari degli eventi, non sarà più possibile…». Così è scritto in un pieghevole distribuito all’Hotel Royal di Torino, domenica mattina 11 febbraio. Dentro sta per cominciare «La tremenda legge», simposio dedicato a Gustavo Adolfo Rol, forse il sensitivo più celebre e venerato nella storia del nostro paese. Rol è scomparso 28 anni fa. Statura imponente, abiti sempre eleganti. Viveva a Torino nel quartiere San Salvario, in una casa fornita di più apparecchi telefonici. Chi lo ha conosciuto lo ricorda goloso di banane e dolcetti. Perfino la serie SKY «1993» ha inserito Rol in una scena. Del resto «1993» è una saga che racconta il potere e Rol fu amico e consigliere di molti uomini potenti, oltre che di gente comune e artisti come Federico Fellini. Esiste una sua foto anche con John Cage. 

Siamo in circa cinquecento a scendere la doppia rampa di scale che conduce nella grande sala sotterranea. Prezzo del biglietto: 35 euro. Giuditta Dembech, autrice di libri come La quinta dimensione e L’ombra del ciliegio, è l’ideatrice dell’evento. Siede su una carrozzina a causa di una lesione al midollo spinale. È una donna molto energica, a suo agio mentre parla al microfono e saluta la platea. Nel 1927, all’epoca in cui aveva appena 24 anni, Rol se ne va a Parigi ed è lì che apprende «la tremenda legge» che dà il titolo al simposio. «Ho scoperto una tremenda legge», scrisse Rol, «che lega il colore verde, la quinta musicale e il calore». Dall’interazione tra il colore e il suono, spiega la Dembech, nasce una terza forza capace di agire sulla materia. Vengono quindi abbassate le luci. Su uno schermo appare uno slide show composto da immagini di colore verde. Lo scopo è sintonizzare intorno a un’unica «frequenza» le centinaia di persone raccolte nella sala. I ricordi della Dembech sulla sua amicizia con Rol si alternano all’ascolto di registrazioni risalenti al periodo tra il 1985 e il 1989. La voce del sensitivo mostra un limpido accento torinese ed è sempre vispa, ispirata, per quanto abrasa dall’usura del nastro.  

«Una volta», racconta Giuditta, «di fronte a me e ad altri testimoni, Gustavo, che allora aveva già 80 anni ed era ancora fisicamente enorme, si presentò vestito con un paio di bretelle. Con i pollici allargò le bretelle davanti al petto e cominciò a dire: “Perché io…. Perché io… perché io….”, e poi crebbe in altezza e diventò un gigante, alto fino quasi al soffitto. “Sembro o no l’omino della Michelin?”, ci chiese. E noi giù a ridere. Infine diventò all’improvviso piccolo piccolo, come le zampe del tavolino». E poi un altro ricordo, che la Dembech dichiara di non aver mai raccontato in pubblico: «Il Presidente della Repubblica di Panama vuole incontrare Rol. Rol declina. Non è la prima volta. Alla fine, tuttavia, accetta». L’incontro tra i due dovrà essere preceduto da un abboccamento preliminare, fissato in un albergo di Torino, con l’ambasciatore di Panama presso la Santa sede. Anche Giuditta Dembech è presente. A un certo punto l’ambasciatore estrae da una valigetta una fotografia di grande formato. Nella fotografia si vedono l’ambasciatore, il Presidente della Repubblica di Panama e un militare. A quel punto Rol, dopo aver guardato la foto, avverte: «Dica al suo Presidente che il suo paese è seduto sul cratere di un vulcano». Poi passa la foto a Giuditta, ma la foto non è più la stessa di prima. Ora il Presidente è riverso su un fianco, con la camicia piena di sangue, il militare è scomparso e l’ambasciatore è chino sul corpo del Presidente. Quella foto non è altro che «un’immagine giunta dal futuro». Così la definisce Giuditta. Infatti il militare non è un tizio qualsiasi, ma Manuel Noriega, autore qualche mese più tardi di un colpo di stato a Panama. 

Mentre Giuditta parla, le passa di fronte in punta di piedi Tom Bosco, uno dei relatori del simposio. Tom Bosco, persona dai modi affabili, è il direttore della rivista Nexus e della omonima casa editrice, che ha in catalogo testi contro i vaccini e a sostegno dell’esistenza del famigerato piano Kalergi sulla sostituzione etnica dei popoli europei. Libri e rivista sono in vendita presso un banchetto all’ingresso. È forse il caso di notare che anche in questo Hotel, e in questa fredda domenica mattina, sonnecchia l’Ur-Fascismo, cioè quella ossessione del complotto e quel sincretismo di credenze diverse di cui parla Umberto Eco in un lucido discorso pronunciato nel 1995, poi ripubblicato in un libricino uscito per la Nave di Teseo.    

Rol fu anche un pittore e si dice che spesso ha dipinto senza toccare il pennello. Il pennello si librava in aria grazie alla forza del pensiero. Clay Dembech, figlio di Giuditta, testimonia di aver visto da bambino Rol scagliare una manciata di petali contro una tela bianca, formando il disegno di una rosa. Valerio Gentile, tecnico elettronico, racconta invece della volta in cui Rol lo invitò a installare un impianto di sicurezza nella sua famosa casa di via Silvio Pellico. Anche Gentile resta colpito dalla personalità squisita e magnetica di Rol. Un giorno Rol descrive a Gentile un fenomeno: se facciamo bollire l’acqua in una pentola, al momento dell’ebollizione il vapore salirà; esiste tuttavia la possibilità che il vapore scenda. «Ne parlai con i miei professori», racconta Gentile, «dato che all’epoca ero uno studente di fisica, e mi dissero che sì, in effetti era possibile. Feci un esperimento per conto mio […]». La descrizione dell’esperimento è fin troppo tecnica, ma quel che conta è il finale: secondo Gentile il test confermò la tesi di Rol. 

L’aneddotica su Rol abbonda di libri che Rol riesce a leggere senza aprirli. O di carte e lettere che fluttuano a mezz’aria in un vecchio salotto borghese. Si sprecano gli episodi e le storielle –anche in questo simposio- che lo descrivono capace d’indovinare che cosa è scritto nella tal riga in una pagina x di un certo libro, anche quando il tomo è collocato sopra uno scaffale in casa di uno sconosciuto. La propensione velatamente feticistica per il libro lo collega alla bibliofilia della città grande e piccolo borghese che lo ha cullato, amato e cresciuto. Rol del resto emana in ogni fotografia una «torinesità» vibrante. La raffinata agenda del 1927 sulla quale scrisse della «tremenda legge» è oggi conservata dall’ex farmacista Caterina Ferrari. Caterina è una donna anziana e minuta, seduta in prima fila, che aspetta con disciplina il turno del suo intervento. Il suo racconto –il più bello e appassionato- è preceduto dall’audio di una telefonata di Rol nello studio di un programma tv condotto da Raffaella Carrà. Non c’è in questo simposio una vera e propria regia. Di conseguenza l’intervento telefonico di Rol, per qualche ragione, è anticipato da una vecchia registrazione di una sinfonia mozartiana. Poi arriva la voce di Rol, con le sue vocali aperte da arcipiemontese. Il sensitivo si rivolge direttamente ai giovani presenti nello studio della Carrà: «Mi concede due minuti? Io ho questo augurio, un po’ strano. Cari giovani, questa è la mia proposta […] apritevi una porta immensa, fornendovi un mezzo d’irresistibile potenza: fate cortei e chiedete a gran voce ai due superuomini di Stato di realizzare gli Stati Uniti del mondo[…]». È un appello degno di un massone del XIX secolo. Probabilmente con «due superuomini di Stato» Rol alludeva a Mikhail Gorbachev e Ronald Reagan. Per Caterina la proposta degli «Stati Uniti del mondo» è un’idea all’altezza di una mente illuminata; e poi a lei i giovani sono cari, anche perché ha perso due figli. Uno di diciotto e l’altro di diciannove anni. La prima volta che Caterina sente parlare di Rol è nel 1973. Apre La Stampa e resta colpita da un titolo a tutta pagina: «L’incredibile Rol». Qualche giorno dopo cerca il numero di telefono di Rol, anche perché intende parlargli della sua crisi coniugale. Risponde Rol in persona e ancora prima che Caterina si presenti, dice: «Aspetti un istante, lei indossa un camice bianco, lei è dottore in farmacia, lei è troppo buona e troppo impulsiva. Mi venga a trovare». Il resto del racconto procede dritto e d’un fiato, esposto con ordine (ed emozione) in un italiano chiaro e puntuale. La testimonianza riguarda l’amicizia di Caterina con Rol, che diventa più stretta e necessaria dopo il lutto per i due figli, scomparsi all’inizio degli anni ‘80. Caterina per quattro anni vive ospite a casa di Rol, cioè l’uomo che la distoglie dal proposito di suicidarsi. Quando Caterina dice che Rol era «buono» (trascinando la prima sillaba: buoooono), sembra parlare di un dolce appena uscito dal forno. Quella bontà le è rimasta dentro e sembra aver fatto lega con un dolore enorme, aiutandola a sopravvivere. Il pubblico è rapito ed è tra queste cinquecento persone sedute in silenzio che si nasconde, credo, l’oro di Rol, il suo lascito che non si disperde a oltre vent’anni dalla morte. È gente venuta da tutta l’Italia, ma specialmente da Torino, la città «magica» narrata in decine di libri per appassionati del mistero. Nessuno gioca con lo smartphone. Nessuno scatta foto. Piccola borghesia sabauda, capace di provare illusione e tenerezza. Tutti ascoltano con attenzione, a braccia conserte, il racconto della vita di Rol e ciò che rimane su nastro magnetico di quella voce amica. 

Prima di lasciare l’Hotel Royal mi accosto a Clay, il figlio di Giuditta Dembech, per rivolgergli una domanda. Gli chiedo se abbia mai saputo come vivesse Rol. Dovrebbe essersi fatto un’idea, visto che sia lui che la madre lo hanno conosciuto e gli hanno perfino dedicato un convegno. Rol non ha mai scambiato il suo talento col denaro, questo è noto, ma quindi di che campava? Come aveva riempito di oggetti preziosi e mobilio napoleonico quella magnifica casa in San Salvario, dove si succedevano la sala detta «della pittura», la sala detta «degli specchi» e la sala detta «degli esperimenti»? Clay esita, dice di non sapere. Poi ci ripensa: «credo facesse il medico chirurgo». Com’è possibile, mi chiedo, una risposta così vaga? Ma non oso fare altre domande e me ne vado.    


Ivan Carozzi ha lavorato per la rivista Linus e ogni tanto per la tv. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Figli delle stelle (Baldini e Castoldi, 2014), Macao (Feltrinelli digital, 2012) e Teneri violenti (Einaudi Stile Libero, 2016).

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