L’orrorifico cataclisma di Uzumaki



Una chiave di lettura sull’opera di Junji Ito, a pochi giorni dall’uscita della serie animata.


In copertina e lungo il testo opere di Junji Ito

di  Diego De Angelis

Nelle profondità della terra vive un gigantesco pesce-gatto che si chiama Namazu. Una divinità di nome Kashime lo tiene incatenato a una roccia mitica, la kaname-ishi. Quando le catene che tengono legata la bestia si allentano il grosso pesce scuote il proprio corpo con violenza, scatenando dei terremoti in superficie. 

Nella Tokyo del periodo Edo giravano molte stampe ukiyo-e che raffiguravano Namazu, figura del folklore e responsabile dei disastri naturali. Namazu nel tempo è diventato simbolo non solo di distruzione, ma anche della rinascita e del cambiamento.

Il primo Gennaio del 2024 un terremoto di magnitudo 7.6 ha colpito la costa occidentale del Giappone, causando 76 morti. Un evento che ha inaugurato un anno complicato: c’è la crisi dello yen, che sgretola la ricchezza delle famiglie e aumenta il costo delle importazioni, poi un altro terremoto il 10 Agosto ha colpito il nord seguito da un allarme tsunami (fortunatamente non verificatosi). L’ennesimo sciame sismico sembra confermare il futuro Big One, il catastrofico terremoto che potrebbe colpire entro i prossimi trent’anni il paese. Come se non bastasse quest’estate il tifone Shansan ha raggiunto il sud del paese, provocando morti, feriti e un milione di evacuati. 

Insomma, il rapporto tra uomo e natura in Giappone è – per dirla così – delicato, soprattutto se si guarda al passato: lo tsunami del 2011 nel Tohoku, i terremoti di Kobe del 1995 e quello del Kanto nel 1923 (che causò più di 120 mila morti), sono solo alcuni esempi. 

Fin dall’invenzione di Namazu la cultura nipponica ha trattato in modi diversi il tema del disastro, sia naturale che causato dalla mano dell’uomo. Quello del cataclisma è un tema che sta alla base di centinaia di opere, basti pensare ad Akira, Godzilla o Conan il ragazzo del futuro, agli scritti di Haruki Murakami raccolti in After the quake (tradotto da noi come Tutti i figli di Dio danzano, Einaudi). Sarebbe una lista infinita, ma è chiaro come molte narrazioni che vengono dal Giappone fanno i conti con un’idea di fine (e, per tornare all’idea di Namazu, anche di rinascita).

Così Uzumaki, fumetto orrorifico e assurdo di Junji Ito, è anche una storia su un cataclisma o, meglio ancora, sull’ineluttabilità di un cataclisma. Uzumaki è un fumetto serializzato su Big Comic Spirit (una rivista settimanale tipo Weekly Shonen Jump, ma specializzata in seinen, ovvero storie pensate per giovani uomini) dal 1998 al 1999, quando Ito aveva già alle spalle una carriera decennale da mangaka. Negli anni il successo di Ito, come maestro dell’orrore, si è fatto mondiale: al punto da spingere Netflix a produrre, diretto da Studio Deen, una serie animata antologica, Maniac: Japanese Tales of the Macabre – che però non ha ricevuto un buon riscontro di critica. 

A Tokyo ho avuto la possibilità di visitare al Setagaya Literary Museum la mostra Junji Ito Exhibition, dedicata alle sue opere e piena di tavole originali e ispirazioni biografiche. La mostra era frequentata da una miriade di ventenni e le ragazze erano vestite di nero, con lunghe frangette che le facevano apparire simili alle protagoniste delle storie di Ito. A conferma del successo del mangaka soprattutto tra le ragazze (niente di anomalo, Tomie era pubblicato sulla rivista Monthly Halloween, contenitore di horror shōjo dedicato a un pubblico femminile) c’è l’annuncio in Luglio di una collaborazione con la Sanrio per l’apertura di un popstore a Shibuya in cui i personaggi come Hello Kitty compaiono disegnati da Ito, in compagnia delle protagoniste delle sue storie.

Di Uzumaki, nonostante sia un fumetto di quasi sedici anni, si è tornato a parlare questa estate quando durante il San Diego Comic-con è stato annunciato che il 28 Settembre sarebbe uscita l’attesa serie tv, prodotta da Adult Swim e in produzione da anni. L’annuncio è stato accompagnato da un trailer molto apprezzato per l’atmosfera ansiogena e occulta fedele al fumetto. 

Ma di che parla Uzumaki?

Siamo a Kurozo-cho, una cittadina inventata che si trova tra il mare e le montagne. Karuzo-cho è un piccolo posto come potrebbero essercene tanti in Giappone: c’è un liceo, l’ospedale, la stazione dei treni. Kirie Goshima è una liceale che vive con i suoi genitori, il padre fa il vasaio, è fidanzata con un ragazzo di nome Shuichi Sato. La strana storia comincia quando un giorno, mentre Kirie percorre la strada verso la stazione per incontrare il fidanzato (che fa il liceo in una città vicina) vede in un vicolo un uomo piegato verso un muretto, intento a osservare, incantato, il guscio a spirale di una lumaca. L’uomo, ingobbito in quella posizione, sembra sotto ipnosi. Un po’ imbarazzata Kirie ne parla a Shuichi, confidandogli che quell’uomo un po’ inquietante, che aveva appena incontrato, era il padre del ragazzo. Ma Shuichi sembra poco interessato e con tono irrequieto propone a Kirie di lasciare la città insieme: è convinto che qualcosa di maligno si aggiri per le vie di Karuzo-cho e che la sirena di sicurezza, posta nel mezzo del paese, stia suonando l’allarme. Un suono che però nessuno sembra sentire tranne lui. Con un efficace monologo Shuichi ci introduce nell’incubo, “Odio quel mare cupo […] Quel faro nero è maligno. Le montagne che incombono dietro di noi. Le stradine tortuose che mi danno sui nervi… Spirali, questa città è contaminata dalle spirali…”. Capitolo dopo capitolo gli abitanti della città vengono affetti dalla malattia della spirale, ossessionato nei confronti della forma geometrica della spirale, la curva che s’avvolge verso il centro. L’ossessione degenera e, nel corso dei capitoli, il fumetto parte come horror-matematico (termine appena inventato) per diventare body horror (corpi che si trasformano in lumache, corpi che si contorcono in spirali), splatter (mutilazioni), grottesco (donne con capelli a spirale), post-apocalittico fantasy (ci sono persone che cavalcano tornadi) e un finale lovecraftiano. 

In più interviste Junji Ito ha parlato della sua ammirazione per le opere di H.P. Lovecraft. Lo scrittore statunitense, uno dei padri del genere cosmic horror, aveva una considerazione sulle spirali: affascinato dalle prime immagini astronomiche delle nebulose (come la M51, la Galassia Vortice fotografata dall’astronomo George Willis Ritchey) le considerava simbolo dell’ordine universale. Galassie è il nome di un capitolo di Uzumaki che racconta, come forma di prequel, le origini del male nel fumetto. Leggendolo si scopre che la piaga della spirale che ha afflitto Kurozo-cho è di origine aliena, una sorta di pestilenza stellare. 

La stessa cittadina di Kurozo-cho, nelle parole di Shuichi ad inizio del fumetto, sembra richiamare la depravazione di Innsmouth (quella in cui alberga Dagon, che non è stellare, ma una divinità abissale), luogo archetipo della letteratura di Lovecraft, una città maledetta.

Quando Junji Ito ha cominciato a scrivere Uzumaki era già noto per il suo primo successo Tomie, la storia di una ragazza che torna in vita dopo la morte e fa impazzire gli uomini che si innamorano di lei. C’è un libro che si chiama Dove nasce l’orrore (J-Pop, 2024) che è l’autobiografia dell’autore nato a Nakatsugawa, in cui racconta che le sue ispirazioni, ancor prima che lovecraftiane, sono giapponesi. A partire dalla genesi, in quanto Karuzo-cho, “la città dove accadono cose un po’ strane”, è ispirata ai luoghi della sua adolescenza. Nel fumetto i protagonisti possono ascoltare quello che succede dietro le sottili pareti di bambù dei vicini e la sensazione è che il paese sia una sorta di unico, claustrofobico, blocco abitativo; sembra che Ito avesse voluto portare all’estremo una condizione che aveva vissuto da bambino, di quando ha abitato in una casa che condivideva il tetto con quella affianco. L’idea di trasformare una geometria innocua come la spirale in un artefatto occulto è in parte ispirata alle forme delle terrecotte del Jomon, un periodo storico che va dal 10.000 al 300 a.C. Difatti, nel finale, quando i protagonisti finiscono nella città abissale sotto Karuzo-cho, le geometrie degli edifici ricordano lo stile del kaen doki, un vaso a forma di fiamme arzigogolate oggi conservato al museo nazionale di Tokyo.

Come Ito racconta nell’autobiografia, così come in altre opere, anche in Uzumaki vive un’ambigua comicità che si crea tra situazioni anormali e conversazioni ordinarie – uno stile ereditato dallo scrittore Yasutaka Tsutsui e dal mangaka Katsuhiro Otomo. Può capitare di chiedersi “dovrei ridere?” durante momenti di tensione; un po’ come quando, nel Capitolo 10, Shuichi spruzza uno spray insetticida verso la cugina di Kirie dopo averle chiesto di non fidarsi di lei. La scena ha una sua ironia nera perché avviene in ospedale, dove la cugina di Kirie è ricoverata perché incinta. Mi sono chiesto “ma perché quel ragazzo gira con un insetticida?”. Kirie sarà anche allibita dal comportamento del ragazzo, ma Shuichi è dalla parte della ragione, perché la cugina si è trasformata in una vampira-zanzara (sic).

In Uzumaki c’è un capitolo influenzato dall’eroguro, corrente artistica giapponese già apprezzata nelle opere di Junji Ito. Nata in ambito letterario all’inizio del Novecento (con opere come Morbose fantasie di Junichiro Tanizaki), l’eroguro, se lo volessimo definire in poche parole, è una forma di erotismo in cui si incrociano elementi macabri, orrorifici o grotteschi. Seppur formalizzato nel modernismo novecentesco, l’eroguro affonda le radici nelle stampe a sfondo erotico dei secoli precedenti, come quelle di Tsukioka Yoshitoshi (autore de La casa solitaria sulla brughiera di Adachi) o anche in alcuni antichissimi scritti come il Kojiki (una cronaca mitica redatta nell’ottavo secolo). Ito si può considerare autore eroguro (ma i veri maestri del manga eroguro sono Suehiro Maruo e Shintaro Kago) quando si pensa alla sensualità mortifera di Tomie, che nel terzo capitolo di Uzumaki viene omaggiata con il personaggio di Azami Kurotani, liceale affascinante dai neri capelli a caschetto. Quando viene maledetta dalla spirale, Azami si ossessiona con il ragazzo di Kirie, Shuichi, al punto tale da tentare di molestarlo in casa. Nel mentre una cicatrice a spirale si apre sulla fronte di Azami, nascosta dalla lunga frangetta, che nel tempo si ingrandisce in un vortice di carne che le risucchierà occhi, viso e infine l’intero corpo. 

Inizialmente ho scritto che Uzumaki può ricollegarsi a quelle opere che parlano di cataclismi e collasso nella società giapponese. Non lo fa chiaramente con l’evidenza del suo world building come Akira o L’attacco dei Titani, piuttosto in modo inconscio, forse perché, per citare Houellebecq che parla di Lovecraft (nel saggio Contro il mondo, contro la vita), Ito ha la scopo di terrorizzare ogni creatura dotata di ragione. Nel farlo, come in Uzumaki, Ito inserisce i suoi personaggi in alienate cittadine di provincia, come può esserlo la città di Silent Hill nell’omonima saga videoludica di Konami. La maledizione della spirale sembra mandare fuori di testa gli abitanti di Karuzo-cho, come se una follia penetrasse tra la popolazione. Si potrebbe leggere una sorta di psicosi collettiva, in cui le ragazze fanno a gara per chi ha i capelli con le spirali più lunghe; le persone si trasformano in lumache; volti malefici appaiono nei fumi dei forni crematori, mentre qualcuno comincia a praticare atti di cannibalismo e la città viene isolata da un sistema di uragani, in cui le cose si contorcono, inclusa la carne degli uomini vivi. Shuichi è l’unico personaggio che, fin dall’inizio, sembra consapevole di una catastrofe – che viene evocata dal suono della sirena già nelle prime pagine. Uzumaki sembra parlare di una malattia contagiosa che potrebbe essere l’allegoria delle radiazioni nucleari. La malattia della spirale è circuita a Karuzo-cho e non tutti ne sono afflitti, ma nelle vittime si espande inevitabilmente fino alla degenerazione finale. Verso il finale della storia vediamo come la malattia abbia colpito anche le foglie, gli alberi, insomma, la flora e la terra. Fa venire in mente l’Area X di Annientamento di Jeff VanderMeer, di una malattia che non fa differenza tra animato e inanimato e affligge tutto ciò che ha una struttura atomica.

L’idea della sorgente del male che vive sotto la città, sia una creatura più o meno senziente o una divinità, piuttosto che una forma aliena, ricorda – seppur da lontano – sia il pesce-gatto Namazu che quella mitologia postmoderna giapponese dei kaiju. Se per risvegliare Godzilla servono gli esperimenti nucleari, nel caso di Uzumaki la maledizione della spirale potrebbe essere stata provocata dalla scoperta di una galassia ignota, come viene fatto intuire dal capitolo finale. 

Uzumaki è quindi, oltre che una follia orrorifica, anche un racconto spiccatamente nipponico su un luogo destinato al cataclisma, come lo sono la Tokyo-3 di Neon Genesis Evangelion, la Midgard di Final Fantasy VII o la nebbiosa Silent Hill.


Diego De Angelis è laureato in Storia, fa il redattore culturale e programmatore informatico. Ha collaborato con Vice, Esquire, Not, occupandosi di fenomeni culturali.

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