L’osservatrice

«Ero reduce dall’ennesima relazione finita in disastro quando Laura mi chiese di accompagnarla alle Costellazioni familiari. Anche lei aveva i suoi casini, era appena rimasta disoccupata e non riusciva a vendere la casa di famiglia che le avrebbe permesso di tirare avanti anche senza lavorare: era convinta che l’esperienza avrebbe smosso tutto quello che non funzionava nella sua vita, come una conduttura intasata che una volta disostruita avrebbe lasciato di nuovo scorrere acqua limpida…»


IN COPERTINA, Un’Opera di Fernand Khnopff

di Ilaria Giannini

Ero reduce dall’ennesima relazione finita in disastro quando Laura mi chiese di accompagnarla alle Costellazioni familiari. Anche lei aveva i suoi casini, era appena rimasta disoccupata e non riusciva a vendere la casa di famiglia che le avrebbe permesso di tirare avanti anche senza lavorare: era convinta che l’esperienza avrebbe smosso tutto quello che non funzionava nella sua vita, come una conduttura intasata che una volta disostruita avrebbe lasciato di nuovo scorrere acqua limpida.

Io dubitavo che una specie di Gestalt dove si indagavano i traumi vissuti dai propri antenati potesse avere un effetto concreto sulla realtà, ma ero curiosa di assistere alla scena.

Era una riunione casalinga, ospitata nell’abitazione di montagna di una delle partecipanti alla seduta, così in una giornata di inizio dicembre mi ritrovai ad arrampicarmi su per le vette della Garfagnana; mentre la mia Panda arrancava lungo le salite, il motore mi rimandava un chiaro brontolio di vecchietta a cui è stato chiesto uno sforzo eccessivo.

Almeno non c’è neve, ripetevo per tirare me stessa e la Panda su di morale, mentre ci facevamo largo attraverso un velo di pioggia finissima e fredda, un manto lattiginoso che sfaldava i contorni della strada e rubava ai castagni ancora vestiti d’autunno tutto i loro colori. Infine la villa di pietra scura emerse dalla bruma come un’antica fortezza scolpita nella roccia e trovai Laura ad attendermi sulla soglia, preoccupata per il mio ritardo.

Erano già tutti dentro, a riscaldarsi con una tazza di tè: altre due ragazze intorno alla trentina come noi e due coppie di mezz’età che sulle prime scambiai per marito e moglie ma non avevano nessun legame tra di loro, se non quello di conoscere Neda, la padrona di casa che aveva organizzato il gruppo. Era segretaria in uno studio legale e per il cerchio aveva messo insieme alcuni clienti, una praticante e diversi conoscenti che bazzicavano l’eterogeno mondo di chi, scavallata la fase più lunga dell’esistenza, attraversate le tribolazioni professionali, le malattie, i divorzi e i lutti, inizia a cercare le risposte che non ha ancora trovato nei luoghi più impensati.

Li avrei chiamati fricchettoni, e le più giovani, con i pesanti anelli d’argento e le borse in lana cotta, rientravano di diritto nella categoria, ma per gli altri non c’era una vera definizione: erano solo una versione più aperta e più disperata dei miei genitori, ma questo l’avrei pensato solo in seguito, dopo aver scoperto che erano tutti dei sopravvissuti. Qualcuno aveva perso un figlio, qualcuno era rimasto orfano da piccolo, altri erano guariti dal cancro, lasciandosi dietro pezzi di corpo e il senso dell’integrità. È difficile scriverlo e anche spiegarlo a me stessa ma non riesco più ad associare le storie ai volti e non perché sia passato qualche anno da quando varcai la porta della casa di Neda, convinta di assistere a un’esperienza innocua, al massimo bizzarra: è come se la patina opalescente che rivestiva i boschi quel giorno si fosse posata anche sui miei ricordi, rendendoli friabili come vecchie ossa, pronti a sbriciolarsi ogni volta che cerco di avvicinarmi troppo.
Forse perché quello che sarebbe accaduto nella costellazione doveva davvero restare confidenziale, per usare le parole con cui la nostra guida ci presentò il processo a cui stavamo per dare vita.

Eva, l’antropologa e sciamana che conduceva il gruppo, era sulla quarantina, con un cesto di riccioli scuri striati di bianco e la capacità di sorridere in maniera costante per ore senza che quel sorriso marmoreo salisse mai completamente fino allo sguardo: i suoi occhi restavano vigili, misurati e sembravano molto più vecchi del resto del volto.

Non amo parlare di me, un’ostinata abitudine che aveva resistito all’era dello storytelling sui social e persino a un tentativo di psicoterapia rivelatosi inconcludente, così le spiegai che ero lì solo per accompagnare Laura, ma non fu mi permesso di essere una semplice spettatrice.

«Se vuoi restare devi interagire, devi mettere la tua energia nel cerchio, te la senti?» mise subito in chiaro Eva.
«Mi sa che non ho capito cosa devo fare.»
«Ogni partecipante porterà la sua intenzione dentro il cerchio e tutti insieme rimetteremo in scena la sua situazione, ciascuno dovrà fare la sua parte.»
«Ma io non ho nessuna intenzione, dico davvero.»
«Ok, mi sta bene, ma dovrai partecipare a quelle degli altri se vuoi restare.»
Finché non si tratta di me e delle teste di cazzo con cui vado a letto non c’è problema, pensai senza sapere di quanto stavo per sbagliarmi. Le costellazioni erano un gorgo e mi avrebbero risucchiato giù, insieme a tutti loro, costringendomi a lasciare la riva sicura di chi preferisce contemplare la vita e lasciare le immersioni agli altri.
All’inizio fu semplice, ludico persino: Eva ci invitò a prenderci per mano e ci guidò in una serie di esercizi di gruppo e di coppia simili ai seminari sul clima aziendale che avevo visto solo nei film, dove la ragazza con problemi di fiducia non riesce a lasciarsi cadere all’indietro tra le braccia del collega che ha una cotta per lei. Io avevo un’unica difficoltà, la solita: prendere sul serio la situazione e partecipare. Ero l’osservatrice, quella che ai concerti non è capace di cantare insieme agli altri e persino alle manifestazioni delle cause in cui crede può solo rimare in disparte, con l’aria sbigottita di chi è capitato lì per caso. Mi pareva di essere sempre stata per conto mio e anche i pochissimi amici selezionati e gli uomini disastrati che ogni tanto mi portavo a casa restavano come a margine della mia vita, in una zona di sicurezza dove si dava e si riceveva con parsimonia, senza andare troppo in profondità.

Ma il gorgo mi catturò prima che me ne rendessi conto, come l’estate in cui a Viareggio avevo nuotato dritta in una buca senza accorgermi del mulinello che tentava di tirarmi giù.

Mi coinvolsero subito, sin dalla prima scena. Una signora sulla sessantina mi scelse per interpretare sua madre e io entrai nel cerchio con riluttanza, piena di imbarazzo, ma il mantello del senso del ridicolo che mi proteggeva venne lacerato: mi ritrovai invasa da sentimenti che non mi appartenevano e di colpo ero così arrabbiata che schiaffeggiai la povera donna, a cui personalmente avrei potuto solo rimproverare di essersi fatta dei colpi di sole eccessivi per la sua età. Ma una furia inspiegabile si era impossessata del mio braccio e il colpo era stato blando solo perché la mia parte cosciente aveva trattenuto la mano. Quel sentimento non ero mio eppure lo stavo provando: ce l’avevo con lei perché aveva fallito nella mia stessa missione, anche lei non aveva studiato perché suo padre pensava che il posto delle donne fosse la cucina, proprio come aveva pensato il mio.

Il mio? Mio papà era un uomo mite che sin dall’infanzia non era mai stato capace di negarmi nulla, ma in quel momento io ero anche un’altra donna, nata sul finire del secolo scorso di cui non sapevo assolutamente niente se non che avrebbe tanto voluto continuare la scuola. Assomigliava alla storia della mia vera nonna paterna, che non aveva mai perdonato i suoi genitori per aver mandato a scuola il fratello minore, meno intelligente di lei ma dotato di un attributo che allora era l’unico che contasse: il pene.

Di tutti i ruoli assunti quel giorno è l’unico che ricordo ancora con chiarezza, forse perché non mi capita tutti i giorni di picchiare rispettabili signore, ma so che Eva avrebbe un’altra spiegazione: quella storia aveva acceso in me un’eco, un riverbero che dal passato mi aveva fatta vibrare.

E poi ovviamente c’è un’altra scena che mi infesta la memoria, l’ultima a cui assistetti e che finì per riportare a galla i mostri del mio passato.

Il buio ormai era calato nella stanza, illuminata solo dalle candele di Neda. Gli altri costellanti si erano già fatti avanti, con le loro coincidenze strabilianti, con gli aborti del passato che perseguitavano i figli nati successivamente, con i nomi che si ripetevano portandosi appresso il destino di chi li aveva indossati precedentemente, con una valanga di conflitti, delusioni e segreti che dalle radici dell’albero si irradiavano alla chioma, simili a viaggiatori annidati nell’inconscio collettivo della famiglia oppure a vere maledizioni, che il rituale di Eva prometteva di esorcizzare.
Ma ci credevo davvero? Pensavo che la donna che avevo schiaffeggiato avrebbe trovato un lavoro che le piaceva e che Laura, una volta riappacificato suo padre con il fratello che odiava, sarebbe riuscita a incassare la sua parte di eredità?

Non molto, ma ero certa che qualcosa di potente fosse accaduto e si stesse ancora manifestando: l’osservatrice era stata costretta a partecipare ma non aveva perso la sua capacità di vedere.

Non era necessario immaginare di aver convocato gli spiriti dei nostri antenati per riconoscere che c’era una forza all’opera e poteva benissimo appartenere solo a noi stessi: se attacchi un megafono all’inconscio non puoi stupirti di sentire una voce che urla.
Quando l’ultimo partecipante si alzò in piedi ero stanchissima e sentivo che anche sugli altri gravava la stessa cappa di consunzione, un’aria viziata che mi premeva sulle tempie e prometteva di trasformarsi nell’emicrania del secolo.

Ero esausta e nervosa, non volevo più entrare nel cerchio e così mi ero tirata la sciarpa sopra la testa, mi ero avvolta in un mantello improvvisato sperando mi rendesse invisibile. Funzionò e dal bordo del gorgo, in quello che credevo un posto sicuro, assistetti all’ultimo devastante mulinello.

L’uomo sulla cinquantina era stato tutto il giorno su di giri, aveva riso troppo rumorosamente e roteato gli occhi con uno sguardo vigile che sin dall’inizio non mi era piaciuto. Era un tipo insignificante dal volto simile a quello di un topo, un altro osservatore forse: aveva perso quasi tutti capelli ma si ostinava a tenere i superstiti acconciati in una corona che gli cingeva la testa.

Ci raccontò di aver perso di recente suo padre, una figura tirannica e ingombrante che una lunga e invalidante malattia aveva confinato a letto per anni, costringendo il figlio a prendersene cura: un signore grasso, seduto accanto a me, fu chiamato a interpretarlo e subito accadde qualcosa di strano. La bocca gli si piegò in una smorfia innaturale e tutto il lato destro del corpo la seguì: ora era come una marionetta a cui sono stati slegati i fili, pendeva da una parte e non riusciva più ad articolare bene le parole. Il cerchio si animò e faccia di topo con un tremito impercettibile si avvicinò al suo padre putativo, lo chiamò per nome e cercò di abbracciarlo ma quello si allontanò e silenzioso gli puntò contro l’indice dell’unica mano buona, la sinistra. Faccia di topo arretrò e iniziò a piangere. «Digli come ti senti» lo invitò Eva ma lui adesso tremava come una foglia e continuava a camminare all’indietro, inseguito dal padre, finché non si ritrovò schiacciato contro il muro. L’uomo grasso farfugliò una frase incomprensibile e faccia di topo attaccò a singhiozzare, si rannicchiò per terra con le ginocchia contro il petto e non appena Eva si chinò su di lui per confortarlo iniziò a iperventilare. Era sdraiato a faccia in su adesso, bianco come un morto in una cassa, e respirava forte, sempre più velocemente, risucchiava l’aria e la rilasciava con un suono di gola: la schiena si alzava e abbassava e a ogni colpo sembrava allontanarsi sempre di più dal pavimento.

«Ha le convulsioni» bisbigliò Neda e io mi strinsi di più nella mia sciarpa, lasciando che la seta rossa mi calasse sugli occhi: non volevo più guardare ma non riuscivo a chiudere le palpebre e attraverso la stoffa troppo sottile vidi faccia di topo inarcare la schiena, rovesciare gli occhi all’indietro e iniziare a sbavare. Quel suo “oooohhh” adesso riempiva la stanza, in due lo afferrarono per le spalle per tenerlo fermo, Eva gli mise le mani sul volto e iniziò a sussurrare una litania: poi prese una delle candele bianche e gliela passò lentamente sopra il corpo.

Laura si avvicinò in ginocchio e mi prese per mano: tremava e io mi aggrappai alla sua stretta, le passai un lembo della mia sciarpa sopra le spalle. Mentre Eva si prendeva cura dell’uomo e il suo respiro si normalizzava il cerchio si sciolse: sentii qualcuno chiedere al signore che aveva interpretato il padre cosa gli aveva detto prima che si sentisse male ma lui scosse la testa, si piazzò nell’angolo opposto della stanza e si rifiutò di parlare.
E allora, attraverso il velo di tessuto rosso che mi adombrava la vista, mi sembrò invece di poter osservare la scena con chiarezza: quei terribili spasmi erano cessati ma faccia di topo non dava segni di vita e con le mani intrecciate sopra il petto e il volto dissanguato assomigliava più che mai a un cadavere. Era diventato il corpo senza vita di suo padre e aveva rivissuto davanti a noi la sua morte, una dipartita a cui ero certa l’uomo avesse assistito senza far niente per impedirla, senza chiamare aiuto, lasciando che accadesse e liberasse entrambi. Ma li aveva liberati davvero? O li aveva avvinti per sempre in un temibile nodo di sensi di colpa e dolore che la costellazione non aveva potuto sciogliere?
E soprattutto io come facevo a saperlo?

Uscimmo dalla stanza uno alla volta, lasciando l’uomo solo con Eva, e sforzandomi di nascondere il mio turbamento me ne andai non appena mi fu possibile farlo senza sembrare sconvolta.

Ma ero fuori di me e uscii da casa di Neda a rotta di collo, come si fugge talvolta nei sogni, incespicando nei propri piedi, guardandosi oltre le spalle per veder apparire l’indicibile. Misi in moto la macchina e corsi su quelle stradine piene di nebbia e tetre, senza neanche un lampione a rischiararmi la via: gli abbaglianti fendevano la coltre fumosa e io sudavo rivoli che si gelavano sul collo, che mi facevano prudere gli occhi.

Accesi la radio ma la musica non riusciva a dissipare la sensazione che qualcosa mi stesse seguendo, che mi fossi tirata dietro un’ombra simile a quel fuoco fatuo che mio nonno raccontava una notte l’avesse inseguito nei boschi della sua giovinezza, infilandosi nel vuoto d’aria che era lui stesso a creare correndo a perdifiato.

Volevo fermarmi, prendere un caffè, magari fare una telefonata per scacciare la paura, ma ebbi la certezza che se avessi accostato di fronte a un bar qualcosa mi avrebbe afferrato ancora prima di poterci ridere sopra.

No, non potevo ridere e osavo appena respirare: spinsi la Panda al limite delle sue possibilità, pigiai sull’acceleratore e volai su quei tornanti di montagna come se ne andasse della mia stessa vita.

Filai lungo la piana di Lucca e arrivai alle pendici familiari del Quiesa, tirava un vento forte e umido, che sapeva di mare, e seppi che una volta scavallato il monte sarei stata libera. Aveva piovuto e la strada era ingombra di rami, passando di fronte alla Madonna che stava nella nicchia sotto la cima mi ritrovai a fare il segno della croce senza rendermene conto, ripetendo il gesto di un’infanzia cattolica che da lungo tempo mi ero lasciata alle spalle. Adesso stavo scendendo e mi sentivo più leggera, entrai in paese registrando appena l’oscurità che mi circondava, lasciandomi invadere dalla beatitudine di essere finalmente al sicuro e da un leggero stordimento, coda finale di quella scarica di adrenalina e terrore che mi aveva colta non appena mi ero resa conto di aver assistito a una dichiarazione se non di omicidio per lo meno di omesso soccorso.

Accostai sotto la casa in cui ero cresciuta, nella strada che conoscevo a memoria. La villetta era una sagoma indefinita stagliata contro un fondale nerissimo: il temporale aveva fatto saltare l’elettricità in tutto il quartiere e i lampioni erano muti, le finestre oscurate, eppure neppure allora mi resi conto di camminare nel buio. Percorrendo il vialetto avevo davanti agli occhi solo quel volto di alabastro, quell’ultimo tremito che gli aveva scosso il corpo, e mi chiedevo se l’usura e la stanchezza causate dalla malattia del padre fossero stati il vero motivo del suo gesto quando l’odore della pioggia si trasformò in qualcos’altro e un sentore di menta rancida che credevo di aver dimenticato mi riempì la bocca: in quell’oscurità sentii qualcosa sfiorarmi il seno e di colpo ricordai l’estate in cui quel collega di mio padre mi aveva spinto contro il muro e tutto era cambiato per sempre. Arrancando fino alla porta di casa e aggrappandomi inutilmente al campanello messo fuori uso dal blackout riconobbi nel volto dell’adolescente solitaria e taciturna che ero stata gli stessi occhi mobilissimi da animale braccato di faccia di topo, la stessa risata grossolana e innaturale di chi cerca di deviare sempre l’attenzione da se stesso. Caddi in ginocchio sulla soglia e mentre la luce tornava in tutta la strada la lampadina sopra la mia testa esplose, in una pioggia finissima di frammenti di vetro.


Ilaria Giannini (Pietrasanta, 1982) ha pubblicato due romanzi – “I provinciali” (Gaffi) e “Facciamo finta che sia per sempre (Intermezzi) – e insieme a Federico di Vita ha firmato “I treni non esplodono” (Piano B), il primo libro sulla strage ferroviaria di Viareggio. Ha curato tre libri di storia per Typimedia su Firenze, Prato e l’Oltrarno fiorentino.

1 comment on “L’osservatrice

  1. Martina

    Bellissimo ! Molto vivido e poetico.
    Grande Ilaria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *