L’Ucronia e la storia come genere narrativo



L’ucronia è la storia alternativa, quella che sarebbe potuta essere. Oggi si usa molto di più il termine “distopia”, anche se non sono perfettamente sinonimi. In ogni caso un dubbio si aggira tra gli studiosi: cosa succede se sdoganiamo l’ucronia come genere narrativo?


In copertina: Gino Romiti : Figure sugli scogli (1924) – Asta Pananti in corso

 

di Stefano Trucco

 

Tra i libri più particolari della mia biblioteca (che vive in un precario equilibrio tra il ‘vorrei ma non posso’ e il ‘con il buon gusto costa tutto meno’) c’è questo romanzo ucronico, ‘For want of a nail. If Burgoyne had won at Saratoga’, sfortunatamente senza sovracoperta, che Robert Sobel (1931-1999), storico dell’economia e professore alla Hofstra University di New York, pubblicò nel 1973. È appunto un libro di storia, con una ricca bibliografia e numerose note a piè pagina. C’è una mappa e numerose tabelle e grafici. I personaggi sono Presidenti, Primi Ministri, generali, monarchi, imprenditori, giornalisti, filosofi e l’occasionale semplice cittadino. Ognuno ha la sua personalità e la sua bella frase storica e un posto nell’inevitabile sviluppo storico verso un ‘oggi’, il 1972, oggi un po’ invecchiato.

Il ‘Robert Sobel’ che scrive ‘For want of a nail’ come libro di storia e non come romanzo, è australiano e insegna all’Università di Taiwan, sotto l’egida della Kramer Associates, la corporation multinazionale che da sola possiede circa il 60% della ricchezza mondiale. 

“What many historians call ‘modern times’ began in 1763, when Great Britain forced the French coalition to accept a humiliating peace, thus ending the Seven Years’ War and initiating the Pax Britannica” (pag. 12)

Il punto di divergenza (o ‘jonbar point’, come dicono i tecnici del genere), però è il 1777, con la sconfitta dei Ribelli americani alla Battaglia di Saratoga, a opera del generale britannico Burgoyne. Questo convince la Francia a non intervenire a fianco degli americani e la North American Rebellion viene sconfitta. Thomas Jefferson, John Adams, Tom Paine ed altri sono impiccati, mentre George Washington viene imprigionato a vita.

Il governo britannico per il resto si muove con moderazione e riconquista la fedeltà degli americani moderati. Ma un gruppo di ribelli rifiuta di sottomettersi e, guidato da Alexander Hamilton e James Madison emigra oltre il Mississippi, in territorio spagnolo, dove fonda una città, Jefferson.

Il nuovo insediamento crescerà al punto di ottenere l’indipendenza dal Messico e diventare uno stato. Nel 1818 Jefferson interviene nell’ennesima guerra civile messicana e conquista l’intero paese. Nascono gli United States of Mexico, con capitale a Mexico City e Andrew Jackson come primo Presidente. ‘Oggi’ gli USM si estendono dall’Alaska al Guatemala e sono una delle principali potenze mondiali.

Ennio Pozzi : Volto di donna,

L’altra metà del continente forma la Confederation of North America, con capitale Burgoyne, in Pennsylvania. Nel 1842 la CNA diventa un Dominion autonomo all’interno dell’Impero Britannico e nel giro di pochi decenni è sostanzialmente indipendente. ‘Oggi’ è il principale alleato della Gran Bretagna, che ha perso quasi tutto il suo impero, ma da una posizione di forza, quasi un protettore.

La CNA è democratica, stabile, progressista e isolazionista; l’USM è instabile, militarista, espansionista e populista. Insomma, l’esperimento mentale di Sobel sta proprio nella scissione chimica del carattere nazionale statunitense in una coppia di opposti, oscillanti in perpetuo fra la guerra e la collaborazione. 

Le altre principali grandi potenze sono il Giappone, l’Australia e  l’Impero Tedesco, che controlla buona parte dell’Europa Orientale, della Russia e del Medio Oriente. L’Italia non ha un ruolo particolarmente significativo in questa Storia: riunitasi solo verso il 1900, è ‘oggi’ una fedele alleata della Germania. Benché l’enfasi sia sulla storia americana il libro è anche  una storia mondiale. Il fallimento della rivoluzione americana ha per conseguenza anche il fallimento di quella francese. La rivoluzione industriale prosegue ma all’interno delle forme politiche e sociali dell’Ancien Regime crolla sanguinosamente intorno al 1880, portando l’Europa al limite del collasso. Le due guerre mondiali sono sostituite da una Guerra Globale fra il 1939 e il 1948. Non mancano le invenzioni (oggi diremmo in stile ‘steampunk’) quali la locomobile e la vitavisione. ‘For want of a nail’ dedica invece poco spazio alla cultura e alle arti: è una classica storia politico-economica.

La prima metà del libro è dominata da figure storiche impegnate a recitare parti differenti; figure importanti scompaiono mentre altre, minori, salgono alla ribalta. Poi, man mano, i personaggi ‘reali’ svaniscono (ma non del tutto: ogni tanto nelle note a piè pagine spunta, che so, un William Randolph Hearst o Thomas Edison) e i personaggi inventati si prendono l’onere di far andare avanti la Storia.

Il dettaglio ‘outlier’ della timeline alt-storica di Sobel è forse la Kramer Associates che abbiamo citato prima. Nata a San Francisco nel 1865, alla fine del libro ha sede a Taiwan ed è una potenza economica e politica di forma nuova, una corporation multinazionale che ha una popolazione, controlla territori e ha pure sue forze armate. Sono loro a far esplodere la prima bomba atomica, il 30 giugno 1962. In questo aspetto, la Kramer Associates rispecchia l’area di studio principale di Sobel, cioè la storia aziendale, dove è considerato un pioniere.

Detto questo, è un bel libro? Leggerlo sarebbe un piacere? 

Sobel scrive come l’ottimo divulgatore che è, ma non più di quello. Vi sono momenti particolarmente fini, come i primi capitoli, fino alla Battaglia di Saratoga, dove la Storia è identica alla nostra ma l’enfasi è sottilmente diversa, dato che ‘sappiamo’ che la causa americana è perduta, ‘inevitabilmente’ perduta. Quella di Sobel funziona come parodia della storiografia accademica, specie americana, e delle sue polemiche e distinzioni (almeno quelle in uso a metà del Novecento, diverse dalle nostre), tanto che in appendice c’è stroncatura accademica del libro da parte di un altro storico. Se vi piace leggere Storia, se la considerate un genere letterario come gli altri, allora potrebbe piacervi.

Altrimenti lo si potrebbe considerare un gioco alla Perec, come un intero romanzo scritto senza la lettera ‘e’. Più che essere coinvolti emotivamente lo siamo intellettualmente, come di un gioco di spirito che, a tratti, pare un po’ troppo lungo.

Però a me interessano principalmente due cose.

La prima è il fatto che oggi abbiamo smesso di considerare la Storia, o meglio la storiografia, come parte della Letteratura. Gibbon, Michelet, Mommsen, Macchiavelli e Guicciardini erano tranquillamente considerati parti importanti della Letteratura nazionale. Chi si sognerebbe oggi di parlare di Carlo Ginzburg o Benedetta Craveri o Mimmo Franzinelli come ‘scrittori italiani contemporanei’? La monocultura del romanzo impera e il Nobel a Theodore Mommsen non ha avuto successori (a parte, a suo modo, Winston Churchill).

Si può sostenere che la storiografia d’oggi è mal scritta, che preferisce la precisione accademica (quando va bene) al bello stile e alla tensione narrativa. Che gli storici non sono più scrittori, insomma. Ma a me pare che Luciano Canfora sia uno dei più rigorosi stilisti italiani d’oggi, come, per rimanere negli studi classici, si può dire anche per Paul Veyne in Francia e per Robin Lane Fox in Gran Bretagna, tutti autori i cui libri non si limitano a ‘informare’ ma sono un ‘piacere’ per chi legge.

Il fatto che il libro di Sobel sia un ‘romanzo’ che non rispecchia le strutture classiche del romanzo tradizionale, tante volte date per morte e ancora inesorabilmente con noi e anzi più forti e legnose di prima, non permette però di considerarlo un tentativo novecentesco di romanzo sperimentale, benché paia più di tanti altri un vero e proprio ‘romanzo mondo’. Questo non tanto per il carattere e le probabili intenzioni di Sobel (satira accademica e discussione di teorie socio-economiche) quanto perché il mainstream letterario ha da tempo espulso la Storia dal suo recinto, recinto nel quale non sembrano esserci problemi per la Storia come testimonianza personale e addirittura per il giornalismo. Personalmente lo trovo un impoverimento, ma a me piaceva tanto Umberto Eco, quindi probabilmente il mio parere non conta.

L’altra cosa è che l’Ucronia, un genere che a oggi non ha precisamente opere epocali al suo attivo, è forse il mio singolo genere letterario preferito.

L’Ucronia è quel genere letterario in cui si cambia un evento passato e si descrive l’effetto provocato sulla Storia condivisa per mezzo di un romanzo o serie di romanzi, di un racconto o di un saggio speculativo. L’evento cambiato è solitamente storico (il più popolare è certamente ‘se i nazisti avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale, seguito da ‘se il Sud avesse vinto la Guerra Civile americana’ e ‘se la Chiesa Cattolica avesse schiacciato la Riforma Protestante’). Più raramente sull’idea che la Preistoria sia andata diversamente (ci sono ancora i Neanderthal, oppure i dinosauri), o che le Leggi dell’Universo siano differenti (sia in senso fantastico – la Magia funziona, oppure la Terra è immobile al centro del Creato – che scientifico – il Sole ha una massa maggiore, la crosta terrestre è più spessa, la Terra ha due lune). Sempre più spesso si presuppongono più cause: per esempio nel ciclo di Lord Darcy, di Randall Garrett, Francia e Inghilterra diventano un unico regno nel Medioevo e oggi sono la potenza principale di un mondo dove la magia funziona. 

Le origini del genere sono francesi e alte: il primo romanzo propriamente ucronico è Napoléon et la conquête du monde (1836), di Louis-Napoleon Geoffroy-Chateau, che descrive come Napoleone riuscì a conquistare il mondo intero (edizione italiana di lusso per FMR).  Il primo a usare il termine Ucronia è stato il filosofo francese Charles Renouvier (1815-1903), come titolo del suo unico romanzo, pubblicato nel 1876, ‘Uchronie. L’utopie dans l’histoire. Esquisse historique apocryphe du développement de la civilisation européenne tel qu’il n’a pas été, tel qu’il aurait pu ètre’, in cui si descrive come il cristianesimo non riuscì ad affermarsi nell’Impero Romano. Segue una lunga serie di saggi e romanzi occasionali, fra il gioco di spirito, la propaganda e la fantascienza, fino alla recente fioritura del genere, che vede sia specialisti come Harry Turtledove, con il suo inevitabile tomo annuale da 800 pagine, che un numero crescente di autori mainstream, come Philip Roth (Il complotto contro l’America), Michael Chabon (Il sindacato dei poliziotti yiddish) e Ian McEwan (Macchine come noi). Vari sondaggi sembrano indicare in ‘La svastica sul sole’ (titolo originale ‘The man in the high castle’) di Philip K. Dick il miglior romanzo ucronico (si tratta di una versione piuttosto raffinata del classico ‘Hitler wins’ ma con una particolare enfasi sugli alleati giapponesi). Il miglior romanzo italiano del genere lo si deve a Guido Morselli, ‘Contro-passato prossimo’. Nel genere si sono cimentati anche autori mainstream come Enrico Brizzi (‘L’inattesa piega degli eventi’) che autori di fantascienza come Davide Del Popolo Riolo (‘De Bello Alieno’), Andrea Viscusi (‘Sinfonia per theremin e merli’) e Giampietro Stocco (‘Nero italiano’). La popolarità del genere è confermata anche dal fatto che sono cominciate le serie televisive americane, tratte da ‘The man in the high castle’ e da ‘The plot against America’. 

Per scrivere un’Ucronia, a parte quel che serve a scrivere una qualsiasi narrazione, bisogna affrontare questioni di fondo al limite fra la narrativa e la filosofia della Storia.

Intanto, la Storia è rigida o flessibile? Se supponiamo che un determinismo forte (tutto è stato deciso sin dal Big Bang) sia fuori discussione, bisogna stabilire se la Storia ha comunque una sua direzione evidente, così che un qualsiasi cambiamento del passato disturberebbe la corrente ma non la devierebbe più di tanto, se non nei particolari (Hitler viene ammesso alla scuola d’arte a Vienna e diventa pittore; qualcun altro provoca la guerra mondiale e l’Olocausto), oppure se un cambiamento anche minimo finisca per cambiarla radicalmente (Hitler viene ammesso alla scuola d’arte a Vienna e diventa pittore; niente guerra mondiale né Olocausto). Nel primo caso quel che conta sono le tendenze fondamentali della società e della cultura e cambiano giusto i destini individuali, tipo che ora nei musei ci sono quadri di Adolf Hitler; nel secondo, la Storia è risultato dell’attività dei Grandi Uomini, che è tutto sommato l’opzione preferita dal genere. Ovviamente è più facile immaginare un cambiamento storico basato sulla presenza o le decisioni di un famoso personaggio storico o anche di un famoso personaggio storico inventato per l’occasione.

Poi bisogna decidere chi ha il diritto di nascere o meno. Se i nazisti hanno vinto la guerra noi nati dopo il 1945 saremmo nati lo stesso? I nostri nonni o genitori si sarebbero incontrati lo stesso e se sì si sarebbero amati lo stesso? Possibile ma improbabile. Se il cristianesimo non si fosse affermato? Del tutto impossibile. Ma spesso lo spirito del gioco è quello. In ‘The Alteration’ (1973), Kingsely Amis, il padre di Martin, immagina un mondo dove la Chiesa Cattolica ha sconfitto la Riforma e ‘oggi’ il Papa è Harold Wilson (da noi fu Primo Ministro britannico negli anni ’60 e ’70), il suo Segretario di Stato è Enrico Berlinguer, a capo dei Gesuiti sta Jean Paul Sartre, mentre Himmler e Beria sono Cardinali…

È abbastanza noto, fra i teorici del genere, che il romanzo storico è fantascienza al contrario, e viceversa. In entrambi è necessaria una notevole quantità di informazioni che descrivano il mondo così com’è e ci assicurino che siamo nel (lontano) passato o nel futuro. Sono generi in cui lo sfondo domina il proscenio. È il problema del famigerato ‘infodump’, aborrito dalle scuole di scrittura più fissate con le ‘regole del genere’. Nell’Ucronia, genere strettamente dipendente dai due generi citati sopra, il problema è ancora più pesante, dato che il punto della faccenda è proprio un mutamento storico immaginario.

Quindi bisogna decidere quanto Storia c’è, e come inserirla nella storia, e come comunicarla al lettore. Cioè, quanta Storia devono conoscere i personaggi? E quanta i lettori.

Ci sono romanzi in cui la narrazione storica predomina e altri in cui invece fa solo da sfondo a una vicenda romanzesca che potrebbe accadere comunque e l’esotismo si basa sulla Storia e non sulla Geografia. Ma anche nel primo caso, il predominio della Storia deve condividere il plot con le vicende personali di un certo numero di personaggi immaginari (a volte mescolati a personaggi storici che ‘fanno dell’altro’). 

Allora, è chiaro che il punto di tutta la faccenda è il momento in cui la Storia ‘cambia’, giusto? Ma quanti vivono in questo mondo cambiato, lo sanno? Per loro dopotutto la Storia si è svolta normalmente, in maniera lineare. Sì, possono immaginare che le cose sarebbero potute andare diversamente ma sarebbe appunto un gioco letterario. A meno che l’evento non fosse molto clamoroso e vicino. Se vivessimo in un mondo dove i Nazisti hanno vinto la guerra ben difficilmente ignoreremmo la cosa. In “The Man in the high castle”, che si svolge nel ‘presente’ del 1963 l’occupazione degli Stati Uniti da parte di nazisti e giapponesi è molto recente e i personaggi ne parlano molto e è grazie a ciò che scopriamo che l’evento dirimente è l’assassinio del Presidente Roosevelt nel 1933 (storicamente, quell’anno, prima che entrasse in carica, un muratore disoccupato di nome Joe Zangara sparò al Presidente a Miami: lo mancò di pochissimo e uccise il Sindaco di Chicago seduto in macchina accanto a lui).

Ma se l’evento decisivo fosse il mancato trionfo del Cristianesimo, come faremmo a saperlo? Il Cristianesimo sarebbe rimasto un’oscura setta ebraica fiorita nell’Ottavo Secolo Ad Urbe Condita, nota solo a pochi specialisti. In quel caso come sarebbe possibile che i personaggi lo considerino l’evento focale delle loro vite? E come si potrà informare il lettore, se i personaggi stessi non lo sanno? Beh, facendo parlare fra di loro gli specialisti di cui sopra. Oppure semplicemente per esclusione, dato che descriviamo un mondo chiaramente diverso dal nostro in cui non c’è traccia di religione cristiana, magari sostituita dal mitraismo e la cosa sarebbe un po’ troppo macroscopica per essere ignorata. Oppure immaginando che esista ancora una residuale minuscola setta cristiana nel mondo attuale, composta da gente che è sempre stata assolutamente marginale.

A proposito di marginalità, un genere minore ma credo affine è la cosiddetta ‘secret history’: tutto va come deve andare, Hitler si uccide nel bunker, Lee è sconfitto a Gettysburg, Gesù è crocifisso sul Golgota, ma per motivi completamente diversi da quelli noti o supposti, di solito per l’intervento mediante l’intervento di personaggi immaginari, come in I.N.R.I. di Michael Moorcock dove Gesù è un viaggiatore nel tempo dal nostro mondo.

Se il tuo interesse principale è lo sviluppo storico e vuoi tentare il grande affresco mondiale lungo i secoli, fai come Kim Stanley Robinson in ‘The year of rice and salt’ (2002) e inizi una storia lunga 700 anni da un evento macroscopico e difficile da non notare: la Peste Nera del 1349 uccide il 99% della popolazione europea invece che il 30% circa della nostra timeline. La Storia quindi è quella di mussulmani, cinesi, aztechi e così via: molto diversa ma con problemi comuni ai nostri e c’è, ai giorni nostri, chi studia le tradizioni orali di ciò che resta dell’Europa cristiana in Bretagna…

Ma se l’evento fosse stato un po’ meno ovvio? Per esempio il consolidarsi del dominio inglese sulla Francia nel Medioevo fino ai nostri giorni (come nella serie ‘Lord Darcy’ di Randall Garrett)? O glielo dici direttamente tu, il narratore onnisciente, o fai in modo che glielo dicano i personaggi, raccontandosi a vicenda cose che devono sapere benissimo entrambi, un procedimento tanto comune quanto goffo.

Per esempio, quando si tratta di far vincere i nazisti, si può raccontare abbastanza poco, dato che che la Seconda Guerra Mondiale è un raro caso di evento storico ben noto alle masse (potremmo dire che è per noi quel che Iliade e Odissea furono per i greci) e ‘Hitler wins’ è praticamente un genere all’interno del genere con tanto di voce dedicata nell’Encyclopedia of Science Fiction. Nel curioso ‘Il suono del suo corno’ di Sarban, recentemente ripubblicato da Adelphi, non ci viene detto praticamente nulla, oltre al fatto che i nazisti hanno vinto. Non per niente le uniche due serie tivù ucroniche sono state ‘The Man in the High Castle’ da Dick e ‘The Plot against America’ di Roth. (En passant, c’è un bel romanzo del 1937 di Katherine Burdekin, ‘Swastika Nights’, in cui tedeschi e giapponesi hanno vinto la guerra e si sono spartiti il mondo e che perciò viene spesso preso per un’ucronia mentre invece è fantascienza, pure femminista.

In ‘Pavane’, di Keith Roberts, dove invece si tratta della vittoria cattolica sui Protestanti (romanzo molto migliore di quello di Amis), l’autore ci riassume in una pagina e mezza quattro secoli di storia, a partire dall’assassinio di Elisabetta I nel 1588, e poi lascia che i personaggi vivano le loro vite senza badare più di tanto al passato e senza ovviamente che si discuta su cosa sarebbe successo se Elisabetta fosse vissuta o l’Armada sconfitta.

Un’altra soluzione è quella di limitarsi a descrivere l’evento dirimente e le sue conseguenze immediate. ‘Contro-passato prossimo’ di Morselli invece si concentra sulla descrizione dell’evento, la vittoria degli austro-ungarici sull’Italia nel 1916 e le sue immediate conseguenze; la storia comincia con un personaggio inventato che provoca il mutamento, e prosegue con le figure storiche del tempo impegnate a recitare nuovi ruoli. ‘Bring the Jubilee’ (in italiano, Anniversario fatale’) fa parte del sottogenere ucronico in cui il passato è mutato da qualcuno che viene dal futuro con una macchina del tempo e modifica il passato: in questo caso uno storico da un mondo in cui il Sud ha vinto la Guerra Civile e che vuole studiare la battaglia di Gettysburg; la sua apparizione sul campo di battaglia ne muta l’esito e lo intrappola nel nostro mondo (non che la cosa gli dispiaccia, in effetti).

Oppure si può decidere di scrivere un libro di storia e basta. Però l’hanno fatto in pochissimi. Uno è Robert Sobel. Un altro è il Renouvier di cui dicevamo, che pure sentì il bisogno di accennare a una cornice romanzesca per il suo racconto storico (un classico caso di manoscritto misterioso). Anche l’ex ministro e economista Giorgio Ruffolo scrisse un’ucronia medievale in forma di saggio storico, ‘Il cavallo di Federico’ del 1991, sull’Imperatore Federico II. 

Il caso più eclatante però è un libro che non ho ancora potuto leggere: ‘Liaisons du monde. Roman d’un politique’ di Leon Bopp, scrittore svizzero di lingua francese, uscito fra il 1938 e il 1944. Bopp immagina che il Fronte Popolare finisca per portare a una rivoluzione comunista in Francia nel prossimo futuro. Il suo romanzo è fluviale dato che tenta di parlare di tutto in tutto il mondo, il che lo pone di diritto nella temperie modernista. Però poi la Storia prende un giro diverso e invece della rivoluzione c’è la guerra mondiale e l’occupazione della Francia. Ma Bopp continua imperterrito nel suo scenario che a questo punto diventa un’ucronia in corsa… Prima o poi lo leggo, anche se l’opera completa pare sia sulle 2000 pagine. Un altro romanzo che mi piacerebbe leggere ma purtroppo non so il portoghese è ‘Eu matei Paolo Rossi’ di Octãvio Aragão, dove un giovane brasiliano torna indietro nel tempo per uccidere Paolo Rossi e far vincere al Brasile i mondiali del 1982… mi chiedo perché non l’abbiano mai tradotto…

Messa così, si potrebbe dire niente di che. Messa altrimenti, l’Ucronia potrebbe essere l’epitome stessa dell’Arte, se diamo retta a Niklas Luhmann (1927-1998): “La funzione dell’arte sta nell’offrire al mondo una possibilità di osservare se stesso a partire dalle possibilità escluse. Ogni distinzione all’interno del mondo genera delle possibilità e ne esclude delle altre, che vengono sottratte alla vista e restano inaccessibili. L’opera d’arte stabilisce una propria realtà fittizia che si distingue dalla realtà abituale: realizza cioè una duplicazione del reale in una realtà reale e una realtà immaginaria. L’arte mostra come in questo ambito fittizio, di possibilità che non si sono realizzate, può essere trovato un ordine: a partire da un inizio arbitrario, la semplice sequenza delle operazioni che si limitano reciprocamente genera un ordine che appare necessario. La realtà viene confrontata con un ambito di possibilità alternative, dove vige un ordine differente ma non arbitrario”.

Ancor più radicalmente, Emmanuel Carrère, anni prima di diventare famoso in Italia con ‘Limonov’, arriva a identificare la letteratura nell’’esprit de l’escalier’, cioè quella battuta fulminante che avrebbe messi tutti a posto e di cui tutta Parigi avrebbe parlato per giorni ma che viene in mente solo troppo tardi, sulle scale, uscendo dalla festa. Lo fa un pamphlet del 1987, ‘Le Détroit de Behring’, dedicato proprio all’Ucronia, forse il miglior saggio sull’argomento apparso finora. Eppure, come nella sua agrodolce biografia di Philip K. Dick, Carrère non sembra considerare con assoluto entusiasmo l’Ucronia, che definisce ‘un divertissment inutile et mélancolique’ (come la Letteratura, del resto, avendo da tempo abbandonato i personaggi e le trame inventate per darsi a autofiction, reportage e biografie romanzate – insomma, il cosiddetto Reale o qualcosa del genere). L’esprit d’escalier, che nell’Ucronia si mette in gioco per far intrattenere e, al meglio, per rivalutare qualche vecchia verità un po’ usurata, risulta pateticamente serio in certi romanzi storici dove c’è sempre il personaggio che ‘capisce tutto’ e che avrebbe potuto cambiare la Storia ma i cattivi vincono sempre. Eppure sarebbe stato tutto così ovvio, col senno di poi: è un po’ il tema di certi romanzi storici politicamente molto compresi, che vorrebbero essere strumenti di lotta politica e che funzionano spesso molto bene come romanzi e per nulla come strumenti politici, malgrado le illusioni degli autori, esattamente come le battute che vengono in mente troppo tardi. A questo punto ti diverti di più immaginando storie alternative.

Chiunque abbia praticato un po’ l’argomento sa che la Storia è intessuta di ‘se e ma’. Come genere letterario la Storia è definita dall’uso esclusivo di fatti veri, o almeno sostenuti da documenti, se non si accetta il fatto che le cose ‘sarebbero potute accadere diversamente’ diventa impossibile anche solo organizzare il materiale in una narrazione sensata perché non sarebbe possibile organizzare gerarchie di valore e ogni cosa varrebbe quanto qualsiasi altra. In una parola, entropia. 

Però una volta ammesso il principio l’Ucronia stessa come genere narrativo diventa inutile per lo storico: ogni evento è connesso agli altri da tanti di quei legami che solo la mente onnisciente postulata da Laplace potrebbe calcolare tutte le conseguenze di un cambiamento del già stato, grande o piccolo che sia. Alla fin fine ‘l’Ucronia è una Storia governata dal desiderio’, conclude Carrére. Quello, oppure la paura. 

P.S. La maggior parte dei romanzi citati sono tradotti in italiano, eccetto Sobel e Bopp, e facilmente reperibili, alcuni in commercio, altri nel mercato dell’usato. Ho giusto scoperto che esiste una traduzione del 1984 dell’Ucronia di Renouvier a opera di un piccolo editore di Faenza che però pare davvero introvabile. Per chi voglia approfondire l’argomento, il sito di riferimento del genere è uchronia.net, dove sono catalogati più di 2 mila titoli. Per chi volesse conoscere meglio il mondo di ‘For Want of a Nail’, oltre a leggere direttamente il libro, può consultare le centinaia di pagine del fan site fwoan.wikia.com – sì, sembra incredibile pure a me.

 


stefano trucco (1962) ha pubblicato i romanzi Fight Night (Bompiani, 2014) e Il Gran Bazar del XX secolo (Aguaplano, 2019), e il racconto lungo 1958. Una storia dell’Età Atomica (Intermezzzi, 2018). Ha contribuito al romanzo collettivo TINA. Storie della Grande Estinzione (Aguaplano, 2020) e all’antologia di fantascienza NeXT-Streams. Visioni di realtà contigue (Kipple, 2018). Vive a Genova dove lavora come bibliotecario.

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