L’ultimo Messia

Alcune delle idee fondamentali del filosofo Peter Wessel Zapffe sul problema dell’esistenza sono riassunte nel testo che segue, la traduzione inedita de “L’ultimo messia”.


in Copertina un’opera di Toshio Arimoto

di P. W. Zapffe

Traduzione di Michele Corioni

Una notte in un tempo ormai remoto, l’uomo si svegliò e vide sé stesso. Egli vide che era nudo nel cosmo, senza dimora nel suo stesso corpo. Ogni cosa si aprì davanti ai suoi pensieri, meraviglia dopo meraviglia, terrore dopo terrore, tutto sbocciò nella sua mente.

Poi si svegliò anche la donna e vide che era tempo di uscire e uccidere. E l’uomo raccolse il suo arco, frutto dell’unione tra spirito e mano, e andò fuori sotto le stelle. Ma quando gli animali vennero alla fonte, dove lui era solito attenderli, egli non sentiva più nel sangue il balzo della tigre, bensì un immenso cantico per la fratellanza di tutto ciò che vive e condivide la sofferenza.

Quel giorno egli tornò a mani vuote, e quando lo ritrovarono al sorgere della luna nuova, egli giaceva morto presso la fonte.

 

II

Cos’era accaduto? Una rottura nell’unità della vita, un paradosso biologico, una mostruosità, un’assurdità, un’ipertrofia del genere più catastrofico. La natura ha puntato troppo in alto, superandosi. Una specie è stata armata troppo pesantemente – il suo genio l’ha resa non solo onnipotente verso il mondo esterno, ma ugualmente pericolosa per sé stessa. La sua arma era come una spada senz’elsa o guardia, una lama a doppio taglio in grado di fendere qualsiasi cosa; ma chiunque l’abbia usata ha dovuto afferrarla per la lama, volgendo una delle estremità contro sé stesso. 

A dispetto dei suoi occhi nuovi, l’umanità aveva ancora le radici nella materia di base; la sua anima era intrecciata alla materia e subordinata alle sue cieche leggi. Ma allo stesso tempo l’uomo poteva scrutare la natura come fosse un estraneo; comparare sé stesso con gli altri fenomeni; scoprire e catalogare i suoi stessi processi vitali. Egli è venuto alla natura come un ospite inatteso; ed ora invano protende le braccia e prega di venire unito a ciò che lo ha creato. La natura non risponde più: con l’uomo essa ha compiuto un miracolo, ma si è rifiutata di riconoscerlo. L’uomo ha perduto la propria cittadinanza nell’universo: ha mangiato dell’albero della conoscenza ed è stato bandito dal paradiso. Egli è potente nel suo mondo, ma maledice il suo potere, perché l’ha acquistato a prezzo dell’armonia spirituale, dell’innocenza, del conforto che provava nell’abbraccio della vita.

Egli se ne sta lì con le sue visioni, tradito dall’universo, tra lo smarrimento e l’angoscia. Anche gli animali conoscono l’angoscia, sotto il rombo del tuono o l’artiglio del leone. Ma l’uomo, invece, sente angoscia per la vita stessa, per il suo stesso essere. Per gli animali la vita consiste nel sentire il gioco delle forze, l’alternarsi di gioco e fame, e, alla fine, nell’inchinarsi alla necessità. In un animale la sofferenza è limitata a sé stesso; per gli uomini essa si edifica in sé ma si riversa fuori sottoforma di angoscia per il mondo e per la vita.

Dal momento in cui il bambino intraprende il suo viaggio lungo il fiume della vita, il ruggito delle cascate di morte riempie la valle, sempre più dappresso; esso rosicchia e consuma la sua felicità. L’uomo guarda la terra ed essa respira come un grande polmone; quando espira la vita brulica dai suoi pori delicata e piena di grazia, e ogni creatura tende le proprie braccia al sole, ma quando inspira, un fruscio di fragili spiriti irrompe attraverso le moltitudini, e i loro corpi sferzano il terreno come scrosci di grandine. Né l’uomo ha visto soltanto il numero dei suoi giorni, ma tombe sono state esumate davanti ai suoi occhi, e lo percuotono i lamenti di cadaveri decomposti in modo grottesco, l’angustia di millenni sommersi, i sogni delle madri che tornano alla terra. Il velo del futuro è stato scostato e gli rivela un incubo di ripetizione senza fine, uno spreco insensato di materiale organico.

La sofferenza di miliardi di esseri come lui attraversa la porta della sua empatia; ogni evento deride la sua richiesta di giustizia, il principio che gli è più caro. Egli vede la propria genesi nell’utero di sua madre, solleva la sua mano e vede cinque rami. Da dove viene questo maledetto cinque, e che cosa ha a che fare con la sua anima? Egli non è più semplicemente uno con sé stesso; con terrore egli tocca il proprio corpo: questo sei tu e ti estendi fin lì e non oltre. Egli assume un pasto, che ieri era un animale e che correva libero secondo il suo proprio volere, ora egli lo sta assorbendo, rendendolo parte di sé: dove comincia lui e dove finisce? Le cose si susseguono in sequenze di causa ed effetto, e tutto ciò che egli cerca di afferrare e tenere si dissolve prima che i suoi pensieri comincino ad indagarlo. Ben presto egli comincia a vedere dei meccanismi dietro ogni cosa, persino dietro ciò che considerava più caro, come il sorriso dell’amata – certamente ci sono anche altri sorrisi che sono come dita dei piedi che sbirciano attraverso uno stivale strappato. Alla fine, la natura delle cose è soltanto la sua stessa natura, nulla esiste tranne lui, ogni strada riporta a lui, il mondo non è nient’altro che l’eco spettrale della sua stessa voce – e allora balza in piedi con un urlo e vuole vomitare sé stesso sulla terra, insieme al suo abominevole pasto, egli sente arrivare la follia e cerca di uccidersi prima di perdere il potere di farlo.

Ma mentre è ad un passo dalla morte, egli ne vede anche l’essenza e il significato cosmico di ciò che sta per compiere. La sua immaginazione creativa dà forma a nuove, terrificanti possibilità dietro la soglia della morte ed egli comprende che nemmeno in essa v’è scampo. Ora finalmente può iniziare a tracciare i contorni della sua situazione cosmica: egli è il prigioniero impotente dell’universo, un condannato a possibilità senza nome.

Da quel momento egli si viene a trovare in uno stato di panico cronico. Tale “panico cosmico” è alla base di ogni mente umana. La specie, sotto questa luce, sembra predestinata alla distruzione, poiché quando tutta l’attenzione e l’energia indivise di un individuo sono necessarie a scongiurare la catastrofica pressione del proprio essere interiore, ogni sforzo di preservare e continuare la vita è paralizzato. Che una siffatta specie divenga inadatta alla vita a causa dell’ipertrofia di una singola facoltà è una tragedia che non è capitata solo all’uomo. Alcuni sostengono, per esempio, che una certa specie di cervi che un tempo abitava la terra si sia estinta a causa delle corna troppo larghe. Le mutazioni, dopo tutto, sono cieche, gettate nella vita senza riguardo alla loro sostenibilità ambientale. 

Quando si è depressi ed ansiosi, la mente umana è come quei palchi, che in tutta la loro magnificenza, schiacciano lentamente a terra il loro portatore.

 

III

Perché, allora, la razza umana non è stata spazzata via molto tempo fa da grandi e furiose epidemie di follia? Perché ci sono così pochi individui che soccombono alla pressione della vita in ragione dell’acume che rivela loro più di quanto possano sopportare?

Una considerazione della storia spirituale e dello stato attuale della nostra specie suggerisce la seguente risposta: la maggior parte delle persone riesce a salvarsi riducendo artificialmente la propria coscienza.

Se di tanto in tanto l’alce dalle grandi corna fosse riuscito a rompere i palchi più esterni del suo magnifico copricapo, forse avrebbe calpestato la terra un po’ più a lungo. In un’agonia febbrile e continua, è vero; ma anche tradendo la sua essenza, la sua caratteristica centrale, perché dalle mani del creatore aveva ricevuto l’incarico di essere il portabandiera cornuto al di sopra di tutte le bestie dei campi. Ciò che ha guadagnato prolungando l’esistenza l’avrebbe perso in significato, in orgoglio esistenziale; sarebbe stata una vita senza speranza, non una marcia verso la conferma della sua essenza, ma oltre le rovine della conferma, una corsa autodistruttiva contro la sacra volontà del suo sangue.

L’obiettivo della vita e del suo stesso annientamento è comune sia all’alce gigante che alla razza umana; è il loro tragico paradosso. Fedele alla propria essenza, l’ultimo Cervus giganticus ha portato lo stendardo della sua specie fino alla fine. L’uomo si salva e va avanti. Ironicamente, la sopravvivenza dell’uomo è resa possibile da una soppressione più o meno consapevole del suo pericoloso surplus di coscienza. Questa soppressione è, a tutti gli effetti, continua; procede finché siamo svegli e attivi e diventa una condizione per l’adattamento sociale e per ciò che viene comunemente chiamato comportamento “sano” e “normale”.

La psichiatria odierna parte dal presupposto che questa salute e questo adattamento siano l’obiettivo più alto a cui si possa aspirare. La depressione, l’angoscia, il rifiuto di mangiare e così via sono considerati senza eccezioni segni di una condizione patologica e vengono trattati di conseguenza. In molti casi, tuttavia, questi fenomeni sono indicazioni di un’esperienza più profonda e immediata di ciò che è la vita, frutti amari del genio della mente o dell’emozione, che è alla base di ogni tendenza antibiologica. Non è l’anima ad essere malata, ma il suo meccanismo di difesa che fallisce o viene abiurato perché considerato – correttamente – come un tradimento del dono più potente dell’uomo.

Tutta la vita che abbiamo davanti agli occhi è, dal suo fondo più intimo fino al suo bordo più esterno, attraversata da una rete incrociata di meccanismi di soppressione, di cui possiamo rintracciare i fili negli aspetti più banali della vita quotidiana. Questi meccanismi sono di una varietà quasi infinitamente variopinta, ma sembra giustificato indicarne almeno quattro tipi principali, che naturalmente si presentano in ogni sorta di combinazione: isolamento, attaccamento, diversione e sublimazione.

Per isolamento intendo un rifiuto del tutto arbitrario di pensieri o sentimenti perturbanti e distruttivi. Completamente sviluppato e in forma quasi brutale, l’isolamento può essere osservato nei medici che, nell’ottica della propria autoprotezione, vedono solo il lato tecnico della loro professione. Può anche degenerare in pura volgarità, in delinquenti comuni o studenti di medicina che cercano di esorcizzare con la violenza qualsiasi sensibilità verso il lato tragico della vita (ad esempio, giocando a calcio con le teste dei cadaveri).

Nella nostra vita sociale quotidiana, l’isolamento si manifesta attraverso accordi universali e non scritti per nascondere la nostra condizione esistenziale gli uni agli altri. Questo occultamento inizia con i bambini, per evitare che siano resi folli dalla vita che hanno appena iniziato, per preservare le loro illusioni finché non saranno abbastanza forti da perderle. In cambio, ai bambini è vietato mettere in imbarazzo i genitori con allusioni inopportune al sesso, alle feci e alla morte. Tra gli adulti ci sono regole sul comportamento “corretto”, e le vediamo chiaramente quando un uomo che piange per strada viene allontanato dalle forze dell’ordine.

Anche il meccanismo dell‘attaccamento è all’opera fin dalla prima infanzia, quando i genitori, la casa e il quartiere sono dati per scontati dal bambino e gli danno un senso di sicurezza. Questo anello avvolgente di esperienze sicure è la prima e forse più efficace protezione contro il “cosmo” che ci è dato conoscere in vita, e in queste esperienze sta la spiegazione del tanto discusso fenomeno del “legame infantile”. Il fatto che questi legami siano anche di natura sessuale in quest’ottica è irrilevante. Quando, crescendo, il bambino scopre che anche questi legami sicuri sono accidentali e fugaci come tutti gli altri, vive una crisi di smarrimento e di ansia e cerca rapidamente nuovi legami (per esempio: “Il prossimo autunno vado all’università!”). Se per qualche motivo il nuovo attaccamento non “prende”, la crisi può diventare pericolosa per la vita o svilupparsi in quella che io chiamo “paralisi da attaccamento”: ci si aggrappa ai propri morti valori e si cerca di nascondere a sé stessi e agli altri la propria inadeguatezza e la propria bancarotta spirituale. Il risultato è un’insicurezza permanente, sentimenti di inferiorità, ipercompensazione, nervosismo. Nella misura in cui questa condizione può essere analizzata, diventa un oggetto per il trattamento psicoanalitico, attraverso il quale si cerca di effettuare un trasferimento efficace verso nuovi attaccamenti.

L’attaccamento può essere visto come un tentativo di stabilire dei punti fermi o un muro intorno al caos mutevole della coscienza. Di solito si tratta di un processo inconsapevole, ma a volte è abbastanza consapevole, come ad esempio nel tentativo di stabilire una sorta di obiettivo per sé stessi, una ragione di vita. In genere, gli attaccamenti utili sono guardati con simpatia e coloro che danno il massimo per i loro attaccamenti (la loro azienda o un progetto) sono considerati dei modelli per gli altri. Questi eroi sono riusciti a creare un forte baluardo contro la dissoluzione della vita e si suppone che gli altri traggano vantaggio dal loro esempio. Anche i libertini, si dice, si sistemano, si sposano e hanno figli: i muri necessari vengono costruiti automaticamente. Costruiamo una certa necessità nelle nostre vite, accogliamo ciò che prima poteva sembrare un male, come un balsamo per i nostri nervi logori, un contenitore dai bordi alti per un sentimento della vita che era diventato lentamente saturo di insicurezza.

Ogni unità sociale è un grande sistema completo di attaccamento, costruito sui solidi architravi costituiti dai fondamentali modi di pensare culturali. L’uomo comune gestisce questi architravi culturali condivisi, la sua personalità quasi si costruisce da sé. La nostra personalità ha smesso di svilupparsi e poggia su fondamenta culturali ereditate: Dio, la Chiesa, lo Stato, la morale, il destino, le leggi della vita, il futuro. Più una norma è vicina alle travi portanti, più è pericoloso turbarla. Di regola, le norme più vicine agli architravi sono protette da leggi e minacce di punizione: l’Inquisizione, la censura, gli atteggiamenti conservatori e così via.

La forza di un anello in una catena di norme dipende o dal fatto che non vediamo la sua natura fittizia, o dal fatto che tutti riconoscono che si tratta di una norma necessaria, anche se ci rendiamo conto che è una finzione. Un esempio è l’insegnamento della religione nelle scuole, che è sostenuto anche dagli atei perché non vedono altro modo per costringere i bambini ad agire secondo le norme socialmente accettate.

Non appena qualcuno percepisce l’illusorietà o l’inutilità del legame, cerca rapidamente di scambiare le vecchie norme con altre più recenti (un detto dice: “Le verità hanno un’aspettativa di vita limitata”) – e questa è la causa di tutte le lotte spirituali e culturali che, insieme alla competizione economica, costituiscono la dinamica della storia mondiale.

La brama di beni materiali o di potere non è motivata tanto dall’utilità diretta della ricchezza, poiché nessuno può sedersi su più di una sedia alla volta o mangiare più di quanto possa contenere. Il vero valore della grande ricchezza è che i ricchi hanno a disposizione una varietà molto più ampia di possibili attaccamenti o distrazioni.

Sia per gli attaccamenti individuali che per quelli collettivi, una rottura nella catena delle norme fa precipitare una crisi che è tanto più grave quanto più la rottura è vicina alle norme sociali fondamentali. Nella propria interiorità, dove si è protetti da mura perimetrali, le crisi si incontrano quotidianamente, ma si tratta più spesso di piccole frustrazioni che di disastri che mettono in pericolo la vita. In questi si può ancora giocare con gli attaccamenti, trasgredendoli con oscenità, sbronze, comportamenti volgari e così via. Ma giocando a questi giochi si può inconsapevolmente scavare troppo a fondo in un qualsiasi punto debole delle proprie mura protettive e aprire un varco sul baratro sottostante. La situazione può mutare in un batter d’occhio da un’avventura spensierata a una danza di morte. Il terrore dell’esistenza ci fissa e ci rendiamo conto, con un sussulto sconcertante, che le nostre menti sono sospese a una rete da loro stesse creata e che l’abisso dell’inferno si apre sotto di noi.

Gli architravi più elementari che sostengono la nostra cultura possono essere cambiati solo raramente senza causare un grande spasmo sociale e una minaccia di totale dissoluzione sociale, come durante una riforma o una rivoluzione. In questi momenti l’individuo è costretto a ripiegare sulle proprie risorse, deve sviluppare i propri legami e sono pochi quelli che riescono a farlo. Ne conseguono depressione, vita dissoluta e suicidio, come nel caso degli ufficiali tedeschi dopo la Prima guerra mondiale.

Un’altra debolezza del sistema è che si devono usare difese molto diverse per confondere la varietà di pericoli su tutti i fronti. Ognuno di questi baluardi è dotato di una propria sovrastruttura logica e lo sfortunato risultato è che sorgono inevitabilmente conflitti tra insiemi di valori incommensurabili. Le sovrastrutture si scontrano e la disperazione si insinua attraverso le crepe che ne derivano. A quel punto si può essere posseduti da una distruttività sfrenata, dalla brama di smembrare l’intero sistema di supporto vitale e, in preda al terrore, cercare di spazzare via l’intera faccenda. Il terrore è dovuto alla perdita di tutte le norme confortanti; l’allegria deriva dalla conseguente identificazione priva di scopo e dall’armonia con il riconoscimento più profondo del nostro essere: la sua caducità biologica, la sua tendenza alla morte.

Amiamo i nostri attaccamenti perché ci salvano, ma li odiamo perché ostacolano il nostro senso di libertà. Così, quando ci sentiamo abbastanza forti, è un piacere riunirsi e seppellire qualche valore anacronistico, al rintocco funebre delle campane. Gli oggetti materiali sono utili come simboli e queste cerimonie sono talvolta indicate come espressioni di “radicalismo”. Quando qualcuno ha eliminato tutti gli accessori su cui poteva posare gli occhi, si definisce un uomo “liberato”.

La diversione è il terzo meccanismo di difesa maggiormente diffuso. Con la diversione manteniamo il nostro campo visivo entro limiti accettabili, tenendolo occupato con un flusso incessante di nuove impressioni. Questo è un espediente tipico dell’infanzia; senza distrazioni un bambino non riesce a stare in piedi, come dimostra la comune lamentela: “Mamma, non ho niente da fare!”. Una bambina inglese che ho conosciuto mentre era in visita ai parenti in Norvegia usciva continuamente dalla sua stanza e chiedeva: “Che fate?”. Le babysitter diventano delle virtuose del diversivo: “Guarda, bambina, vedi? Stanno dipingendo il castello!”. Il fenomeno è troppo noto per richiedere ulteriori illustrazioni. La diversione costituisce l’intero stile di vita dell’alta società. Si può paragonare a un aeroplano costruito sulla terra, ma in grado, con energia autonoma, di tenersi in aria finché l’energia viene mantenuta. Deve sempre andare avanti, perché l’aria può sostenerlo solo per un istante. Il pilota può diventare per abitudine pigro e sicuro, ma quando il motore si spegne, la crisi diventa acuta.

Le tattiche di diversione sono spesso molto consapevoli. Abbiamo bisogno di distogliere costantemente l’attenzione da noi stessi, perché la disperazione può nascondersi appena sotto la superficie, in un respiro affannoso o in un singhiozzo improvviso. Quando si esauriscono tutti i possibili diversivi, si finisce in una sorta di “spleen” o di irritabilità. Si va da un leggero broncio a una depressione letale. Le donne, di norma, sembrano essere più in pace con la loro situazione esistenziale e sono più propense a calmare le loro ansie attraverso un diversivo.

In effetti, un aspetto centrale della pena detentiva è che al detenuto sono negate la maggior parte delle opportunità di svago. E poiché ci sono pochi altri mezzi per proteggersi dall’angoscia, i prigionieri sono per lo più costantemente sull’orlo della disperazione più totale. Tutte le misure che il prigioniero riesce a trovare per evitare questa disperazione sono giustificate come un tentativo di preservare la vita stessa; perché nel momento in cui sperimenta la sua anima sola nell’universo, non c’è nient’altro da vedere se non l’impossibilità categorica dell’esistenza.

La disperazione pura e semplice, il “panico della vita”, probabilmente non raggiungerà mai la pienezza, poiché i meccanismi di difesa sono complessi, automatici e, in qualche misura, costantemente in funzione. Ma la terra di nessuno in prossimità della disperazione può anche essere una sorta di zona morta, e in essa la vita può continuare solo con grande costrizione. La morte offre sempre una via d’uscita, nonostante i fantasmi che si suppone si celino dietro di essa; e poiché il modo in cui ci si sente nei confronti della morte cambia a seconda delle circostanze, essa può persino sembrare una gradita fuga dalla vita verso la zona morta. Alcune persone riescono, infatti, a costruire una “morte vera e propria” – elegie squillanti, una gloriosa ultima resistenza, tutto quanto – come ultimo diversivo, per cui ci possono davvero essere “destini peggiori della morte”. I giornali, con i loro gentili necrologi, sono in questo caso un meccanismo di soppressione sociale (tanto per cambiare), poiché riescono sempre a trovare una spiegazione tranquillizzante per una morte che in realtà era dovuta alla disperazione; per esempio, “Si pensa che il defunto si sia tolto la vita a causa dell’improvviso calo del prezzo del grano sul mercato delle materie prime”.

Quando un uomo si uccide per disperazione, si tratta di una morte del tutto naturale, dovuta a cause spirituali. La moderna barbarie di cercare di “salvare la faccia” al defunto è, quindi, un orribile fraintendimento della natura dell’esistenza.

Poche persone possono sopravvivere a cambiamenti arbitrari e privi di significato nella loro situazione, sia che si tratti di un cambiamento di lavoro, di un cambiamento nella vita sociale o di un cambiamento nel modo di rilassarsi. La maggior parte delle persone “spiritualmente sviluppate” esige che questi cambiamenti abbiano una sorta di continuità, una direzione o progressione. Per loro, nessuna situazione può essere definitivamente soddisfacente, devono sempre fare un passo avanti, raccogliere nuove informazioni, perseguire una carriera e così via. Queste persone soffrono di un desiderio inarrestabile di superare i limiti, di pretendere sempre di più dalla vita, un’ambizione irrequieta che non è mai soddisfatta. Quando si raggiunge la prima meta, questa diventa solo un passo verso una meta più alta: la meta stessa, infatti, è irrilevante; è il desiderio stesso che conta. L’altezza assoluta della meta è meno importante di quanto sia relativamente più alta rispetto al punto in cui ci si trova momentaneamente; è il grado marginale di desiderio che conta. La promozione da soldato semplice a caporale è spesso più importante di quella da tenente a generale. Di conseguenza, questa “legge delle richieste marginalmente crescenti” distrugge ogni speranza che il “progresso” sia soddisfacente; non c’è fine al progresso. Il desiderio umano, quindi, non significa solo desiderare qualcosa, ma anche desiderare di essere salvati da qualcosa, ovunque ci troviamo. E se usiamo “salvare” o “salvezza” nel suo senso religioso, diventa chiaro che è proprio questo che caratterizza l’esperienza religiosa. Nessuno è mai riuscito a spiegare che cosa si desideri nella religione, ma è abbastanza chiaro da che cosa si stia cercando di fuggire – da questa valle di lacrime terrena, dalla propria insostenibile situazione esistenziale. E se la presa di coscienza di questa situazione è la più grande verità che la nostra anima possa raggiungere, è anche chiaro per quale motivo si pensa che la religione sia un bisogno fondamentale degli esseri umani. Alla luce di quanto detto, però, la speranza che ci sia una conferma definitiva dell’esistenza di Dio sembra del tutto vana.

Con il quarto meccanismo di difesa, la sublimazione, la modalità di funzionamento è la trasformazione piuttosto che la soppressione: con un talento creativo o un’audacia incrollabile, si può essere in grado di trasformare le stesse agonie della vita in esperienze piacevoli. Si assumono i mali della vita con un atteggiamento positivo, che può poi trasformarli in esperienze utili. Si coglie, ad esempio, il loro aspetto drammatico, eroico, lirico o addirittura comico e si dissolve così il terrore in essi contenuto.

La sublimazione, però, funziona solo se questi mali hanno già perso il loro pungiglione più amaro, o se si riesce a sublimarli prima che la disperazione affondi le sue dita nella mente. Gli alpinisti, per esempio, non provano piacere a guardare l’abisso nauseante sotto di loro finché non hanno raggiunto un punto di sosta bello solido. Solo allora possono assaporare il loro stato di esposizione. Gli scrittori di tragedie sono un altro esempio: per scrivere una tragedia bisogna prima liberarsi dalla tragedia, tradendone l’essenza, per poterla guardare con calma e distacco, apprezzandone le qualità estetiche. Nello scrivere tragedie si ha il lusso di poter danzare da una situazione a un’altra e a un’altra ancora, sempre peggiore; non c’è davvero limite alle altezze che lo scrittore può raggiungere; in un certo senso è piuttosto imbarazzante: l’autore insegue il proprio ego attraverso un’innumerevole varietà di situazioni disperate, osservando con gioia il peggioramento della situazione, gloriandosi (a distanza di sicurezza) del potere che ha la coscienza di distruggersi.

Questo saggio, del resto, è un classico esempio di sublimazione. Nonostante l’argomento pericoloso, chi scrive non sta soffrendo affatto; sta solo riempiendo fogli di carta con parole, e probabilmente verrà pagato per il manoscritto.

 

IV

È possibile per i popoli cosiddetti “primitivi” gestire la vita senza tutti questi spasmi e ginnastiche filosofiche? È possibile per loro vivere in armonia con sé stessi nei piaceri indisturbati del lavoro e dell’amore? Se questi esseri devono essere chiamati esseri umani, credo che la risposta sia negativa. Il massimo che si può dire di questi figli della natura è che si avvicinano un po’ di più al bellissimo ideale biologico rispetto a noi urbanizzati. Il fatto che siamo riusciti a salvarci nonostante la nostra straziante esistenza è dovuto soprattutto a quei lati della nostra natura che sono poco o per nulla sviluppati. La nostra difesa, finora riuscita, non può creare la vita umana, ma solo ritardarne l’estinzione. Tuttavia, le nostre caratteristiche più positive sono l’uso corretto delle forze del nostro corpo e la parte biologicamente utile della nostra anima. E queste caratteristiche devono operare in condizioni rigorose: le limitazioni dei nostri sensi, la fragilità dei nostri corpi e il compito, che richiede molta energia, di mantenere il nostro corpo integro e di soddisfare il nostro bisogno di affetto.

E sono proprio queste condizioni, la ristretta gamma di possibilità di felicità, a essere così grossolanamente ignorate dalla nostra moderna e crescente civiltà, dalla sua tecnologia e dalla sua standardizzazione. E poiché gran parte dei nostri migliori talenti biologici sono superflui nel moderno e complicato gioco tecnologico che facciamo con l’ambiente, siamo vittime di una crescente disoccupazione spirituale. Il valore dei progressi tecnologici per la vita umana deve quindi essere valutato in base alla loro capacità di permetterci una crescente attività spirituale, senza distruggere allo stesso tempo la natura che ci dà l’opportunità di praticare queste attività. I limiti di un corretto sviluppo tecnologico non sono chiari, ma azzarderei che i primi raschietti di selce fossero già una buona scoperta.

Ogni altra innovazione tecnologica ha avuto più valore per l’inventore stesso che per chiunque altro. Rappresentano un furto grande e spietato delle possibilità di esperienze altrui e dovrebbero essere punite con le pene più severe se vengono rese pubbliche contro il giudizio di un’istituzione creata per valutarle. Un crimine tra i tanti di questo tipo è l’uso di aerei per mappare aree sconosciute. In un colpo solo si distruggono le ricchissime possibilità di esperienze altrui, esperienze che avrebbero potuto essere conservate per l’interesse comune, in modo che ognuno potesse avere la gioia della scoperta dopo i propri sforzi.

La febbre globale della vita è attualmente caratterizzata da un continuo impoverimento delle possibilità di esperienze di sviluppo spirituale. L’assenza di possibilità biologicamente naturali di esperienze appaganti è evidenziata dalla fuga di massa verso i diversivi: divertimenti, sport competitivi, radio, “il ritmo dei tempi”. Gli attaccamenti sono in cattivo stato: tutti gli attaccamenti culturali ereditati sono stati forati dalla critica, e il terrore, l’ansia, lo smarrimento e la disperazione si riversano attraverso questi stessi fori. Il comunismo e la psicoanalisi, per quanto diversi sotto altri aspetti, cercano entrambi di costruire nuove versioni del vecchio meccanismo di difesa: rispettivamente con la violenza e con l’astuzia, per rendere le persone utili riducendo il loro surplus di intuizione sulla precarietà della vita.

Entrambi questi metodi sono sorprendentemente logici. Ma anche questi tentativi saranno, alla fine, fallimentari. Una degenerazione intenzionale verso un livello di coscienza inferiore, utile per scopi pratici, potrebbe salvare la specie per un breve periodo, ma essendo la natura umana quella che è, non troveremmo una pace duratura in una tale o in qualsiasi rassegnazione.

 

V

Se seguiamo questa linea di pensiero fino in fondo, la conclusione è ineluttabile: fino a quando l’umanità si muoverà nella terribile convinzione di essere biologicamente destinata a conquistare la terra, non sarà possibile alleviare la nostra angoscia per la vita. Con l’aumento del numero di persone sulla terra, l’atmosfera spirituale diventerà più stretta e i meccanismi di difesa dovranno diventare sempre più brutali.

E noi continueremo a sognare la salvezza, la redenzione e un nuovo Messia. Ma dopo che molti salvatori saranno stati inchiodati agli alberi e lapidati al mercato, apparirà l’ultimo Messia.

Sorgerà un uomo che, prima di tutti gli altri uomini, ha osato denudare la propria anima e consegnarsi completamente alla nostra domanda più profonda e persino all’idea stessa dell’annientamento. Un uomo che ha colto la vita nel suo contesto cosmico e la cui agonia è l’agonia del mondo. Ma un lamento crescente lo assalirà a partire da tutti i popoli della terra, che grideranno per la sua millenaria esecuzione, quando la sua voce avvolgerà il mondo come un sudario e il suo particolare messaggio sarà ascoltato per la prima e ultima volta:

“Su molti mondi la vita è come un fiume impetuoso, ma la vita su questo mondo è come una pozzanghera stagnante e un’acqua di sentina.

Il marchio dell’annientamento è scritto sulla vostra fronte. Per quanto tempo vi muoverete sul filo del rasoio? Ma c’è una vittoria e una corona, una salvezza e una risposta:

Conoscete voi stessi; siate sterili e che ci sia pace sulla Terra dopo il vostro passaggio”.

E quando avrà pronunciato queste parole, caleranno su di lui, con le levatrici e le balie in testa, e lo seppelliranno sotto le loro unghie. È l’ultimo Messia. Di padre in figlio, di figlio in figlio, egli discende dall’arciere della pozza d’acqua.


P. W. Zapffe, Den sidste Messias, in “Janus”, 9, 645-665, 1933. Traduzione condotta dall’inglese a cura di Michele Corioni con il permesso del Fondo Berit e Peter Wessel Zapffe presso UNIFOR – Forvaltningstiftelse for fond og legater, per il quale ringrazio Hans Jørgen Stang e di D. Rothenberg da P. Reed, D. Rothenberg (Eds.), Wisdom in the Open Air: The Norwegian Roots of Deep Ecology,University of Minnesota Press, Minneapolis 1992, pp. 40-52. Il saggio in versione inglese è rintracciabile su “Open Air Philosophy” al link: https://openairphilosophy.org/wpcontent/uploads/2019/06/OAP_Zapffe_Last_Messiah.pdf.

 

Michele Corioni (Brescia, 1978) ha studiato filosofia presso l’Università Cattolica di Milano e la Pontificia Università Gregoriana. Ha collaborato con diverse organizzazioni del terzo settore e con la rivista Varchi. Tracce per la psicanalisi. E’ interessato a come le idee, che
vedono la luce in certi libri, in certe epoche, in certi contesti abbiano un andamento carsico e diventino, magari a distanza di secoli, pezzi di vita, modi di vedere il mondo.

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