L’umanità in tempi bui, secondo Hannah Arendt



Com’è possibile che l’idea di umanità, tipica dell’Illuminismo, trovi collocazione nei “tempi bui”, in cui le guerre mondiali, i totalitarismi, la Shoah hanno decretato il fallimento dell’eredità umanistica europea?


In copertina: George Grosz, The Engineer Heartfield, courtesy MOMA

(Questo testo è tratto da “L’umanità in tempi bui” di Hannah Arendt. Ringraziamo Raffaello Cortina Editore per la gentile concessione


di Hannah Arendt

La storia conosce molti periodi in cui lo spazio pubblico si oscura e il mondo diventa così incerto che le persone non chiedono più alla politica se non di prestare la dovuta attenzione ai loro interessi vitali e alla loro libertà privata. Li si può chiamare “tempi bui” (Brecht). Coloro che hanno vissuto e che si sono formati in tali epoche probabilmente sono sempre stati inclini a disprezzare il mondo e lo spazio pubblico, a ignorarli per quanto possibile e anche a saltare al di là, per poi ritrovarsi al di qua – come se il mondo non fosse che una facciata dietro la quale le persone possono nascondersi – al fine di arrivare a una mutua intesa con i loro simili senza considerazione per il mondo che sta tra di essi. In epoche di questo genere, se le cose vanno bene, si sviluppa un tipo particolare di umanità […]

 Nel XVIII secolo il massimo e più efficace sostenitore di questo tipo di umanità fu Rousseau, per il quale la natura umana comune a tutti i tipi di uomini non si manifesta nella ragione, ma nella compassione, nella ripugnanza innata, come affermava, a veder soffrire un nostro simile […] Nello spirito della Rivoluzione francese, che faceva riferimento alle sue idee, egli vedeva nella fraternité il compimento dell’umanità […]

È vero che tale umanità diventa inevitabile quando i tempi per alcuni gruppi umani si oscurano al punto che non è più questione né di teoria né di libera decisione per ritirarsi dal mondo. L’umanità nella forma della fraternità fa inevitabilmente la sua comparsa nella storia presso i popoli perseguitati e i gruppi ridotti in schiavitù. Nel XVIII secolo doveva essere pressoché naturale scoprirla tra gli ebrei, allora nuovi arrivati nei circoli letterari. Questo tipo di umanità è il grande privilegio dei popoli paria; è il vantaggio che i paria di questo mondo possono avere sempre e in tutte le circostanze sugli altri. È un privilegio pagato caro; spesso accompagnato da una perdita del mondo tanto radicale, da un’atrofia tanto terrificante di tutti gli organi per mezzo dei quali entriamo in corrispondenza con esso – dal senso comune con cui ci orientiamo in un mondo condiviso con gli altri al senso della bellezza o al gusto, con cui amiamo il mondo – che nei casi estremi, in cui la condizione di paria si è prolungata per secoli, possiamo parlare di reale acosmia. E l’acosmia, purtroppo, è sempre una forma di barbarie.

In tale umanità, per così dire organicamente sviluppata, tutto avviene come se sotto la pressione della persecuzione i perseguitati si avvicinassero talmente gli uni agli altri da provocare la scomparsa dello spazio intermedio che abbiamo chiamato mondo […]

Ciò provoca un calore tra le relazioni umane che può colpire chi è entrato in contatto con quei gruppi come un fenomeno quasi fisico. È ovvio che non voglio affatto negare che il calore dei perseguitati sia qualcosa di grande. Nel suo pieno sviluppo, può generare una bontà e una gentilezza di cui altrimenti gli esseri umani sono difficilmente capaci. Spesso è anche sorgente di una vitalità, di una gioia per il semplice fatto di essere vivi, che induce a pensare che la vita raggiunga la sua pienezza solo presso coloro che, dal punto di vista del mondo, sono gli umiliati e gli offesi […]

L’umanità creata dalla fraternità si adatta difficilmente a chi non appartiene al novero degli umiliati e degli offesi e non può parteciparvi se non mediante la compassione. Il calore dei popoli paria non può legittimamente estendersi a coloro che solidarizzano con essi: poiché una diversa posizione nel mondo fa pesare su di essi una responsabilità verso il mondo che vieta loro di condividere l’insofferenza dei paria. È vero però che in tempi bui il calore, che presso i paria è sostituto della luce, esercita un grande fascino su tutti coloro che si vergognano del mondo così come è, al punto di voler rifugiarsi nell’invisibilità. E nell’invisibilità, in quell’oscurità in cui, essendo nascosti, non si ha nemmeno più bisogno di vedere il mondo visibile, solo il calore e la fraternità degli uomini stipati gli uni contro gli altri possono compensare la misteriosa irrealtà che contraddistingue le relazioni umane ogni volta che esse si sviluppano nell’acosmia assoluta e senza essere collegate a un mondo comune a tutti. È facile, in un tale stato di assenza di mondo e di irrealtà, concludere che l’elemento comune a tutti gli uomini non è il mondo ma la “natura umana” di questo o quel tipo, a seconda dell’interprete. Poco importa che si metta l’accento sulla ragione, identica per tutti gli uomini, o su una sensibilità riscontrabile in tutti come la capacità di compatire. Il razionalismo e il sentimentalismo del XVIII secolo sono solo due aspetti di una stessa situazione; entrambi possono condurre in egual misura all’entusiastico eccesso in cui gli individui si sentono legati da vincoli di fraternità con tutti gli uomini. Razionalità e sentimentalismo non furono peraltro che sostituti psicologici, localizzati nell’invisibile, del mondo comune visibile, allora perduto. In effetti la “natura umana” e il corrispondente sentimento di umanità si manifestano solo nell’oscurità e non possono quindi venire individuati nel mondo. Inoltre, in condizioni di visibilità si dissolvono nel nulla come fantasmi. L’umanità degli umiliati e offesi non è mai sopravvissuta all’ora della liberazione neppure per un minuto. Ciò non vuol dire che non abbia alcun significato, poiché essa rende sopportabile l’umiliazione, bensì che in termini politici è assolutamente irrilevante.

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