Lungo il fiume


Lungo il fiume, una colpa tira l’altra. Un racconto di Filippo Rigli.


Copertina: Old blind man with boy, Pablo Picasso

Questo racconto è stato pubblicato originariamente sul Corriere Fiorentino (che ringraziamo) del 12/8/2018, in occasione della rassegna di racconti estivi curata da Vanni Santoni.

di Filippo Rigli

Arrivò lungo il fiume e si distese all’ombra di un alberello striminzito, si girò una sigaretta e l’accese. Rimase là a fumare con gli occhi chiusi per un po’. Le sigarette gli facevano girare la testa. Il sole filtrava tra le frasche. Aveva quattordici anni e la scuola era appena finita. L’estate era calata sulla valle come una mannaia. Il cielo era un manto d’azzurro, con poche nuvole bianche a fare capolino tra le balze. Sono solo qui da noi in Valdarno e nei canyon americani, diceva il babbo. Portava lui e suo fratello maggiore a camminare vicino a quegli spuntoni di sabbia e di ghiaia. Perché anche qua siamo un po’ nel west, diceva. Di là dal fiume, davanti alle balze, c’era l’accampamento degli indiani. Scuri, sudici, coperti di stracci. Stavano nelle roulotte e chiedevano l’elemosina nei paesi. Il fiume era stato battezzato dal babbo col nome indiano Chu Feh Nah, e affluiva nell’Arno. Il babbo era morto da poco, e nessuno lo rammentava mai. Non si poteva. Spense con cura la sigaretta sotto le scarpe da ginnastica, si alzò e si stirò. Non aveva niente da fare almeno fino a settembre. Poteva bighellonare per il paese, ciondolare al bar con gli amici, fare tardi la notte e imboscarsi a fumare. Poco più in là un vecchio stava dipingendo accanto alla riva. Gli si avvicinò vagamente incuriosito, col sole che gli faceva strizzare gli occhi. Dovevo portare gli occhiali, pensò tra di sé. Quando fu vicino il vecchio lo notò, ma fece finta di nulla e continuò a dipingere. Il ragazzo lo osservava in silenzio. Guardava il quadro. Rappresentava il paesaggio dei dintorni. Il ragazzo non si interessava di arte, ma il quadro tutto sommato non gli dispiaceva. Il vecchio si fermò, appoggiò pennello e tavolozza  al cavalletto e si sgranchì. Poi si volse verso il ragazzo sorridendo, si accese una sigaretta dal pacchetto e gliene offrì una. Al ragazzo non piacque il sorriso del vecchio. Aveva le labbra fini e gli occhi azzurri e acquosi, con sotto due grosse borse cadenti. Però accettò la sigaretta e si mise a fumare anche lui. Il vecchio gli chiese se era interessato alla pittura. Parlava del più e del meno ridendo con fare bonario. Il ragazzo rispondeva con cenni e monosillabi. Le sigarette finirono e il vecchio, sempre sorridendo, chiese al ragazzo se gli andava un pompino. Il ragazzo si irrigidì, il vecchio tese una mano in una carezza come per tranquillizzarlo, ma quello gli strattonò il braccio e corse via senza voltarsi. Arrivò nella piazza del paese sudato fradicio, il cuore a mille. Stravaccati ai tavolini del bar c’erano suo fratello e i suoi amici. Camicie aperte, piedi sulle sedie, birre sui tavoli, sigarette in bocca e bestemmie per il caldo. Che hai fatto, gli chiese, vedendolo impaurito. Saltò sugli stivali e tirò via il fratellino in disparte. Si dissero qualcosa sotto voce. Poco dopo fece cenno ai ragazzi di finire le birre e tirarsi su dal tavolo. C’era da fare una cosa. Aspetta qui, disse al fratello.

Arrivarono davanti al vecchio ridendo tra loro, una passeggiata tranquilla tra amici, il fratello del ragazzo davanti a tutti. Il vecchio sorrise a quei ragazzi chiassosi e il primo della schiera gli tirò la sigaretta in faccia catapultandola con indice e pollice. Il vecchio non fece in tempo nemmeno a stupirsi che un pugno in bocca gli spaccò le labbra e gli fece quasi ingoiare la dentiera. Rovinò per il ciglio della strada sterrata e i quattro gli si fecero sotto accerchiandolo, proprio sulla sponda del fiume. Non ridevano più. Uno prese a calci il cavalletto con il quadro. Il vecchio alzò lo sguardo su quello che sembrava il capo e balbettò qualcosa, il terrore negli occhi. Gli arrivò una stivalata in faccia, tirata di punta, sotto l’occhio. Finì faccia a terra e per poco non soffocò nell’erba, ma una mano lo tirò su per i capelli. Ti va questo? Si sentì dire, poi gli arrivò una botta nella tempia che lo fece cadere di lato, poi sulla schiena, con le braccia distese come un Cristo in croce. Lo presero di peso e gli immersero la testa nell’acqua. Gliela tirarono su e gliela misero sotto di nuovo. Poi lo gettarono a terra e lo presero a calci. Sentì un tacco che gli pestava una mano, non ci vedeva più per le botte e per le lacrime, perse i sensi.

La piazza all’ora dell’aperitivo era abbastanza affollata. Il vecchio arrivò zoppicando da una via laterale, i vestiti strappati e fangosi, coperto di lividi. Trascinava il cavalletto rotto che sembrava uno scheletro di un animale, agitava un pennello spezzato con l’altra mano e farfugliava qualcosa. La gente gli si fece intorno. Alcune donne gridarono. La banda seduta al tavolo del bar non fece una piega. Il ragazzo stava parlando con un amico in piazza, guardò il fratello che gli fece cenno di stare zitto e avvicinarsi. Va’ a casa gli disse, quando fu vicino. Quello sparì tra i vicoli. Poi lui e gli amici si alzarono e si aggregarono alla folla che circondava il vecchio. Il maresciallo dei carabinieri e il vicesindaco si fecero largo sgomitando. Chiamate un ambulanza, urlava il vicesindaco ai passanti. Il maresciallo domandò al vecchio che cosa fosse successo, per carità di Dio. Il vecchio riconobbe i ragazzi tra la folla che lo guardavano torvi. Gli zingari, disse il vecchio con un filo di voce. Mi hanno rapinato. Arrivò l’ambulanza e portò via il vecchio. Il maresciallo raccomandò a tutti di mantenere la calma e corse in caserma a organizzare le indagini. La folla strattonò il vicesindaco che improvvisò un comizio e si mise alla testa di una manifestazione spontanea diretta al campo nomadi. La gente continuava ad arrivare in piazza e accodarsi alla manifestazione. Il fratello del ragazzo entrò nel bar e chiese un caffè alla barista bionda, che arrossì. Si affacciò uno della banda, che fai non vieni, gli chiese. Finisco il caffè rispose l’altro senza girarsi, e strizzò l’occhio alla barista, che gli sorrise.


Filippo Rigli (Montevarchi, 1979) ha pubblicato racconti per Stanza 251, Flanerì Magazine, La Tela Nera. Vive e lavora a Firenze.

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