Macchiando il collo di quel corpo splendido

«A lui piaceva raccontare la nostra prima conversazione e ridere di come mi fossi adombrata per non aver colto la sua ironia.A me piaceva ripetere che fino a quella sera non avevo la più pallida idea di chi fosse….»


IN COPERTINA, un’opera di Guglielmo CAstelli

di Carla Fronteddu

A lui piaceva raccontare la nostra prima conversazione e ridere di come mi fossi adombrata per non aver colto la sua ironia.A me piaceva ripetere che fino a quella sera non avevo la più pallida idea di chi fosse.

Offrivamo lo spettacolo agli amici, le coppie lo fanno. Amano raccontare piccoli aneddoti dei primi appuntamenti e il pubblico trova comiche vulnerabilità e contraddizioni che saltano fuori.

Ci siamo conosciuti a casa di un’amica di mia madre, un’ex giornalista cui, andando in pensione, era venuto il vezzo di inaugurare un salotto letterario. Lui aveva appena moderato una tavola rotonda sulle patologie delle società neoliberali. Eccezionale, aveva riferito uno degli ospiti. Anche se per garantire il buon umore del pubblico le sue apparizioni televisive sarebbero state più che sufficienti. Io ignoravo la sua esistenza e la sua fama finché non avevo ricevuto l’invito tramite mia madre. Aveva strillato il suo nome nella cornetta conficcandomelo dolorosamente nel timpano. Faceva così quand’era contenta e in quel caso era talmente eccitata per la sua amica che per non deluderla e non sembrare disinformata mi ero affrettata a cercare notizie su Internet. A trenta giorni dall’evento ero dunque venuta a sapere che si trattava di uno di quegli enfant prodige che a soli quarantasei anni era già ordinario di sociologia dei processi culturali, che scriveva per diverse riviste ed era spesso ospite di una trasmissione di approfondimento. Non mi era mai capitato di vederlo in televisione (non ce l’avevo), né di leggere un suo articolo, o forse sì ma non ci avevo fatto caso. Cercai una sua foto. Barba, capelli e occhiali coprivano la maggior parte del volto, ma si poteva comunque distinguere la forma della bocca. Mia nonna è convinta che non ci si possa fidare delle persone con le labbra sottili.

La sera dell’evento arrivai tardi, quando ormai la tavola rotonda era conclusa. Non mi ero potuta staccare dal computer prima della sette, perché stavo rincorrendo una scadenza per un lavoro di editing con cui integravo la borsa di dottorato. Avevo la schiena indolenzita per le ore passate alla scrivania e mi sentivo così stanca e annoiata che fui tentata di non andare neppure al ricevimento, ma non volevo dispiacere mia madre, che nonostante la giornata in ospedale per la chemioterapia mi aveva chiamata per ricordarmi l’invito. Indossai una delle mie divise Cos che con quel senso di eleganza preconfezionata mi offrivano una pellicola di sicurezza e in taxi lessi un suo articolo sul cellulare. Sentite qua, esortava il lettore. Pensai che dovesse essere molto sicuro di sé.

Il buffet era stato servito in giardino. Soffiava un vento dolce di fine giugno e le colline intorno si offrivano preziose nella luce dorata del tramonto. #nofilter. Comunque, non scattai nessuna foto. Un paio di uomini parlava all’interno, mentre la maggioranza degli ospiti sgomitava armata di piatti e forchette sotto gli occhi della padrona di casa, che fumava appoggiata allo stipite della portafinestra. Aveva nascosto i capelli biondi e argento in un turbante nero e guardandola mi ripetei ancora una volta che avrei voluto diventare elegante come lei.

– Scusami…non sono riuscita a liberarmi prima.

– Ma no tesoro, con quel che stai passando. Adesso prendi da bere e poi torna qui che te lo presento, ha fatto un intervento squisito.

Impossibile non notarlo; in mezzo a tutti quei completi scuri da uomo la camicia di lino fuori dai jeans lampeggiava come un’insegna luminosa. Ricordo bene che il primo sentimento che provai fu invidia. Come riusciva a sentirsi a suo agio vestito in quel modo? Eppure emanava sicurezza come una luce calda. Mentre mi avvicinavo al tavolo degli alcolici mi sembrò che tutto, me compresa, si stesse rimpicciolendo per far spazio alla sua presenza, che si espandeva come un campo energetico.

– E l’ara dell’augusta dea/ fiotto di sangue inonderà/ macchiando il collo di quel corpo splendido.

Ebbi la consapevolezza che era stato lui a parlare prima ancora di voltarmi.

– Se credi che sia troppo presto per morire ti salvo con piacere.

Provai a sorridere, ma avevo la dolorosa impressione che la mia faccia si fosse distorta in una smorfia – come?

– Sei l’unica giovane donna a questo evento e la cosa sai… ha acceso la mia fantasia.

– Oh, un film horror.

– Avevo in mente Euripide.

Stupida, mi dissi. Gli restituii un sorriso stridulo.

– Eri alla conferenza?

– No, mi dispiace, è che…

– Oh, non ti scusare. In queste occasioni si ripetono sempre le solite cose e si risponde sempre alle stesse domande, è un bene che avessi di meglio da fare. Di che ti occupi?

Trovai il commento poco delicato, ma non ebbi il tempo di dispiacermi per la nostra ospite perché dovevo rispondere alla sua domanda. I piedi cominciarono a sudare nelle ballerine di finta pelle. Non sei abbastanza alta per indossare queste scarpe, mia mamma me lo ripeteva sempre. Sentivo il viso avvampare. Diedi una risposta telegrafica, ma lui continuò a fare domande. Mentre parlavo si accese una sigaretta, la teneva tra il pollice e l’indice stringendo il filtro. Ne avrei voluta una anche io. Della cenere gli scivolò sul jeans. Ricordo di non essermi sentita a mio agio durante quella prima conversazione, di aver temuto di non saper parlare in modo convincente della mia ricerca, ma lui insisteva. Quando fummo interrotti e lui traghettato altrove provai il sollievo che si prova concluso un allenamento troppo intenso in palestra e al tempo stesso mi sentii un po’ come se fossi stata abbandonata, e desiderai di essere nuovamente interrogata. All’improvviso mi resi conto di non avergli rivolto nessuna domanda; per pudore, mi dissi. Tutta quell’attenzione nei miei confronti, a ogni modo, mi aveva elettrizzata al punto che cominciai a piroettare da una conversazione all’altra. Quando un’ora più tardi venni a sapere che era andato via senza salutarmi, ci rimasi male.

Alcuni giorni dopo, mentre copiavo una citazione per la tesi, fui distratta da una notifica di Facebook sul cellulare; era lui, chiedeva la mia amicizia. Trattenni il riflesso automatico di cliccare Accetta, per dare l’impressione di avere cose più importanti da fare in quel momento e nel frattempo ricevetti un suo messaggio. Si trovava dalle parti del mio dipartimento, mi andava un caffè? Mi andava? Mentre scendevo le scale mi arrestai di colpo: che aspetto avevo? Mi precipitai al bagno del secondo piano, l’unico con lo specchio sul lavandino, ma davanti alla porta feci dietrofront. Meglio non sapere se servono ritocchi se non hai nulla per ritoccare, diceva la mia coinquilina, e io avevo dimenticato l’astuccio dei trucchi a casa. Fai finta di sentirti splendida, mi dissi, e ridiscesi le scale, accaldata per la corsa inutile. Lo trovai appoggiato al muro dell’edificio di fronte con gli occhi chiusi e il viso proteso verso il sole. Ecco qualcuno che non ha bisogno di ammazzare il tempo con il cellulare, pensai.

Nel breve tragitto dalla Facoltà al bar dove aveva proposto di andare fummo interrotti tre volte; da un suo collega che voleva che lo richiamasse per quel concorso, da una sconosciuta che l’aveva visto la sera prima in televisione e l’aveva trovato a dir poco sublime e dalla telefonata del direttore del settimanale a cui ero abbonata e sul quale a breve avrebbe avuto una rubrica fissa. Congratulazioni, dissi, ma lui non sembrava particolarmente colpito e mi restituì uno sguardo come a dire ma sì, capirai, una cosetta. O forse così parve a me, perché quelle interruzioni mi avevano trasportata sulla sponda del mare che ci divideva. Mi sentivo insignificante. Riempimmo il vuoto imbarazzante del primo incontro tornando a parlare della sera in cui ci eravamo conosciuti.

– Avevo immaginato che fossi una tesista o qualcosa del genere, ma quando ho scoperto che la tua ricerca non aveva nulla a che fare con la conferenza mi sono veramente stupito che fossi lì.

Così gli spiegai che l’organizzatrice era una sorta di zia acquisita, che ero lì per affetto e perché mia mamma aveva insistito. Gli dissi che era malata e subito mi pentii di aver introdotto un argomento triste e forse un po’ ruffiano. Stavo usando la chemio per rendermi interessante? Mi cadde lo sguardo sulla sua pancia. Proprio sotto lo stomaco la camicia si apriva rivelando una mandorla di peluria. Mi affrettai a guardare altrove. Tornò a chiedermi della mia ricerca, gli sembrava un bel tema, mi chiese se avessi già pubblicato qualcosa. Non l’avevo fatto e provai a giustificarmi menzionando alcuni problemi di disorganizzazione del programma di dottorato, cercando di non farli sembrare la disperata ricerca di un alibi, ma ostacoli oggettivi. È stato così per tutti- replicò- dovresti concentrarti solo sul tuo lavoro. Aveva ragione e mi imbarazzai.

Il giorno seguente andò a Berlino per un convegno e io comprai due dei suoi saggi. Non sapevo nulla di lui, in entrambe le occasioni aveva lasciato che fossi io a raccontarmi, o forse per domare la paura di annoiarlo avevo finito per parlare più del dovuto. Gli avevo addirittura raccontato di quando, il giorno del concorso di dottorato, insieme alla tesi di laurea era uscita dalla borsa una banana, che era volata dritta davanti al presidente di commissione. Che buffa che sei, aveva detto. Passai tre giorni chiusa in casa in compagnia dei due libri da cui mi separavo solo per leggere i suoi articoli più recenti o per cercare i video delle trasmissioni televisive a cui aveva partecipato.

– Sono venuta a controllare se respiravi ancora, ma che stai combinando?

Dopo neppure tre ore di isolamento, la mia coinquilina aveva bussato. Inventai di avere una scadenza urgente. Non volevo altra compagnia. La sera del terzo giorno ricevetti un suo messaggio e mi precipitai a dirgli che stavo leggendo il suo libro sul marketing politico. Lui non sembrò impressionato. Disse che ormai era un lavoro superato, necessario quattro anni fa, ma superato e cambiò argomento. Non dovresti perdere tempo a leggere i miei libri, hai una tesi da scrivere. Avvampai e fui grata che non potesse vedermi. Mi chiese se volessi fargli compagnia con una telefonata prima di cena – è stato bello parlare con te l’altro giorno – e io dimenticai il piccolo incidente, perché in fondo cullavo il sospetto e la speranza di piacergli.

Incoraggiata dalla telefonata, il giorno seguente gli scrissi. Mi sentivo seduttiva ed eccitata, e non mi chiesi perché all’improvviso lo desiderassi. Da quel momento cominciammo a sentirci regolarmente e da ogni conversazione ricavavo lo stesso piacere ambivalente; ero emozionata all’idea che volesse parlare con me, che si prendesse il tempo per farlo e mi coinvolgesse negli impegni della giornata. Al tempo stesso, non riuscivo mai a rilassarmi, terrorizzata com’ero di tradirmi con qualche lacuna che rivelasse che non conoscevo quel tale o tal altro. Name dropping… adesso non ci casco più. Infine, il fatto che potesse parlare con tanta naturalezza del suo lavoro mi lacerava. Convivevo con la sensazione che quella tesi che non voleva saperne di crescere si prendesse gioco di me, ogni riga che riuscivo a aggiungere alla pagina grondava sudore e la lista delle sue pubblicazioni mi riempiva di imbarazzo.

 

Comunque, siete stati incoscienti. Perché? Beh, ve la potevate vivere più in privato no? Eravamo innamorati. Sì, ma non vi siete dati neanche una settimana. Pure noi abbiamo aspettato un paio di mesi prima di dirvelo. Vorrei vedere, eri ancora fidanzato! Sì, infatti come ti è uscito il paragone? Però sono d’accordo con lui. Siete stati precipitosi. E poi per cosa? … Dai, ormai lo possiamo dire, lui si è proprio sputtanato in ateneo. … E tu? Cosa ci hai ricavato? … Non fare la pesante ora, perché non apri un’altra bottiglia? E invece secondo me dovrebbe rifletterci. Sì, va bene, ma intanto stappa il vino. Voglio dire, a logica, vai con uno che ha quasi vent’anni più di te, che ha una posizione all’università, che è una mezza popstar fuori, fattela dare una spintarella da qualche parte, no? Proprio a logica dico. Un ragionamento un po’ da meretrice amore…Grazie per la delicatezza tesoro, ma avrei detto la stessa cosa se tuo fratello si fosse messo con quella di diritto canonico. Toh! Perché proprio io? Hai la coda di paglia? See. Comunque, la tua teoria è un po’ da sciura…è vero che c’è chi si fa i suoi conti, ma vent’anni di differenza…insomma, non voglio stare a scomodare Freud dopo un secolo e passa ma…

 

La nostra storia non fu mai clandestina. Me lo sarei aspettata all’inizio. Avrei capito se avesse voluto proteggersi dai pettegolezzi. Invece, dopo la prima notte insieme mi portò a fare colazione nel bar davanti al suo dipartimento e mi salutò con un inequivocabile bacio sulle labbra. Mi incamminai verso la biblioteca frastornata e con il sapore del suo panino alle acciughe sulla lingua. Senza avere il tempo di rendermene conto mi adattai completamente al suo stile di vita. Quando lui era libero correvo a casa sua, lo raggiungevo in dipartimento, mi facevo trovare negli alberghi delle città in cui lo invitavano per convegni e conferenze, anche se questo significava non esaminare materiali in archivio, o perdere un seminario con partecipazione obbligatoria. Una volta passai quattro ore sull’unico intercity risparmiato dallo sciopero, per aspettarlo nella hall dell’hotel fino a tarda notte. Il portiere non mi aveva permesso di salire in camera e il suo telefono era spento. Quando arrivò mi alzai di scatto e dovetti reprimere un urlo, le cosce nude si erano incollate alla pelle della poltrona.

Ogni volta che mia mamma mi ripeteva di lasciare che fosse l’infermiera a occuparsi di lei e che l’unica cosa che desiderava era che mi impegnassi nel mio lavoro, mi sentivo una traditrice. Contribuivo a questa menzogna confermando di essere molto impegnata, ma la verità era che anche nelle giornate in cui insegnava o si chiudeva nel suo studio a scrivere, ero ossessionata da lui. Pensavo alle ore che passava in aula con stizza, e provavo un fastidio rabbioso nei confronti dei suoi colleghi, che con le loro continue richieste lo trattenevano più a lungo in Facoltà o si insinuavano nel nostro tempo con telefonate. Ogni volta che lo schermo del suo smartphone si illuminava, la mascella mi diventava pietra. L’unica cosa in grado di tranquillizzarmi durante le sue assenze era la possibilità di trastullarmi rievocando la sua espressione di attesa, quasi infantile, ogni volta che mi spogliavo.

Il senso di inferiorità che mi metteva a disagio all’inizio del nostro rapporto era come svanito. Con quello, tuttavia, se n’era andato anche il mio lavoro di ricerca. Quando mi chiedeva come avessi passato la giornata rispondevo con dettagli geografici. Ero stata in biblioteca, o in dipartimento, e in effetti molto spesso era vero, fisicamente avevo attraversato quegli spazi. Mi capitava di tornare a casa sotto il peso di fotocopie di testi che avevano l’aria di poter essere utili alla mia ricerca, e che una volta depositate sulla scrivania si univano alle loro sorelle in attesa del giorno in cui le avrei buttate, rimproverandomi pure per quello spreco di carta. Se insisteva con le domande, deviavo la conversazione su un film o un articolo che mi aveva fatto pensare alla sua di ricerca, o semplicemente gli dicevo che mi era mancato accarezzandogli il collo con la punta del naso. Ci mancava tanto così dal fargli le fusa.

La mia tutor, che non mi aveva mai invitata a bere un caffè prima d’ora, d’un tratto sembrava collegata al gps del mio cellulare. Me la vedevo sbucare a ogni angolo, pronta a trascinarmi alla macchinetta del sottoscala per chiedermi di lui- mi aveva detto che aspetto avesse quella presentatrice dal vivo? La tv lo ringiovaniva, dovevo farglielo sapere! I miei amici cercavano mille scuse per farsi invitare a casa sua e quando erano soli con me chiedevano di lui- sembrava alla mano nonostante tutto, e a letto com’era? I suoi, di amici, erano pieni di complimenti per il mio aspetto. Uno di loro aveva il vizio di accarezzarmi i capelli. Se gli altri si dimenticavano del mio lavoro e delle mie ambizioni perché non potevo farlo io?

A volte mi tornano in mente certi suoi atteggiamenti. Come quando dopo aver letto ad alta voce un’e-mail in cui qualcuno si complimentava per qualche sua iniziativa mi guardava e sollevava il sopracciglio sinistro. O le sere sotto le coperte, quando riguardava il suo ultimo intervento in televisione sul cellulare e mi sorrideva. Allora vedevo solo l’uomo che mi suggeriva con chi parlare, quali nomi ricordare, cosa leggere e come leggerlo, o mi prendeva in giro quando mi vedeva con un quotidiano in mano – sei l’unica persona che conosco che ancora li legge. Dal primo istante avevo coltivato l’impressione che attingesse a una fonte della conoscenza a me segreta e più mi rafforzavo in questa convinzione, più sentivo che solo quando andavamo a letto insieme anche io avevo una solidità. Finché non mi stancai di andarci.

 

Però sta cosa ce la devi dire … Ma ti piaceva anche fisicamente? Certo che mi piaceva. Dai, che adesso puoi essere sincera. E tu puoi aprire la finestra. Mi avete appestata con tutte ste sigarette. Da quando sugar daddy ti ha fatto smettere di fumare sei diventata intransigente? Smettila scema. E che ti piaceva? Lo trovavo sexy. Sexy! Vuoi farci morire! Gli spuntano i peli della schiena dal collo della camicia! Vabbè se dovete fare gli stronzi… No, no scusa non ti arrabbiare è che davvero uno vi guardava e… Cioè lui si capiva. Hai praticamente vent’anni in meno, tutta liscia e soda…quando gli ricapita? Però te eri un bel mistero. Un mistero… Freud due intuizioni ce l’avrebbe pure avute…

 La prima volta che mi invitò a cena, fu al rientro da Berlino. Mentre stavamo bevendo il prosecco che ci avevano offerto in attesa del tavolo, mi chiese se volessi andare da lui. Lanciammo un’occhiata al cameriere chino a stirare la tovaglia con le mani e uscimmo senza dire nulla. Quando fummo per strada mi circondò le spalle con un braccio e a quel contatto il sangue cominciò a corrermi per le vene, pulsando come impazzito. Continuando a camminare disse che per tutto il tempo che era stato in viaggio aveva pensato solo alla voglia che aveva di scoparmi. Non risposi. Nessuno dei ragazzi che frequentavo si esprimeva in quel modo ma che fosse lui a farlo mi fece sembrare quella dichiarazione più giusta. Mi arrivò una fitta dall’inguine.

* * *

A ottobre, con l’avvicinarsi della revisione annuale del progetto ero diventata irrequieta; non solo non avevo fatto progressi, ma avevo così attivamente accantonato la tesi da non riconoscere più le pagine dei vecchi appunti. Rileggevo l’abstract del primo capitolo anche dieci volte di fila e ricavavo sempre l’impressione che lo avesse scritto una sconosciuta. La trama discorsiva che sottende la costruzione del patrimonio culturale… il rapporto con l’antico che traccia confini di genere e razza… il nesso tra… C’era stato un tempo in cui mi ero posta questi problemi? Il suo solito perenne consiglio – siediti e lavora – mi riempiva di collera. Lui riusciva a sedersi e comandare la mente? Io no, la mia si spostava, vagava da una parte all’altra, disobbediva. Più fallivo, più lo odiavo.

Smisi di leggere la rivista a cui ero abbonata per non incrociare la sua rubrica, che aveva riscosso subito un gran successo. Naturalmente. Ogni volta che accennava al suo lavoro sentivo le viscere contrarsi. All’improvviso la distanza tra di noi non era più seduttiva, ma alimentava invidia, insofferenza e frustrazione.

La spiga di peli brizzolati sul suo addome sporgente non era più commovente come la prima volta che era stata liberata dalla camicia. Cosa ci facevo lì? Cosa me ne facevo di quel corpo? Senza che ne avessi il controllo, il mio cominciò a rifiutarlo. Se leggevo desiderio nei suoi occhi, un sentimento di repulsione e disprezzo mi saliva alla gola. Quando mi penetrava, distoglievo lo sguardo per evitare l’espressione del suo viso. Quella promessa di piacere che trasformava la sua fisionomia e da cui non mi sentivo più coinvolta d’un tratto mi sembrava così patetica. Un pesce lesso, mi sorprendevo a pensare. Una volta mi scappò pure da ridere. Non provai più un orgasmo. Non so se l’avesse capito.

Comunque, non ti incazzare se te lo dico. Ti ci sei messa di punta eh? Lo faccio per lei. Sentiamo… Noi ce l’aspettavamo. Possibili che devi sempre parlare per tutti? Si vabbè fate le anime pure adesso.

Fui costretta a chiedere la proroga di un anno e decisi di non dirglielo. Volevo risparmiarmi i suoi rimproveri amorevoli e l’ennesima lista di consigli, ma venne a saperlo comunque. Coincidenza, una mattina incontrò la mia tutor negli uffici della segreteria amministrativa. Ne seguì una velenosa discussione con me durante la quale non alzò mai la voce e mi invitò più volte a abbassare la mia. Potevo almeno parlare senza fare scenate? Mentre io mi agitavo per la stanza, non riuscendo a stare seduta, lui non si spostò neppure una volta dal divano, mantenendo le gambe divaricate esattamente come quando aveva iniziato a parlare. Mi disse che avevo tradito la sua fiducia. Come potevamo costruire qualcosa insieme se cercavo di nascondere i problemi sotto il tappeto, sperando si risolvessero da soli? Cosa poteva aspettarsi da me? Pensai che avrebbe tirato fuori il sesso che non facevamo più, ma non lo nominò neppure. Mi lasciò quella sera. Al termine della discussione mise a cuocere della pasta. Mangiammo in silenzio, in penombra. Lui non accese la luce e qualcosa trattenne anche me dal farlo. Mentre avvolgevo gli spaghetti, ricordo di essermi chiesta per quanto si sarebbe tenuto addosso quella maschera risentita. Ero annoiata come un’adolescente dopo una ramanzina e come un’adolescente provavo la stessa sicurezza strafottente che dopo la sfuriata sarebbe tornato tutto come prima. Invece lui, dopo aver messo in bocca l’ultima forchettata ungendosi la barba di pesto, disse che non c’erano i presupposti per andare avanti e mi lasciò.


Carla Fronteddu (1984) insegna studi di genere a Syracuse University e CEA. Per non andare fuori tema, si occupa insieme a un eterogeneo gruppo di attiviste di Fiesolana2b, l’associazione che ha raccolto l’eredità della Libreria delle Donne di Firenze, per continuare a offrire uno spazio di elaborazione femminista e autodeterminazione in città.

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