Macchine dell’amore



Di macchine dell’amore ce ne sono state molte nella storia, ma poche possono competere con la terribile Venere di Norimberga.


In copertina e nel testo opere di domenico gnoli

 

di Lavinia Mannelli

Una di loro

Si dice che la moglie di Gogol’ fosse una di loro. Nuda in qualsiasi stagione, un po’ sfacciata e tiranna, la sua pelle era chiara, color nude. Si gonfiava e sgonfiava a seconda degli umori (di chi, non è dato saperlo) e all’autore delle Anime morte magari sarà sembrata simile a quei fantasmi di cui Čičikov andava alla ricerca: solo, un po’ più rigida e spaventosa. Questa, almeno, è l’idea che se n’era fatto Landolfi.

Si dice per esempio che Himmler le fece distribuire tra i soldati per evitare il diffondersi di malattie veneree durante la seconda guerra mondiale (è il Borghild Project, o così pare). Anche Oskar Kokoschka ne voleva una simile: e questa volta sono le lettere che si scambiò per nove mesi con l’artigiana Hermine Moos a dircelo senza troppi giri di parole. Kokoschka, però, lo fece solo perché Alma Mahler se n’era andata via di casa e lui doveva pure sostituirla con qualcos’altro! Da quel che scrisse a Moos pare che lo fece per togliersi lo sfizio di poter decapitare Alma, in qualche modo. 

Di un’altra ancora si innamorò uno studente di nome Nathanael secondo il racconto E.T.A. Hoffmann: aveva gli occhi più fissi che avesse mai visto, diceva il giovane, tanto che sembravano assolutamente vivi. Nathanael cadde in preda alla pazzia quando Coppelius gliela rapì da sotto il naso e quando proprio quegli occhi che aveva tanto ammirato rotolarono a terra in un periodo di tempo che gli parve infinito. (Che rumore avranno fatto? Quello di biglie che scivolano su pannelli di legno, ma Hoffmann questo dettaglio non ce lo svela).

Secondo Fellini persino Casanova, il celebre libertino veneziano, subì il loro fascino: ne amò una intensamente, forse perché era l’unica che lo prendeva sul serio. O forse perché le labbra erano fisse in un sorriso freddo, enigmatico come quello della Gioconda. (Si faceva beffe di lui, della sua fascinazione? Questa cosa sì, probabilmente gli piacque molto). Lui, il più amante degli amanti, le dedicò dei versi di Petrarca cambiandone alcune parole perché l’amore, si sa, un po’ è originale e un po’ no. 

Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente, 

e le braccia e le mani e i piedi e ‘l viso, (…)

diceva così Petrarca; ma Casanova avrebbe mai potuto cantare davvero i piedi della sua innamorata? Sul letto erano sempre storti; quando ballavano insieme, nelle sale mezze vuote di un ricevimento ormai concluso, il più delle volte incespicavano o non andavano bene a ritmo. Eppure la musica le veniva da dentro. Allora, siccome Casanova era un’anima sensibile, sostituì il verso petrarchesco con: 

e le braccia e le mani e il delicato collo e il dolce viso

Che soluzione elegante; il collo sì che poteva elogiarlo!

Se poi vogliamo parlare della loro utilità, non è possibile non citare Caterina, la moglie, l’amante, la segretaria, in una parola la domestica perfetta di Enrico Melotti: certo, Alberto Sordi la immaginava un po’ grigia in viso, le sue espressioni erano piuttosto monotone e a volte, quasi all’improvviso, scoppiava in brutte scenate di gelosia che spesso e volentieri finivano con un incendio spaventoso… ma, alla fine, cosa importava davvero di tutto questo se Caterina, quando era felice, puliva così bene casa?

La storia di un falso storico, forse

Tutte queste storie riguardano non donne, ma bambole a grandezza naturale: gonfiabili, meccaniche, robotiche o dotate di una forma più o meno fantascientifica. Nell’ordine, ho fatto riferimento ai seguenti racconti, film e fatti noti realmente accaduti:

  • un racconto degli anni Cinquanta di Tommaso Landolfi, intitolato proprio La moglie di Gogol’ (contenuto nella raccolta Ombre);
  • la bambola che il pittore austriaco Oskar Kokoschka fece realizzare dall’artigiana Moos a immagine e somiglianza della sua ex, Alma Mahler (ne parla per esempio l’episodio n. 3 della seconda stagione della serie Sky Arte Inseparabili, condotta da Carlo Lucarelli);
  • il celebre racconto del 1815 di E.T.A. Hoffmann sulle vicende d’amore e di follia di Nathanael, intitolato in tedesco Der Sandmann (nella raccolta Nachtstücke) e tradotto in italiano come Il mago sabbiolino o L’uomo di sabbia;
  • e infine due film italiani, prodotti a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, e cioè Il Casanova di Federico Fellini (del 1976), regia di Federico Fellini naturalmente, e
  • Io e Caterina, che è invece del 1980 ed è di e con Alberto Sordi.

Nel mercato di oggi ci si riferisce alle sex doll come a delle merci che impongono tutta una serie di necessarie riflessioni etiche e politiche – è un esercizio che si dovrebbe fare di più e che dovrebbe coinvolgere anche la storia di questi feticci femminili, come fa per esempio Alessia Dulbecco su The Italian Review. Siccome però il mercato ha sempre ragione e non aspetta i trattati di filosofia morale, una delle più note aziende che le produce, la Abyss Creations, è ormai la madre natura dell’era dei bisogni artificiali e in molti si rivolgono a lei per risolvere i propri problemi.

Nel 95% dei casi sono gli uomini a comprare una realdoll. Cinque anni fa, ci aveva provato anche Will Smith (spoiler: non è andata troppo bene). 

A volte queste love machine hanno l’aspetto delle loro partner (donna); molto spesso incarnano semplicemente l’ideale estetico di moda. Attualmente, questa è la classifica delle Realdoll più apprezzate nella provincia di Bari.

Quasi sempre gli uomini le comprano allo scopo di farci sesso. Persino nella versione più pudica di questa storia, che ritroviamo nel mito di Pigmalione e Galatea raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, è il bacio tra lo scultore e la statua ad animare il marmo.

Solo raramente le love machine sono state progettate per altri scopi. Una di queste, forse, è la Venere di Norimberga.

Forse. Perché potrebbe trattarsi di un falso storico, una delle ennesime trovate per rinnovare il racconto semplicistico di un Medioevo brutto e cattivo (gli storici hanno superato questa lezione da un bel po’ di tempo, ma la tentazione è sempre troppo forte). Si dice, per esempio, che potrebbe essere stata la reinterpretazione di un cosiddetto Schandmantel del XIII secolo: un mantello o cappotto “della vergogna” che le prostitute (e chi altro, sennò?) avrebbero dovuto indossare per punizione, esponendosi al pubblico insulto nelle piazze e nelle strade delle loro città.

Questa, invece, è la storia che, ben prima dell’età medievale, racconta Polibio nel XIII libro delle sue Storie. Parlando di Nabide che fu, dal 206 al 192 a.C., tiranno usurpatore di Sparta, Polibio dice che:

egli ricorse a una speciale macchina [μηχανήν], se macchina si può chiamare. Aveva fatto costruire un simulacro di donna [εἴδωλον γυναικεῖον] rivestito di splendide vesti, lavorato con cura e del tutto somigliante nell’aspetto a sua moglie. 

Quando Nabide voleva estorcere del denaro a qualcuno, lo chiamava a sé e iniziava a vezzeggiarlo, spiegandogli per lungo e per largo i motivi per cui sarebbe stato giusto e, anzi, doveroso, da parte sua, consegnargli una certa somma. Se questo cedeva, bene, se ne tornava a casa tranquillo; se, invece, poneva una qualche resistenza o, addirittura, rifiutava, ecco che il suo destino prendeva una brutta piega (quasi letteralmente). In quel caso, infatti, egli diceva: “Io non riesco a persuaderti, vediamo se ci riuscirà questa Apega’’. (Così si chiamava la moglie di Nabide.) 

Allora Nabide si allontanava, raggiungendo lentamente un punto più buio della sala dove aveva ricevuto il concittadino (così me lo sono immaginata). Scompariva per un attimo alla sua vista e, poi, ricompariva portando a braccetto la propria moglie. Era una donna colossale. Rigida. Inflessibile. Mentre avanzavano verso il centro della stanza, i pavimenti tremavano sotto i loro piedi e per tutto il palazzo del tiranno si sentiva l’eco di un cigolio tormentoso. Ancora qualche passo ed ecco che lo sventurato si trovava di fronte ad Apega, la Venere di ferro, moglie del tiranno Nabide, la più bella macchina di tortura che l’antichità abbia mai prodotto. 

Il simulacro a poco a poco avvicinava questi al suo petto, sotto i vestiti aveva le braccia, le mani, le mammelle piene di uncini di ferro. Quando Nabide appoggiava le mani al dorso del simulacro e per mezzo di congegni attirava l’infelice al petto della statua, questa lo stringeva a poco a poco fino a soffocarlo e a fargli esalare l’ultimo respiro.

La celebre Venere di Norimberga era insomma una specie di armadio con le ruote dal vago aspetto femminile. Compresa la sua minacciosa e inesplicabile conformazione interna, con aculei che trafiggevano per farti morire sì, ma lentamente e solo dopo aver sofferto molto, la Venere era il doppio perfetto di Apega: del resto, Polibio parla anche della regina in carne e ossa come di una creatura spietata.

La Venere di ferro (almeno in questa versione) era, dunque, una delle più macabre macchine di tortura che, in realtà, nasceva come un insospettabile strumento d’amore: perché Nabide aveva voluto regalarle proprio l’aspetto della propria moglie? 

Love machine

Una love machine, insomma, è sempre la copia di qualcos’altro e, anche se non è costruita per soddisfare una pulsione sessuale, ha tuttavia sempre a che fare con l’amore e con la morte. 

Lord Ewald, per esempio, nel controverso romanzo di Villiers de l’Isle-Adam, L’Ève future (1886), non ci pensa nemmeno a usare la sua Alicia 2.0 come oggetto sessuale: è una delle cose che più detesta della sua vera fidanzata. Anzi, quando scopre che il genio di Edison ha progettato Hadaly senza organi genitali, Lord Ewald diventa l’uomo più felice del mondo. Finalmente una donna senza vagina! Anche perché, sia detto tra noi (uomini del milleottocentottantasei), è dai tempi di Aristotele e delle teorie sulla femmina come degenerazione del maschio che cerchiamo storie e leggende per tenere lontane, bruciare o comunque punire le donne – semmai rimpiazzandole con dei prototipi meccanici. 

Villiers, insomma, immagina di realizzare finalmente questo sogno costruendo una donna gestibile, priva di quella incontrollabile sfera del desiderio che in quegli stessi anni stava iniziando a costituire il quadro clinico dell’isteria. Ma non solo. Proprio perché priva di organi sessuali, l’Eva del futuro di cui Edison e Lord Ewald sentono di avere bisogno è, infatti, una Eva paradossale, mortifera: hanno creato una donna per impedirle di creare a sua volta. Forse proprio per questo motivo, Hadaly muore presto in un naufragio.

Un’altra storia suggestiva (reale ma, ancora una volta: forse) è quella che riguarda Descartes. Filosofo della ragione per eccellenza, portatore dell’istanza che dall’Homme-machine di La Mettrie fa risaltare un certo tipo di paragone tra uomo (animale) e macchina, pare che fosse dedito lui stesso alla costruzione di automi. Non solo: si racconta che verso il 1620 avesse costruito nello specifico un automa femminile e che, in onore della figlia persa, lo avesse chiamato Francine.

Descartes, cioè, avrebbe “sostituito” la figlia con un automa femminile che, però, sarebbe stato destinato a morire presto, un’altra volta. Doppio simulacrale di un lutto mai superato, infatti, Descartes non poté godersi a lungo neanche la finta Francine: la leggenda vuole che il capitano della nave su cui il filosofo stava viaggiando, per una pura casualità, si imbattesse nell’automa e, spaventato a morte, credendola una creatura diabolica, la gettasse in mare. Proprio come nel romanzo di Villiers de l’Isle-Adam.

Ancora più che le sex dolls, le love machine mostrano allora un nesso ineludibile tra desiderio di sostituire, di dare (di nuovo) alla luce qualcuno, e paura di meritare la loro assenza, e cioè la solitudine: le storie che le riguardano (ce ne sono molte altre in letteratura) finiscono infatti tutte in un modo o nell’altro con un naufragio, un incendio, un furto, che allontanano la donna una seconda e definitiva volta dall’uomo che le ha create.

Le love machine che non ti aspetti

A proposito di donne senza vagina. Tutti noi, a ben vedere, abbiamo avuto una love machine. Barbie ci ha insegnato non solo a indossare brutti orecchini a cerchio, preferibilmente fucsia e di plastica inquinante, ma anche a indossare i panni di chi volevamo essere: a capire perché e da chi essere desiderate/i; a capire chi e cosa potevamo sostituire. Lo dice bene Elisa Cuter, nella puntata n. 17 del podcast di Francesco Pacifico, La notte.

Cosa succede, però, inevitabilmente, anche con queste love machine? Che tutti noi, a un certo punto, per non esserne distrutti o per superare un trauma troppo grosso, abbiamo dovuto ucciderle. Più o meno volontariamente, siamo passati oltre Barbie e Ken e la loro retorica ricattatoria che ci spiegava chi dovevamo essere. Non possiamo essere Barbie senza vagina/Ken senza pene. Come racconta Kokoschka nel 1931-2:

Finalmente, dopo averla disegnata e dipinta più e più volte, ho deciso di eliminarla. Era riuscita a guarirmi del tutto dalla mia Passione. Così ho organizzato una grande festa a base di champagne con musica da camera, durante la quale la mia cameriera Hulda ha esibito per l’ultima volta la bambola con tutti i suoi meravigliosi vestiti. Quando è spuntata l’alba – ero completamente ubriaco, proprio come tutti gli altri – l’ho decapitata in giardino e le ho rotto una bottiglia di vino rosso in testa. [trad. mia] 

Il caso di Kokoschka e la bambola-Mahler è senz’altro uno dei più affascinanti ed espliciti: la bambola non solo riproduce le fattezze di una donna amata, ma funziona anche da ispirazione, modella e ossessione nell’atto della creazione artistica. Il meccanismo, però, è lo stesso.  In questo senso, infatti, la bambola di Descartes o quella di Lord Ewald sarebbero morte in mare perché i loro proprietari non sarebbero mai stati in grado di ucciderle con le proprie mani. La forza dell’inconscio è ineluttabile e passeggia anche su una nave in mezzo all’oceano. L’unica delle love machine a essere sopravvissuta al suo creatore, allora, sarebbe la terribile Venere di Norimberga. O forse, più semplicemente, è sopravvissuta perché era un falso.


Lavinia Mannelli è nata a Firenze nel 1991. È dottoranda in Letterature moderne all’Università di Siena e all’Université Paris Nanterre, dove lavora a un progetto di ricerca sulle donne robot. L’amore è un atto senza importanza (66thand2nd) è il suo primo romanzo.

2 comments on “Macchine dell’amore

  1. andrea coletti

    Palrando di bambole gonfiabili al cinema è memorabile quella usata da Paolo Villaggio in “Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno” di Salce, che strappandosi rivela una donna vera al suo interno.

    • Lavinia Mannelli

      Vero, grazie! Lì se non sbaglio non è tanto la bambola gonfiabile che “si strappa”, ma è la fidanzata di Didino/Salce che, per sedurlo, si infila dentro l’involucro della bambola e, tra l’altro, non riuscendoci, finisce per psicoanalizzarlo: se ha bisogno di tutti quei surrogati di donna da/per amare (cioè, per sentirti amato), è perché hai paura di tua madre. Considerando il finale del film, non aveva certo torto.

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