Maestre di tutti i segreti. L’iniziazione di Purgatorio XXVIII

Eccoci al commento al canto ventottesimo del Purgatorio dantesco. Questo articolo è parte del nostro progetto “CCC”, il Commento Collettivo alla Commedia, in cui tutti e cento i canti dell’opera dantesca vengono ripresi da altrettanti autori e autrici contemporanee.


IN COPERTINA un’opera di Andrea del Verrocchio

Con il contributo di  


di Stefania Berutti

Vago già di cercar dentro, Dante si inoltra nella divina foresta e in cuor suo già sa che sta per fare l’incontro più importante del suo pellegrinaggio nel Purgatorio. 

Socrate: O non ti sembra, caro Fedro, come pure a me, che io sia tutto preso da un’ispirazione divina? Fedro: Davvero Socrate, contro il tuo solito, vieni giù facile come un fiume di eloquenza! Socrate: Taci allora, e ascolta. Certo in questo luogo sento una presenza divina, così che non ti devi sorprendere se procedendo nel discorso io ne sarò posseduto.

Nell’Atene di un anno imprecisato del IV secolo avanti Cristo Socrate e il giovane Fedro stanno passeggiando lontani dal centro cittadino, lungo la valle del ruscello Ilisso, circondati dalla natura e immersi nei discorsi intorno alla potenza del sentimento amoroso.

Socrate: Ah, per Era, che bel posto per riposare! Con questo platano così ampio di fronde e così alto! E che slancio quell’agnocasto, che bellissima ombra! È al colmo della sua fioritura e spande profumo per tutto il luogo. La sorgente amenissima scorre sotto il platano con fresche acque, come si può sentire col piede. Dalle statuette e dalle immagini si direbbe un luogo sacro a qualche ninfa e ad Acheloo. E poi, la brezza del posto, quant’è amabile e dolce! Melodia estiva che risponde al coro delle cicale. Ma più gentile di tutto è quest’erba, sorta così soffice sul dolce pendio, da appoggiarvi comodo il capo per chi si sdraia. (…) 

Interrompendo l’esasperante ritmo dialogico, Socrate si è lanciato in una dichiarazione entusiasta dinanzi al tripudio della natura, al profumo dei fiori, perfino al fresco venticello.

È questo il segno di un incanto che è arrivato, ha afferrato Socrate penetrandogli nei precordi e lo ha scosso fino a renderlo malleabile al volere delle ninfe, che abitano gli alberi e sorridono maliziose dalle tavolette d’argilla appese ai rami. Le ninfe, figlie di Acheloo, il dio dal corpo di toro che rappresenta l’origine stessa delle acque dolci: un legame, quello con l’elemento liquido, che prefigura il dono ambivalente di vita o di morte, che è poi comunque vita, ma compiuta da iniziati al mistero più grande. Ma questa volta le ninfe lo hanno rapito solo per un momento breve, quello che serviva a rendere il filosofo sensibile alla Verità, afferrata e poi di nuovo persa. 

Poco oltre, il boschetto sacro si fa più fitto, dell’Ilisso non vi è più traccia, sembra quasi di essere in un altro mondo e in un’epoca diversa, la vegetazione è ora più varia, il sole attraversa il fogliame in coni perpendicolari, le cicale si fanno insistenti, il giovane Ameto sta conducendo i suoi cani ed essendo il sole caldissimo, subito dalla vicina riva pervenne a’ suoi orecchi graziosa voce in mai non udita canzone. Segue la voce e trova un consesso di ninfe, ma una soprattutto lo cattura, si chiama Lia e da questo momento per Ameto esisterà solo lei, solo per lei caccerà nei boschi, solo con lei vorrà trascorrere le giornate, tornando a casa ma continuando a immaginarla. Trascorrono i giorni, i mesi, o forse sono solo istanti che però riempiono l’animo di Ameto; infine la splendida amadriade soavemente cominciò a parlare, e de’ superiori Iddii e de’ difetti mondani, verissime cose narrando. Viene raggiunta da altre, immortali compagne e quando Ameto ritorna con altri giovani fiorentini, si crea un piccolo gruppo di adepti che attendono impazienti l’incontro con le ninfe. Rapiti, al sole alto del meriggio, in un bosco non distante dal Mugnone, da Fiorenza.  

Dietro una delle rocce su cui siedono Lia e le altre ninfe parte un sentiero che affonda nel verde: il terreno comincia a salire e pochi tornanti conducono sulla cima piatta, nella radura in cui Dante è vago già di cercar dentro e dintorno. Cambia il soggetto ma non il luogo, che mantiene alcune caratteristiche: un’aura dolce, sanza mutamento (…), gli uccelli che modulano il loro canto antico, e infine l’acqua, già m’aveano trasportato i lenti passi dentro a la selva antica tanto (…) ed ecco più andar mi tolse un rio

In una atmosfera che sfida le leggi del tempo terreno, il bosco accoglie chi cerca se stesso e lo guida in un locus amoenus popolato dalle donne che hanno il compito di presentare una Verità. 

Quella delle ninfe “rapitrici” è una tradizione lontana, che ha forse il suo esempio più celebre nel giovane Hylas, avventuratosi a cercare acqua e trascinato nelle acque di un laghetto, come racconta Teocrito nell’Idillio XIII.

La ninfa è ragazza in fiore – oggi il termine greco indica la sposa all’altare – che attrae gli uomini con una promessa meno effimera del sesso, si tratta di una vera e propria iniziazione a verità note solo agli dèi. I più fortunati torneranno nelle proprie case completamente rinnovati, altrimenti scompariranno, saranno morti alla vita terrena ma più vivi che mai nella vita iniziatica. Dante, dunque, si inserisce a buon diritto nella folta schiera dei nymphòleptoi, i rapiti dalle ninfe, e ottiene dalla fanciulla dell’Eden forse la lezione più importante di tutta la seconda cantica: la spiegazione della natura dell’Eden, dell’origine dei fiumi, della complessa allegoria legata alla curiosa processione del canto XXIX. La ragazza resterà con lui per ben cinque canti e per tutto il tempo non avrà nome, solo alla fine Beatrice la chiamerà Matelda. Ma quando Dante la incontra è ancora una ragazza senza nome, lo spirito del locus amoenus, la amadriade, la naiade, la donna che spiega, la magistra che accompagna l’iniziato. 

Eppure restiamo a chiederci se Dante sia davvero consapevole del suo ruolo nella tradizione dei nimfoletti, perché, in fondo, egli non conosce la sorte di Socrate (il Fedro non è stato ancora ritrovato) e neppure quella di Ameto (il Ninfale non è stato ancora scritto), perciò quale rapporto può legare il poeta fiorentino con la damigella sulle rive del Leté?

La sensibilità medievale sviluppa il tema del bosco greco popolato di ninfe, cerca di imbrigliarlo in una struttura codificata, fatta di muri che delimitano, di animali che popolano e di fontane che catalizzano. La fanciulla comparirà sempre accanto alla fonte e sotto alberi specifici, i versi sciolti del locus amoenus divengono rima baciata. Dante, dunque, sa già cosa lo aspetta nella foresta, che gli si presenta ben diversa da quella selva oscura dell’inizio del suo viaggio: ha superato i gradi della sua iniziazione più vera, quel Purgatorio che serve a provare senza ombra di dubbio la virtù di chi si accosta al Paradiso, quello, sì, il Giardino per eccellenza. 

Per questo motivo, quando entriamo nel canto XXVIII lo facciamo immergendoci in una natura che si presenta direttamente, investendoci con tutto il suo “incanto”. Per questo motivo, nel canto XXVIII Dante interrompe la verifica del passare del tempo, quel continuo rimando alle ore del giorno e della notte che ci ha intrattenuto così spesso nel corso dell’intera cantica. Per questo motivo, infine, Virgilio e Stazio non sono accanto al pellegrino, nella sua prova finale, nel momento concreto del passaggio: sono poco distanti, dietro di lui, e verso costoro Dante si volta solo negli ultimi versi del canto, ottenendo un sorriso di approvazione. 

Il canto è ricco di riferimenti al mondo classico, ma Virgilio e Stazio sono quasi ammutoliti dinanzi alla figura della fanciulla: sorridono al loro pupillo, restano dietro di lui, ma non intervengono mai, lasciandolo solo nel momento cruciale dell’incontro. Il primo pensiero di Dante, al cospetto della fanciulla che raccoglie fiori, è per Persefone, la regina dell’Ade classico; ma non nella sua forma regale di moglie, bensì nell’aspetto ancora virginale di figlia, Kore, allorché si diverte con le amiche, ignara del prossimo rapimento. Porfirio, nel De antro nimpharum, fa un riferimento puntuale a Kore giovane nymphé, allevata – dice – da Demetra in un antro, dove le veniva insegnato a tessere. Dante sembra riconoscere, nella gentile figura che emerge dal folto della foresta, l’immagine di una immortale, eppure, contrariamente agli altri suoi numerosi incontri, non le chiede come si chiama, bensì di spiegargli cosa stia cantando. Di nuovo un elemento di tradizione classica: la donna che canta è Circe prima di drogare il vino, Calipso prima di impedire a Ulisse di lasciare Ogigia, le Sirene prima di uccidere i marinai. Nel canto della donna del mito risiede una Verità che l’uomo brama conoscere. 

Mentre Dante si interroga sulla fanciulla, i suoi accompagnatori sono silenziosi. Chissà se il sorriso di Virgilio non nasca da quel passo delle Georgiche, il libro IV per la precisione, in cui il poeta latino si diffonde nella descrizione degli eventi che hanno portato Aristeo, divino apicoltore, a insidiare Euridice, la ninfa che verrà perduta da Orfeo. Nel commento al verso 363 del libro IV, Servio fa riferimento a una tradizione dell’Egitto tolemaico: queste cose non sono dette per licenza poetica, ma sono tratte dai riti sacri egiziani; infatti in giorni prestabiliti nelle celebrazioni del Nilo, dei fanciulli nati da genitori consacrati venivano dati dai sacerdoti alle ninfe, ed essi, una volta divenuti adolescenti, ritornati, narravano che vi erano boschi sotto terra e un’immensa distesa di acqua che conteneva tutte le cose, da cui è creato tutto. I rapiti dalle ninfe, ragazzi introdotti alla vita adulta da bellissime donne onniscienti. 

La giovane che risponde a Dante gli svela la genesi dell’Eden, di Letè e di Eunoè, gli parla per spiegare, così come hanno fatto altre figure femminili incontrate dal poeta nella sua salita al monte: Santa Lucia, ma anche il sogno di Lia e Rachele e la cantica si concluderà con l’apparizione di Beatrice, che diventerà la sua guida nel percorso più mistico di tutta l’opera. 

Ma allora qual è questa divina foresta in cui Dante entra nel canto XXVIII? Ad Atene si chiamava valle dell’Ilisso, Dante la chiama Eden, Boccaccio la immagina sulle colline di Fiesole e Settignano: è un non-luogo, dove il tempo non conta né viene contato, dove l’uomo si perde e viene ritrovato. 

In una sala degli Uffizi le luci illuminano un quadro di grandi dimensioni, dipinto da Botticelli verso la fine degli anni settanta del 1400: lo chiamiamo “Primavera” e tra le varie letture quella di Ernst Gombrich convince chi scrive e guida l’interpretazione della scena. Siamo in una divina foresta, al centro della quale Venere e Cupido conducono le danze degli altri personaggi. C’è anche una ragazza intenta a raccogliere fiori, o forse a distribuirli, dal momento che è Flora, divinità in cui è trasformata la ninfa insidiata da Zefiro. Il dipinto doveva educare il giovane Lorenzo di Pierfrancesco de’Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico, secondo i dettami del neoplatonico Marsilio Ficino; educarlo alla corte di Venere e a un sentimento d’amore non solo sensuale, ma anche e soprattutto filosofico e concettuale, l’amore per la Vera conoscenza. 

In conclusione, possiamo dire davvero che degli abitanti del locus amoenus resti solo una tela? Negli stessi anni in cui Botticelli dipingeva la corte di Venere, Andrea Verrocchio plasmava una dama che teneva in mano un mazzolino di fiori, doveva essere la figlia di un ricco fiorentino e, come era uso a quel tempo, era indicata come “ninfa”. Per comprendere la pregnanza di un tale appellativo giova ricordare la conclusione del Ninfale Fiesolano, l’opera di Boccaccio che narra gli amori di Mensola e Africo e il corteggio di ninfe di Diana sui colli fiorentini: “Atalante vi fece edificare una città che Fiesole chiamolli  le genti cominciorono a pigliare di quelle nimphe che lassù trovolli e qual pote dalle lor man campare da tutti questi poggi dileguolli e colì fuor quelle nimphe cacciate e quelle che fur prese maritate” 

I fortunati uomini di Fiorenza, e Dante insieme a loro, riconoscevano alle loro mogli una saggezza quasi selvaggia. 

 


Il canto, integrale

Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,

sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.

Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;

non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;

ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.

Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;

ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.

Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,

avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.

Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;

e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.

“Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,

vegnati in voglia di trarreti avanti”,
diss’io a lei, “verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera”.

Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,

volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;

e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.

Tosto che fu là dove l’erbe sono
bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.

Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.

Ella ridea da l’altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.

Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,

più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’allor non s’aperse.

“Voi siete nuovi, e forse perch’io rido”,
cominciò ella, “in questo luogo eletto
a l’umana natura per suo nido,

maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.

E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
ad ogne tua question tanto che basti”.

“L’acqua”, diss’io, “e ’l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch’io udi’ contraria a questa”.

Ond’ella: “Io dicerò come procede
per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.

Lo sommo ben, che solo esso a sé piace,
fé l’uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr’a lui d’etterna pace.

Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.

Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
l’essalazion de l’acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,

a l’uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
e libero n’è d’indi ove si serra.

Or perché in circuito tutto quanto
l’aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,

in questa altezza ch’è tutta disciolta
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’è folta;

e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;

e l’altra terra, secondo ch’è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.

Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s’appiglia.

E saper dei che la campagna santa
dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.

L’acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch’acquista e perde lena;

ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant’ella versa da due parti aperta.

Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l’altra d’ogne ben fatto la rende.

Quinci Letè; così da l’altro lato
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:

a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna ch’assai possa esser sazia
la sete tua perch’io più non ti scuopra,

darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.

Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice”.

Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
a’ miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l’ultimo costrutto;

poi a la bella donna torna’ il viso.


A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


stefania berutti, classe 1975, specializzata in Archeologia e Storia dell’Arte greca alla Scuola Archeologica Italiana di Atene, è docente di “Greek and Roman Mythology” presso l’Istituto Lorenzo de’Medici di Firenze, collabora con la rivista Archeologia Viva come accompagnatrice archeologa di viaggi in Italia e in Grecia e con CAMNES, Centre for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies. Condivide le proprie riflessioni sui legami tra antico e moderno su memoriedalmediterraneo.com

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