Magia del caos, per scettici



Un sogno può aprire interi mondi sulla realtà. Anche a migliaia di chilometri di distanza. Un’anticipazione di “Magia del caos per scettici”, libro del cineasta Carlos Atanes di prossima uscita.


In copertina un’opera di rené Magritte, ‘Les Chants de Maldoror

Questo testo è estratto da Magia del caos per scettici, di Carlos Atanes, in uscita a settembre 2024. Ringraziamo Venexia Editrice per la gentile concessione.


di Carlos Atanes

Le porte dell’inferno sono molte e una di esse si aprì nella notte fra il 16 e il 17 novembre 2008, ad Achacachi, in Bolivia. Durante la festa di San Cristoforo, una folla inferocita di residenti prelevò dall’interno di un minibus undici persone sospettate di furto, incendiarono il veicolo e le trascinarono dentro lo stadio della città. Qui le picchiarono selvaggiamente per undici ore e dopo averne cosparso i corpi di benzina, diedero loro fuoco.

Molti spettatori assistettero a questa dimostrazione di “giustizia popolare” seduti sulle gradinate. Le autorità non riuscirono a fermare il pestaggio fino all’intervento delle forze speciali che salvarono nove sopravvissuti in condizioni critiche. Gli altri due erano già morti a causa delle gravissime ustioni.

Io fui testimone del linciaggio. Ma non dalle gradinate dello stadio, bensì proprio dal centro dell’orrore, nel mezzo del tumulto, risucchiato nel maelstrom.

Fui un testimone diretto anche se non ero lì. Il mattino del 17 novembre mi svegliai di soprassalto a novemila chilometri di distanza da Achacachi, a Madrid, madido di sudore e scioccato da quanto avevo appena vissuto. Raramente avevo sognato qualcosa di così vivido, di così indistinguibile dalla realtà. Ma mai, neanche lontanamente, una cosa così angosciante. La sensazione di disgusto e inquietudine mi turbò per tutto il giorno. Dieci anni dopo, l’ansia mi assale ancora quando il ricordo riemerge all’improvviso.

Non riuscivo a comprenderne il significato ma mentre sognavo sapevo – perché nei sogni noi sappiamo, senza i dubbi che subentrano dopo – che gli eventi stavano accadendo in qualche città della Bolivia, nella regione degli altopiani. Ma perché avevo sognato un tale fatto avvenuto in un paese lontano – e con un iperrealismo così raro, oltretutto? Non riuscivo a collegarlo con qualsiasi altro accadimento o lettura dei giorni o mesi precedenti. Non conoscevo né avevo mai avuto relazione con gente della Bolivia fino ad allora; né casuale, né personale o professionale, niente di nessun tipo. Non avevo mai visitato quel paese né programmavo di farlo. Nulla giustificava il mio incubo. Che comunque si rivelò essere qualcosa di più di un sogno terribile.

Meno di 24 ore dopo trovai per caso una notizia su internet: “Brutale linciaggio ad Achacachi, due persone bruciate dalla folla”.

In effetti, intorno alle 23 del 16 novembre i sospettati erano stati identificati e messi in stato di arresto. Verso le 3.30 del mattino, un gruppo di facinorosi diede fuoco al minibus e poco dopo, una folla, circa duemila persone, trascinò i prigionieri fuori dall’edificio in cui dovevano essere interrogati e li portò di forza allo stadio di Achacachi, dove avvenne il linciaggio. All’alba, la folla lanciò pietre contro polizia ed esercito che cercavano di fermare il massacro. Alle 10.00, nove sopravvissuti furono liberati.

La notizia, diffusa da vari media, era corredata da alcune fotografie. Riconobbi il minibus della Volkswagen bianco e verde che fu incendiato. Non distinguevo ogni singolo volto ma riconoscevo l’apparenza generale delle persone e il tipo di vestiti che avevano, oltre al numero delle vittime “condannate”, le ferite e le bruciature. Riconobbi l’area, il cortile polveroso, le gradinate di cemento dello stadio.

Non identificai nulla di collegato all’arresto di quegli undici disgraziati o al loro salvataggio finale per una ragione molto semplice: di quegli eventi non avevo sognato. Nel mio sogno, avevo visto ciò che era violentemente accaduto fra le 3.30 e le 4.00. Che corrispondono, ora di Madrid, all’intervallo tra le 9.30 e le 10.00 del mattino.

Lo avevo sognato “in diretta”.

Tuttavia, qualcosa non tornava: c’era un dettaglio che dimostrava che io non ero stato là fisicamente. Ad Achacachi non albeggia fino a pochi minuti prima delle 6.00, ma nel mio sogno il sole brillava in cielo tutto il tempo. Come splendeva a Madrid quando mi svegliai. Era un’incongruenza curiosa e molto significativa.

Dunque, era un sogno. Sulla mia collocazione geografica e fisica non ho dubbi. Il mio corpo non era stato teletrasportato in Sud America durante la notte e poi riportato nel mio letto in Europa, al mattino. E allora, cos’era stato? Un viaggio astrale? Il mio corpo astrale, di sua iniziativa, ansioso di assistere a un evento orribile, aveva volato sopra l’Atlantico ed era apparso nel bel mezzo di quella folla violenta come una specie di reporter invisibile? Ok, ipotizziamo che una cosa simile possa accadere. Ma allora, perché il mio doppio mi aveva reso testimone di ogni cosa sotto una luce che non corrispondeva al buio della notte in cui gli eventi erano accaduti, come se avesse sostituito il fuso orario da un continente all’altro? No, io sono scettico anche circa questa ipotesi. E devo ammettere anche che sono un tipo piuttosto scettico in generale. Ad esempio: non credo ai viaggi astrali.

Tutto ciò potrebbe sorprendere il lettore non solo perché ho scelto un evento così disturbante, un orribile linciaggio (a mia discolpa, ho comunque omesso i dettagli più raccapriccianti), ma anche perché ho iniziato ad approcciare l’argomento della magia prima con un dubbio e poi con un’ammissione apparentemente contradditoria: il sospetto riguardo a un’esperienza personale degna di un’indagine parapsicologica e la confessione del mio scetticismo.

In realtà, non c’è contraddizione. Per affrontare ciò di cui discuteremo in questo libro e a beneficio del lettore, è utile chiarire cosa intendo io per scetticismo e definire i confini entro i quali si delinea il mio, che è piuttosto esteso e non molto conciliante. Confini che, comunque, sono cambiati nel corso del tempo. Come ho detto, io non credo nei viaggi astrali. Almeno, non nella versione in cui si intende che un corpo sottile perda la sua guaina carnale. Non consulto gli oroscopi, anche se penso che la descrizione del mio segno zodiacale sia sorprendentemente plausibile, come succede, mi pare di capire, a chiunque legga la descrizione del suo. Amo i gatti neri. Se mi fa male la testa posso prendere qualcosa di omeopatico ma non ho nulla contro il paracetamolo. E per quanto riguarda i fantasmi…Ok, ho difficoltà a pronunciarmi su questo, dato che ne ho incontrato di ogni tipo e spesso di molto “tangibili”. È una cosa che ho sperimentato, anche se sporadicamente, sempre in modo inaspettato e senza quella sensazione di terrore provata nel sogno. Fortunatamente, finora non mi è mai arrivato niente di simile al sogno che ho descritto all’inizio – toccando ferro. Ho avuto esperienze, per così dire, di fenomeni curiosi correlati a chiaroveggenza, precognizione o sincronicità (e comunque non si trattava di eventi di grande intensità), sufficienti per mettere in dubbio alcune presunte certezze sul funzionamento della realtà, che invece dovrebbero essere considerate indiscutibili da una mentalità scettica come la mia.

L’esperienza personale mi ha persuaso che non è scientifico attribuire le cause di alcuni eventi insoliti agli angeli, ma neanche sempre alla mera casualità. Anche se siamo sospettosi di certe favole, se un evento stravolge ripetutamente le leggi della probabilità, forse la cosa più razionale da fare non è intestardirsi, ma ammettere che potrebbe essere coinvolta qualche ulteriore ragione sconosciuta. Anche se questo implica una sfida alla nostra struttura organizzata di credenze.

Notate però che sto alludendo al fatto di porsi delle domande, non di accettare nuove credenze. Intendo dire che il mio scetticismo rimane intatto nonostante, o indipendentemente, o forse proprio grazie ai miei incontri con l’incomprensibile. Questo perché considero il campo potenziale del conoscibile molto vasto, tanto che: le nostre convinzioni devono essere sottoposte a una revisione costante, le nostre certezze vanno considerate solo ipotesi di lavoro e l’ultima parola non è mai stata pronunciata in nessun campo. E poiché è difficile azzardarne una, io probabilmente non la pronuncerò mai. Questo per dirvi che il mio scetticismo a volte viene persino rafforzato: ad esempio quando ciò che me lo provoca è proprio l’ostinato e profondo scetticismo anti-scientifico, che forse dovremmo chiamare negazionismo – soprattutto quando è accompagnato da un sorriso condiscendente.

Mentre per quanto riguarda l’altro aspetto della contraddizione apparente, basti dire che questo libro non tratta di magia in generale ma di un suo tipo specifico o almeno di una magia peculiare: la Magia del caos (Chaos Magic). E la Magia del caos, per quanto strano possa sembrare, è una magia per scettici.

Gli scettici sono degli individualisti convinti e fra i maghi del caos praticanti, anche quelli più rinomati, è piuttosto comune affrettarsi a dichiarare subito il proprio scetticismo alla minima occasione. Da qui l’espressione di precursori della magia del caos come lo scrittore Robert Anton Wilson: “Io non credo a nulla”; o del noto autore di comics Marvel e DC e mago del caos praticante, Grant Morrison, che si definisce “uno scettico incallito” e così via. Quando scrivono un libro o un articolo, noterete che si avventano subito, nel primo paragrafo, a proclamare la loro incredulità con urgenza, cercando di evitare a ogni costo che il lettore salti a conclusioni e li creda dei sempliciotti. È onesto – o pretenzioso. Non lo so, non riesco e non ho intenzione di decifrare le credenze degli altri. Ho già un bel da fare a smascherare le mie.

Sono sempre stato affascinato dagli spazi liminali, dalle zone di transizione, dai confini indistinti fra due argomentazioni opposte a priori. Dai quarti di tono fra i tasti bianchi e i tasti neri. Gli interstizi della realtà. Esiste uno spazio ambiguo e nebuloso che ospita un enorme potenziale per la fertilità intellettuale, dove la scienza attuale, l’arte più consapevole e ciò che è stato tradizionalmente considerato magia, convergono. Le visioni più ardite dei fisici e dei cosmologi, le intuizioni degli artisti veramente visionari e le riflessioni filosofiche dei maghi meno accomodanti vagano in questo territorio. È in questa regione incerta di conoscenza che si colloca la Magia del caos. Non è strano, dunque, che tra i suoi fondatori e praticanti ci siano non pochi scienziati e artisti di grande talento.

Non potrebbe essere altrimenti, ogni corrente magica è figlia del suo tempo. La Magia del caos, chiamata anche, con intenti più o meno sarcastici, magia pop o magia postmoderna, è nata in tempi relativamente recenti, nell’ultimo quarto del XX secolo, e da allora ha acquisito e ancora acquisisce sempre più prestigio soprattutto nel mondo anglofono, ma anche in altri paesi, come la Germania o il Brasile. Diversamente, non si è ancora molto diffusa in Spagna o nei paesi di lingua spagnola nel mondo, dove è limitata a pochi circoli specifici con un numero ristretto di praticanti e con una bibliografia che diremo scarsa, per essere generosi. Si tratta di un vuoto sorprendente se si considera l’interesse che dovrebbe suscitare con la sua trasgressività e la sua attitudine decisamente contemporanea.

Voglio aggiungere qualcosa a queste premesse: ho deciso di trasmettere ai lettori un compendio delle mie indagini e riflessioni sulla Magia del caos usando la prima persona, con un approccio che potrei qualificare come gonzo. Questo perché già nelle prime fasi della stesura, mi sono accorto che approcciare questo argomento con distacco sarebbe stato, nel mio caso, una forzatura, vicina alla freddezza giornalistica o al taglio antropologico di un saggio. Io non sono né un giornalista né un antropologo. Scrivo per il teatro e dirigo film, e alcuni dei miei lavori sono ispirati a personaggi come Aleister Crowley e Charles Howard Hinton, nomi che ritorneranno nei prossimi paragrafi di questa dissertazione. Dunque il mio approccio a questo o altri temi è inevitabilmente eclettico, non accademico e, in definitiva, e piuttosto appropriatamente in questo caso, caotico.

Ma non è soltanto questa obiezione di categoria a rendere impossibile un approccio distaccato. C’è qualcos’altro. E all’inizio non sapevo bene cosa fosse. Poi ho capito che il mio caso non è affatto un’eccezione: tutti i libri di magia che ho letto sono scritti in prima persona. E posso immaginare il perché. Forse perché la magia è fondamentalmente un punto di vista, una proiezione di significato sugli eventi che formano il mondo; forse perché i libri stessi sono un atto magico. E infine, perché la magia è anche una forma d’arte e questo implica un certo grado di soggettività.

Per quanto riguarda la mia condizione di mago, o di “non mago”, mi rifaccio alla raccomandazione di Alan Moore, altro notissimo fumettista e mago del caos: “Devi stare attento, perché dichiarare di essere un mago è abbastanza per esserlo”. Penso che lo dica in base alla sua esperienza. E mi attengo anche alle parole di Eliphas Levi, quando mette in guardia sul fatto che la magia non è un mestiere5 e anche quando elenca i quattro poteri del mago rappresentati nella Grande Sfinge di Giza: sapere, osare, volere, tacere. Quindi, dichiaro di non essere un mago. Ovviamente non lo sono. E se lo fossi, lo negherei. Ora che abbiamo fatto le presentazioni, è tempo di metterci all’opera.

Quando ero giovane, durante il penultimo decennio del XX secolo, poco dopo il primo avvento della Magia del caos in questa valle di lacrime, mi inventai un gioco mentale la cui pratica mi provocava una sensazione molto speciale e profondamente appagante. Il mare, o meglio la posizione del mare, giocava un ruolo importante in quel gioco.

Forse perché sono nato in una città sulla costa del Mediterraneo, la prossimità del mare ha avuto, sin da quando posso ricordare, un’influenza notevole sui vari aspetti della mia mente conscia e inconscia, oltre a fornirmi un peculiare senso dell’orientamento, come una bussola col mare al posto del nord. Per gran parte della mia vita, la sua eventuale lontananza mi ha causato non solo disorientamento ma anche disagio. Più di una volta, arrivando via terra in una città su un altopiano, venivo colto, per un attimo fuggente, da una gioia improvvisa nel confondere la striscia di cielo più bassa dove si stagliavano le case con l’azzurro turchese dell’orizzonte marino. Gioia che si trasformava immediatamente in delusione quando capivo che mi trovavo a non meno di cinquemila chilometri dalla costa più vicina.

Il gioco mentale a cui accennavo, e che facevo senza sforzo e praticamente sempre, diversamente da oggi (ahimè), era come aprire la scatola del meccanismo dell’orientamento mentale e armeggiare con i suoi ingranaggi.

Procedevo nel modo seguente: mi sedevo in un posto pubblico, in città, per esempio in una piazza, dalla quale il mare non fosse visibile. Sedevo rivolto nella direzione in cui già sapevo si trovasse il mare, di solito verso est, e rimanevo immobile, svuotando la mia mente da ogni pensiero che non fosse la concentrazione sulla sua presenza in quel luogo. Questa era la parte più facile. La parte più eccitante veniva dopo: una volta che avevo interiorizzato la certezza di dove fosse il mare, la mia immaginazione ricollocava il mare in un altro punto cardinale, per esempio a nord della piazza, poi a sud, poi a occidente, dietro di me.

Ovviamente le possibilità non finivano qui. I quattro orientamenti di base potevano essere sezionati ulteriormente per le bisettrici, fino a diventare otto. E anche, con un assai difficile triplo salto mortale di immaginazione giroscopica concentrata, fino a qualunque direzione dello spazio tridimensionale.

Come mostrato, anche solo implicitamente, nella caosfera, l’emblema della Magia del caos.

Chiamata anche “stella del caos”, la caosfera è un ideogramma con una struttura a raggi dal centro del quale partono otto frecce in direzioni divergenti. Non esiste un’unica interpretazione canonica del suo significato e io non oserò postularne uno. Alcuni riferiscono le frecce al modello degli otto circuiti di coscienza di Timothy Leary o a otto tipi di magia, con le corrispondenze a otto colori e a otto pianeti:

magia della morte, nero, Saturno; magia sessuale, porpora, Luna; magia d’amore, verde, Venere
e così via.

Questa mancanza di definizione semantica non deve turbarci. Va bene che il significato rimanga aperto e inviti alla riflessione. È una condizione intrinseca dei simboli ed è specialmente appropriata per un simbolo che rappresenta non soltanto il caos ma anche l’eterodossia liquida della “sua” magia.

Ma c’è un’altra controversia in corso circa le sue qualità geometriche nella quale mi sento di intervenire. Ha a che fare con la discordia apparente fra il suo nome e la sua forma. Da una parte, il nome caosfera si riferirebbe a un volume sferico e tridimensionale, palla di caos, bolla di caos. Dall’altra, la sua espressione grafica sembra suggerire un’irradiazione piatta, a due dimensioni. Il tentativo di riunire entrambi gli aspetti ha portato a maldestre riconfigurazioni dell’emblema, come una palla ispida da cui spuntano otto frecce lanciate in diverse direzioni dello spazio. Ho visto quel simbolo da qualche parte. Persino in un libro di Peter J. Carroll, il faro più illustre della Magia del caos!

Secondo me è un incaponimento sterile. Non c’è contraddizione, al contrario: assegnare un nome tridimensionale a una rappresentazione bidimensionale suggerisce la validità dell’oggetto in diversi sistemi di riferimento e mostra che la figura a due dimensioni ha simultaneamente senso in se stessa e come proiezione, o ombra, di una figura a tre dimensioni.

Una figura tridimensionale, oltretutto, che estrapolando la logica geometrica di un oggetto a due dimensioni, se costruita in quello spazio irradierebbe in quattordici direzioni, non in otto – come, allo stesso modo, irradierebbe in due sole, in avanti e all’indietro, in una versione monodimensionale e (i matematici mi correggano se sbaglio) in quaranta direzioni in uno spazio quadridimensionale.

Faccio una proposta: che quelli dotati di arditezza geometrica superiore alla mia, calcolino, per puro divertimento, il numero di frecce che si irradierebbero dalla palla caosferica in sempre più complesse dimensioni spaziali. Per inciso, uno spazio di otto dimensioni mi sembrerebbe particolarmente significativo.

Detto questo, e ritornando alla rappresentazione più comune della caosfera, è difficile non associare questa stella a otto punte con l’ottagono, il poligono regolare con otto vertici. E a questo punto è interessante il tentativo di decifrazione di queste chiavi simboliche da parte dell’esoterista e matematico René Guénon in Simboli della scienza sacra:

“Dal punto di vista del simbolismo cosmico, considerato più particolarmente sotto il suo aspetto spaziale, la forma quaternaria, cioè quella del quadrato quando si tratta di poligoni, è naturalmente in rapporto con i quattro punti cardinali e le loro varie corrispondenze tradizionali. Per ottenere la forma ottagonale, bisogna considerare inoltre, fra i quattro punti cardinali, i quattro punti intermedi, che formano con essi un insieme di otto direzioni, quelli che varie tradizioni designano come gli ‘otto venti’”.

Menzione dei venti che ritorna nella nota a piè di pagina:

“Ad Atene, la ‘Torre dei Venti’ era ottagonale. Notiamo di sfuggita il carattere singolare del termine ‘rosa dei venti’, che si usa correntemente senza prestarvi attenzione: nel simbolismo rosacrociano Rosa Mundi e Rota Mundi erano espressioni equivalenti, e la Rosa Mundi era precisamente raffigurata con otto raggi, corrispondenti agli elementi e alle qualità sensibili”.

Questo ci riporta alle mie esperienze di meditazione basate sulla rotazione cardinale. Poco prima di cambiare argomento per parlarvi della caosfera, ho spiegato che cosa facevo. Ora vi dirò perché lo facevo.

A ogni rilocazione del mare, la mia percezione della piazza sperimentava un cambiamento radicale, della piazza stessa, del mondo intero, del mio rapporto con esso. Il mio umore si alterava drasticamente. Se il mare era in un punto, era come una domenica mattina, se in un altro, era venerdì pomeriggio. In una manciata di secondi potevo saltare da un frenetico lunedì a una pigra, molto pigra domenica. E nessuno, spero, potrà obiettare che la realtà soggettiva, e anche oggettiva, di un lunedì o di una domenica sia la stessa. Mi affretto a dissipare ogni dubbio. Non sto dicendo che fossero viaggi nel tempo. Non saltavo nel futuro o nel passato. Erano cambiamenti percettivi mescolati intimamente alle mie emozioni.

Le percezioni successive di trovarmi in uno spazio e in un tempo alterati erano così intense e avvolgenti da essere quasi disturbanti. E le raggiungevo con questo esercizio di immaginazione apparentemente così semplice e rilassante, basato sul “gioco” di alterare la posizione della piazza rispetto al mare nella mia mente. E questo era il fattore decisivo, variare la relazione spaziale di ogni cosa che in quel momento eravamo io stesso e ciò che mi circondava, rispetto ai punti cardinali e ai poli magnetici della terra; rimanendo statici, ed estatici. Al centro della ruota del mondo, la Rota Mundi a cui faceva riferimento René Guénon, mescolando, invertendo, ruotando lo strato sensibile che connette i nostri esseri ai raggi del sole e al campo geomagnetico, allo zenit e al nadir dell’universo.

Questa esperienza immersiva in un alterato e trascendentale stato di coscienza, di unità con il cosmo, ha paralleli evidenti con il Nirvikalpa Samadhi dello Yoga e con il sentimento oceanico che, dopo averlo sperimentato, Romain Rolland riferì a Sigmund Freud. Le conseguenze dell’esercizio duravano diverse ore: provavo una dolce placidità, un aumento della determinazione e dell’ispirazione, che io trasformavo in straordinaria creatività. Sfortunatamente, come accennavo prima, oggi mi è molto più difficile immergermi in questa pratica di immaginazione. La colpa la imputo alla mancanza di esercizio costante. Ma dobbiamo anche presumere che sia colpa dell’età: l’immaginazione, in un certo senso, è un muscolo, e come accade per gli altri muscoli, l’esercizio aiuta ma la perdita di vigore è inesorabile, con gli anni. La perseveranza e la disciplina sono essenziali, comunque.

Ovviamente, ci sono sempre delle alternative. Non ho mai smesso di sperimentare o creare altri metodi, più appropriati alle circostanze della mia vita, per continuare a estrarre secchi pieni dal pozzo insondabile dell’immaginazione. All’epoca non lo sapevo ancora, ma oggi so che sono metodi che possono essere definiti magici.

Quando sedevo in quella piazza ruotando il mondo intorno a me, non ero consapevole del fatto che probabilmente stessi facendo magia. Non sapevo che stavo sfiorando quello che nella Magia del caos si chiama stato di gnosi, lo stato alterato di coscienza focalizzato su un’unica idea, essenziale per eseguire il lavoro magico. Ora, invece, credo proprio che fosse esattamente ciò che stavo facendo. E persino di più: stavo creando il mio sistema personale, non adattando qualcosa di preesistente, creato da altri; stavo accrescendo la mia creatività utilizzando la creatività stessa, in una specie di scambio senza fine. Forse stavo facendo un tipo specifico di magia. E probabilmente era Magia del caos.

Prima di entrare nella peculiarità della Magia del caos, fermiamoci un attimo a una domanda primaria: di cosa parliamo quando diciamo magia, senza aggettivi. Stiamo parlando di conigli che escono da un cilindro, di pietre levitanti o di messaggi di divinità dormienti venerate da civiltà sepolte dalla sabbia del tempo? È chiaro che non stiamo parlando di giochi di prestigio. Ma neanche di religione. Allora, cosa? Questa magia esiste?

A questo punto, saranno ben pochi i lettori che non si aspettano una conferma categorica o, al limite, un no altrettanto deciso. Anche se non voglio dare aspettative che potrebbero essere deluse, col rischio di sbagliarmi, e insistendo sul fatto che tutti ma soprattutto i maghi del caos devono avere la spada del ragionevole dubbio pendente su ogni pretesa certezza, dirò: , ovviamente.

La validità e l’ubiquità della magia va oltre ogni dubbio. È sufficiente guardarsi intorno e focalizzare la nostra attenzione su quegli atti o manifestazioni di potere che costantemente e davanti a tutti, si realizzano attraverso l’immagine, il gesto o la parola. Come il segno della “V” di Churchill, un’idea con cui Aleister Crowley tentò di contrastare il potere della svastica e che fece riferire al Primo Ministro attraverso i suoi amici nell’intelligence della Marina. O la diffusione di mazzi di 52 carte da gioco fra le truppe americane con i volti dei più importanti funzionari ricercati del regime iracheno. O la controversa cerimonia d’apertura del tunnel del Gottardo nel giugno 2016, ma anche processi così quotidiani e diffusi che, per abitudine alla loro presenza, non riconosciamo più come magici: loghi di grandi multinazionali, slogan elettorali, formalismi istituzionali, l’uso ripetuto del simbolico in ogni aspetto dell’attività umana, sia essa privata, politica, economica, militare o artistica.

Facciamo attenzione, per esempio, alla struttura che mi affascina maggiormente a causa della quasi totale accettazione che suscita in ogni tempo e a ogni latitudine: l’uso delle espressioni performative. Qualcosa di così essenziale per le istituzioni fondamentali di ogni società umana e, allo stesso tempo, così connessa a un’idea che è genuinamente magica, cioè il potere effettivo della parola. Senza metonimie, semplicemente la parola stessa.

È sufficiente che un prete, o un giudice, agendo come vicario di un potere conferitogli da una superiore entità trascendente, dichiari ad alta voce “uniti” in matrimonio o “colpevole” di un crimine, affinché l’atto sia compiuto e acquisisca immediatamente la natura della verità per ogni scopo legale. Civile, se è espressione dell’opinione pubblica, fattuale se a sentenziarla è una folla inferocita.

Non facciamo l’errore di presumere che un enunciato performativo sia solo una convenzione. Lo è, certo, ma in un senso più profondo. Le espressioni performative non descrivono né abbelliscono. Agiscono. Nessuno può ignorare i cambiamenti spietatamente oggettivi alla realtà che da esse sorgono. Una parola è sufficiente a stravolgere una vita. O a metterla nella giusta direzione, ma distruggendola, in ogni caso. Un uomo dichiara che due persone sono unite in matrimonio e un secondo dopo essi sono, come risultato di quell’espressione, una coppia sposata. Un giudice dichiara una persona colpevole e immediatamente, risultato di quell’enunciato, quella persona è colpevole. Non mi dite che non vi sembra magia, questa. Lo è sicuramente.

Le espressioni performative sono la dimostrazione più palpabile che, aldilà delle interazioni inevitabili col mondo fisico, noi viviamo immersi in un oceano simbolico reale e determinante come la materia, ma di cui spesso non abbiamo contezza. Mi sembra appropriato ricordare la sequenza del cecchino nel film Il fantasma della libertà in cui Luis Bunuel e Jean-Claude Carrière scuotono le nostre coscienze con acutezza sorprendente e non senza una bella dose di umorismo nero. Bernard Lavasseur, un uomo armato di fucile posizionato in cima a un edificio, inizia a sparare indiscriminatamente contro i passanti parigini. Dopo averne ucciso qualcuno (insieme a un piccione) viene arrestato dalla polizia. C’è un processo. La corte lo giudica colpevole e viene condannato a morte. Poi una guardia lo libera dalle manette e un avvocato gli accende una sigaretta. Lavasseur lascia l’aula del processo fumando e scendendo con calma le scale del tribunale, firma un paio di autografi per delle ragazze che lo aspettano alla porta d’ingresso e se ne va come se niente fosse.

La differenza con un incantesimo pronunciato indossando una tunica davanti a un altare, o una toga, o una veste liturgica in un diverso ambiente – ma comunque preparato secondo un rituale concepito per funzionare come cassa di risonanza simbolica di ciò che in quel luogo avviene – la differenza, dicevo, è che in questo caso l’entità superiore trascendente che investe di autorità l’officiante ha una rappresentazione fisica che nessuno mette in discussione. Le questioni di fede sono strettamente connesse alla legalità e non importa quanto sia astratta l’idea di Giustizia e di Legge in un determinato periodo storico; la legalità si basa su solide basi coercitive contro le quali può essere molto doloroso scontrarsi, e che risponde, quando ci confrontiamo con essa, al nome di Stato. In altre parole, possiamo girarci intorno quanto vogliamo ma il martelletto del giudice in attesa al termine di un percorso riprovevole ci condurrà dritti e spediti alle fredde e ferree manette di un agente di polizia e alle sbarre di una prigione, mentre non è affatto chiaro che tipo di batterie alimentino la bacchetta del mago.

Tuttavia, questa differenza, decisiva per alcuni, discutibile per altri, è preceduta da una verità antecedente che non è una sua conseguenza: la convinzione che l’atto performativo sia reale. Questo è lo spazio in cui opera la magia. Che i contraenti pensino o meno alle complicazioni pratiche del loro futuro divorzio mentre il sacerdote ordina di non dividere ciò che Dio ha unito o che l’imputato rifletta sulle conseguenze economiche o penali della sentenza che lo riguarda – magari potrebbe essere più preoccupato del danno sociale che ciò causerà al suo prestigio professionale – nessuno, tranne in alcune circostanze, dubita che le parole del prete o del giudice diventino dei fatti. La mente dell’officiante e del ricevente operano in un piano simbolico strettamente condiviso, separato dal resto del mondo, come in un cerchio magico di protezione.

La magia consiste, a grandi linee e nonostante il fatto che dirlo risulti un po’ inquietante, nell’influenza sulla mente, la propria e quella altrui. Fatta eccezione per certe interferenze esterne – una catastrofe naturale, un handicap fisico o una malattia ereditaria – tutta la nostra vita si sviluppa e dipende dalla rete intersoggettiva stabilita con gli altri, con le decisioni e percezioni che appartengono loro e che ci riguardano: votare, oppure no, a nostro favore in una gara; essere invitati e andare, oppure non andare, a una festa; approvare o negare un mutuo, e così via. Nel novanta per cento dei casi la scelta di una decisione o di un’altra avviene a livello inconscio. Ci innamoriamo di qualcuno/a perché ci piace, ci incontriamo in un ristorante e ordiniamo il merluzzo perché ci va. Siamo consapevoli di queste e di tutte le decisioni in cui abbiamo piena volontà. Ma siamo completamente incapaci di spiegare perché una cosa ci piace o ci va di farla. È l’inconscio a decidere. E le sue ragioni interiori, psichiche, metaboliche e, inevitabilmente, anche le influenze esterne involontarie, si uniscono e si sovrappongono.

Ecco, la magia distorce, amplifica, disturba la percezione di un soggetto e degli altri riguardo a se stesso e degli altri riguardo a loro. Questo implica un cambiamento della realtà, o della realtà intesa come sfera delle nostre percezioni. È il modo in cui funziona il potere della politica, dei media e della religione. Possiamo voltare le spalle a questi poteri ma continueremo a essere l’oggetto della loro influenza. Ciò che possiamo dire della politica – che possiamo disinteressarci di essa ma essa non smetterà di interessarsi a noi – è ciò che possiamo dire del Diavolo: che la sua più grande astuzia sia convincerci che non esiste.

Con questo non intendo contribuire alla propagazione delle fantasiose teorie della cospirazione sulla celebrazione di riti pagani e invocazioni a caproni e superiori sconosciuti da parte dei potenti della terra (cosa che mi riuscirebbe molto facile vista la mole di teorie a riguardo e alle quali sono legate non poche produzioni cinematografiche), né riproporre realissimi e palesi esempi dell’uso politico della magia, che come punti di riferimento del Lato Oscuro potrebbe avere l’idiosincrasia occulta del nazionalsocialismo o, ancora più chiaramente, l’uso che François Duvalier, conosciuto come Papa Doc – con la milizia Tonton Macoute – fece del voodoo per soggiogare gli Haitiani.

Non è necessario ripensare a questi casi eclatanti. Basta ricordare che il pensiero magico non è mai stato né potrà mai essere rimosso dalle radici più profonde della mente umana; di conseguenza, in grado minore o maggiore, a seconda, siamo tutti suscettibili di permettere a noi stessi di esserne guidati, soprattutto se ci muoviamo come greggi. Questa suscettibilità è uno strumento potente e allo stesso modo in cui la maggior parte di noi aziona il telecomando della televisione senza conoscere i dettagli del suo funzionamento, le mani che utilizzano questo strumento non richiedono una conoscenza specifica, a parte la volontà di manipolare le coscienze.

Si potrebbe obiettare che la seduzione, il marketing e la persuasione esercitano la loro influenza senza alcuna “operazione magica”. Questa obiezione si basa sul fatto che nessun fenomeno spiegabile scientificamente – praticamente, quindi, nessun fenomeno – dovrebbe essere inserito nella categoria “fenomeni magici”. Tuttavia, qui c’è un’incomprensione di cosa la parola magia significhi. È un equivoco comprensibile, data la sedimentazione di pregiudizi che si è stratificata sull’argomento, e non solo per colpa dei detrattori.

Nella migliore delle ipotesi, l’accettazione della sua efficacia è inestricabilmente collegata alla sua disapprovazione. La pratica magica è stata accusata di depravazione dai suoi persecutori esattamente come la Magia del caos viene accusata di immoralità dai praticanti di altri tipi di magia più tradizionale che, in aggiunta, e considerandolo irriverente, bollano la Magia del caos come efficace grazie al suo utilitarismo privo di spiritualità. Come se questi accusatori, circondati dalla luce di un bene superiore, a loro volta non cercassero anch’essi il raggiungimento concreto di risultati. La virtù addotta dai maghi sin da tempi immemori – fatta di astinenza, meditazione ecc. – alla fine, e qui siamo d’accordo con Aleister Crowley, non è che un modo per concentrare la mente in uno stato di presenza di un singolo pensiero. In altre parole, la “virtù” è uno strumento al servizio dell’efficacia.

Ok, ma manipolare le persone è un male, giusto? Sì, in effetti lo è. Ma manipolare è una cosa, influenzare è un’altra. Convincere qualcuno a non cedere alla frustrazione, a costruire la propria autostima e a persistere nella ricerca delle proprie aspirazioni è una cosa buona. Lanciare una “blue whale challenge” per spingere dozzine o centinaia di ragazzini a suicidarsi è semplicemente mostruoso. Sul piano morale, la magia non è diversa dall’influenza che esercitiamo costantemente sui nostri amici, subendo a nostra volta la loro. Neanche potremmo non esercitarla, la nostra stessa esistenza implica un’influenza sugli altri. Data per scontata questa implicazione inevitabile, il nostro dovere è canalizzare questa influenza verso obiettivi lodevoli o, almeno, non dannosi per gli altri.

Vediamo il più noto dei classici sull’argomento, il libro di Dale Carnagie How to Win Friends and Influence People [Ed.it. Come trattare gli altri e farseli amici, Bompiani, Milano 2022. (N.d.T.)]. Cosa troviamo in queste pagine? Lodi del ricatto emotivo, perfidi trucchi ipnotici, gocce di scopolamina versate di nascosto nei bicchieri altrui? No, senza dubbio, anzi, esattamente l’opposto: un invito ripetuto a mettersi nei panni degli altri, all’ascolto sinceramente interessato, alla scoperta di come possiamo essere utili e rendere agli altri la vita migliore. In breve, a comportarci empaticamente, generosamente e gentilmente nei confronti del prossimo. Questa influenza, il famoso “date e vi sarà dato” del Vangelo di Luca, capitolo 6, versetto 18, è quella che ci porterà i più grandi benefici. Che il libro di Carnegie fosse sul comodino di Charles Manson è niente di più che una casualità. Se dovessimo stabilire un precetto morale che guidi le decisioni dei maghi, io penserei solo al seguente: comportati bene, rispetta il prossimo e non calpestare le vite degli altri. È chiaro che sono principi applicabili alla magia come a qualunque altra cosa.

A supporto del mio ragionamento, propongo la lettura del seguente paragrafo scritto dalla scrittrice e maga del caos Jaq D. Hawkins:

“Una vecchia formula che si citava spesso qualche decennio fa era che la magia usata per guarire era magia bianca e quella usata per scopi egoistici era magia nera, e quindi il male”.

Ora che avete letto il passaggio, rileggetelo ma sostituite alla parola “magia” le parole “acqua potabile”, budget governativo” o “potere di influenzare”. Direi che non vale la pena farne un dibattito morale, quindi andiamo avanti e passiamo alla sostanza: che cos’è la magia?

La mia definizione preferita di magia (per come è elegante, sintetica e illuminante) è quella data da Aleister Crowley in Magick, dove con quel termine egli allude al suo personale sistema magico o “magia thelemica”; questo vuol dire che allora la sua definizione cessa di essere rilevante per la magia più in generale? Crowley dice che la magia è:

“La Scienza e l’Arte di causare cambiamenti in conformità alla Volontà”.

A cui aggiunge:

Dimostrazione: È mia Volontà informare il Mondo di certi fatti a mia conoscenza. Perciò prendo le ‘armi magiche’, penna, inchiostro e carta; scrivo ‘incantesimi’ – queste frasi – in ‘linguaggio magico’, cioè tale da essere compreso dalla gente che desidero istruire; evoco ‘spiriti’ come tipografi, editori, librai e così via, e li costringo a portare il mio messaggio a quella gente. La stesura e la distribuzione di questo libro è quindi un atto di

MAGIA

per mezzo della quale io causo Cambiamenti in conformità alla mia Volontà”.

Penne, inchiostro, carta, librai…Significa che telefonare alla più vicina pizzeria per ordinare una “quattro formaggi” da asporto è un atto magico? Bella domanda. La risposta è no. Telefonare alla pizzeria non genera un cambiamento nella realtà, ma solo l’attivazione di una catena di operazioni predeterminate – il forno, il confezionamento, il trasporto ecc. – che non accade da e secondo la nostra Volontà – la Vera Volontà di cui parla Crowley – ma da un bisogno fisiologico meno elevato, la golosità, o l’appetito. Piuttosto, l’atto magico è quello di chi si è arricchito mettendo in pratica, a suo tempo, l’idea delle consegne a domicilio.


carlos atanes è Cineasta, saggista e drammaturgo con una lunga carriera alle spalle, membro della Cooperativa dei Cineasti, è nato a Barcellona nel 1971 e vive a Madrid dall’inizio di questo millennio. La sua opera cinematografica, teatrale e letteraria è un cocktail di mondi onirici, umorismo nero, provocazioni filosofiche, dimensioni parallele, distopie, trasgressioni narrative e influenze culturali: il cinema underground, l’azionismo viennese, i fumetti, l’Arte Povera, l’esoterismo, la fantascienza e il Nuovo Cinema Tedesco.
 

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