Mangiare persone è sbagliato, ma è anche comune (e sacro)


Il cannibalismo è più comune di quel che pensate.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Ben Thomas

Il cannibalismo non è raro. Gli esseri umani hanno consumato carne umana a lungo durante i rituali sacri, e non sporadicamente, ma piuttosto spesso e quasi ovunque nel mondo. La prova è che tracce di cannibalismo sono state trovate in Sud America, in molte isole del Pacifico, tra alcune antiche tribù di nativi americani e in molte altre regioni del pianeta.

E il cannibalismo non è nemmeno un fatto storico così lontano nel tempo. Nel 1980, la ONG Medici Senza Frontiere, documentò “feste cannibali ritualizzate” tra i soldati in Liberia. Da allora, il rito è diventato più comune. Dai primi anni 2000, il cannibalismo rituale era una pratica comune in questo paese ai limiti dell’anarchia, dove la violenza, lo stupro e l’abuso di droga sono cose molto diffuse. Il cannibalismo è stato documentato anche in Congo, in Sierra Leone e in Uganda, dove purtroppo è stato praticato tra i bambini soldato dell’esercito di Joseph Kony.

In queste zone di guerra, i partecipanti al cannibalismo rituale sono spesso ben lieti di comunicare le loro motivazioni: ottengono potere spirituale e fisico dal consumo di carne umana. La pratica inoltre ha un evidente valore propagandistico e terrorizza i cuori dei nemici. Negli eserciti formati da bambini invece, il cannibalismo è un rituale di iniziazione, un calvario che trasforma un ragazzo in un uomo e lo fa sentire santificato, potente, al sicuro anche sotto alle grandinate di proiettili.

Il cannibalismo non ha un unico significato, ma si adatta al contesto spirituale della cultura in cui è praticato. Per gli antichi faraoni egiziani era garanzia di un aldilà eterno. Per i druidi, potrebbe essere stato collegato con l’agricoltura e la fertilità. Per altri, il cannibalismo è servito come strumento di acquisizione del potere, un mezzo intimidatorio o un modo per onorare un amato defunto. Ma il cannibalismo ha più che altro a che fare col tabù.

Spesso pensiamo ai tabù come a delle azioni proibite: è tabù sposare proprio fratello o, in certe culture, mangiare carne di maiale. Ma in un senso molto più profondo, il termine “tabù” indica i luoghi dove sacro e profano convergono: il rapporto sessuale, l’omicidio, la nascita e così via. Molte culture considerano questi atti “impuri” – ma allo stesso tempo, profondamente sacri. In realtà, gli antropologi definiscono spesso “tabù” un atto ritenuto troppo sacro per essere eseguito in circostanze normali; un atto che invita al pericolo maggiore mentre invoca il più enorme potere. Il cannibalismo è uno dei tabù più forti in assoluto, e questo potrebbe essere il motivo per cui è stato considerato uno dei rituali più sacri in tutto il mondo, fin dalle profondità preistoriche.

Il cannibalismo (o “antropofagia” come la maggior parte degli antropologi moderni preferiscono definirlo) è stato praticato molto tempo prima dell’apparizione del moderno Homo sapiens. Nelle grotte abitate dall Homo Antecessor, l’antenato comune degli esseri umani moderni e dei Neanderthal, gli antropologi hanno scoperto ossa umane “spolpate” risalenti a 600mila anni fa. Anche le prime ossa appartenenti all’Homo sapiens ritrovate in Etiopia mostrano segni di spolpatura a opera di altri esseri umani.

Questo è accaduto fin dalla preistoria, ed è difficile dire esattamente perché i nostri antenati si mangiavano l’un l’altro. Alcuni antropologi sostengono che un fattore potrebbe essere stato la carenza di cibo, insieme al fatto che i cadaveri lasciati a marcire avrebbero attratto grandi predatori pericolosi per l’uomo, come leopardi e leoni. Eppure, sin dal Paleolitico superiore, è chiaro che il cannibalismo è servito a scopi più profondi. I resti umani trovati nella caverna di Gough in Inghilterra risalgono a 15mila anni prima di Cristo, e provano un altro motivo del cannibalismo: molti dei teschi, infatti, sembrano essere stati usati come recipienti per bere, cosa che indica una diversità nel fine di quelle uccisioni: uno scopo rituale. Non si trattava di un mero cannibalismo utile alla sopravvivenza, era un cannibalismo come pratica sacra.

E questo cannibalismo ritualizzato non solo è durato nel tempo, ma è stato anche ufficializzato in alcune delle prime culture alfabetizzate – in particolare nell’antico Egitto. Nel 1881, l’archeologo francese Gaston Maspero entrò in una delle tombe del vasto cimitero egiziano di Saqqara, fuori da Il Cairo. Alla fine di una lunga strada sotterranea, trovò una galleria con dei rilievi dipinti con colori vivaci: scene di raccolta, cerimonie del tempio, battaglie con i nemici. C’erano anche delle iscrizioni rituali che si rivelarono essere appartenute ad una serie di incantesimi conosciuti come i “Testi delle Piramidi”: un ampio e vario corpus della letteratura magica egiziana che appare già nella sua completezza  in alcune delle primissime tombe, lasciando intendere che questi incantesimi e rituali risalgono addirittura a prima dell’invenzione della scrittura.

Forse i più strani tra i Testi delle Piramidi sono proprio quelli che riguardano il cannibalismo – non solo di altri esseri umani, ma degli dei:

Faraone è [egli]

Che vive l’essere di ogni dio,

Chi mangia le viscere …

Faraone è anche colui che mangia gli uomini e vive sulle divinità.

Questo “Inno cannibale” fa parte di una tradizione antica e fortemente ritualizzata, le cui radici si perdono nelle nebbie della preistoria, in un tempo precedente alla scrittura e le città, quando i signori della guerra del delta del Nilo banchettavano con la carne dei loro nemici conquistati, definendo “sacri” tali comportamenti . Lo scrittore greco Diodorus Siculus, migliaia di anni più tardi, nel primo secolo a.C., scrisse una storia in cui Osiride vietava al popolo egiziano di praticare il cannibalismo. Questa storia è stata recitata fino al periodo romano – un ricordo di un tempo in cui il consumo di carne umana era stato una pratica considerata sacra.

In realtà, il cannibalismo sacro persistette (o riapparve) in Occidente fino all’epoca romana. Alcuni clan Druidi sembrano aver praticato il sacrificio umano e il cannibalismo nei primi secoli dell’Era Volgare, e molti scrittori greci e romani fanno riferimento a tribù con pratiche di cannibalismo. San Girolamo cita un popolo cannibale chiamato Attacotti, Erodoto si riferisce a una tribù che lui chiama semplicemente “i mangiatori di uomini” (anthropofagi).

In una storia sorprendente, Erodoto riferisce di un episodio in cui l’imperatore persiano Dario, sovrano di un territorio che si estende dalla Turchia moderna fino in Afghanistan, decide di provare un esperimento di relativismo culturale. L’imperatore convoca un gruppo di greci e un gruppo di Callati (un popolo indiano) alla sua corte. Chiede ai Callati come sarebbe per loro bruciare i corpi dei loro padri morti, come fanno i greci. I Callati, sdegnati e inorriditi, dissero che non avrebbero mai fatto una cosa così terribile. Dario chiede poi ai Greci se fossero stati disposti a divorare i corpi dei loro padri morti, come i Callati – e i Greci, a loro volta, rifiutarono  inorriditi. Anche se le due culture avevano opinioni opposte su ciò che dovrebbe essere fatto con i cadaveri dei parenti, erano d’accordo su un punto cruciale: i cadaveri degli antenati sono un tabù – simultaneamente impuro e santo – perché connette il mondo dei vivi con quello dei morti.

Alcuni monaci e asceti, infatti, praticavano il cannibalismo con l’obiettivo di trascendere questo confine. Prendiamo, per esempio l’Aghori, una setta di asceti indù in India. Un principio di base della dottrina Aghori è che tutte le cose nell’universo sono ugualmente sacre – tra cui anche i resti umani. Tenere e accarezzare i cadaveri, è una pratica considerata tabù nella corrente principale dell’induismo, e mangiando carne umana gli Aghori mirano a superare tutte le dicotomie, a vedere attraverso la natura illusoria di tutte le categorie umane, e così raggiungere il nirvana, diventando tutt’uno con la realtà.

Forse però l’intuizione più chiara sul cannibalismo viene dalla storia di alcuni monaci tibetani che, di recente, nel 1500, consumavano ritualmente delle ‘pillole di carne’ raccolte da Bramini asceti. Questo rito ha lasciato una vasta documentazione scritta della teoria su cui si fonda. Questa teoria si rivela straordinariamente complessa e stratificata, ma si riduce all’idea che queste “pillole di carne” connetterebbero soggetto e oggetto, mettendone in dubbio il confine di separazione. Gli asceti vedono questi “gettoni” come rituali capaci di incorporare la compassione dei Buddha passati e, al contempo, di ricordare al mangiatore la sua natura transitoria e la mortalità della sua stessa carne.

Quanto indietro nella storia umana ha radici questo concetto di cannibalismo-trascendente? Potremmo non saperlo mai con certezza, ma ad un certo punto della nostra evoluzione, il cannibalismo ha chiaramente cessato di essere un semplice atto di sopravvivenza o di dominio, ed è diventato un vero e proprio tabù, un punto di convergenza tra il sacro e il profano. Il corpo umano di un defunto, come anche i nostri antenati, un tempo conteneva una mente: una coscienza la cui sparizione ha in qualche modo trasmutato quel corpo da persona senziente a oggetto inanimato.

Questa presa di coscienza non poteva non impressionare  profondamente gli abitanti paleolitici d’Inghilterra, come gli antenati dei faraoni, i Greci, Druidi e Aghori e ancora i monaci tibetani e centinaia di altre società di tutto il mondo, in ogni epoca del passato e del presente. Attraverso tutte queste giustificazioni che le varie culture danno riguardo il cannibalismo, c’è un’idea centrale: si mangiano i morti perché si spera di non diventare mai come loro.


Ben Thomas è un giornalista divulgativo di scienza, storia, cultura e geografia. È autore di molti libri ed editore di The Strange Continent.
Traduzione di Enrico Pitzianti. Immagine di copertina: un’opera di Kurokawa Inuko.

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