Manuale di cartografia fantastica



Attraverso la lente della cartografia fantastica, scopriamo che le mappe non sono solo strumenti di navigazione, ma racconti visivi che invitano all’esplorazione di mondi sia reali che immaginati, svelando la natura narrativa e simbolica della cartografia.


In copertina e nel testo: Atalata Condot.a da Diana, Incisione, Asta Pananti in corso

di Bartolomeo Cafarella

Isole dagli ambigui confini, ridisegnati ad ogni fluire di marea, con la loro labile geografia, luoghi ideali di mirabilia, viste, immaginate e raccontate da mercanti e viaggiatori, raccolte e riproposte da sedentari uomini di penna, tutti accomunati da un’identica fede: evocare meraviglie.

Angelo Arioli

Per un’ecobiografia non euclidea e simbolicamente autentica

La mia famiglia paterna proviene da una piccola isola al centro di un arcipelago formato da sette isole. In quest’isola c’era una spiaggia nera. L’unica spiaggia di sabbia nera di tutta l’isola. Una sabbia molto fine: ti si attaccava alla pelle e s’infilava ovunque. 

Ogni anno la mareggiata mangiava un pezzo di spiaggia. Così la spiaggia era sempre più corta e gli isolani erano preoccupati e si lamentavano. Perciò sono arrivate delle grandi barche e hanno scaricato in mare una montagna di pietroline nere, davanti alla battigia. Con le pietroline nere hanno ricoperto la spiaggia nera e l’hanno allargata, come non avevo mai visto. Dicono che le pietre vengono dall’Etna, dalla Montagna. 

Mia madre mi ha raccontato tante volte che quando ero piccolo mi mettevano a sedere sulla sabbia nera e mi spostavano piano piano verso il mare mentre ero distratto dal gioco. Finché mi accorgevo che i miei piedi stavano toccando l’acqua e tornavo indietro gattonando spaventato. Così ho imparato a toccare il mare. 

Ora quella sabbia nera non c’è più. 

Gli isolani si stanno abituando. Alcuni sono pure contenti di non doversi lavare via tutta quella sabbia così fine, che s’infilava ovunque. «È più comodo, soprattutto per i bambini», dicono. 

Altri ancora dicono che le tartarughe marine non possono più lasciare le loro uova sulla sabbia nera della spiaggia, per la schiusa, e che per questo sono dovute andare via, altrove. 

Cos’è un’isola? L’isola è una terra senza fondamenta, instabile. Già l’etimologia della parola isola indica un mare in movimento, evoca il fluire stesso della marea. Insita nella natura dell’isola è la possibilità di scomparire, di apparire e riapparire, di essere trasformata o trasportata altrove dal mare. Dal movimento delle onde che erodono la costa, le spiagge, i moli. Le persone. 

Perciò l’isolano è diverso. Chi vive in un’isola ragiona in modo particolare, poiché ogni giorno il suo sguardo tocca i confini del cammino e allo stesso tempo apre l’immaginazione alle infinite possibilità della navigazione. Il mare ci separa e ci avvicina all’invisibile. Difatti, nell’isola il tempo è il tempo del sole, che sorge e che tramonta. Lo spazio è lo spazio della prossima mareggiata. Cosa si porterà via questa volta?

In un testo memorabile, Teoria della Sicilia, che Manlio Sgalambro scrisse per dare l’abbrivo al libretto de Il cavaliere dell’intelletto (con musiche di Franco Battiato), lo scrittore indica come elemento centrale della Teoria, la certezza che «ogni isola attende impaziente di inabissarsi». «Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione», ha in sé la possibilità del naufragio, poiché l’isola non poggia le sue fondamenta su di una terra-ferma, è come una nave, come un corpo perso alla deriva, trascinato dalle onde del mare. 

Il sentimento insulare è un’impossibile miscela di indolente pigrizia, di misterico esotismo e di un pizzico di pura saudade. È una forza cosmica che si nasconde nelle cose piccole, nelle pietroline, nelle lucertole, nei capperi, nei fichi d’india, nella sabbia; rievoca la poetica insita nell’atto inutile, lento e contemplativo di raccogliere le conchiglie sulla spiaggia – e di immaginare, con una leggera indifferenza, tutti gli accadimenti che ci separano da quella conchiglia e dalla fine di tutti i tempi, quando la sabbia nera sarà tornata sulla spiaggia della mia isola, tra la battigia e le case; e ci saranno solo le rovine di quelle case un tempo abitate, ruderi marini, ricoperti di salsedine e di una stupida, insensata nostalgia.

La cartografia come atto narrativo

La cartografia è da sempre un’arte misteriosa: l’arte di raffigurare qualcosa che non è possibile riprodurre, ovvero il mondo, ridotto a due dimensioni. Nell’antichità gli atlanti erano compilati in modo estremamente arbitrario e quindi “narrativo”. Così come le carte geografiche erano disegnate secondo dei parametri che poco hanno a che vedere con la rigorosità tecnica e scientifica dei nostri tempi. 

La cartografia racconta, ieri come oggi, solo una parte della storia. Solo un punto di vista. I cartografi hanno dovuto inventare un modo per farci vedere il mondo, per raccontare la forma del mondo. 

«Le carte geografiche sono astratte e allo stesso tempo concrete, e nonostante pretendano di essere oggettive, non offrono una riproduzione della realtà, bensì una sua ardita interpretazione» scrive Judith Schalansky nel suo Atlante delle isole remote (Bompiani, 2013). E continua: «Il planisfero bidimensionale è un compromesso che rende la cartografia un’arte a cavallo tra l’astrazione sfacciatamente semplificante e l’appropriazione estetica del mondo». Perciò, oltre alla funzione esplicitamente geopolitica di tracciare linee e confini, e di nominare le terre e i possedimenti; la cartografia esercita da sempre una funzione letteraria e immaginativa: serve per viaggiare. In tutti i sensi. 

Il cartografo fondamentalmente è un compilatore. Come ci insegna la storia della monumentale Mappa Mundi che il monaco camaldolese Fra Mauro riuscì a mettere insieme nel 1459, raccogliendo tutto il sapere convogliato nell’allora immensa Repubblica di Venezia. Se ci pensiamo, molti degli autori del passato erano dei compilatori al pari di Fra Mauro. Raccoglievano delle storie di altri e le mettevano insieme come delle isole di un arcipelago o come le terre di un intero continente. Angelo Arioli, nel suo Isolario arabo medievale (Adelphi, 2015) ci informa che «per l’arabo il termine più usato – che mal traduciamo con “autore” – è mu’allif», che proviene, etimologicamente, dal verbo «classificare», «assortire», e quindi «comporre». Si riferisce all’arte di selezionare e mettere insieme per compilare un quadro, in questo caso un quadro del mondo intero. Non mi viene in mente una descrizione più azzeccata dell’autore come inteso nel passato, un autore che in un determinato momento storico si faceva voce di molte voci e riuniva le loro storie in un’unica grande epica, come il Mahābhārata, opera del saggio Vyāsa, il “compilatore”, per la tradizione hindū; o come Le Mille e una notte che furono messe insieme per la prima volta dal grande arabista Antoine Galland all’inizio del Settecento.

Possiamo dire che, se gli atlanti sono stati e sono tutt’ora da considerare letteratura, viceversa, sappiamo bene che la letteratura può essere anche una forma di cartografia. Per questo gli isolarii erano così amati al tempo delle repubbliche marinare. Per lo stesso motivo per cui i giovani lettori nostri contemporanei amano ancora perdersi nelle sterminate mappe del mondo di J.R.R. Tolkien o dell’arcipelago di Terramare di Ursula K. Le Guin. Le mappe illuminano la fantasia e ci permettono di immaginare nuovamente il mondo e di rimanere incantati di fronte all’impossibile che si staglia oltre l’invisibile. Oltre l’orizzonte e persino oltre il mare.

Le isole, in questo quadro, o meglio: in questa mappa, in quanto mondi conchiusi, circondate dal mare, sono da millenni uno dei topos letterari più esplorati e più ricchi di storie memorabili. 

Sono gli avvenimenti terribili a possedere il più grande potenziale narrativo e le isole sono il luogo perfetto dove ambientarli. Mentre l’assurdità della realtà si disperde nella vastità dei grandi continenti e viene così relativizzata, sull’isola essa è evidente. L’isola è uno spazio teatrale: tutto quello che accade qui, si concentra quasi inevitabilmente in storie, drammi da camera, diventa materia letteraria. È tipico di questi racconti che verità e fantasia non siano più separabili: la realtà diventa finzione e la finzione si realizza. (Judith Schalansky)

Non è un caso che l’Odissea, il più celebre poema omerico, sia un viaggio per mare attraverso le isole del Mediterraneo. 

Nell’isola può succedere di tutto poiché si tratta di un mondo altro, isolato, dove l’impensabile dello «spazio teatrale» si realizza e diventa storia, diventa epica, diventa la storia del mito. Utopia di Thomas More, L’isola del Tesoro di Robert L. Stevenson, Robinson Crusoe di Daniel Defoe, sono solo tre dei libri più famosi ambientati su di un’isola, e già potrebbero bastare per dare l’idea all’accorto lettore di una tradizione senza tempo che raccoglie quel sentimento insulare di cui si diceva sopra e lo trasforma in mitologia. 

Che cos’è un’ecobiografia?

Mentre camminavo sui colli del Soratte, nell’appennino laziale, mi sono fermato un attimo, incuriosito da una strana pietra. Mi sono chinato e ho lentamente raccolto da terra una conchiglia. Chiaramente si era fossilizzata, era di pietra. 

Così mi sono ricordato dei ritrovamenti di ossa di balena nell’appennino. E ho immaginato quando sopra queste montagne volavano enormi mammiferi marini, con la loro sinuosa lentezza. 

In quei giorni stavo leggendo un libricino davvero affascinante intitolato Atlante Appennino, scritto da Elisa Veronesi (Piano B) che inizia proprio con un capitolo sulle «Isole». Quando l’ho aperto mi sono subito chiesto perché iniziare un libro sugli appennini emiliani partendo dalle isole? E poi è arrivata la risposta, come un’illuminazione, quando mi sono ricordato – mi ha ricordato – delle ossa di balena. Ogni montagna è stata un’isola.

Tutte le montagne hanno memoria del mare e nascono dalla scomparsa di un antico oceano. Questo pianeta che abbiamo chiamato Terra è ricoperto per il 70% di acqua. Tutte le montagne sono isole in disgregazione dove gusci, crinoidi e gigli di mare hanno lasciato tracce di storia profonda. (Elisa Veronesi)

Atlante Appennino è anch’esso una cartografia, potremmo dire, ma si tratta di una cartografia davvero molto particolare: «un’ecobiografia», come specifica l’emblematico sottotitolo.

«L’ecobiografia», spiega l’autrice nell’introduzione, «scrive (graphien) e narra l’interazione tra storie di vita (bios) e ambiente (oikos), mostrando i legami inscindibili tra noi stessi e il mondo». Un concetto mutuato dagli scritti del filosofo Jean-Philippe Pierron. Mi sembra tutto davvero molto intrigante ma, nella pratica, che cos’è un’ecobiografia? Questo ancora non lo so.

Posso dire che Atlante Appennino è un insieme di autobiografia, reportage, saggio narrativo, mitologia, invenzione letteraria, cartografia e storia. Tutto ciò può dirci cosa sia l’Appennino? Forse può dircelo in un modo completamente diverso dalle mappe cartografiche, dagli atlanti a cui siamo comunemente abituati. Forse può dircelo in un modo meno vicino al “reale” – ma abbiamo visto che persino le carte geografiche hanno una forte componente arbitraria (anche solo nell’immaginare il mondo orientato verso nord, visto che non è sempre stato così, le mappae mundi per esempio erano orientate a sud). Allora forse un’ecobiografia può parlarci dei luoghi in un modo un po’ più “vero”, di sicuro più toccante, forse più utile per attraversare il mondo al giorno d’oggi. Leggere Atlante Appennino di Elisa Veronesi significa lasciarsi toccare da un sentimento insulare appenninico che probabilmente ci può consentire davvero di vedere i «legami inscindibili» che intercorrono tra noi e il mondo, o almeno tra gli abitanti dell’appennino e l’Appennino stesso, e magari anche permetterci di cambiare, di spostare lo sguardo leggermente più in là.

Atalata Condot.a da Diana, Incisione, courtesy Pananti

L’infinito guardiano della memoria del mondo

Sveliamo l’arcano: in realtà vi ho parlato di tutto questo per poter avere una mappa concettuale completa e arrivare finalmente a parlare di un altro libro: Isole di Nicolás Jaar (Timeo, 2024).

«Ve lo sto dicendo perché io possa ricordarlo. Non perché voi possiate immaginarlo» recita il penultimo racconto della raccolta. Voglio fare mie queste parole: la verità è che ne sto scrivendo perché io possa stare ancora un po’ dentro questo enigma; un piccolo capolavoro laterale, isolato, unico nel suo genere. Un isolario più che un libro di racconti. Un isolario fantastico nel quale l’autore ha compilato le storie di un arcipelago immaginario mediante la tecnica dell’ecobiografia, ma un’ecobiografia analoga à la Daumal: non euclidea e simbolicamente autentica. 

In queste Isole troviamo cosmogonie marine e santi creatori di specchi, popolazioni che venerano il «Dio del silenzio», isole clonate per farne opere d’arte; in queste Isole troviamo muri, separazione, sfruttamento, cecchini che sparano ai disperati venuti dal mare. Vi ricorda per caso qualcosa di familiare? In queste Isole troviamo anche noi stessi. Ed è questo che ci fa impressione. Nicolás Jaar, con il talento e l’umiltà degli antichi compilatori arabi, mette insieme un isolario immaginifico, dal gusto tutto mediterraneo, nel quale la grande capacità visionaria dell’autore ci consente di toccare i nostri demoni più oscuri tramite la grande analogia: ogni isola è un mondo. Ogni isola è il mondo.

Il libro difatti comincia con un racconto, «Wrenn e i pozzi di Solwdø», che è una vera e propria genesi. Una cosmogonia storta, obliqua, da cui si apre un lungo racconto intitolato «Slamatore», diviso in quindici brevi capitoli. In queste pagine leggiamo la storia di San Recimo, di Xiño e delle isole che portano i loro nomi. La vicenda – della quale esito a svelarvi molto altro – inizia con una meravigliosa immagine che illumina le pagine che seguono. Nell’isola di San Bélin vive il popolo delle kavali. Le kavali venerano il futuro e perciò hanno il divieto assoluto di parlarne. Paradossalmente, però, ogni giorno scrivono sul loro corpo la lista delle cose da fare durante l’arco della giornata: «Questo rituale viene chiamato “L’errore umano dinanzi al piano divino è come una minuscola formica nell’acqua del fiume”».

Per le kavali è della massima importanza capire cosa sia opera dell’uomo e cosa della Natura. Il loro ragionamento è il seguente: se gli uomini non conoscono il futuro, allora non conoscono Dio, perciò nulla di ciò che fanno è sacro. 

Nei capitoli che seguono al racconto delle kavali troviamo quindi la storia di Recimo Cadena de Oro, il creatore di specchi, e di come la sua maledizione abbia ispirato una grande artista, Xiño, a clonare un’isola intera per farne un’opera d’arte. Ciò che ne consegue è una vera e propria lezione di storia, da raccontare a scuola. 

Questa emblematica parabola dal titolo «Slamatore» (ovvero l’attrezzo che serve per eseguire la slamatura del pesce, una particolare tecnica che consente di liberare il pesce dall’amo), è composta da molti pezzi e pezzettini: pagine di diario, lettere, poesie, racconti epici e resoconti minimi; un mosaico, un arcipelago di storie nella storia. Un pericoloso gioco di specchi.

Recimo riusciva a infondere nei suoi specchi una tenue trama «acquosa» che distorceva appena il volto dell’osservatore in modo da farlo sembrare più vivo, più presente. E la curvatura aveva uno strano effetto sulle persone che usavano i suoi specchi, dal momento che iniziavano, a poco a poco, a incarnare le qualità racchiuse nei loro riflessi distorti. In un certo senso la tecnica di Recimo era simile a quella di un ritrattista: accoglieva gli acquirenti nel suo laboratorio, dove prendeva loro le misure e annotava dettagli sul loro comportamento e sulla cadenza del loro eloquio. Tracciava poi un dettagliato schema delle scanalature nella lastra dello specchio, incomprensibili a chiunque se non a Recimo stesso. 

Il libro si chiude con due racconti apparentemente distaccati da «Slamatore», il racconto centrale. Sono intitolati: «Wathrì e la leggendaria operazione Sankère» e «Il sentiero cavo». Due racconti molto diversi fra loro, ambientati in altre isole, in altri mondi. 

Il primo è un racconto di ribelli martiri e il secondo narra invece le vicende di un gruppo di cercatori e di come Mnaossi, la Reverenda Guida, raggiunse la beatitudine e infine la morte. 

Cosa lega questi quattro racconti? Una specie di atmosfera, un sentimento, una magia antica, una maledizione. Non è facile dire effettivamente come stiano insieme questi racconti che sembrano raccolti dal fondo del mare e della memoria. Non è facile e forse non è nemmeno utile.  

Questo non è un libro da collocare e valutare, in maniera magari un po’ riduttiva, nel contesto della produzione letteraria [dei musicisti]: è un libro che merita di confrontarsi in una gara che non abbia limiti di categorie culturali o regionali. In altri termini è un libro che si legge, affascinati, perché si riconosce in esso una parte del patrimonio indiviso dell’umanità, perché racconta storie che proprio a un’indivisa umanità appartengono. (Isabella Camera d’Afflitto)

Con queste parole la traduttrice, Isabella Camera d’Afflitto, celebrava Shams Nadir nella sua nota d’apertura a I portici del mare (Sellerio, 1992). Parole che mi sembrano perfette per inquadrare la portata anche di questo libro: Isole di Nicolás Jaar. Il libro d’esordio di uno dei più famosi produttori di musica elettronica al mondo, che viene pubblicato per la prima volta in italiano da una piccola casa editrice palermitana, che aveva esordito nel mercato editoriale con una ripubblicazione memorabile di un’altra isola: Utopia di Tommaso Moro (in una nuova edizione, con testi di China Mieville e di Ursula K. Le Guin). Un libro paradigmatico.

Shams Nadir, grande autore di lingua araba (purtroppo poco letto in Italia) è stato definito, in America Latina, il “Borges d’Oriente” perché anche la sua opera è un’opera compilatoria così come la letteratura di Borges, forse il più celebre autore-compilatore del Novecento. E questa caratteristica emerge scintillante anche nelle pagine di Jaar, come una vera e propria poetica, presa in prestito evidentemente da autori come Nadir e Borges. Se prendiamo Isole e lo confrontiamo a I portici del mare notiamo subito una somiglianza, fin dall’indice, fin dalla struttura del libro. 

E se andiamo a fondo, nella lettura, appare immediatamente ciò che Jamil Mansour Haddad nomina «l’infinito guardiano della memoria del mondo, la più grande biblioteca dei ricordi sommersi è il mare» nella sua presentazione a I portici del mare, che potremmo identificare con «il Dio del Mare che ci accomuna» al centro delle vicende del primo racconto di Isole.

Un giorno, una giovane ragazza nata a Solwdø capirà che l’«unicità» è un concetto fasullo. E ciò le permetterà di vedere il Dio della sua isola, di Solwdø. Sarà lei a capire come questo Dio comunica con il Dio del Mare che ci accomuna.

«Ed è proprio dal mare, protagonista di questi racconti, che lo scrittore trae lo spunto per le sue storie fantastiche», scrive ancora la traduttrice de I portici del mare. E continua, dicendo che, forse, a qualcuno, la struttura dell’opera di Shams Nadir ricorderà la struttura delle Mille e una notte, che abbiamo già nominato, oppure, aggiungo io, potrebbe ricordare la forma del «Manual de zoologìa fantastica di Borges e Guerrero», come ci suggerisce anche Angelo Arioli introducendo il suo Isolario arabo medioevale. È una tradizione antichissima, segreta, subacquea, una tradizione fatta di specchi, intarsiata dei miasmi delle civiltà che furono e che non saranno mai più, alla quale si lega questo oggetto prezioso che è Isole.

Look it’s a body floating into the land.

Now it’s a body swimming out into the water.

Now it’s the land itself here who is a body, a body of land, it’s the water itself that’s a body of water

Con queste parole – di Vito Acconci – inizia il celebre album d’esordio di Nicolás Jaar, Space Is Only Noise. E scopriamo che c’era già tutto: un corpo che fluttua nell’acqua, che è già isola, che è già sabbia nera mangiata dal mare, che è già essa stessa il mare.

Postilla blue

Il Monte Analogo di René Daumal, Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche racconta di un gruppo di esploratori in cerca della montagna che unisce la Terra al Cielo. Chiaramente la montagna si trova su di un’isola, un’isola immensa, un continente situato nel Pacifico meridionale. Nessuno la conosce perché «il basamento di questo territorio è formato da materiali che hanno la proprietà di curvare lo spazio intorno a sé in modo tale che tutta la regione sia rinchiusa in un guscio di spazio curvo», dentro il quale non è possibile penetrare se non all’alba, seguendo la luce del sole che può «decurvare» momentaneamente questa sorta di cerchio magico che protegge l’isola e la rende ancora più isolata. Un «anello di curvatura» lo chiama Daumal, «grazie al quale, insomma, è proprio come se il Monte Analogo non esistesse». 

Mentre stavo scrivendo queste pagine ho scoperto che il 16 febbraio 2024 l’agenzia nonsolosocial ha creato un account instagram di un’isola situata tra la Sardegna e la Sicilia, proprio nel cuore del mediterraneo: Morbella. Generata da un’intelligenza artificiale. Pare che l’account sia stato “invaso” dalle richieste più disparate degli utenti che chiedevano come poter soggiornare sull’isola, nonostante nel profilo venga esplicitato che l’isola è generata da un’intelligenza artificiale e che l’account è gestito da un’agenzia di social media marketing. Addirittura, il link nella bio del profilo rimanda proprio al progetto Morbella Island. Nonostante ciò, e nonostante possa suonare assurda l’idea di un’isola mai sentita nominare tra Sardegna e Sicilia, in tanti ci sono cascati e sognano ancora le meravigliose spiagge di Morbella, l’isola che non esiste. Magari sperando in un treno che da Palermo possa portarli direttamente sull’isola, o chiedendosi se sarà possibile pagare in dollari, in quest’isola sconosciuta e perfetta.

In questi tempi interessanti, durante i quali le isole possono comparire nel mondo virtuale e scomparire nella realtà, durante i quali la catastrofe climatica in corso prende un posto di rilievo nel dibattito filosofico, il mare è al centro di una delle più interessanti correnti di studio nate negli ultimi anni, le cosiddette blue humanities. Persino in Italia, case editrici come Tamu o wetlands, iniziano a pubblicare alcuni dei testi fondamentali della disciplina. Una disciplina che si occupa di osservare e di raccontare, in chiave revisionistica, il rapporto tra gli esseri umani e il Mare. La nuova ondata d’interesse verso autori come Herman Melville, Joseph Conrad o Derek Walcott, la riscoperta di autrici come Rachel Carson, la pubblicazione di libri come Undrowned. Lezioni di femminismo Nero dai mammiferi marini (Timeo, 2023) di Alexis Pauline Gumbs; possono rendere l’idea dell’importanza del fenomeno, espressa in testi dall’incredibile potenza espressiva, dotati di una fluidità eclettica, che spesso sconvolge il senso stesso di comporre un libro.

Il mare, che tanto abbiamo martoriato, distruggendo interi ecosistemi, portando all’estinzione specie animali più antiche della maggior parte delle isole emerse – come le balene che sorvolavano l’Appennino; il mare, che tanto abbiamo cantato e raccontato, sembra adesso urlarci contro il suo dolore. E finalmente qualcuno di noi pare abbia imparato ad ascoltare il suo lamento. 

«Proviamo a sostituire il vecchio linguaggio terreste con termini acquatici», suggerisce Steve Mentz nel suo Oceano (wetlands, 2023). Un libercolo, piccolo ma potente come una mareggiata d’inverno, capace di sommergere tutto e di lavare via la nefasta tracotanza dell’abusivismo che ha deturpato le rive del mare nei decenni passati. Un breve testo capace, con la sua appassionata violenza e la sua arguta profondità, di risvegliare l’animo degli isolani che siamo sempre stati e che sempre saremo, per ispirarci a rispettare e proteggere la sabbia nera, analogia di ogni spiaggia, per ricordarci che la nostra amata terra è del Mare, il Dio che c’accomuna.

Noi che cerchiamo di racchiudere le grandi acque in parole sappiamo bene che non sempre è possibile. Cavalcare le onde è un esercizio difficile e spesso ci si ritrova con la faccia nella sabbia. Ma a volte, solo per un minuto, tutto torna. L’esperienza incontra l’allegoria. Il corpo umano si unisce all’onda del mare. Insieme, queste cose così diverse rotolano verso riva.

Sentire l’onda non risolve i problemi dell’innalzamento delle acque. Allegorizzare l’oceano non fornisce soluzioni ai dilemmi dell’Antropocene, anche se in tutto questo possono saltar fuori piccoli piaceri e possibilità nascoste.

Ma quella sensazione e quell’essere, la poetica del nuoto e della connessione con il mare, possono dare un senso alla vita in questo nostro ambiente compromesso. È bello immergere il proprio corpo nella cosa più grande che ci sia sulla terra. Ci insegna a vivere in questo mondo acquatico. (Steve Mentz)


Bartolomeo Cafarella ha pubblicato racconti, articoli e saggi su diverse riviste e giornali. Si occupa soprattutto di filosofia dell’animalità, antropologia, storia delle religioni e tradizioni native. L’attento lavoro svolto sulla figura e sugli scritti di René Daumal lo ha portato a firmare la prefazione a Controcielo (Edizioni Tlon, 2020) e la postfazione a La Guerra Santa (Ursae Coeli, 2021). I suoi ultimi lavori sono: il saggio Il simbolo tace. Il dio fanciullo e l’accordo supremo(DITO publishing, 2020) contenuto nell’omonimo pamphlet, Opera animale. Appunti sul teriantropismo e sulla metamorfosi (Edizioni Volatili, 2021) e uno dei reportage narrativi del libro È giusto che finisca così (CTRL, 2023) incentrato sulla Biblioteca del Lupo in Valchiusella. Pratica Kundalini Yoga e Sat Nam Rasayan da diversi anni. Studia e usa tecniche di tarologia e di scrittura automatica, come forme di cura e di espressione del sé.

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