Medichesse: La vocazione femminile alla cura

La medichessa ha assunto attraverso i secoli identità e volti diversi: maga, sacerdotessa guaritrice, ostetrica, erborista, monaca, alchimista, compilatrice di ricettari. Sempre contrapposta alla scienza degli uomini, depositari della cultura dei libri e delle accademie, la pratica femminile si caratterizzava per l’approccio empirico e l’espressione di conoscenze antiche e tramandate, dove accanto alle applicazioni di una medicina lecita coesistevano saperi più oscuri, quelli delle consuetudini proibite della contraccezione e dell’aborto, legate alla magia degli incantamenti amorosi e della fertilità.


IN COPERTINA e nel testo, opere di John William Waterhouse

di Lucia Brandoli

Mia nonna faceva l’ostetrica, o meglio, la levatrice, come diceva lei. Diceva anche che portava i bambini, non che li faceva nascere, era una sorta di cicogna linguistica. Mia nonna faceva anche l’infermiera, quando serviva, aiutava a curarsi chi ne aveva bisogno. In campagna c’erano ben pochi medici e lei sapeva fare le iniezioni. Ogni tanto quando mancavano i veterinari si occupava pure dei parti degli animali. Conosceva le piante e le loro proprietà. Accompagnava anche le persone verso la morte. Essendo cresciuta insieme a lei non poteva non colpirmi il libro di Erika Maderna uscito da poco per Aboca: Medichesse. La vocazione femminile alla cura.  Alla luce della mia esperienza questo sottotitolo non mi è sembrato sessista neanche per un momento, perché effettivamente le donne hanno perpetrato nei secoli una visione tutta loro della medicina e della cura, dentro e fuori dai templi pagani prima e dai monasteri poi, a metà tra l’essere dee e streghe, ostetriche o visionarie, ovvero prefete, sotto gli effetti di droghe o folli.

Maghe, sacerdotesse, dee, ostetriche, sante, guaritrici, profete, streghe, erboriste, monache, alchimiste, le donne abitavano il mondo dell’esperienza, dei sensi e delle cose, mentre gli uomini si impadronivano della parola e della scrittura. Le donne di sono fatte portatrici di un sapere libero, anti-accademico, fondato sull’empirismo e sulla pratica, e non sulla teoria e sulla gerarchia accademica. Osservazione, rispetto, armonia: erano queste le caratteristiche della medicina femminile, eradicata dalla storia, dalla scienza dura, dagli ultimi secoli. Eppure, nonostante tutto, io ho avuto la fortuna di essere testimone della vita di mia nonna, che lontana dagli ospedali sapeva far nascere i bambini podalici, senza bisogno di ricorrere al cesareo. Mia nonna era molto orgogliosa quando ricordava il numero di parti assistiti e nessuna morte.

Questo libro, in maniera divulgativa e al tempo stesso rigorosamente scientifica, parla della triade salute, malattia, cura, ricordando il carattere antropologico della medicina che nasce dalla conoscenza della vita: dalla Grande Madre, alla Potnia (la Grande Madre, la Sovrana, la Veneranda), passando per le dee greche e romane, ma anche Yoruba, fino a Circe e Medea (maghe pharmakìdes, già streghe in senso moderno), che grazie alla conoscenza delle piante vivono libere, affrancate dalla supremazia maschile. Così la donna sapiente (non a caso in francese ostetrica di dice “sage femme”) per uno strano meccanismo retorico del potere si è trasformata da dea, oggetto di venerazione, a strega, da ardere, da punire, da cancellare dalla faccia della terra.

Da Metrodora, ostetrica bizantina vissuta intorno al V secolo d.C, a cui si deve il primo trattato Sulle malattie delle donne, scritto da una donna; alla Scuola Medica Salernitana, aperta anche alle donne, e a Trotula nell’XI secolo; passando per Santa Ildegarda fino a Caterina Sforza e Isabella Cortese. Le competenze legate ai saperi di cura in Europa hanno costruito per secoli una sorta di fortezza sapienziale femminile, un’anomalia socialmente accettata al patto che restasse fuori dalla cultura libresca maschile, un sapere tramandato oralmente, per linea matrifocale, impalpabile, eppure molto profondo e strutturato, che è poi stato spazzato via quasi del tutto con l’Inquisizione e di cui si sono appropriati gli uomini, in maniera parziale e distorta.

In Europa, secondo le ricerche del filosofo Geoffrey Scarre e del ricercatore di politica, cultura popolare e stregoneria di epoca moderna, John Callow, confluite in Witchcraft and Magic in Sixteenth- and Seventeenth-Century Europe, la caccia alle streghe portò alla morte di circa sessantamila persone, delle quali circa l’80% erano donne. Per i due studiosi le “streghe” proponevano un sistema di credenze e conoscenze talmente valido e solido da risultare pericoloso per il tessuto sociale in cui abitavano, al pari degli asceti di epoca vedica nel subcontinente indiano e dei mistici del cristianesimo primitivo. A differenza di questi, però, le streghe non furono mai del tutto assimilate all’interno del sistema di potere politico o religioso. Se per gli uomini gli ordini monastici divennero una struttura gerarchica della Chiesa per accrescere il proprio potere e tenersi unita, per le donne rappresentavano l’unica possibilità di compromesso per restare libere e non essere costrette a sposarsi, a procreare e a occuparsi esclusivamente della casa, in luoghi dove poter studiare e addirittura esercitare forme di potere pubblico e decisionale. Templi e monasteri sono stati i più antichi luoghi di accoglienza e degenza. Le conoscenze raccolte negli orti dei culti salutari pagani – in cui si facevano le prime sperimentazioni sulle piante sacre, che ispirarono riti, formule e liturgie (il termine “magia” viene proprio dalla radice ma, di maya, l’illusione, il fare cose col pensiero e in ebraico mayim, acqua) – sopravvissero al passaggio delle religioni pagane al cristianesimo e si raccolsero nel monastero medievale, in cui si sviluppò la ricerca farmaceutica moderna, a cui le donne diedero apporti fondamentali.

Quella delle “streghe” fu soprattutto una persecuzione politica, che influenzò profondamente lo sviluppo della cultura contemporanea, potando un intero universo di contributi e osservazioni, disinnescandone il potenziale trasformativo. In seguito ai cambiamenti avvenuti durante l’Età del Bronzo, tra il 3500 e il 1200 a.C., la potenza della dea Potnia, infatti, fu svalutata e con la nascita del pantheon ellenico la Grande Madre fu smembrata in tante dee rilette in veste di mogli, amanti e figlie. Già in quest’epoca, sottolinea Maderna, si preparava il terreno ideologico che avrebbe portato alla successiva estromissione del sapere femminile, ben prima dell’avvento dell’era cristiana. Così cominciò a insinuarsi il sospetto che i saperi femminili avessero radici occulte e fossero in grado di sovvertire l’ordine naturale delle cose. “L’ordine naturale delle cose” è l’abbondanza della vita, ovvero la spontaneità della riproduzione. Le medichesse, infatti, grazie ai loro saperi, oscuri agli uomini, si occupavano anche di contraccezione e di aborto, andavano contro alla legge di natura, alla retorica riproduttiva nutrita da millenni dal potere politico e secolare, che usava le donne come fattrici. Queste convinzioni portarono le donne ad agire nella clandestinità. Dalla conoscenza umana e incarnata, si passò a una narrazione che vedeva le origini di questa sapienza nelle antiche rivelazioni divine o di casta sacerdotale, andando così a perdersi nel tempo. Si compì così un passaggio narrativo che espropriò le donne dal loro potere conoscitivo, affidandolo alle divinità, e successivamente al passaggio linguistico tra la maga sapiente e la strega maligna, marcata dal giudizio e dal pregiudizio della cultura già pienamente patriarcale.

Tuttavia, sostituire le antiche divinità non è mai cosa semplice, anche nel caso del passaggio dalle culture preindoeuropee all’ellenica. La Grande Madre cambiò forma, ma continuò a esistere; e alle nuove figure che la sostituirono, greche e romane, furono comunque affidate le conoscenze erboristiche e i simboli della cura, dell’igiene, della prevenzione e della guarigione. Basti pensare alle figlie del dio della medicina Asclepio, Igiea (medicina preventiva) e Panacea (la guarigione universale ottenuta grazie all’uso delle piante), che riprendevano figure già presenti nelle culture mesopotamiche, egizie e persiane. Nelle mitologie e nelle cosmogonie del mondo mediterraneo antico il dominio della medicina era assegnato soprattutto a divinità femminili, come ad esempio l’egizia Iside, i cui santuari erano luoghi di accoglienza e di degenza di malati, pellegrini e bisognosi ed erano organizzati secondo un modello che poi ispirò l’assetto delle prime comunità femminili cristiane, che si raccoglievano intorno alla fondazione dei primi hospitia, gli ospizi, gli ospedali. Queste divinità erano depositarie delle leggi “segrete” della ciclicità che regola le energie generative e trasformative, vita e morte, riproduzione e riposo, del mondo animale e vegetale, così come dell’ambiente, conoscitrice di farmaci, veleni e antidoti, da qui la stretta correlazione simbolica con il serpente. Il serpente, infatti, prima di diventare simbolo del Demonio e del male, era il simbolo della guarigione, ovvero dell’atto principale di qualsiasi trasformazione.

Questa scomposizione e contronarrazione fece emergere apparenti contraddizioni insite all’interno di alcune figure, che ad esempio erano vergini, ma al tempo stesso simboli di fertilità e protettrici del parto. A questo proposito, le dee come Artemide sono vergini non nell’ottica – influenzata dal cattolicesimo – che siamo portati spontaneamente a intendere noi, ma perché rappresentati di una condizione radicale, integra. Erano infatti protettrici della vita selvaggia, schiva e boschiva, delle bestie selvatiche; basti pensare all’antilope nera, la fiera per eccellenza delle culture indiane, non perché feroce, ma perché irraggiungibile, lontana, i cui zoccoli lasciano impronte molto chiare e leggibili sul terreno per chi desidera seguirla. Anche gli yogin, infatti, si raccontavano e venivano raccontati come animali selvatici, che seguendo determinate tracce diventavano schivi, proprio come le antilopi, allontanandosi dalla città. Al tempo stesso, queste dee proteggevano anche la vegetazione incolta e quindi libera, indisciplinata, a cui le regole della società e la mano dell’uomo non avevano dato forma. Alla luce di tutto ciò sembra quindi che fossero anche le protettrici del parto proprio perché partorendo le donne abbandonavano la dimensione civile dell’esistenza.

Il mondo maschile, estromesso da questa dimensione del sapere, demonizzò le loro pratiche, un tempo accolte con rispetto e devozione, le relegò mano a mano tra le azioni empie, fino a perseguirle attraverso la legge. Il dogma rappresentato dal logos e dal platonismo sacrificò questo approccio, che nonostante tutto però sopravvisse per millenni negli usi popolari, praticato nella clandestinità e trasmesso in forma orale ed empirica, mentre l’altro sapere prendeva forma scritta e ufficiale. Alcune di queste figure sopravvissero nella memoria collettiva confluendo nell’epica e nella poesia classica e poi nella letteratura, come Circe e Medea. In Circe, in particolare, si mescolava la conoscenza dei phàrmaka, dei rimedi e i poteri metamorfici.

Al di là della lente dedicata allo studio di genere, è Impossibile non scorgere in queste figure femminili la spinta rivoluzionaria – proprio nel senso letterale di inversione del movimento spontaneo della vita – che per millenni fu portata avanti da diversi gruppi e personalità, come percorso di cambiamento, e quindi di liberazione dalla sofferenza impressa del semplice esistere nel mondo, in Europa così come in Asia. Questi movimenti, quando maschili, sembra siano stati assimilati più facilmente al potere e quindi in qualche modo reintrodotti all’interno del costrutto sociale, anche se a determinate condizioni e con vari compromessi. I gruppi ascetici indiani, ad esempio, diventarono in alcuni casi vere e proprie milizie di mercenari al servizio dei sovrani, qualcosa di molto diverso quindi dall’immagine che oggi ci affiora spontaneamente alla mente quando pensiamo alla meditazione o allo yoga. I gruppi di mistici nati in seno al cristianesimo primitivo furono invece organizzati e ricondotti alla società costituita in maniera simile, attraverso l’istituzione dei monasteri, in cui furono spinti a raccogliersi.

Evidentemente, fu molto più difficile riuscire a controllare gli equivalenti femminili di queste sacche culturali, disattivandone la potenzialità sovversiva. Si arrivò quindi allo sterminio della caccia alle streghe, e in minor parte, come abbiamo visto, agli stregoni. Per portare a tanto, il messaggio esistenziale che incarnavano doveva essere così efficace da risultare pericoloso per l’ordine costituito, tanto da preoccupare i governanti in maniera tangibile, avendo la capacità di far vacillare le stesse basi valoriali su cui si ergeva il loro potere. Essendo un sapere incarnato, e non scritto, per eliminarlo si perseguirono gli esseri umani che l’avevano fatto proprio, in particolare le donne. Eppure, nemmeno la violenza sistematica bastò – mia nonna, col senno di poi, ne rappresentava un esempio concreto e con lei sicuramente tante altre donne, morte come perfette sconosciute, portatrici di vita, di morte e saperi profondamenti legati ai territori. Basterebbe questa evidenza per rivalutare, anche nelle accademie, la forza di queste conoscenze e l’approccio che sostenevano, che a ben vedere era lo stesso delle filosofie asiatiche a cui spesso ci rivolgiamo oggi, poco consapevoli di aver smantellato le loro omologhe locali.

Lo stesso potere che le spazzò via – sostenuto dal sapere che ha nutrito e difeso – ha portato a un’enorme accelerazione tecnica, tecnologica e al tempo stesso sociale, al capitalismo e alla crisi climatica. Non sappiamo cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente, magari avremmo raggiunto la stessa condizione in cui ci troviamo oggi, magari no. Quello che possiamo dire è che la nostra cultura sta mostrando sempre di più i suoi limiti, con conseguenze di profonda sofferenza non solo sulle altre specie e sull’ambiente, così come sulla collettività, ma anche su ciascuno di noi. Queste donne – e questi uomini – incarnavano, quasi come anarchici ante litteram, la forma di una coscienza libera, disinformata, diseducata, in grado di rappresentare un’inversione del paradigma dato per scontato del riprodursi della vita. Medichesse rappresenta allora un tassello importante in questa riscoperta e riabilitazione di un approccio alla salute e alla vita che, a discapito delle apparenze, si serve dei prodotti della terra per poter invertire il flusso della riproduzione, in cui l’obbligo di sposarsi e dare luce a nuove vite diventa una scelta e un ordine considerato spontaneo si palesa artificiale e viene modificato in nuove direzioni – forse migliori.


Lucia Brandoli ha studiato tecniche della narrazione, architettura e musica. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie – l’ultima delle quali è Dittico dell’acqua (industria & letteratura, 2022) – e la raccolta di racconti A letto non si pensa al futuro (Pendragon, 2017). È editor senior di The Vision. Traduce, insegna yoga e si occupa di filosofia asiatica.

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