Memento mori: non ho paura della morte, ma dello “stare morendo”

“Credo fosse un martedì mattina e io, come al solito, ero in ritardo. Insieme a due amici avevamo fissato un’intervista con Remo Bodei, mio ex e indimenticato professore. Faceva caldo e c’era una luce perfetta, così decidiamo di sistemarci nel giardino della biblioteca di filosofia. Prima di iniziare, ci prendiamo un caffè in un bar lì vicino.”


IN COPERTINA Tano Festa, Senza titolo (Anni ’80) – Acrilici su tela – Asta pananti in corso

di Romina Bicicchi

Io non accetto la morte, e questo è tutto.

Elias Canetti

Credo fosse un martedì mattina e io, come al solito, ero in ritardo. Insieme a due amici avevamo fissato un’intervista con Remo Bodei, mio ex e indimenticato professore. Faceva caldo e c’era una luce perfetta, così decidiamo di sistemarci nel giardino della biblioteca di filosofia. Prima di iniziare, ci prendiamo un caffè in un bar lì vicino. 

“Hai così paura del futuro?”, mi chiede Bodei con grande intuito. “Sì”, gli rispondo io. “Ho paura della morte, soprattutto. E di come ci arriverò”. Lui ride, beve il suo caffè e chiude lì la cosa. Alla fine dell’incontro, prima di andarsene, mi firma una copia di Piramidi del tempo (scrivendo, non a caso, “A Romina, con auguri per il suo futuro”) e mi dice: “Credimi, morire non è poi così facile”.

Quella, purtroppo, è stata l’ultima volta in cui l’ho visto e ad oggi non ho ancora capito il senso profondo di quella frase, ma la prendo per quello che forse è: morire è difficile. Che assurdità, professore! Morire è facilissimo: capita a chiunque, capita ovunque, capita comunque. E anche l’atto del morire è cosa semplice: lo sussurra Tolstoj con le ultime parole di Ivan Il’ič (“Come è buono, e come è facile”); lo afferma Bergson (“Semplice, di una semplicità abbagliante”); lo assicura Jankélévitch, che è il filosofo del tempo e della morte (“Prima di sapere che cosa, prima di sapere quale cosa, noi sappiamo, per quanto sta a noi, che sarà una cosa semplice, straordinariamente semplice: semplice come bere un bicchier d’acqua, così semplice che ci domanderemo, il giorno in cui sapremo, come mai non ci abbiamo pensato prima”). Eppure, quella frase di Bodei buttata là, come i sassi di de Dominicis nell’acqua “cercando di far quadrati anziché cerchi,” è quella che mi salva quando mi trovo a passare notti insonni in preda al panico. Ecco, per calmarmi, penso a quegli occhi serafici che in un baretto di Pisa mi dicono: “Morire non è poi così facile”. 

Le notti insonni con il Tristo Mietitore che mi bussa nella testa sono quelle in cui dal niente questo pensiero si insinua nel lobo occipitale, striscia tra solchi e scissure verso quello frontale e poi rimane lì buono buono fino alle cinque di mattina. Di colpo inizia a pulsare, a urtare contro le circonvoluzioni cerebrali, a martellare duro contro la corteccia fino a farmi spalancare gli occhi per fissare con sgomento il soffitto: “Chi sei tu?”, “Sono la morte”. E così, assonnata e stordita, rotolo giù nel dirupo della classica giornata di merda, perché al dilemma e alla paura della fine si collegano involontariamente innumerevoli terrori, rimpianti e dolori che non vorrei riesumare ma che invece mi scivolano dentro col nero del caffè.

La mattina dopo è un disastro: mi trascino in uno stato di allerta psicofisico in cui il sistema nervoso rileva potenziali pericoli ovunque, e tutto sembra vivido, logico e spietato come uno shot di vodka liscia. Sono quelle mattine in cui, ormai adulta e impotente in un vortice inesorabile di flashback, mi accorgo di essere cresciuta e ricordo l’odore forte delle matite nell’astuccio, il profumo della gomma fresca sbriciolata ai lati del foglio, il connubio aromatico della mortadella nella rosetta perché non sono ancora diventata vegetariana. Sento ancora il Vinavil secco sulle mani sporche di pennarello, il candore del grembiule morbido sulle gambe nude in primavera, e le note legnose della colonia del nonno che impregna tutta casa. Sono quelle mattine in cui di colpo torno adolescente davanti al cinema, e il ragazzetto che mi piace tanto mi ruba il primo bacio, quello che sognavo da tempo ma che alla fine non era tutto ’sto granché. Poi inciampo nei catastrofici venti, gli anni smaniosi, infuriati, drogati, pericolosi e dolorosissimi: una sbronza lunga un decennio. Un breve stop ed ecco i postumi esistenziali dei trenta, con un hangover di T che battono con rabbia tra il palato e gli incisivi: trentatré, trentaquattro, trentasette, trentotto. E poi arrivano i quaranta, ora e qui, che mi guardano atterriti come a dire “E mo?”.

Crescere, dunque. Crescere significa odiare quelli che ti danno del lei, dover pagare bollette e affitto, non poter più vedere la puntata dei Simpson dopo pranzo, trovare irritanti i ragazzini superficiali, smaniare per il giorno libero per poi lamentarsi del dolce far niente. Crescere è vedere il corpo che cambia, sentire la stanchezza nei nervi tesi, voler dormire e non riuscirci, aver bisogno di ritrovarsi senza sapere da che parte cercare. Crescere significa avere sempre il fiato corto, barattare le farfalle nello stomaco e i grilli per la testa con una metamorfosi kafkiana, diventare un Gregor Samsa, povero “enorme insetto immondo”, che allo specchio urla di continuo la battuta di Pialat a Depardieu in Sotto il sole di Satana: “Come mi sento vecchio! E come mi sento inadatto a esserlo!”.

Sull’arte di crescere, Edgar Morin sostiene che “solo a trent’anni, quarant’anni, cinquant’anni cominciano a dipanarsi i nodi più elementari e più sotterranei che ci impedivano di respirare bene, di guardare bene, di godere bene, di amare bene”, come se la giovinezza fosse un impedimento confuso e incomprensibile. E continua dicendo che solo in età adulta: “Ho potuto raggiungere, in certi casi e per alcuni momenti, una pace, una felicità, un miglioramento di me stesso che mi hanno fatto un bene tale da non avere più di fronte alla morte l’angoscia atroce del fallimento […] mi sento in movimento, in costante sviluppo; imparo, gusto, godo, amo, cerco, e mi sembra intollerabile non poter continuare a progredire”. E lo è, intollerabile; per questo bisognerebbe diventare “grandi” e non “vecchi”, farsi impavidi e impassibili, procedendo con il passo sicuro, lo sguardo fiero e le spalle larghe di uno stoico. Perché vivere è un incontro di pugilato e “nessuno colpisce duro come la vita” (questo lo dice Rocky Balboa, che è un tipo in gamba quasi quanto Morin).

Tano Festa, Senza titolo (Anni \’80) – Acrilici su tela – Asta Pananti in corso

Ma crescere significa anche invecchiare, e invecchiare significa dover imparare a fronteggiare, più spesso e senza troppi paracadute, la morte. Riportando il fenomeno nella nostra quotidianità, Vladimir Jankélévitch, nel (sublime) libro dal titolo La morte, con brutale arguzia ci spiega: “Il primo capello bianco di un adulto annuncia per l’adulto stesso il minaccioso avvenire della morte. […] In che modo una modificazione così superficiale e benigna, come il cambiamento di colore di un pelo, può rivestire all’improvviso tanta importanza? Perché tale è l’ironia amara celata nella coscienza di invecchiare: il semplice sbiancare di un pelo si carica di un mondo di significati, presentimenti e angosce. Questo filo d’argento alla tempia diventa di colpo il presagio e il segno premonitore del nostro destino, il riassunto e in qualche modo il simbolo della condizione umana. La dimensione di profondità di questa cifra sensibile, per poco che si scavi a fondo, si chiama la morte!”. Siete tra i fortunati che non hanno ancora subito questa funesta trasformazione corporea? Frenate l’entusiasmo, perché ci sono comunque altri “fattori sensibili” che legano la vostra vita e la vostra morte in un unico nodo scorsoio. Bisogna fare attenzione, infatti, anche alla mimica facciale troppo esasperata, perché: “Tutti sanno a cosa allude una ruga: è un’allusione alla morte, il muto linguaggio delle rughe è, ahimè!, un linguaggio universale, e ognuno lo comprende senza aver fatto degli studi”. 

Dunque Jankélévitch non ci lascia scampo. E no, le soluzioni semplicistiche non servono a molto: dieta sana, sport, botox e acido ialuronico non ci salveranno. Anche se cerchiamo in tutti i modi di allontanarla, ritardarla, combatterla, la Nera Signora arriva sempre e, se ci va bene, la terza età sarà il suo biglietto da visita. Ed ecco allora la grande sfida dell’uomo: allungare la vita, grazie a una continua lotta della medicina contro la vecchiaia, considerata oggi più una patologia da curare che un processo naturale da accogliere. “Trascendere i limiti della biologia” è diventato il nostro nuovo imperativo. Vittime e creatori di una avveniristica super smart society, oggi più che mai, rincorriamo il sogno (finora impossibile) di diventare immortali, con il progetto (sempre più realizzabile) di un corpo capace di rigenerarsi e di sostituire le sue parti danneggiate grazie alla nanotecnologia, e a nanobot che viaggeranno all’interno del nostro organismo per sconfiggere tumori o agenti patogeni. Ma non solo, perché a quanto pare grazie al mind uploading – l’ipotetico processo che a fine vita potrà caricare la mente umana su un supporto digitale, ovvero riposizionare personalità e facoltà intellettive dal nostro cervello biologico a un substrato computazionale artificiale saremo in grado di esistere per sempre (o almeno finché la copia digitale della nostra mente non verrà distrutta). Tuttavia, nonostante per qualcuno sia auspicabile, anche raggiungere l’immortalità digitale solleverebbe un grosso quesito sul significato della nostra vita, che da sempre ha un unico e tragico fine: la morte.

Tuttora appuntamento inderogabile e irrevocabile, la morte è, secondo definizione, la fine della vita, la permanente e irreversibile cessazione delle funzioni vitali in un organismo vivente. Da un punto di vista biologico la si può considerare come l’estinzione dell’individualità corporea, non tanto dei singoli elementi che la compongono, quanto delle necessarie correlazioni tra organi e funzioni. E poi? E poi il nulla, l’assenza completa di vita, il “non-essere dell’essere”. Oppure il nonluogo di una  lavanderia a gettoni: immacolata, asettica, vuota. Un costante rumore bianco di lavatrici in funzione e un’anonima e lattiginosa tranquillità che profuma di ammorbidente al gelsomino. File sterminate di oblò trasparenti, e il frusciare eterno di centrifughe a 800 giri al minuto, non di più. 

Secondo Jean-Paul Sartre la morte non è una mia possibilità ma è la negazione di ogni possibilità, toglie alla vita ogni senso, la svuota, elimina e cancella tutto: se dobbiamo morire, la nostra intera vita non ha significato, perché i suoi problemi non ottengono alcuna soluzione e perché lo stesso significato dei problemi resta indeterminato. Assurdo il mondo, assurdo l’individuo, assurda la morte in questa dialettica infernale in cui la fine è in definitiva l’unica chiara presenza. E in questa assurdità generale, inoltre, si insinua pure il caso, che rende ancora più vuota l’esistenza: “Ogni essere nasce senza ragione, si sviluppa per debolezza, muore per caso”, ci dice l’incorreggibile umanista ateo. 

Martin Heidegger, d’altro canto, sostiene che la morte non abbia senso: “La morte è il non-senso che dà un senso [alla vita] negando questo senso”. Non solo: “Noi concepiamo esistenzialmente la morte come la possibilità già chiarita dell’impossibilità dell’esistenza, cioè come la pura e semplice nullità dell’Esserci”, e in parte Ludwig Wittgenstein gli fa eco, come molti filosofi contemporanei, affermando che la morte non si vive: non si può vivere, perché non è un evento della vita. Non solo non si vive, ma neanche si può analizzare, comprendere, osservare: Le soleil ni la mort ne se peuvent regarder fixement (Né il sole né la morte si possono guardare fissi), secondo La Rochefoucauld. E anche se gli scienziati sono diventati così bravi da osservare il sole, misurarne peso ed età e annunciarne persino la fine, non sono però ancora in grado di fare lo stesso con la morte, il grande sole nero. 

Sigmund Freud sembra addirittura sovvertire il rapporto vita-morte, arrivando a dire che, essendo la morte l’unica certezza e la vita solamente una parentesi che interrompe questo stato di quiete, è proprio la vita il vero mistero che va reso sopportabile perché carico di angoscia: “Ricordiamo il vecchio adagio: si vis pacem, para bellum, se vuoi il mantenimento della pace sii sempre disposto alla guerra. Sarebbe ora di modificare questo adagio e di dire: si vis vitam, para mortem, se vuoi sopportare la vita, impara ad accettare la morte”. Dunque imparare ad avere la giusta disposizione per la morte, mettersi nella disposizione d’animo adatta per accettare la morte, avere una disposizione favorevole per accogliere la morte. Eppure non ci riusciamo, continuando a considerarci immortali, continuando a non credere fino in fondo alla possibilità della nostra dipartita: perché? Perché il nostro inconscio è composto interamente da istinti, ignora ogni tipo di negazione e non conosce niente di negativo, mentre la credenza nella morte non trova nessun punto d’appoggio nell’istinto e ad essa si può attribuire solo un contenuto negativo: il nostro inconscio, quindi, tende per natura a respingere e ad annullare questa grande verità. Per tutta risposta, Freud ci dice che dovremmo piegarci di fronte alla realtà della morte, e smettere di respingerla e minimizzarla come tende a fare il nostro inconscio. In un certo senso, ci dice di crescere, di forzare il nostro es e di accettare la nostra predisposizione alla fine.

Ma invece non è finita qua, perché se torniamo a Heidegger, che ci va giù pesante, abbiamo la conferma di quanto sia importante porsi consapevolmente di fronte alla morte, l’unica possibilità assolutamente certa della condizione umana. Dunque riflettere sulla morte, anticiparla e metterla in primo piano, invece di allontanarla come facciamo nel nostro vivere quotidiano, cercare di comprendere finalmente che questa, e solo questa, rappresenta la possibilità più propria dell’Esserci: “La morte è una possibilità di essere che l’Esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’Esserci incombe a se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l’Esserci puramente e semplicemente del suo esser-nel-mondo. La morte è per l’Esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa sua possibilità l’Esserci incombe a se stesso, esso viene completamente rimandato al suo poter-essere più proprio. In questo incombere dell’Esserci a se stesso, si dileguano tutti i rapporti con gli altri Esserci. […] L’esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. […] Questa possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, l’Esserci non se la crea però accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. Innanzi tutto e per lo più l’Esserci non ha alcuna ‘conoscenza’ esplicita o addirittura teorica di essere consegnato alla morte e che perciò essa fa parte del suo essere-nel-mondo”. 

Solo all’ombra della morte, dunque, l’effimera luce dell’esistenza è in grado di irradiare la realtà che ci circonda, così da aprirci allo stupore per il fatto che qualcosa esista. La presenza della morte infonde paradossalmente un senso all’esistenza stessa: è l’assenza di senso a dare senso alla vita. 

Ma si può imparare a morire? Secondo lo scetticismo di Michel de Montaigne “filosofare è imparare a morire”, infatti scrive: “Cicerone dice che filosofare non è altro che prepararsi alla morte. Questo avviene perché lo studio e la contemplazione traggono in certa misura la nostra anima fuori da noi, e la occupano separatamente dal corpo, e questo è come un saggio e una sembianza di morte; oppure perché tutta la saggezza e i ragionamenti del mondo si riducono a questo: a insegnarci a non temere di morire. […] La meta della nostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario della nostra mira: ma se ci spaventa, come è possibile fare un passo avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è di non pensarci. Ma da quale bestiale stupidità gli può venire un così grossolano accecamento? […] È incerto dove la morte ci attenda: attendiamola dovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione. Non c’è nulla di male nella vita per chi ha ben compreso che la privazione della vita non è male”. 

La morte dunque diventa quasi qualcosa di innocuo, di benevolo, una morbida “camicia da notte, dalla quale non ci si risveglia più”, come suppone Elias Canetti, che la morte la odia con incrollabile ostinazione. Oppure un gioco; gli scacchi, naturalmente. Un gioco in cui, tuttavia, basta una mossa falsa a farci perdere la partita, senza alcuna possibilità di rivincita. Come nel Settimo sigillo di Bergman, la morte, silenziosa e magnetica, ci cammina accanto per tutta la vita e invade il nostro spazio, a quanto pare, solo al momento opportuno: nucleo stesso dell’esistenza, e non sua negazione, si rivela la conditio sine qua non del vivere. “Vivere non è mai nient’altro che vivere la propria morte”, secondo Rainer Maria Rilke. 

Ma cosa faremo quando il Tristo Mietitore poserà il suo sguardo su di noi? Come reagiremo quando la macchina da presa si soffermerà sulla scacchiera in primo piano? Accetteremo, terrorizzati o arrendevoli, l’ineluttabile scacco matto? Oppure adotteremo una strategia come Antonius Block, sfidando il destino a un’ultima partita, chiedendo un rinvio, cercando di attribuire la morte sempre e solo agli altri? Perché la morte, si sa, è qualcosa che capita solo agli altri, e chi continua a ragionare sulla morte, esclude se stesso dalla mortalità universale. “So che morirò, ma non ci credo”, sostiene Jacques Madaule, e Jankélévitch gli fa eco: “Lo so, ma non ne sono intimamente persuaso. Se ne fossi persuaso, completamente certo, non potrei più vivere. Allora la attribuisco agli altri: cominci lei, caro vicino…”

Dunque cominciate voi, cari vicini, vi cedo volentieri il posto. Io, almeno per il momento, preferirei continuare a ragionarne ponendomi al di fuori del solenne dilemma, provando a credere in una mia vittoria per indugiare ancora un po’ nell’illusione dell’immortalità, prima della mia dissolvenza a nero.


Romina Bicicchi si è laureata in filosofia e specializzata in editoria e giornalismo. Ha fondato lo studio editoriale “non” e lavora da anni per diverse case editrici e aziende nel mondo dell’arte, occupandosi di editoria libraria e periodica, grafica e comunicazione. Ha pubblicato testi sulla storia della filosofia, le biografie di Nietzsche e di Freud, e tradotto romanzi di F.S. Fitzgerald, M. Twain, H. Barbusse, A. Machen, W. Godwin. Nel tempo libero, da buona esistenzialista, riflette sulla morte.

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