Mezzanotte di amori e fantasmi – Purgatorio XVIII

Pubblichiamo oggi un nuovo commento a un canto della Divina Commedia, il numero diciotto. A firmare il commento è Andrea Morstabilini. Quest’articolo fa parte del nostro “CCC”, il progetto di Commento Collettivo alla Commedia dantesca de L’Indiscreto, curato dal nostro Edoardo Rialti.


IN COPERTINA un’incisione che rappresenta una scena del purgatorio.

di Andrea Morstabilini


Con il contributo di  


 È mezzanotte.

Appare al ballo la Morte Rossa, con sudario di sangue e maschera di teschio.

Lady Christabel prega sola sotto la grande quercia, ma un sospiro estraneo è vicino, molto vicino.

Un tuono scuote Canterville Chase e da un passaggio segreto in cima alle scale sbuca una figura terrea.

La processione silenziosa per le strade di Kingsport raggiunge una battigia sotterranea: al malsano fuoco di una fiamma verde si direbbe che nelle tenebre si nasconda un orrore senza nome.

Sugli spalti del castello di Elsinore, dietro i merli, marcia un’ombra in armatura: ha negli occhi una vendetta, ma il canto di un gallo minaccia di bandirla: è quello che succede ai fantasmi.

***

È mezzanotte.

Dante, stanco per il lungo ragionare con il maestro Virgilio, sente il sonno assalirlo, i pensieri errano vagabondi. La luna

facea le stelle a noi parer più rade,

fatta com’un secchion che tuttor arda;

e correa contra ’l ciel per quelle strade

che ’l sole infiamma allor che quel da Roma

tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.

Ma non si può cedere facilmente alla lusinga del sonno, in una notte siffatta. Subito una «furia e calca» di spiriti turba la tranquillità ossianica del notturno: «… correndo / si movea tutta quella turba magna» e in un attimo è addosso a Dante, che ne sente i gridi lacrimosi. 

Sono le ombre degli accidiosi, che in vita indugiarono e furono negligenti nelle azioni del bene; in morte un «fervore aguto» li cavalca, costringendoli a non fermarsi mai: intorno, intorno alla montagna del Purgatorio vanno, una caccia selvaggia che segue un’usta inafferrabile; la preda è sempre di un passo avanti, il loro esercizio è futile, eppure vanno, «di voglia a muoversi sì pieni». 

Così veloci, ora che l’aldilà li ha resi edotti del precedente errore, che la loro, nel canto diciottesimo del Purgatorio, è un’apparizione letteralmente fuggevole: poco più di cinquanta versi appena per comparire, strepitare e sparire, senza che nessuno spirito, nemmeno «l’abate in San Zeno a Verona / sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, / di cui dolente ancora Milan ragiona» (versi che sempre riscuotono quel pochissimo di orgoglio patrio, cioè lodigiano, che mi rimane), possa lasciare un’impressione duratura su Dante.

In questo, a differenza di tutti gli altri spiriti che il poeta incontra nel suo viaggio oltremondano, i quali si comportano come esseri di carne e ossa, gli innominati accidiosi di questo canto condividono la natura delle apparizioni fantasmatiche che affollano la letteratura successiva, di cui, in apertura, fra E.A. Poe e H.P. Lovecraft, William Shakespeare e Oscar Wilde, ho cercato di dare un assaggio, rincorrendo (non poteva essere altrimenti) l’ossessione ben più che esclusivamente letteraria per la mezzanotte: l’ora delle streghe, l’ora che svanisce, che confonde un giorno con l’altro, la sera col mattino, il sonno con la veglia, il mondo dei vivi con quello dei morti.

Spazio liminale per eccellenza, la mezzanotte scontorna la realtà rendendola inafferrabile, costringe il mondo in una parentesi (se si è fortunati) di incertezza. Per questo i fantasmi la prediligono, almeno i migliori fra loro, come il Banquo di Macbeth, gli spiriti di Hill House o Miss Jessel e Peter Quint del Giro di vite: ora ci sono, ora non ci sono, proprio come la mezzanotte, e si dà sempre la possibilità che non esistano se non nella mostruosità della mente che li partorisce.

Se è difficile che il lettore della Commedia si faccia abitare da questo dubbio, perché l’esperienza del poema non è scindibile dall’atto di fede che prende per buona, cioè per certa, l’esperienza meravigliosa della catabasi, è però vero che il poeta stesso insinua il dubbio che l’apparizione degli accidiosi sia un sogno; forse un incubo:

[…] io, che la ragione aperta e piana

sovra le mie quistioni avea ricolta,

stava com’om che sonnolento vana.

Il poeta si sbriga a dirci (rassicurarci?) che quella sonnolenza gli «fu tolta / subitamente» dall’apparizione degli accidiosi, ma anche chi dorme e sogna – ne sa qualcosa la Betty del capolavoro di David Lynch, Mulholland Dr. – giurerebbe a volte di essere sveglio e cosciente, salvo saper riscivolare, quando conviene, nella profondità dell’inconscio, come accade anche Dante alla fine del canto, quando, veloci come un visione, gli accidiosi svaniscono:

Poi quando fuor da noi tanto divise

quell’ombre, che veder più non potiersi,

novo pensiero dentro a me si mise,

del qual più altri nacquero e diversi;

e tanto d’uno in altro vaneggiai,

che li occhi per vaghezza ricopersi,

e ’l pensamento in sogno trasmutai.

***

L’apparizione, forse improvvida in un commento dantesco, di David Lynch – come quella dei miei cari fantasmi ottocenteschi – potrebbe essere facilmente rubricata come un’idiosincrasia personale, e io per primo non posso negare che si tratti di un meccanismo di difesa: come si può parlare di Dante e della sua infinitudine senza cercare di sovrapporgli i confini, assai più confortevoli, delle nostre proprie ossesioni? 

Arrivati a questo punto, vale forse allora di andare fino in fondo, cioè di tornare all’inizio, al principio del canto, dedicata alla teoria dantesca dell’amore, per vedere se anche lì, nascosta, c’è un’ossessione da celebrare. Forse sempre la stessa.

***

Per quanto Dante formuli nei primi settantacinque versi del canto una teoria la quale, nella sua sintesi, si discosta dalle formulazioni sull’amore tipiche della poesia duecentesca, che le mutuava dal De amore di Andrea Cappellano, questa stessa teoria condivide con Cappellano e Cavalcanti, Guinezelli e Giacomo da Lentini, un elemento fondamentale: l’ossessione medievale per l’immagine; cioè per il fantasma. Al tema ha dedicato pagine fondamentali Giorgio Agameben in Stanze, a cui rimando per una più approfondita discussione sulla poesia stilnovista come «pneumo-fantasmologia, in cui la teoria del fantasma di origine aristotelica si fonde con la pneumatologia stoico-medico-neoplatonica»: noi qui rincorriamo un assillo, linguistico e medianico insieme.

Così Dante descrive il processo amoroso:

Vostra apprensiva da esser verace

tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,

sì che l’animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega,

quel piegare è amor, quell’è natura

che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come ’l foco movesi in altura

per la sua forma ch’è nata a salire

là dove più in sua materia dura,

così l’animo preso entra in disire,

che è moto spiritale, e mai non posa

fin che la cosa amata il fa gioire.

Attraverso gli occhi, l’uomo estrae l’immagine dalla cosa, la quale immagine si allarga nella mente finché lo spirito si rivolge a essa. Questo è amore: un «moto spiritale» verso un immagine, un simulacro, un’ombra, un fantasma:

Pegli occhi fere un spirito sottile,

che fa ’n la mente spirito destare,

dal qual si move spirito d’amare,

ch’ogn’altro spiritel[o] fa gentile.

Fino a questi famigerati versi di Cavalcanti, l’apparentamento è palese. Ma noi siamo furia e calca, «restare non potem», dobbiamo continuare a muoverci. Da Baudelaire:

Il mio bene ha occhi vasti, profondi e tenebrosi

come te, Notte immensa, che come te scintillano!

E sono, i loro fuochi, pensieri dove brillano

Amore e Fede insieme, o casti o voluttuosi.

A Keats:

O tre fantasmi, addio!

[…] Ed ora dolcemente

dai miei occhi svanite e siate ancora

figure in processione

sopra l’urna del sogno.

 

A Shakespeare:

La lingua metallica di mezzanotte ha detto dodici.

A letto, amanti; è quasi l’ora fatata.

A Lynch, ancora:

***

 

Di ossessione in ossessione, di immagine in immagine, siamo tornati qui: a un’assenza, al fantasma.

Ciò che il fantasma (questa volta nel senso non di spiritus, bensì di revenant) e l’amore, nel senso cortese (ma forse non solo), hanno in comune è la natura in-finita, l’impossibilità di una realizzazione assoluta, la tensione inesausta (di nuovo: la caccia a una preda inafferrabile; perché forse inesistente?). Essi lasciano, o tracciano, o pronunciano, un vuoto; ed è la percezione di questo vuoto a spingerci a inseguirli: non li affereremo mai, non del tutto, ma «restar non potem», se non quando, forse, come Dante alla fine del canto, chiudiamo gli occhi e sognamo.

E ora è buio.

 

 


Il canto, integrale

Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si purga la soprascritta colpa e peccato de l’accidia; e qui mostra Virgilio che è perfetto amore; dove nomina l’abate da San Zeno di Verona.

Posto avea fine al suo ragionamento
l’alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s’io parea contento;

e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: ’Forse
lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.

Ma quel padre verace, che s’accorse
del timido voler che non s’apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.

Ond’io: “Maestro, il mio veder s’avviva
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.

Però ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e ’l suo contraro”.

“Drizza”, disse, “ver’ me l’agute luci
de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
l’error de’ ciechi che si fanno duci.

L’animo, ch’è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto.

Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l’animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
quel piegare è amor, quell’è natura
che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come ’l foco movesi in altura
per la sua forma ch’è nata a salire
là dove più in sua matera dura,

così l’animo preso entra in disire,
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.

Or ti puote apparer quant’è nascosa
la veritate a la gente ch’avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa;

però che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera”.

“Le tue parole e ’l mio seguace ingegno”,
rispuos’io lui, “m’ hanno amor discoverto,
ma ciò m’ ha fatto di dubbiar più pregno;

ché, s’amore è di fuori a noi offerto
e l’anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto”.

Ed elli a me: “Quanto ragion qui vede,
dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede.

Ogne forma sustanzïal, che setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé colletta,

la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita.

Però, là onde vegna lo ’ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de’ primi appetibili l’affetto,

che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape.

Or perché a questa ogn’altra si raccoglia,
innata v’è la virtù che consiglia,
e de l’assenso de’ tener la soglia.

Quest’è ’l principio là onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo,
s’accorser d’esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo.

Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
di ritenerlo è in voi la podestate.

La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende”.

La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com’un secchion che tuttor arda;

e correa contra ’l ciel per quelle strade
che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.

E quell’ombra gentil per cui si noma
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma;

per ch’io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com’om che sonnolento vana.

Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta.

E quale Ismeno già vide e Asopo
lungo di sé di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch’io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca.

Tosto fur sovr’a noi, perché correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo:

“Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna”.

“Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
per poco amor”, gridavan li altri appresso,
“che studio di ben far grazia rinverda”.

“O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo,

questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
però ne dite ond’è presso il pertugio”.

Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: “Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni.

Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa;

perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero”.

Io non so se più disse o s’ei si tacque,
tant’era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.

E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
disse: “Volgiti qua: vedine due
venir dando a l’accidïa di morso”.

Di retro a tutti dicean: “Prima fue
morta la gente a cui il mar s’aperse,
che vedesse Iordan le rede sue.

E quella che l’affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d’Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse”.

Poi quando fuor da noi tanto divise
quell’ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise,

del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,

e ’l pensamento in sogno trasmutai.

A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il canto XIX del purgatorio sarà commentato da Marinella Perroni.


Andrea Morstabilini, Editore e traduttore, per il saggiatore ha curato la nuova edizione de Le Montagne della Follia di H. P. Lovecraft e pubblicato i romanzi Il demone meridiano (2016) e Aldilà (2020)

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